Perché ce l’hanno con l’Italia (e con Berlusconi)

Alfredo Mantovano 6 anni fa
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Alfredo Mantovano, Cristianità n. 362 (2011)

 

A Roma, nel Palazzo dei Congressi, dal 23 al 25 settembre 2011, si è tenuto un convegno sul tema Cambiare, partecipare e unire l’Italia, organizzato dalla Fondazione Nuova Italia. Il giorno 25 ha parlato anche l’on. Alfredo Mantovano, sottosegretario di Stato all’Interno, di cui riportiamo l’intervento.

 

Più di uno di quanti sono intervenuti in questa “tre giorni” di confronto e di dibattito ha esortato, e a ragione, a concentrare l’attenzione sulle pagine dei quotidiani — da qualche mese, ahimè, quelle collocate dopo la decima —, che trattano di questioni importanti e reali, dalla cui corretta impostazione politica dipende molto della vita quotidiana di ciascuno di noi: l’economia, la crescita, lo sviluppo, le questioni istituzionali. Io invece oso occuparmi proprio di ciò che compare nelle prime dieci pagine: non vorrei eludere un tema che, pur presentando aspetti d’inammissibile invadenza nella vita privata, non va rimosso considerandolo semplice gossip. Il disagio derivante dalla lettura di quella parte dei quotidiani va affrontato senza trincerarsi in difesa e senza complessi d’inferiorità.

La prendo larga, per giungere rapidamente al punto. Qualche tempo fa, partecipando a una tavola rotonda che aveva per tema il contrasto alla criminalità mafiosa, ho ascoltato la seguente tesi da parte di un docente universitario della mia città: “Poiché la mafia ha una struttura familistica, la famiglia è in sé un fattore di rischio”. Ergo: uno degli strumenti per sconfiggere la mafia è incoraggiare forme di convivenza alternative a quella familiare, lavorando per destrutturare la famiglia tradizionale. Una posizione del genere, che proviene da chi insegna in un luogo qualificato, è emblematica di come possa essere dipinta negativamente una delle ricchezze più significative, anche dal punto di vista economico, che ancora adesso anima il corpo sociale italiano.

Ma ci sono altri elementi della nostra identità e della nostra tradizione di cui, seguendo un’impostazione ideologica simile a quella appena ricordata, come italiani dovremmo vergognarci:

— la centralità della donna all’interno della famiglia;

— la cura dell’anziano, che non ha eguali in altre nazioni occidentali;

— un senso di solidarietà non astratto. Mentre parliamo, a qualche centinaio di chilometri da noi, a Lampedusa, ci sono medici italiani che prestano le primissime cure ai migranti irregolari che scendono ogni giorno dai barconi e affrontano con generosità malattie che parevano essere scomparse. In tante aree a rischio — penso per tutte a Herat, in Afghanistan — altri italiani mostrano con coraggio qual è il senso autentico dell’aiuto portato a chi è in grave difficoltà;

— la propensione al dono;

— il culto dei santi, che ha la dimensione laica del legame con il campanile: per il quale ci sentiamo parte più della comunità municipale che di quella provinciale o regionale;

— da ultimo — non ultimo per importanza — quel che rende l’Italia vessillare, realizzando ciò che il Papa beato Giovanni Paolo II (1978-2005) definiva “l’eccezione italiana”: il fatto che da duemila anni nel cuore dell’Italia ci sia la sede del Vicario di Cristo. Questo sarebbe veramente il segno più evidente del sottosviluppo nel quale saremmo immersi.

Ma chi legge negativamente gli indici cui prima ho fatto riferimento, la famiglia, la cura dell’anziano, e così via? Non è un partito nel senso proprio del termine. È un filone ideologico che più di uno — penso per tutti ad Augusto Del Noce (1910-1989) — ha mirabilmente descritto nell’essenza. È quel filone che, pur non essendo un partito, è stato denominato il “partito anti-italiano”. È il partito dei “migliori”, o comunque di coloro che si ritengono “i migliori”. Il “partito anti-italiano”:

— ha radici nella parte laicista del Risorgimento;

— attraversa il secolo XX con figure come Piero Gobetti (1901-1926), come Antonio Gramsci (1891-1937), come i promotori del Partito d’Azione — una piccola formazione politica, che ha avuto una vita breve, ma ha esercitato una notevole egemonia nella Sinistra;

— ha come punti di riferimento mediatici quotidiani come la Repubblica, settimanali come l’Espresso e periodici come Micromega;

— può contare su punti di forza paraeversivi, come il movimento No Tav, che vuole impedire all’Italia di dotarsi d’infrastrutture adeguate, e su punti di forza paraistituzionali: quella fascia della magistratura che pretende di sostituire sé stessa alle scelte della politica;

— spinge il suo pregiudizio ideologico al punto di fare il tifo perché le agenzie di rating parlino male dell’Italia, in modo che il centrodestra vada a casa prima.

Il “partito anti-italiano” non ha soltanto una visione ideologica, ma anche una sua lettura della storia. L’Italia sarebbe un “paese sbagliato”:

— perché i popoli della Penisola hanno a suo tempo rifiutato la riforma luterana, a differenza di altre nazioni europee;

— perché nel 1799 invece di accogliere i francesi “liberatori” hanno animato le “insorgenze” ovunque, dalla Romagna alla Calabria;

— perché, soprattutto al Sud, non hanno mostrato — per usare un eufemismo — grande entusiasmo verso il Risorgimento;

— perché per lunghi anni hanno espresso un robusto consenso al fascismo, come ha insegnato, fra gli altri, Renzo De Felice (1929-1996);

— perché dopo la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) hanno impedito alla Sinistra di governare da sola;

— perché, e siamo ai giorni nostri, continuano, nonostante tutto, a manifestare affetto per la nostra tradizione; e anzi, attraverso le sue istituzioni, provano ad affermarla in Europa quando l’Europa cerca di mortificarci: si pensi alla questione del Crocifisso, ma non solo a essa.

* * *

Vi è un italiano che il “partito anti-italiano” odia profondamente e di cui vuole liberarsi fin da quando si è affacciato sulla scena politica, diciassette anni fa: quest’italiano si chiama Silvio Berlusconi. Convinciamoci, cari amici, che l’odio contro Berlusconi non comincia né si accentua con le escort e con le paginate d’intercettazioni: la Sinistra lo ha odiato fin dal 1994, in quanto capo del centrodestra. Mi rendo conto che, con quello che leggiamo da settimane, dire questo e fare le considerazioni che seguono rischia di essere patetico.

Non so se è patetico. So che, se proviamo a prendere le distanze dal fango della quotidianità, è paradossalmente vero. È vero, cioè, che Silvio Berlusconi, l’uomo che ha introdotto Drive In nelle televisioni, l’uomo delle notti di Arcore e delle telefonate osé, proprio lui, è stato la persona che negli ultimi diciassette anni ha bloccato il progetto di costruire la Seconda Repubblica su basi azioniste. È stato, cioè, l’uomo che si è opposto alla demolizione dei valori della tradizione nazionale.

Molti di voi ricordano quel bel film di qualche anno fa, Sliding doors. Visto che l’attacco è concentrato soprattutto sul piano etico, proviamo a immaginare — al netto di questioni istituzionali, o di carattere economico e finanziario — come sarebbero andate alcune vicende negli ultimi diciotto anni se le porte della metropolitana non si fossero aperte, se cioè non ci fosse stato Berlusconi. Non c’è bisogno di particolari sforzi di fantasia: quale nazione ha in Europa caratteristiche analoghe a quelle dell’Italia? Se pensiamo, con qualche ragione, che sia la Spagna, facciamo scorrere le immagini dei trailer dei film di Felipe Gonzales e di Luis Zapatero … e poi pensiamo cosa sarebbe stato il nostro film se non fossero esistiti il centrodestra e Berlusconi.

Lo dico avendo presenti gli italiani di buon senso, e in particolare i cattolici, dentro e fuori il Popolo della Libertà (PdL). A loro mi permetto di domandare: si deve o non si deve al centrodestra guidato da Berlusconi …

… se, a differenza di altre nazioni europee, in Italia non vi è una legge sull’eutanasia, e anzi è prossima all’approvazione un’equilibrata legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento? Una legge, la seconda, il cui ispiratore potrebbe essere Monsieur de la Palisse: colui che un’ora prima di morire era ancora vivo … e quindi era vietato ammazzarlo. È appena il caso di ricordare che la Conferenza Episcopale Italiana ha a suo tempo pubblicamente riconosciuto gli sforzi del Governo, e quelli personali del Presidente del Consiglio, che nel febbraio 2009 è giunto alle soglie di un conflitto istituzionale pur di salvare la vita di Eluana Englaro (1970-2009);

… se, a differenza di altre nazioni europee, in Italia è stata fissata qualche regola sul fronte della biogenetica? Ci meravigliamo che, com’è accaduto qualche giorno fa, una coppia abbia un bambino a 130 anni — 72 lui, 58 lei —, ma dobbiamo anche sapere che ciò accade perché i due sono andati all’estero: se mancassero quelle regole elementari, episodi del genere in Italia costituirebbero non l’eccezione ma l’ordinaria amministrazione;

… se, a differenza di altre nazioni europee, in Italia esiste una legislazione sulla droga equilibrata e avanzata, che coniuga il necessario rigore con l’altrettanto indispensabile ricupero di chi lotta per uscire dalla dipendenza?

… se, a differenza di altre nazioni europee e a dispetto di quanto vorrebbe imporci l’Unione Europea, in Italia non esiste una legge anti-omofobia? E questo non è un limite, ma un vanto per l’Italia. Una legge anti-omofobia determinerebbe una discriminazione al contrario: punire più gravemente un reato che ha come parte offesa una persona che manifesta la sua omosessualità rispetto a una qualsiasi altra persona equivale a introdurre nell’ordinamento il principio secondo il quale l’ostentazione dell’orientamento omosessuale costituisce un valore positivo, da tutelare in modo specifico e con maggiore decisione rispetto ad altri. E spero che alla fine di questo si renda conto anche qualche solerte ministra dell’attuale governo, fra improvvide sponsorizzazioni di turismi gay e reiterati tentativi di modifiche legislative;

… se, a differenza di altre nazioni europee, in Italia vi è un effettivo rispetto per la libertà religiosa, qualunque sia la confessione di riferimento, senza tuttavia trascurare il legame indissolubile della nostra tradizione con i simboli del cattolicesimo, a cominciare dal Crocifisso? Per ben tre volte in importanti discorsi pubblici il Santo Padre ha lodato il governo italiano — sempre quello guidato dall’on. Berlusconi — per la decisione di ricorrere alla Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sulla presenza del Crocifisso nelle scuole; in altre circostanze il Papa ha ringraziato il governo per l’impegno in favore dei cristiani vittime di persecuzioni in Pakistan e altrove. Aggiungo che ha senso che il PdL stia a pieno titolo nel Partito Popolare Europeo se, come ha fatto l’Italia nell’Unione Europea, vi sta non in una posizione subordinata, ma al contrario nella convinzione che l’Europa, come l’Occidente, non esiste senza Roma. Anche questo è stato magistralmente ricordato da Papa Benedetto XVI nel suo recente discorso al Parlamento tedesco, parlando di Gerusalemme, con la fede nel Dio unico, di Atene, con la filosofia dell’essere, e di Roma, con il suo diritto, come delle fondamenta della civiltà, dell’Occidente e del continente europeo;

… se, a differenza di altre nazioni europee, che hanno nel proprio territorio presenze criminali preoccupanti ma posseggono meno strumenti di noi per affrontarle, in Italia negli ultimi tre anni e mezzo si è dato un contributo alla speranza di tante aree della Penisola — soprattutto, ma non soltanto, al Sud — con un contrasto effettivo all’aggressione mafiosa?

In tutte queste battaglie vinte — certo, vinte, alla faccia del disfattismo e della depressione — il “partito anti-italiano” è stato sempre schierato in modo militante dall’altra parte. Mentre è drammaticamente paradossale che quanto precede abbia visto come protagonista quell’incarnazione di tutti i mali e di tutti i vizi che risponde al nome di Silvio Berlusconi. Lungi da me tentare un’impropria apologia del Capo del governo. Il modello di statista — è stato più di uno statista — per me personalmente è l’ultimo imperatore di Austria e di Ungheria, Carlo d’Asburgo (1887-1922): è un modello — non a caso nel 2004 Papa Giovanni Paolo II lo ha beatificato — perché nella sua figura si trovano insieme la grandezza di un imperatore e la straordinaria coerenza della vita personale. Non voleva la guerra, ha fatto l’impossibile per evitarla, amava l’Italia e ha tentato di concludere con essa la pace, affrontando poi quell’esilio che doveva portarlo alla morte giovanissimo, pur di non tradire la missione che gli era stata affidata: tutto questo, e tanto altro, descrivono le sue doti alla guida dell’impero. Al tempo stesso, è stato uomo, marito e padre esemplare.

Francamente non trovo oggi suoi epigoni, neanche in scala. Il panorama attuale offre all’attenzione una tragica scissione. sembra che la scelta debba essere fra chi ha probabilmente una vita personale coerente ma è stato promotore o complice di scelte politiche pessime, e chi invece ha operato decorose scelte politiche sul fronte di quelli che Papa Benedetto XVI chiama i “valori […] non negoziabili” ma al tempo stesso ha una vita personale discutibile. Non trascuro il peso e l’esemplarietà di un comportamento sobrio per chi ha importanti incarichi istituzionali; non trascuro nemmeno quella robusta parte di responsabilità in capo a chi piazza cimici, s’introduce nel privato e sbatte il mostro nelle prime pagine: sarebbe interessante vedere quanti di coloro che oggi fanno a gara nello scagliare la prima pietra continuerebbero a farlo se per mesi o anni fossero sottoposti a ininterrotte intercettazioni telefoniche o ambientali… Ma il giudizio alla fine va portato sui fatti concreti che qualificano un esecutivo e una maggioranza: le leggi e l’azione di governo. Se sono costretto a scegliere fra Romano Prodi, sulla cui condotta privata nessuno può dire nulla, ma che stava introducendo nell’ordinamento italiano i “dico” — diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi — e l’eutanasia, e Silvio Berlusconi, il cui comportamento è illustrato dai media in ogni dettaglio ma sotto il cui governo è accaduto quanto sopra descritto, io non ho il minimo dubbio.

 

E sarei grato alla Sinistra se la smettesse di considerarci minus habentes perché siamo convinti che il tratto poco sobrio del presidente del Consiglio sia qualcosa di meno grave di una legge che permette di uccidere un disabile. Chiedo soprattutto alla Sinistra di evitare discorsi apparentemente suadenti, del tipo: ma proprio voi che siete di Destra, con la vostra tradizione e i princìpi cui v’ispirate, prendete voi l’iniziativa e staccate la spina. In questi tre giorni noi non ci siamo tirati indietro nel formulare proposte e nel chiedere maggiore decisione e forza nell’azione del governo. Ma la Sinistra non può rivolgerci questi inviti:

— sia perché nella più recente storia italiana ci sono due date veramente poco simpatiche, in assoluto e per tutti noi; sono due date fra loro strettamente correlate: la prima è il 25 luglio e la seconda è l’8 settembre. E noi non lavoriamo né per una riedizione, con tutto quello che è diverso, del 25 luglio, né per una replica della tragedia dell’8 settembre;

— sia perché l’ultima cosa che ci si può domandare è di armarci di coltello e di recitare la parte di Bruto, magari anticipando — per essere tempestivi con alcune scadenze — il gesto dalle Idi di marzo alle Idi di ottobre. Può darsi che Bruto appartenga al Pantheon della Sinistra, certamente compare in quello della Sinistra comunista, ma non fa parte ad alcun titolo del Pantheon della nostra comunità.

* * *

Francamente non so quanto dureranno questo governo e questa maggioranza. So che, finché durano, dobbiamo essere consapevoli del lavoro svolto positivamente finora — che non è poco — e dobbiamo essere decisi a continuarlo fino all’ultimo minuto che ci è concesso, nel rispetto della tradizione del nostro popolo.

Perché così è giusto fare e, con l’aiuto di Dio, così abbiamo il dovere di fare.

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 Alfredo Mantovano

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