A scuola di psicologia umana da “ Il gattopardo”

La lettura del romanzo in chiave camaleontica-trasformistica o fatalistica va smentita. La sua prosa scintillante, a tratti sublime, è invece una “guida autorizzata” che aiuta a ben capire la storia di un momento gravido di conseguenze per la Sicilia e per l’autobiografia dell’intera nazione italiana, fornendo elementi di discussione importanti a un necessario riequilibrio identitario, nazionale e isolano, che non trova sbocchi, se non peggiorativi, negli attuali assetti politici nazionali e locali
Oscar Sanguinetti 4 mesi fa
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Approfondimento

di Oscar Sanguinetti

Premetto di non essere un letterato, né tanto meno un critico letterario. Da storico, che non disprezza la fiction a sfondo storico, mi permetto tuttavia qualche annotazione sul romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957) ‒ iniziato nel 1954 e pubblicato per la prima volta da Feltrinelli di Milano nel 1958, con prefazione dello scrittore e poeta Giorgio Bassani (1916-2000) ‒, Il gattopardo, perché lo ritengo un testo importante da molteplici punti di vista. Ricorre altresì il sessantenario della morte dell’autore e fra poco anche quello della prima uscita del libro, il che rappresenta uno stimolo in più per un breve flashback.

Riepilogo telegraficamente la vicenda, attingendo all’edizione ‒ la 67a! ‒ «conforme al manoscritto del 1957» del 1996.

Estate 1860, Palermo: inizia il crollo del Regno delle Due Sicilie sotto la spinta dell’invasione garibaldina e della sollevazione delle bande rurali anti-napoletane. Don Fabrizio Corbèra, principe di Salina, Grande del Regno, nato nel 1810, erede di una famiglia di antica nobiltà e di grandi ricchezze, feudatario e uomo di mondo, colto e cosmopolita, studioso di astronomia, noto a livello internazionale, osserva e subisce i grandi cambiamenti in atto nella vita pubblica della Sicilia, nonché nella vita della sua famiglia. Il giovane e affascinante nipote, il principe Tancredi Falconeri, sceglie di militare con le camicie rosse di Giuseppe Garibaldi (1807-1882), intuendo che la monarchia di Napoli non ha più futuro e quindi auspicando di trovare un posto di rilievo nella nuova Italia in via di costruzione. Il principe, pur scettico, non proibisce al giovane la partenza, né si schiera con chi vorrebbe difendere in qualche misura l’onore del re presto esiliato: mantiene una posizione di attesa, convinto che la situazione del Regno e della Sicilia non possa più rimanere impaludata nel secolare immobilismo e nella paralizzante sensualità determinata dal clima. In questo quadro di fondo s’inserisce l’amore fra Tancredi e Angelica, giovane e unica figlia di don Calogero Sedàra, liberale e materialista, tipico esponente della classe neo-borghese, avida e cinica, “laica” e opportunista, che farà il Risorgimento, in Sicilia e altrove, arricchendovisi in maniera più che ragguardevole. Tancredi, con il consenso dello zio, la preferisce a Concetta, una delle figlie di don Fabrizio ‒ perdutamente innamorata di lui ‒, per la sua straordinaria bellezza, ma soprattutto perché vede nelle grandi ricchezze che il padre, rozzo e spregiudicato, ha accumulato in decenni di trame e di affari più meno leciti, l’àncora di salvezza per i Falconeri ormai sul lastrico. La narrazione prosegue con il fidanzamento dei due, la presentazione in società di Angelica proprio nei giorni ‒ siamo nell’estate del 1862 ‒ in cui il colonnello sabaudo, marchese Emilio Pallavicino di Priola (1823-1901), impedisce a Garibaldi di risalire l’Italia meridionale per puntare su Napoli e su Roma e ad Aspromonte le sue truppe feriscono addirittura l’Eroe dei Due Mondi.

Tancredi, con la spregiudicata Angelica al proprio fianco e sfruttando il “tesoro” delle poche settimane passate con le camicie rosse, nonché il lieve ferimento a un occhio riportato nella battaglia per le strade di Palermo, farà una folgorante carriera politica nel nuovo Regno, mentre il principe ‒ Tomasi non lo dice, ma s’intuisce ‒ continuerà la sua “appartata quotidianità” fatta di studi astronomici, riti familiari, lunghe vacanze nel feudo di Donnafugata, nei pressi di Ragusa, al centro dell’Isola, cacce, balli, meditazioni sul passato, sul carattere della Sicilia e sulla decadenza generale del mondo, conversazioni con il gesuita “di casa” padre Saverio Pirrone, omonimo del filosofo scettico vissuto in Grecia fra i secoli IV e III a.C., cui Tomasi dedica un intero capitolo. Non avrà l’onere e l’onore di sposare tutte e quattro le figlie, Concetta, Carolina, Caterina ‒ gli stessi nomi delle sorelle di Tomasi ‒ e Chiara, perché solo quest’ultima convolerà a nozze trasferendosi a Roma. Il libro si conclude con un capitolo dedicato alla morte del principe Fabrizio, negli anni 1880, e con un epilogo ‒ di cui sono protagoniste le sorelle Salina e Angelica, ormai anziane e isterilite nei ricordi ‒ a cinquant’anni dagli avvenimenti dei primi sei capitoli, il clou del romanzo.

Perché Il gattopardo mi pare una lettura ineludibile per molti, non esclusi i giovani? La narrazione di Tomasi si snoda lungo sette snelli capitoli e mostra già un primo pregio: quello di non essere un “polpettone” stile Ottocento. Il testo è tutto sommato breve, una brevità che contrasta in maniera stridente con l’elevatissima qualità della prosa, che talora sconfina in “pezzi di bravura” che collocano l’autore nel firmamento della letteratura italiana del Novecento. La narrazione di sviluppa più per flash che non in forma di continuum, come in altri autori: ma si tratta di flash di una sapidità rara, come piccole e delicate tartine guarnite, spesso ‒ e questo è il caso ‒ ancora più gustose di un enorme e raffinato pasticcio di carne.

La vicenda, tutto sommato semplice, che ho sommariamente riassunto viene narrata attraverso una pluralità di dimensioni: romanzo essenzialmente “storico”, è anche una appassionante storia d’amore, un’analisi politico-sociale di vaglia, nonché un’acutissima prospezione della psicologia umana e del carattere peculiare della Sicilia e dei siciliani, non dimenticando, nelle vicende e nei personaggi, i numerosi tratti autobiografici.

Nel narrare quei giorni critici ‒ critici per la Sicilia e per l’intera nazione italiana ‒, Tomasi rivela una conoscenza di prima mano, non libresca e assai poco ideologizzata, della storia della sua Isola e del nuovo Paese. Non è certo un romanzo reazionario, anche se la sua notorietà è dovuta a ‒ e offuscata da ‒ quel “bisogna cambiare tutto, perché non cambi nulla”, che non rivela la vera lettura — che tuttavia maturerà nel principe solo più tardi — dell’unificazione e del regime change del 1860. A parte il fatto che la frase «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi» ‒ cui ha subito prima premesso: «Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica» (p. 41) ‒ è pronunciata dall’amatissimo nipote Tancredi quando saluta lo zio prima di unirsi, a Corleone, alle bande siciliane insorte che preparano il terreno alle camicie rosse… Don Fabrizio, con la lucida coscienza della inarrestabile decadenza del regno e della classe aristocratico-feudale in Sicilia, non intende opporsi alla conquista regio-garibaldina: sa che la Sicilia sopporterà anche quella prova e tornerà a immergersi nel proprio immobile antichissimo sonno, quello a cui in sostanza il principe “tiene”, pur disprezzandone gli aspetti più vistosi. Anzi, sceglierà l’emarginazione politica nel nuovo contesto, non ultimamente per ragioni di onore, cioè per aver giurato fedeltà al monarca deposto e per il desiderio di mantenere la promessa. Forse ‒ dice a se stesso ‒, la sua classe, pur esclusa come tale dalla politica, potrà mantenere almeno i privilegi economico-sociali di sempre o, magari, anche ampliarli collaborando con i “nuovi ricchi”. Qualche nobile siciliano, come il poco amato cognato Màlvica, non si piegherà al nuovo dominatore, ma lo farà per l’espace d’un matin: chi invece per dieci lunghi e sanguinosi anni si opporrà davvero al nuovo Stato che ha cancellato l’Antico Regno, sarà il popolo lucano e calabrese, che impugnerà con valore e disperazione le armi contro i sabaudi per il re Francesco II di Borbone (1836-1894) e combatterà un “nuovo regime” eversivo, irreligioso e oppressivo delle classi rurali, che dirotterà altrove il baricentro del Paese.

Il principe di Salina ‒ a differenza di molti suoi ferventi avi ‒ è esteriormente un cattolico devoto e un padre di famiglia ‒ sette tra figli e figlie ‒ esemplare, anche se, ancora a quarantacinque anni, le attrattive della carne mercenaria non lo vedono del tutto sordo: ma la sua visione del mondo non ruota come per il cristiano autentico intorno all’asse della Croce. Essa è più affine, a mio avviso, al naturalismo e al pessimismo cosmico ottocenteschi di un Giacomo Leopardi (1798-1837): come per gli antichi, le impassibili e fredde stelle determinano il fato degli uomini e delle cose, e ogni sforzo umano è inutile per sfuggire a questo destino superno di cui ogni vicenda umana è imbevuta. La sua vita è più un’attesa del ricongiungimento finale con l’ordine cosmico da cui è scaturito ‒ quindi l’attesa della morte ‒ che un gioioso reditus ad Patrem.

Don Fabrizio s’illuderà che le parole di Tancredi siano vere, ma davanti alle vicende del Paese unificato che riuscirà a osservare ‒ gli anni dal 1860 al 1880, densi di guerre anche intestine e in cui si consuma la subalternità del Meridione d’Italia ‒ dovrà ricredersi. Lo fa nel capitolo, a mio avviso il migliore ‒ ma della stessa opinione è anche lo scrittor e critico letterario Pietro Citati (cfr. Fabrizio Salina principe e gigante, in la Repubblica, 30-11-1995) ‒, forse non a caso assente dalla accurata trasposizione cinematografica di Luchino Visconti di Modrone (1906-1976) del 1963, che descrive la sua morte. Quando, negli ultimi istanti di vita, riflette sul proprio passato, sull’imminente dissipazione del patrimonio, ma specialmente sul destino dei figli e dei nipoti, troppo diversi come stile e come levatura da quello dei suoi tempi, quando i Salina, fregiati del gattopardo, erano veramente delle figure gigantesche, ancorché duttili sotto le tante ondate di dominazioni assortite subite dall’Isola. Egli constata di essere stato davvero l’“ultimo gattopardo”, l’ultimo che ha messo al primo posto la tradizione, l’onore del casato, la fedeltà al re e alla santa religione cristiana. Aveva detto all’esterrefatto e mite funzionario piemontese inviato fino a Donnafugata a offrirgli, quasi implorandolo, la carica di senatore del nascente Regno d’Italia: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra» (p. 168). E, riandando con la memoria, nel silenzio della pre-agonia che lo priva di voce, ai ricordi più significativi della sua esistenza, rammenta che «Lui stesso aveva detto che i Salina sarebbero sempre rimasti i Salina. Aveva avuto torto. L’ultimo era lui. Quel Garibaldi, quel barbuto Vulcano, aveva dopo tutto vinto» (p. 221).

La lettura del romanzo in chiave camaleontica-trasformistica o fatalistica, che lo riduce alla denuncia di un vizio atavico delle classi dirigenti meridionali, va dunque smentita. Il nuovo regime è davvero un cambiamento radicale che, nella prospettiva finale del principe, ha portato con sé un drammatico e irreversibile impoverimento della qualità della vita, ancorché temperata dal precario mantenimento di status della sua classe.

Se al romanzo è sottesa una ricostruzione storica notevole, accompagnata da un’analisi d’intonazione sociologica, ancorché raffinatamente gramsciana ‒ che si ritrova certamente accentuata nella versione filmica ‒, sull’avvicendamento tra feudalesimo e borghesia nel ruolo di oppressore delle classi subalterne, esso rivela in realtà in filigrana un non so che di nostalgico per il mondo “dei gattopardi”, per una condizione storica dove non contano soltanto il nudo potere, l’arricchimento, l’ambizione o, quanto meno, tutti questi elementi non visti in chiave puramente materiale e naturalistica.

Come accennato, il romanzo è anche un grande saggio di psicologia letteraria, di penetrazione estetica dell’enigmatico carattere siciliano, dai paesaggi, ai temperamenti, alle usanze, persino alla cucina: quel carattere che un pervicace filone letterario ‒ non alludo certo allo scrittore Vitaliano Brancati (1907-1954), ma a quei romanzi popolari emblematizzati da Il Padrino di Mario Puzo (1920-1999) o dalle vicende poliziesche del commissario Montalbano ‒ e tanta filmografia popolare ‒ dalle vette del Pietro Germi (1914-1974) di Divorzio all’italiana (1961) e Sedotta e abbandonata (1964) alle sentine di un Franco Franchi (1928-1992) e “Ciccio” Ingrassia (1922-2003) o di un Lando Buzzanca ‒ ha contribuito in gran parte a deformare e a rendere grottesco. Magistrali sono le descrizioni ‒ fatte di poche sapienti pennellate ‒ degli affreschi paganeggianti delle case del principe, dei lussureggianti e molli giardini delle residenze, della terribile insolazione dei paesaggi dell’interno e del terrificante riverbero del sole sul mare palermitano di luglio, dello sfarzo del ballo a casa Ponteleone del 1862. Ma anche quelle degli svariati tipi umani che popolano la vita del principe, dall’astuto e cinico sindaco di Donnafugata ‒ e futuro sgradevole congiunto del principe ‒, don Sedàra, all’onesto e povero guardacaccia legittimista Ciccio Tumeo, dalla bellissima e astuta Angelica allo charmant, ma talora esitante e spesso opportunista Tancredi, e a tante altre figure minori.

La narrazione si rivela intrisa da un profondo senso, non di cinismo come si vorrebbe, ma di disincanto e di disillusione sulla natura e sui desideri dei suoi contemporanei, sulla Sicilia, sul “nuovo che avanza”, sulla classe nobiliare, sulla sua famiglia e su stesso, che spesso sconfina nello scetticismo e nel pessimismo.

Anzi, forse il vero Leitmotiv della storia di don Fabrizio è la costante presenza, all’esaurirsi della gioventù, dell’idea della morte: essa apre il romanzo, con la scoperta del cadavere del giovane soldato borbonico ucciso nei pressi della villa Salina e torna di continuo nelle riflessioni amare che Tomasi mette in bocca al principe al momento del ballo, quando la gioia per il fidanzamento di Tancredi e Angelica dovrebbe essere somma, e che fanno esclamare a Tancredi che lo sorprende mentre osserva il quadro La morte del giusto nella biblioteca del padrone di casa: «Zione, sei una bellezza stasera. […] Ma cosa stai guardando? Corteggi la morte?» (p. 203). La quale rivela finalmente il proprio volto, un volto peraltro gradevole, quello di una giovane donna in elegante abito da viaggio dell’epoca, negli ultimi istanti di vita del nobile palermitano. In questo, Tomasi, pur pienamente novecentesco, rivela ancora qualche aggancio con quella corrente del decadentismo letterario che aveva dominato la seconda metà del secolo precedente.

Infine, l’autobiografia. Don Fabrizio, principe di Salina, un’isola delle Eolie, duca di Querceta, marchese di Donnafugata, è in realtà Giulio Fabrizio Tomasi (1813-1885), principe di Lampedusa e duca di Palma ‒ luogo nel quale il regista Visconti girerà molte delle sequenze del film ‒, Grande di Spagna e Pari del Regno, bisnonno dell’autore, della cui storia non si sa molto. Infatti, parte delle carte di famiglia e della biblioteca, dopo la vendita dell’enorme palazzo di Santa Margherita del Belice (Agrigento) ‒ quello dalle “mille stanze” dove s’inseguono, innamorati e impazienti di unirsi, Tancredi e Angelica neo-fidanzati ‒, conservate a Villa Lampedusa fuori Palermo, hanno subito il disastroso bombardamento alleato dell’aprile del 1943 su Palermo. Anch’egli, come don Fabrizio, è figlio di un siciliano e di una nobildonna tedesca, che dona al figlio il “pelo” biondo, l’alta statura e gli occhi azzurrissimi. Ed è anche astronomo dilettante, ancorché con non pochi riconoscimenti internazionali. Ma le similitudini finiscono qui: don Fabrizio, con tutte le sue contorsioni psicologiche, è un personaggio notevolmente “inventato” dal romanziere, spesso con tratti fisionomici e caratteriali diametralmente opposti ai propri.

In conclusione, leggere Il gattopardo non solo è piacevole ma fa anche bene: fa bene per capire la storia di un momento gravido di conseguenze per la Sicilia e per l’autobiografia della nazione, per leggere pagine di una prosa italiana che oggi è probabilmente estinta, per cogliere infine, con una “guida autorizzata”, l’essenza più recondita dello spirito di sicilianità. Chi scrive non è siciliano e non è sicuro che i giudizi veicolati dalle pagine di Tomasi di Lampedusa siano da tutti condivisibili e alcuni paiono francamente un po’ troppo cliché o eccessivi nella loro corrosività. Auspica però che almeno costituiscano base di discussione per un necessario riequilibrio identitario, nazionale e isolano, che non trova sbocchi, se non peggiorativi, negli attuali assetti politici nazionali e locali.

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Autore

 Oscar Sanguinetti

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