Esistenza e natura del peccato collettivo

Alleanza Cattolica 32 anni fa
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Victorino Rodriguez y Rodriguez O. P.Quaderni di Cristianità, anno I, n. 1, primavera 1985

 

Lo studio è già comparso in Verbo, anno XXIII, n. 223-224, marzo-aprile 1984, pp. 337-356, con il titolo Pecado colectivo. Existencia y naturaleza, e poi raccolto in Victorino Rodriguez y Rodriguez O. P., Temas-clave de humanismo cristiano, Speiro, Madrid 1984, pp. 171-189. Arricchito per questa nuova edizione della parte VI, è tradotto dallo spagnolo da Giovanni Cantoni.

 

Esistenza e natura del peccato collettivo

 

I. Primo accostamento al tema

Chi si accosti con intenzione di ricerca alla problematica del peccato morale o colpa, incontrerà immediatamente una tale diversità di termini, di concetti e di posizioni che tutta la flessibilità analogica del linguaggio gli riuscirà eccessivamente rigida per muoversi con facilità in questo intricato settore della morale. Che cosa sono, in che cosa si assomigliano e in che cosa differiscono il peccato attuale e il peccato abituale, il peccato mortale e il peccato veniale, il peccato originale e il peccato personale, il peccato individuale e il peccato collettivo, l’azione peccaminosa e l’abito di peccato o vizio, il peccato etico e il peccato teologico?

Non penso di trattare a fondo ed estesamente tutta la teologia del peccato; voglio prestare particolare attenzione al peccato collettivo, a cui si è soliti fare allusioni con frequenza in questi ultimi anni, e la cui definizione e imputabilità riescono difficili. Ultimamente se ne è occupato il VI Sinodo dei Vescovi, tenuto a Roma nell’ottobre del 1983. La difficoltà nasce dal fatto che nel peccato collettivo o sociale il fattore libertà personale sembra diluirsi nella società. Difficoltà simile, e ancora maggiore, presenta la teologia del peccato originale originato oppure ereditario, che alcuni vogliono identificare con il peccato collettivo.

II. Esiste realmente il peccato collettivo?

Nella letteratura veterotestamentaria non solo esiste il peccato collettivo del popolo di Israele, ma e anche presentato in primo piano, ancora più condannato e punito del peccato individuale. Sodoma e Gomorra sono state punite comunitariamente a causa della loro malvagità collettiva, senza che Dio trovasse dieci giusti che placassero la giustizia divina, come viene narrato nella Genesi (1).

Il profeta Isaia inizia i suoi vaticini con questi tremendi ammonimenti: «Udite, cieli, ascolta, terra, /perché il Signore dice: /“Ho allevato e fatto crescere figli, /ma essi si sono ribellati contro di me. /[…] /Guai, gente peccatrice, /popolo carico di iniquità! /Razza di scellerati, /Figli corrotti! Hanno abbandonato il Signore, /hanno disprezzato il Santo di Israele, /si sono voltati indietro; /[…] Se il Signore degli eserciti /non ci avesse lasciato un resto. /Già saremmo come Sodoma, /[…]; /ascoltate la dottrina del nostro Dio, /popolo di Gomorra! /[…] Lavatevi, purificatevi, /togliete dalla mia vista /il male delle vostre azioni /[…]”» (2).

Il profeta Baruc confessa che «il Signore nostro Dio […] abbiamo offeso e fino a oggi il suo sdegno e la sua ira non si sono allontanati da noi […], perché abbiamo offeso il Signore, gli abbiamo disubbidito, non abbiamo ascoltato la voce del Signore nostro Dio per camminare secondo i decreti che il Signore ci aveva messo dinanzi» (3).

Peccato collettivo e sanzione comunitaria riflettono anche le parole di Cristo: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco: la vostra casa vi sarà lasciata deserta!» (4). Solidarietà nel peccato ha espresso il popolo nella condanna di Gesù: «E tutto il popolo rispose: “Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli”» (5).

Notevole è anche il riferimento di san Paolo al peccato collettivo della gentilità: «E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balia di una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia» (6).

Ciononostante, il peccato individuale o personale, cominciando da quello di Eva, è in opera ed è giustamente oggetto di recriminazione in tutto l’Antico Testamento: «In quei giorni — annunciava Geremia — non si dira più: i padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati! Ma ognuno morirà per la sua propria iniquità» (7). E il profeta Ezechiele: «Colui che ha peccato e non altri deve morire; il figlio non sconta l’iniquità del padre, né il padre l’iniquità del figlio. Al giusto sarà accreditata la sua giustizia e al malvagio la sua malvagità» (8). La responsabilità del peccato individuale è stata assai più sottolineata nel Nuovo Testamento, toccando in modo molto particolare la vita personale interiore: «Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza.» (9).

Riassumendo questo punto di vista biblico, dirò con Massimiliano Garcia Cordero O. P.: «La stessa giustizia divina — principale attributo di Dio nella mentalità semitica […] — è concepita all’interno del marchio della responsabilità collettiva, basata sul principio della solidarietà della comunità nazionale […].

«Nonostante questo forte sentimento di solidarietà nel bene e nel male, così profondamente radicato nella coscienza israelitica prima dell’esilio babilonese, non possiamo affermare che si annienti completamente la personalità dell’individuo […]. I profeti Geremia ed Ezechiele hanno cercato di orientare le coscienze in un senso più personale. Si sviluppa il senso della responsabilità individuale» (10).

Nel Magistero ecclesiastico si trovano allusioni più o meno esplicite al peccato collettivo, senza grandi preoccupazioni per la sua specificità. «L’uomo, infatti, per la sua intima natura è un essere sociale, e senza i rapporti con gli altri non può vivere né esplicare le sue doti» (11): «[…] tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male» (12); «Ma se le persone umane, da tale vita sociale molto ricevono per assolvere alla propria vocazione, anche religiosa, non si può tuttavia negare che gli uomini dal contesto sociale nel quale vivono e, fin dall’infanzia, sono immersi, spesso sono sviati dal bene e spinti al male. È certo che i perturbamenti, così frequenti nell’ordine sociale, provengono in parte dalla tensione che sorge dalle strutture economiche, politiche e sociali. Ma più profondamente nascono dalla superbia e dall’egoismo umano, che pervertono anche l’ambiente sociale. Là dove l’ordine delle cose è turbato dalle conseguenze del peccato, l’uomo, dalla nascita incline al male, trova nuovi incitamenti al peccato» (13); «Di qui l’estrema urgente necessità di una rinnovata educazione degli animi e di un nuovo orientamento nell’opinione pubblica. […].

«L’edificazione della pace esige prima di tutto che […] si eliminino le cause di discordia tra gli uomini che fomentano le guerre. […] I medesimi mali si riscontrano nei rapporti tra le nazioni. Quindi per vincere e per prevenire questi mali, per reprimere l’abuso della violenza, è assolutamente necessario che le istituzioni internazionali vadano maggiormente d’accordo, che siano coordinate in modo più sicuro e che, senza stancarsi, si stimoli la creazione di organismi idonei a promuovere la pace» (14).

Posteriormente, nelle premesse al rito della penitenza, pubblicato nel 1973 dalla Sacra Congregazione per il Culto Divino, si ricordano il peccato individuale e quello solidale o collettivo: «Il peccato è offesa fatta a Dio e rottura dell’amicizia con lui; scopo quindi della penitenza è essenzialmente quello di riaccendere in noi l’amore di Dio e di riportarci pienamente a lui. […] Non di rado, anzi, gli uomini si collegano nel commettere ingiustizia: è giusto quindi che siano solidali anche nel far penitenza; liberati così dal peccato per la grazia di Cristo, potranno essere nel mondo, insieme con tutti gli uomini di buona volontà, operatori di giustizia e di pace» (15).

Da ultimo, Giovanni Paolo II, nel discorso di chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, avverte che «se si può e si deve parlare in senso analogico di peccato sociale, ed anche di “peccato strutturale” — giacché il peccato è propriamente un atto della persona — per noi, in quanto pastori e teologi nasce il problema seguente: quale penitenza e quale riconciliazione sociale debbano corrispondere a questo peccato “analogico”» (16).

A sua volta la esperienza ci mostra fatti e situazioni peccaminose di indubbie dimensioni sociali o collettive: guerre offensive di occupazione ingiustificabile, programmazione e realizzazione di sovvertimento sociale, campagna organizzata di ateismo e di immoralità. legislazione democratica contraria all’etica naturale, il permissivismo del disordine pubblico, la oppressione partitocratica o pseudodemocratica. Quale credente non qualificherebbe come gravissimo peccato collettivo una seduta parlamentare che approvasse la legge di aborto, o di eutanasia oppure di insegnamento antireligioso? E la legislazione conseguente non sarebbe un vizio strutturale o istituzionale? E la stessa perdita generalizzata del senso del peccato che denunciava Pio XII, non costituisce un tremendo peccato collettivo (17)?

III. Il problema della specificità del peccato collettivo

Quando parliamo di peccato «collettivo», di peccato «sociale», di peccato «strutturale», ci riferiamo non tanto al termine oppure all’effetto del peccato individuale che attenta contro l’ordine sociale o bene della collettività, ma al peccato attivo solidale, alla collaborazione nel male, sia che abbia come termine immediato un gruppo sociale, per esempio il genocidio, oppure una persona singola, per esempio la collaborazione a un omicidio.

Esiste realmente il peccato collettivo, specificamente distinto dal peccato individuale? Dal punto di vista speculativo il problema è arduo. Non faccio questione né dell’uso dei termini né del fatto della sua esistenza come è stata precedentemente registrata, ma della sua natura o specificità; specificità che non nasce dal suo oggetto materiale, comune al peccato individuale e al peccato collettivo, e neppure dal suo subiectum o facoltà — come si distinguono i peccati della ragione e quelli della volontà —, ma dal suo subiectum quod o supposito.

La società è un collettivo oppure una struttura soggetto formale di peccato? La società è soggetto colpevole? Una istituzione può essere formalmente peccaminosa? Si danno azioni sociali moralmente imputabili alla società? Non è forse vero che le azioni hanno come soggetto persone, actiones sunt suppositorum? Abbiamo visto come Giovanni Paolo II, parlando del «peccato sociale», abbia espressamente fatto notare che «il peccato è propriamente un atto della persona».

IV. Né personalismo solipsistico né collettivismo impersonale

È chiaro che le actiones sunt suppositorum (18), e che il peccato morale o colpa è un atto umano cattivo (19), cioè «un fatto, un detto o un desiderio contro la fede divina», come lo descriveva sant’Agostino (20), e che, di conseguenza, il peccato deve essere riferito e imputato primordialmente alla persona o supposito come a subiectum quod, davanti a Dio che è la persona offesa prima di tutte: «Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto», confessava Davide (21), avendo peccato contro Uria (22). E benché la realtà del peccato si verifichi in modi essenzialmente diversi, non univocamente, ma analogicamente, nell’atto peccaminoso o colpa e nell’abito di peccato o vizio, nel peccato mortale e nel peccato veniale, nel peccato «originato» o ereditario e nel peccato personale, nel peccato individuale e nel peccato collettivo, la nota di personalità, tanto da parte della persona che offende — l’uomo —, quanto da parte della persona offesa — Dio anzitutto —, deve essere sempre salvata. Si tratta di un atto umano cattivo (23) che è «una certa offesa a Dio, che esclude dalla vita eterna» (24). Anche il peccato originale originato, in cui sembra si salvi il minimo di libertà — e per questa ragione si è soliti distinguerlo dal peccato «personale» —, è peccato o macchia della persona: «Inest unicuique proprium», come definisce il Concilio di Trento (25).

Questo carattere personale di ogni peccato propriamente detto ha mosso o muove alcuni teologici a «privatizzare» del tutto il peccato e a negare la esistenza del peccato collettivo. La società non pecca; le istituzioni o strutture e le situazioni non sono formalmente peccaminose; il cosiddetto peccato collettivo non è altro che la raccolta o somma di peccati individuali o personali; le strutture e le situazioni non sono cattive in sé, ma effetti di peccati personali, che inducono, a loro volta, a peccati personali. Questa è la posizione che, in ultima analisi, aveva adottato padre José Sagüés S. J.: «Non si dà il peccato collettivo stretto, ossia un peccato nello stesso tempo peccato vero e diverso da quello personale e da quello originale […].

«Per la stessa ragione non lo si può chiamare neppure peccato analogico secondo il significato tecnico-filosofico proprio del termine, poiché indicherebbe un peccato propriamente tale, ed è proprio quanto abbiamo negato.

«E non vi è neppure la possibilità di imporre una pena a una persona per un peccato collettivo» (26). L’unica concessione che fa è questa: «Con tutto questo niente impedisce che la espressione equivoca di “peccato collettivo” venga usata in senso analogico, ma proprio o traslato, per indicare un peccato in sé personale, ma di indole sociale o comunitaria, per la sua intima connessione con influenze precedenti o coordinate oppure con ramificazioni susseguenti, quasi come frutto di un ambiente e nello stesso tempo propulsore di esso» (27).

Penso che la soluzione corretta non sia tanto semplice. È vero che il peccato collettivo coincide con il peccato individuale soltanto analogicamente, e che il massimo o primo termine della analogia tra i peccati è il peccato individuale — attuale — mortale. Ma pensare e dire che il peccato collettivo è peccato in senso analogico non equivale a dire che lo è in senso traslato oppure metaforico, cosi come sostiene padre Sagüés (28). Infatti, oltre alla analogia metaforica esiste la analogia di proporzionalità propria e quella di attribuzione intrinseca ed estrinseca. Non si può ridurre la analogia a metafora, né pensano a una metafora quanti parlano di peccato collettivo e non sfuggono il problema con una «espressione equivoca». Anche le associazioni vengono chiamate «persone morali» senza cadere nell’equivoco. Sarà persona la società? Ritorneremo sull’argomento.

L’altro estremo del problema consiste nel desacralizzare e nello spersonalizzare il peccato individuale, non ammettendo altri peccati che non siano quello sociale o collettivo oppure strutturale, di ambito intramondano. La mancanza di coscienza del peccato personale come offesa a Dio è stata insistentemente denunciata dagli ultimi Papi.

«Possiamo noi, ad esempio, escludere dalla nostra mentalità moderna il senso del peccato? Non possiamo, perché il peccato incide sul nostro rapporto con Dio. È una delle verità basilari della nostra concezione etico-religiosa: ogni nostra azione termina, positivamente o negativamente nell’ordine voluto da Dio a nostro riguardo. Ora la mentalità radicalmente laica del nostro tempo annulla la prima e più genetica responsabilità morale, negando o trascurando il riflesso delle nostre azioni allo sguardo di Dio, il riflesso negativo specialmente, cioè l’offesa fatta a Dio, che e il peccato» (29). Già Pio XII, nella enciclica Humani generis, dichiarava responsabile la «nuova teologia» del pervertimento della dottrina del peccato come offesa a Dio (30).

A esso ha fatto riferimento anche Giovanni Paolo II in diverse occasioni: «L’uomo contemporaneo sperimenta la minaccia di una impassibilità spirituale e persino della morte della coscienza: e questa morte è qualcosa di più profondo del peccato: è l’uccisione del senso del peccato. Tanti fattori concorrono oggi ad uccidere la coscienza negli uomini del nostro tempo, e ciò corrisponde a quella realtà, che Cristo ha chiamato “peccato contro lo Spirito Santo”» (31).

E con più articolazioni: «Tra i tanti mali, che affliggono il mondo contemporaneo, quello più preoccupante è costituito da un pauroso affievolimento del senso del male. Per alcuni la parola “peccalo” è diventata un’espressione vuota, dietro la quale non devono vedersi che meccanismi psicologici devianti, da ricondurre alla normalità mediante un opportuno trattamento terapeutico. Per altri il peccato si riduce all’ingiustizia sociale, frutto delle degenerazioni oppressive del “sistema” ed imputabile pertanto a coloro che contribuiscono alla sua conservazione. Per altri, ancora, il peccato è una realtà inevitabile, dovuta alle non vincibili inclinazioni della natura umana e non ascrivibile perciò al soggetto come personale responsabilità. Vi sono, infine, coloro che, pur ammettendo un genuino concetto di peccato, interpretano in modo arbitrario la legge morale e, distaccandosi dalle indicazioni del Magistero della Chiesa, si allineano pedissequamente alla mentalità permissiva del costume corrente» (32).

E a Lourdes, il 14 agosto 1983: «Oggi è in parte scomparso il senso stesso del peccato, perché si perde il senso di Dio. Si è pensato di costruire un umanesimo senza Dio, e la fede rischia continuamente di apparire come una originalità di qualcuno, senza funzione necessaria per la salvezza di tutti. Le coscienze si sono oscurate, come al tempo del peccalo originale, e non distinguono più il bene a il male» (33).

Nella enciclica Redemptor hominis, riconoscendo espressamente il valore comunitario della penitenza — e implicitamente la esistenza del peccato collettivo —, mette ogni enfasi nel peccato individuale: «Negli ultimi anni si è fatto molto per mettere in evidenza in conformità, del resto, alla più antica tradizione della Chiesa — l’aspetto comunitario della penitenza e, soprattutto, del sacramento della Penitenza nella pratica della Chiesa. Queste iniziative sono utili e serviranno certamente ad arricchire la prassi penitenziale della Chiesa contemporanea. Non possiamo, però, dimenticare che la conversione è un atto interiore di una profondità particolare, in cui l’uomo non può essere sostituito dagli altri, non può farsi “rimpiazzare” dalla comunità» (34).

Nella bolla Aperite portas Redemptori, del 6 gennaio 1983, fa derivare questa perdita del senso teologico del peccato dalla perdita del senso di Dio: «Occorre riscoprire il senso del peccato e per giungere a ciò occorre riscoprire il senso di Dio! Il peccato è, infatti, un’offesa recata a Dio giusto e misericordioso, che richiede di essere convenientemente espiata in questa o nell’altra vita» (35).

Questo richiamare l’attenzione da parte del Magistero ecclesiastico sul carattere personale e teologico del peccato è motivata, inoltre, dalla esagerata accentuazione del senso comunitario, socio-politico e laico del peccato, in grande consonanza con la concezione filosofica che dell’uomo ha il socialismo. Secondo Karl Marx «non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza» (36). Non e l’uomo a peccare; pecca la società con le sue strutture ingiuste, che opprimono il popolo. Il «peccato del mondo» rimane ridotto alla ingiustizia sociale. In positivo, il vertice del bene comune è costituito dalle brame del popolo: il primo dogma politico è la democrazia. Ambientazione politica di questo peccato laico-sociologico è il socialismo liberale, come lo descrive Antonio Millán Puelles: «Chiaramente il socialismo liberale non è soltanto liberale ma anche, e naturalmente, socialistico. Ciò equivale a dire che concepisce la società, non le persone umane individuali, come quanto è primordiale e sostanziale. Perciò concepisce lo Stato come il primo agente e il primo responsabile della vita sociale» (37).

Su questa linea si muove la cosiddetta «teologia della liberazione» latinoamericana. «Che cosa è il peccato? — si chiede Juan Luis Segundo — Il contrario della grazia. Ognuno di questi concetti o sovrastrutture si definisce in ordine all’altro. La definizione, molto semplice e concreta, eccola qui: “grazia” è “unità popolare”; “peccato”, non collaborare con essa» (38).

Lottare contro il peccato significa distruggere le strutture che opprimono il popolo. Secondo Hugo Assmann, «a questo punto si impone il passaggio da una concezione individualistica del peccato a un’altra, sociale e strutturale» (39). Il peccato collettivo recriminato nell’Antico Testamento era, anzitutto, una ribellione teologica oppure una apostasia da Dio in una società teocratica. Il peccato collettivo della «teologia della liberazione» è un’altra cosa: «Secondo la teologia della liberazione, che tipo di peccato sono la perdita interna della fede, la apostasia totale consumata nell’intimo del cuore e conosciuta solamente dall’apostata e da Dio? Niente di questo genere può essere peccato dal momento che l’odio stesso nei confronti del prossimo che non condivide la opinione socialistica è proclamato un atto buono, salutare e anche necessario» (40). In questa teoria vi è posto soltanto per il peccato collettivo della ingiustizia sociale in chiave socialistica.

In questo contesto storico si comprendono bene le parole del cardinale Alfonso López Trujillo, presidente della Conferenza Episcopale Latino-Americana, la CELAM, in occasione del VI Sinodo dei Vescovi: «Il cosiddetto peccato sociale non può fare sì che il peccato personale sia oscurato o assunto come qualche cosa di secondario. Benché la conferenza di Puebla non abbia usato il termine, ha fatto riferimento in un certo senso al contenuto, sostenendo e valorizzando la responsabilità personale e mostrando le conseguenze sociali dello stesso. […] Se il termine peccato sociale si riconosce come legittimo, si noti che non si può tuttavia ridurre la sua grande importanza alla semplice dimensione della giustizia sociale. Comprende anche altre dimensioni. Anche l’erotismo e il permissivismo meriterebbero il nome di peccati sociali. Si dovrebbe anche metterlo in relazione con il cosiddetto peccato del mondo, come sarebbero la poligamia, la durezza di cuore. Non sembra corretto confondere semplicemente il peccato sociale e il peccato che alcuni chiamano strutturale. Questo dovrebbe essere messo molto di più in rapporto con le strutture o con quanto è istituzionale, come, per esempio, la educazione ateistica dei fanciulli, la legislazione abortistica, e così via» (41).

Questa concezione laica e collettivistica del peccato si fa sentire nella Chiesa universale, secondo la messa in guardia dei Papi. Nell’editoriale di Le Figaro Magazine, del 9 aprile 1983, Luis Pauwels faceva questo commento: «Per un cristiano è evidente che il senso del peccato è, propriamente parlando, il senso religioso; ma non oggi, se si deve credere alle pesanti statistiche, per i credenti inquieti in una Chiesa di Francia che tende a sostituire la confessione personale e la assoluzione con non so quale riunione di gruppo nel quale il problema è vivere meglio tutti insieme nel mondo sotto lo sguardo di un Dio comunitario, dal momento che Dio sembra avere smesso di prendere in considerazione gli individui. La perdita del senso del peccato individuale è la conseguenza di una religione che si perde socializzandosi» (42).

Concludendo ormai questa vasta parte diciamo, dunque, che il peccato è anzitutto personale o della persona, ma non della persona solitaria e che non comunica, ma solidale e che comunica: con Dio sempre; e con gli altri uomini normalmente. Ogni peccato è personale ed è teologico, e inoltre, in molti casi, è collettivo. Né solipsismo né collettivismo.

Giovanni Paolo II lo indicava con queste parole rivolte al Signore Gesù: «[…] con tutta la tradizione della tua Chiesa crediamo che il peccato è personale, nel senso che compromette la tua crescita in noi. Crediamo anche che è sociale, nel senso che, infiltrandosi nelle diverse responsabilità che tu hai affidalo al tuo popolo, nelle comunità ecclesiali, nella società, il peccato blocca la espansione della tua vita in mezzo ai nostri fratelli uomini e ferisce il tuo Corpo mistico che è la Chiesa» (43).

«È una cosa giusta che oggi si faccia più attenzione alla dimensione sociale del peccato. Ma sarebbe pericoloso se il concetto del “peccato collettivo” dovesse offuscare la responsabilità morale propria e personale di ciascuno di noi» (44).

V. I gradi della personalità e la complessità del peccato

Se ogni peccato è della persona e alcuni sono realmente e veramente peccati collettivi, in che senso la società e persona o la persona incide sulla società, perché si possa parlare di una azione sociale oppure di una struttura sociale formalmente e intrinsecamente peccaminose e responsabilmente punibili? Sono salvabili coerentemente questi estremi?

All’inizio ho alluso al carattere analogico del peccato, facendo riferimento concretamente al peccato individuale e collettivo. Questo estremo dobbiamo coniugarlo con il carattere ugualmente analogico della persona nei suoi diversi gradi di realizzazione. Confrontiamo allora un soggetto analogo, la persona sociale, e un predicato analogo, il peccato collettivo. Da ciò la complessità del tema e l’ampliamento delle vie d’accesso al tema stesso.

a. Gli strati della persona

Quando diciamo che il peccato è della persona, posto che actiones sunt suppositorum, indichiamo il subiectum «quod», che è la persona nella sua consistenza ontica, espressa nella definizione classica di Boezio: «sostanza individuale di natura razionale» (45). Ebbene, affermando che il peccato nasce dalla persona ed è della persona, che la degrada, la infanga oppure la vizia, non si deve pensare che la persona peccatrice sia corrotta oppure che si corrompa intrinsecamente nella sua sostanzialità, come supponeva Martin Lutero, fino ad arrivare a pensare che «peccatum est de essentia hominis» (46).

Il peccato, come la moralità in generale, è un accidente o qualità avventizia che colpisce realmente e intrinsecamente la persona attraverso le sue facoltà libere e responsabili con le quali — quibus — si realizza, senza alterare la sua condizione ontica. Il giusto che pecca, anche “mortalmente”, non perde la sua individualità personale, per recuperarla con la giustificazione. Né il peccato né l’azione in genere costituiscono la persona, benché appartengano alla persona. Lo costituiscono ancora meno le relazioni — predicamentali —, fondate nella azione, «perché anche se la relazione entra nel significato della persona divina, non entra nel significato della persona angelica oppure umana» (47).

Soggetto più immediato — subiectum «quo» — tanto del peccato attuale o colpa come dell’abito di peccato o vizio, sono le facoltà libere dell’uomo, volontà, ragione, appetito, con le quali — «quibus» — pecca formalmente. Neppure le facoltà umane si corrompono oppure vengono meno per il fatto di peccare, benché diminuisca la loro disponibilità naturale per la verità e per il bene e perdano la supercapacità di grazia. Ebbene, queste facoltà così personali, nei cui atti si rivela, si dignifica oppure si degrada la persona, realmente distinta da esse, sono esposte a una infinità di realizzazioni peccaminose specificamente diverse: valutazioni scorrette o falsa coscienza, amori illeciti, desideri egoistici, odi mortali, e cosi via. In questo modo si “analogizza” il soggetto immediato del peccato e si “analogizza” il peccato stesso.

Questa mediazione delle facoltà libere dell’uomo nella realizzazione morale della persona, dignificandola oppure degradandola, è stata molto felicemente sottolineata da Giovanni Paolo II: «Mediante il suo agire libero, la persona umana esprime se stessa e, nello stesso tempo, realizza se stessa. La fede della Chiesa, fondata sulla divina Rivelazione, ci insegna che ciascuno di noi sarà giudicato secondo le sue opere. Si noti: è la nostra persona che sarà giudicata in base alle sue opere. Da ciò si comprende che nelle nostre opere è la persona che si esprime, si realizza e, per così dire, si plasma. Ciascuno è responsabile non solo delle sue azioni libere, ma mediante tali azioni, diviene responsabile di se stesso.

«[…] la persona umana non è padrona assoluta di se stessa. Essa è creata da Dio. Il suo essere è un dono: ciò che essa è e il suo esserci stesso sono dono di Dio. […] Ricevendosi continuamente dalle mani creatrici di Dio l’uomo è responsabile davanti a Lui di ciò che compie. Quando l’atto compiuto liberamente è conforme all’essere della persona, è buono. È necessario sottolineare questo fondamentale rapporto fra l’atto compiuto dalla persona e la persona che lo compie.

«[…] la vera e più profonda alienazione dell’uomo consiste nell’azione moralmente cattiva: in questa, la persona non perde ciò che ha, ma perde ciò che è, perde, cioè, se stessa. “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde se stesso?” ci dice il Signore. L’unico vero male, interamente male, per la persona umana è il male morale (48).

La realizzazione del bene e del male morale, dunque, benché non costituisca la persona nella sua struttura ontica e neppure nelle sue facoltà naturali, dal momento che tutto questo è dono ricevuto da Dio già costituito, è della persona e la qualifica definitivamente o assolutamente nel suo essere morale, per cui si verifica il bene e il male umano definitivo, sopra o al di là dell’essere sostantivo, secondo la nota distinzione di san Tommaso: «Così dunque, per il primo essere, che è quello sostanziale, si dice che qualcosa è assolutamente (simpliciter) e che è buono relativamente (secundum quid), cioè in quanto è essere: ma per l’atto ultimo si dice che qualcosa è relativamente e che è buono assolutamente» (49); «il bene morale è in qualche modo bene maggiore del bene naturale, in quanto è atto e perfezione del bene naturale, benché in qualche modo il bene naturale sia maggiore, come è maggiore la sostanza rispetto all’accidente» (50).

Sappiamo già che il peccato è della persona o individuo umano e si realizza attraverso e nelle facoltà libere dell’uomo, nelle quali acquista una grande diversità analogica. Ammette maggiori ampliamenti l’agente e soggetto personale verso la società da cui può darsi il peccato collettivo? In altri termini, la solidarietà delle persone costituisce un soggetto personale diverso, di modo che il peccato di collaborazione sia diverso dalla somma dei peccati individuali delle persone solidali?

Nella realizzazione del bene, soprattutto nell’ordine della grazia, è più percettibile questa solidarietà con vitale intercomunicazione nel corpo mistico, su cui ha insistito tanto san Paolo (51): ma anche nell’ordine meno vitale e più disgregatore del peccato e del vizio è comprovabile in ragione della solidarietà degli uomini.

Non si tratta di ipostatizzare oppure di personificare la società in sé. No, la società e le società sono unità accidentali di ordine, non unità sostanziali o ipostatiche. Sono costituite da persone relazionate da interferenze di azioni. La relazione non costituisce la persona umana (52), ma costituisce la società. Il fatto che la persona si riconosca in modo assolutamente speciale attraverso la sua intercomunicazione e la sua vita sociale non deve costituire occasione per identificarla ontologicamente con la relazione sociale. Sarebbe ridurre l’essere al conoscere, la sostanza all’accidente.

Nel presupposto che la società è costituita da persone dinamicamente relazionate tra loro si deve distinguere realmente in esse l’azione propria e individuale e l’azione comune, solidale, che è di tutti e di ciascuno in congiunzione di responsabilità. Chi opera allora sono i suppositi o persone individuali, non il semplice rapporto sociale, ma corresponsabilizzati nell’azione comune.

San Tommaso, per dimostrare che l’etica individuale differisce specificamente dall’etica sociale, avanza questa considerazione. «Bisogna sapere che questo tutto che è la moltitudine civile o la famiglia domestica ha solamente unità di ordine, perciò non è qualcosa di assolutamente uno. Perciò la parte di questo tutto può svolgere una operazione che non è la operazione del tutto, come il soldato in un esercito svolge una operazione che non è quella di tutto l’esercito. Tuttavia, lo stesso tutto svolge qualche operazione che non è specifica in nessuna delle parti, ma del tutto, come per esempio la battaglia è di tutto l’esercito, e la trazione della nave è opera di tutti quelli che la tirano» (53).

Questa azione del tutto sociale, distinta dalle azioni individuali, è impersonale? Nessuno è responsabile della battaglia vinta oppure perduta, della conduzione della nave dello Stato, della legislazione parlamentare giusta oppure ingiusta? Semplice somma di azioni individuali? Penso di no. In ogni caso la somma delle azioni individuali non produrrebbe una azione solidale specificamente diversa, secondo il principio per cui magis et minus non mutat speciem.

Questa incidenza del personale nel sociale ha la sua origine e ragione di essere nella natura sociale dell’uomo. La persona umana, socievole per natura, non può fare a meno di svolgere socialmente molte sue attività, specialmente quelle di ordine familiare, sociale e politico. Allora la persona opera come essere sociale, in solidarietà con altre persone, socialmente correlate con essa e corresponsabili della comune azione. La solitudine ontologica dell’individuo umano, in se indistinctum, ab aliis vero distinctum (54), si apre alla comunicazione con gli altri e alla corresponsabilità attraverso l’azione vincolante. L’azione sociale, quindi, non è una universalizzazione della azione individuale, universale in essendo, ma una universalizzazione di collaborazione, universale in causando. Questo non suppone né esige un collettivo ipostatico; bastano gli individui, ontologicamente distinti, coordinati nella vita sociale, nella quale assumono responsabilità specifiche.

Su questo presupposto si basa la dottrina tomistica, che è ormai quella del Magistero ecclesiastico, secondo cui la giustizia sociale o del bene comune è una giustizia specificamente diversa, in specie unica, rispetto alla giustizia individuale. Questa regola i rapporti di alterità tra individuo e individuo; quella regola le relazioni degli uomini come esseri sociali con la società. Così come l’etica individuale e l’etica sociale differiscono specificamente — come dicevo — nell’ordine della conoscenza, nell’ordine della giustizia, differiscono specificamente la giustizia individuale e la giustizia sociale; e nell’ordine del male differiscono specificamente il peccato individuale e il peccato collettivo.

Dicevo che l’uomo non può fare a meno di agire socialmente in molte delle sue attività; non in tutte. Non si può socializzare totalmente la vita dell’uomo, perché «l’uomo non si ordina alla comunità politica in tutto il suo essere e in tutte le sue cose», come avverte san Tommaso (55). Ciononostante, la convivenza sociale è indispensabile per la realizzazione della persona, come insegna il Concilio Vaticano II (56). Insiste sul punto Giovanni Paolo II: «Il conquistato senso di solidarietà con tutta l’umanità si concretizza anzitutto in una trama di rapporti, nei quali l’uomo primariamente è chiamato a vivere e ad esprimersi, recando ad essi il suo contributo e ricevendone, di rimando, un considerevole influsso sullo sviluppo della propria personalità. È nei diversi ambienti in cui si attua la sua crescita che l’uomo si educa a percepire il valore di appartenere ad un popolo, come condizione ineliminabile  per vivere le dimensioni del mondo.

«I binomi uomo-donna, persona-società e, più radicalmente, anima-corpo, sono le dimensioni costitutive dell’uomo» (57).

b. La persona sociale, agente e soggetto responsabile del peccato collettivo

Alla domanda che ci portiamo dietro se il peccato sociale o collettivo è della persona, credo che possiamo ormai rispondere: sì, analogicamente, riferendo la analogia tanto alla persona quanto al peccato. Non ipostatizzando la società, poiché la società non e un subsistens distinctum, né «societizzando» metafisicamente la persona, poiché persona dicitur ad se, non ad alterum, ma proiettando l’azione personale, libera e responsabile, sul corpo sociale nella sua doppia relazione di termine e di coprincipio agente. E neppure diluendo la malizia del peccato collettivo nell’anonimato della massa oppure in una unità astratta inesistente, ma dando a essa la specificità propria, distinta da quella del peccato semplicemente individuale, in tutte e ciascuna delle persone collaboranti, con le loro circostanze aggravanti — per esempio lo scandalo, la maggiore efficacia e la universalità — e attenuanti — generalmente minore riflessione personale, quando non si cerca la collaborazione proprio per eludere responsabilità giuridiche personali.

Quanto ai tipi di analogia vigenti in questa realtà tanto complessa costituita dal peccato collettivo, penso che si possano identificare tutti: quello di proporzionalità propria e di attribuzione intrinseca, che sono quelli che più si attagliano al caso nella nostra presentazione del problema; quello di attribuzione estrinseca e quello di proporzionalità metaforica. Non è questo il momento per addentrarci in ulteriori delucidazioni.

VI. Le motivazioni del peccato collettivo

Il peccato è anzitutto e fondamentalmente azione od omissione individuale contraria alle legge di Dio, nata nel cuore (58), che si proietta all’esterno e nella società, dove incontra stimolo e campo di espansione. Le motivazioni del cuore per trasgredire la legge di Dio sono quelle sintetizzate da san Giovanni nelle tre concupiscenze: «la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita» (59), nelle quali è solito introdursi il diavolo tentatore (60). Senza entrare in questa occasione in analisi più dettagliate delle motivazioni del peccato nella sua sfera individuale, passo a mettere a fuoco le motivazioni del peccato collettivo.

Giovanni Paolo II dedica una parte della esortazione apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia alla analisi delle cause della perdita del senso del peccato (61), che, come è stato detto, è uno dei grandi peccati collettivi del mondo moderno, come aveva già denunciato Pio XII: «Il maggiore peccato moderno è che gli uomini hanno cominciato a perdere il senso del peccato» (62); il maggiore dramma della società attuale consiste nell’«attenuare a tal punto il senso del peccato da coonestarlo» (63).

Come cause di questa perdita collettiva del senso del peccato, il Papa segnala le cinque seguenti:

a. il «secolarismo», o umanesimo senza Dio. Non si pecca contro Dio, ma, al massimo, contro l’uomo. Ricordiamo che già nel 1690 la Chiesa aveva condannato la teoria del «peccato filosofico», il quale, benché grave, non sarebbe mai mortale e non offenderebbe Dio (64). Si tratta di una riprovazione ripetuta da Pio XII nella enciclica Humani generis, del 1950 (65). È uno degli aspetti negativi dell’antropocentrismo moderno. Lo stesso Giovanni Paolo II nella bolla Aperite portas Redemptori (66) avvertiva che la perdita del senso di Dio porta con sé la perdita del senso del peccato;

b. la spersonalizzazione o socializzazione del peccato, che si diluisce nella società e nelle strutture sociali. Non si pecca soltanto e unicamente contro la società, ma pecca esclusivamente la società;

c. il relativismo storicistico e situazionistico, che svuota di valore etico gli atti personali in sé, staccati dal loro contesto storico-circostanziale;

d. valutazione legalistica oppure consensuale umana del peccato, senza prestare attenzione al dettame della coscienza individuale e alla responsabilità morale davanti a Dio;

e. un certo lassismo dottrinale di alcuni teologi e soggetti impegnati nella attività pastorale, le cui valutazioni calano nella opinione pubblica grazie al loro permissivismo e al loro agnosticismo teologico. Non cercano di formare le coscienze nella verità, ma preferiscono lasciare i fedeli nel dubbio della licenza, cioè nella libertà che è come «un velo per coprire la malizia», (67). Da essi è nata la teoria della «opzione fondamentale» come atteggiamento peccaminoso, oltre qualsiasi atto individuale grave, richiesta per il peccato mortale: il Papa ha espressamente riprovato questa posizione dottrinale (68).

Ci si deve finalmente chiedere se è più esatto parlare di peccato «sociale» oppure di peccato «collettivo». Le due denominazioni hanno libero corso nel Magistero ecclesiastico. Entrambe si riferiscono ad aspetti comunitari del peccato, che dipende dall’aspetto o momento precedente individuale. Penso che la espressione «peccato collettivo» traduca meglio la solidarietà attiva nel male, cioè la collaborazione nel peccato, mentre la espressione «peccato sociale» rifletta meglio il termine passivo del peccato contro la società e i suoi risultati permanenti di disordine comunitario.

VII. La pena del peccato collettivo

Esistono peccati collettivi specifici di enorme gravità. Prima ho fatto allusione, a mo’ di esempio, alla legislazione democratica dell’aborto, della eutanasia, dell’insegnamento antireligioso, alla aggressione collettiva, alla apostasia generalizzata, alla disumanizzazione del libertinismo. Nel caso di legalizzazione del peccato, del permissivismo ingiustificato oppure della depenalizzazione del delitto intollerabile, non vi è possibilità di sanzione penale giuridica. Ma la sanzione teologica, in questa vita o nell’altra, non ammette evasioni. Molte volte la stessa società si incarica di vendicare i peccati collettivi. In una certa occasione Davide confessò che avrebbe preferito cadere nelle mani di Dio piuttosto che in quelle degli uomini (69). In ogni caso, per castigare collettivamente gli uomini a Dio basta togliere loro la sua protezione provvidente, come si legge nella lettera ai Romani: «E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balia di una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia: pieni di invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E, pure conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa» (70).

Di fronte a questo testo è facile avvertire che il maggiore castigo o pena del peccato sta nel fatto che Dio permetta di cadere in una situazione collettiva di peccato. Questo è più penoso del flagello della epidemia, della inondazione, della calamità, della guerra e degli altri mali fisici con i quali Dio può castigare l’umanità peccatrice in questo mondo.

E nell’altra vita? Esiste anche il castigo collettivo? Da subito. L’inferno è, per definizione, un castigo collettivo: «Poi dirà a quelli posti alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» (71). E anche se non vi fosse castigo condiviso, vi sarebbe sanzione personale per il peccato collettivo di cui è personalmente responsabile ciascuno dei collaboratori.

Diciamo, infine, che la pena del peccato collettivo assunta volontariamente, in atteggiamento penitenziale virtuoso, sarà più completa e adeguata quando viene assunta pure collettivamente, e proprio questo e il senso delle celebrazioni comunitarie della Penitenza, come preparazione alla confessione e alla assoluzione sacramentale personale.

Victorino Rodriguez y Rodriguez O. P.

 

Note:

(1) Cfr. Gen. 18, 20 e 19, 25.

(2) Is. 1, 2, 4, 9-10 e 16.

(3) Bar. 1, 13 e 17-18.

(4) Mt. 23, 37-38.

(5) Ibid., 27, 25.

(6) Rom. 1, 28-29.

(7) Ger. 31, 29-30.

(8) Ez. 18, 20.

(9) Mc. 7, 20-22.

(10) Massimiliano Garcia Cordero O. P., Las dirversas clases de peccados en la Biblia, in La Ciencia Tomista, anno VL, tomo LXXXV, n. 267-268, luglio-dicembre 1958, pp. 407-409.

(11) Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, n. 12.

(12) Ibid., n. 13.

(13) Ibid., n. 25.

(14) Ibid., nn. 82 e 83.

(15) Sacra Congregazione per il Culto Divino, Introduzione al rito della Penitenza, del 2-12-1973, n. 5.

(16) Giovanni Paolo II, Discorso di chiusura della VI assemblea generale del Sinodo dei Vescovi, del 29-10-1983, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. VI, 2, pp. 906-907.

(17) Cfr. Pio XII, Radiomessaggio di chiusura del Congresso Catechistico Nazionale degli Stati Uniti, del 26-10-1946, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. VIII, p. 288.

(18) San Tommaso di Aquino, Summa theologiae, III, 7, 13.

(19) Ibid., I-II, 71, 6.

(20) Sant’Agostino, Contra Faustum, XXII, 27, ML. 42, 418.

(21) Sal. 51, 6.

(22) Cfr. 2 Sam. 11.

(23) Cfr. San Tommaso di Aquino, Summa theologiae, I-II, 71, 6.

(24) Ibid., I-II, 114, 2.

(25) Concilio di Trento, Ses. V, can. 3, DS 1513.

(26) José Sagüés S. J., Alcance de la expresion «pecado colectivo», in Estudios Eclesiásticos, vol. 36. n. 138, luglio-settembre 1961, p. 319.

(27) Ibid., p. 321.

(28) Ibid., p. 304.

(29) Paolo VI, Discorso alla udienza generale, dell’8-8-1973, in Insegnamenti di Paolo VI, vol.

XI, p. 774.

(30) Cfr. Pio XII, Enciclica Humani generis, del 12-8-1950, in DS 3891.

(31) Giovanni Paolo II, Discorso all’Angelus, dell’1-4-1979, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. II, 1, p. 765.

(32) Giovanni Paolo II, Omelia ai Vescovi italiani durante la celebrazione giubilare, del 14-4-1983, ibid., vol. VI, 1. pp. 946-947.

(33) Idem, Discorso a Lourdes, del 14-8-1983, ibid., vol. VI, 2, p. 198.

(34) Idem, Enciclica Redemptor hominis, del 4-3-1979, n. 20.

(35) Idem, Bolla Aperite portas Redemptori, del 6-1-1983, n. 8.

(36) Karl Marx, Per la critica dell’economia politica. Prefazione, trad. it., Editori Riuniti, 3a ed., 3a rist., Roma 1974, p. 5.

(37) Antonio Millán Puelles, Sobre el hombre y la sociedad, Rialp, Madrid 1976, p. 276.

(38) Juan Luis Segundo S. J., Las «élites» latinoamericanas: problemática humana y cristiana ante el cambio social, in AA. VV., Fe cristiana y cambio social en América Latina, Sigueme, Salamanca 1973, p. 209.

(39) Hugo Assman, Conciencia cristiana y situaciones extremas en el cambio social, ibid., p. 343.

(40) Armando Bandera O. P., La Iglesia ante el proceso de liberación, BAC, Madrid 1975, p. 256.

(41) Card Alfonso López Trujillo, Intervento al VI Sinodo dei Vescovi, del 3-10-1983, in L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 16-10-1983, p. 7.

(42) Le Figaro Magazine, 9-4-1983.

(43) Giovanni Paolo II, Discorso ai sacerdoti a Lourdes, del 15-8-1983, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. VI, 2, p. 215.

(44) Idem, Omelia alla messa per gli universitari e per gli uomini di cultura, del 15-12-1983, ibid., p. 1367.

(45) San Severino Boezio, De duabus naturis, c. 3, ML 64, 1343.

(46) Martin Lutero, In Gen., cap. 3.

(47) San Tommaso di Aquino, Summa theologiae, I, 29, 4 ad 4.

(48) Giovanni Paolo II, Omelia, del 20-7-1983, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. VI, 2, pp. 94-95.

(49) San Tommaso di Aquino, Summa theologiae, I, 5, 1 ad 1.

(50) Idem, De malo, 2, 2 ad 2.

(51) Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, n. 7.

(52) San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I, 29, 4 ad 4.

(53) Idem, I Ethicorum lect. 1, n. 5. Sulla natura relazionale della società e sulla insostanzialità o inconsistenza della relazione, cfr. Idem, Summa theologiae, I, 31, 1 ad 2; III, 4, 1 ad 4; De Pot., 8, 3 ad 7.

(54) Idem, Summa theologiae, I, 29, 4.

(55) Ibid., I-II, 21, 4 ad 3.

(56) Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, n. 25.

(57) Giovanni Paolo II, Discorso alla udienza generale, del 9-11-1983, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. VI, 2, p. 1021.

(58) Cfr. Mt. 15, 19.

(59) 1 Gv. 2, 16.

(60) Cfr. Mt. 4, 3-9.

(61) Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia, del 2-12-1984, n. 18.

(62) Pio XII, Radiomessaggio di chiusura del Congresso Catechistico Nazionale degli Stati uniti, cit.

(63) Idem, Discorso ai parroci e ai quaresimalisti di Roma, del 26-3-1950, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. XII, p. 14.

(64) Cfr. DS 2290.

(65) Cfr. Pio XII, Enciclica Humani generis, del 12-8-1950, in DS 3891.

(66) Cfr. Giovanni Paolo II, Bolla Aperite portas Redemptori, cit., n. 8.

(67) 1 Pt. 2, 16.

(68) Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia, cit., n. 18.

(69) Cfr. 2 Sam. 24, 14.

(70) Rom. 1, 28-32.

(71) Mt. 25, 41.

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