Georges Duby, Guglielmo il Maresciallo. L’avventura del cavaliere, Editori Laterza, Bari 1985, pp. 200, L. 22.000

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Marco Tangheroni 32 anni fa
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Marco Tangheroni, Quaderni di Cristianità, anno II, n. 4, primavera 1986

 

Georges Duby, Guglielmo il Maresciallo. L’avventura del cavaliere, Editori Laterza, Bari 1985, pp. 200, L. 22.000

 

Georges Duby — docente di storia sociale al Collège de France e forse il più noto, anche in Italia, fra gli storici francesi, nonché profondo conoscitore dell’età feudale — ha il merito e la volontà di farsi leggere, non perché si abbassi alla divulgazione nel senso deteriore del termine — cioè consistente nel rendere facili, semplici e superficiali realtà complesse, articolate e profonde —, ma perché possiede quella che dovrebbe essere — e sempre meno è — una capacità dello storico, l’arte di saper narrare con solidità di costruzione e con chiarezza di stile. Si tratta di una qualità che caratterizza tutta l’opera dello storico francese — le cui tesi e il cui tono sono da accostare, per altro, con vigile spirito critico —, qualità che appare anche in Guglielmo il Maresciallo. L’avventura del cavaliere, biografia di un cavaliere salito, grazie alle sue doti, da una modesta condizione sociale ai massimi vertici politici, dopo un’esistenza piena e intensa, nonché particolarmente lunga: una biografia che si fonda soprattutto su una vita di Guglielmo fatta scrivere, nello spirito di una chanson de geste e in forma di roman, dal figlio Guglielmo il Giovane, precisa nei dettagli come è stato comprovato dall’erudizione moderna.

È di particolare importanza quanto scrive Georges Duby nella Prefazione, presente soltanto nell’edizione italiana: «Dopo aver posto dei problemi, per non restarne prigioniero, mi è sembrato opportuno raggiungere per un’altra via la vita nella sua concretezza, accostarmi ad essa osservando, nel corso di un’esistenza e in una durata né troppo lunga né troppo breve, come si poneva il rapporto tra le azioni di un essere in carne e ossa, e le strutture che lo circondavano. Il mio tentativo si rannoda così al movimento generale che, da parecchi anni a questa parte, in Francia, porta gli storici d’avanguardia a non dedicare più tutta la loro attenzione alle strutture economiche, politiche o mentali, inducendoli a prendere di nuovo come oggetto di studio il fatto, l’individuo». Si tratta, infatti, del riconoscimento aperto della necessità del ritorno agli uomini e ai fatti di uno dei massimi esponenti di quella nouvelle histoire che, pur avendo avuto indubbi meriti nell’allargare il territorio dello storico — per riprendere un’espressione di Emmanuel Le Roy Ladurie —, rischiava di finire nel pantano di uno strutturalismo esasperato, autentica morte dell’uomo, sia in linea teoretica che nella pratica del mestiere di storico.

In quest’opera, dunque, attorno al racconto dell’esistenza di Guglielmo il Maresciallo Georges Duby ricostruisce un quadro della vita nella società feudale della Francia Settentrionale e dell’Inghilterra tra i secoli XII e XIII. Ma, con una sorta di montaggio cinematografico, egli prende le mosse dalla fine, dalla lunga agonia, vissuta esemplarmente e ritualmente sia dal protagonista morente che da quanti lo circondano: è il tema del primo capitolo, L’addio del cavaliere (pp. 3-31), il più bello e suggestivo, forse, di tutto il volume.

Siamo nel castello di Caversham, ove Guglielmo il Maresciallo si è fatto trasportare, sul Tamigi, da Londra, non appena i medici, all’inizio della Quaresima del 1219, hanno riconosciuto che la forte fibra dell’ottuagenario cavaliere, che ancora due anni prima si era battuto come un giovane, con i giovani, nella battaglia di Lincoln, non potrà superare il male. Gli illustri personaggi e la gran folla venuti per seguire la sua agonia si sistemano dall’altra parte del fiume, nel monastero reale di Reading e attorno a esso. Guglielmo è, d’altronde, il reggente d’Inghilterra e deve più di ogni altro morire ostentando nel senso letterale del termine.

Come spiega Georges Duby, «a quei tempi le belle morti sono delle feste; si svolgono come a teatro davanti a una quantità di spettatori, a tanti ascoltatori attenti a ogni atteggiamento, a ogni parola;

si aspetta che il moribondo dia la misura di ciò che vale, che parli, che agisca in conformità del proprio rango, che lasci un ultimo esempio di virtù a chi gli sopravviverà. A questo modo, ciascuno lasciando il mondo ha il dovere di aiutare un’ultima volta a rinforzare questa morale che tiene in piedi il corpo sociale, che determina il succedersi delle generazioni con la regolarità che piace a Dio» (p. 7). Si tratta di una concezione forse difficile da capire per noi, «che non sappiamo più che cosa sia la morte sontuosa, che nascondiamo la morte, che non ne facciamo parola, che la liquidiamo quanto prima è possibile come un evento imbarazzante; noi, per cui la buona morte deve essere solitaria, rapida, discreta» (ibidem). Ma proprio per questo ci può essere veramente utile, anche sul piano spirituale, seguire, nel racconto della morte del Maresciallo, «il rituale della morte antica, che non era una fuga, un furtivo uscire di scena, ma un approccio lento, dominato da regole; un preludio; il solenne trapasso da uno stato a un altro, superiore; un passaggio pubblico come le nozze; maestoso, come l’ingresso dei re nelle città fedeli. La morte che abbiamo perduto e di cui forse avvertiamo la mancanza» (pp. 7-8).

Si tratta, anzitutto, del progressivo liberarsi da ogni fardello, cominciando dal carico più oneroso, la tutela del giovane re, per poi passare ai beni privati e alla suddivisione dell’eredità tra i figli nel rispetto della tradizione dell’aristocrazia feudale inglese e della Francia Settentrionale. Si tratta anche, per Guglielmo, dell’adempimento di un voto fatto durante il suo soggiorno in Terrasanta molti anni prima, nel 1185, e cioè quello di morire templare, ricoperto dal mantello bianco con la croce rossa che ha fatto cucire nascostamente l’anno prima, emblema del nuovo stato che fa stendere sul suo corpo; e, coerentemente, poiché i templari, monaci guerrieri, non possono accostarsi a donna, è anche il momento del commovente addio alla moglie, la contessa che da trent’anni ha formato con lui una carne sola: «Mia bella amica, datemi un bacio; non lo farete mai più» (p. 19). Sono parole semplici, come quelle che pronuncerà dopo la ancor lunga agonia, al momento della morte: «Muoio. Vi metto nelle mani di Dio. Non posso restare più con voi. Non posso impedirmi di morire» (p. 26).

Mi sono soffermato su questo primo capitolo, da esso anche citando direttamente, per tentare di comunicare tono e stile dell’opera, ma non ho certamente esaurito la sua ricchezza; Infatti, avrei almeno dovuto indugiare sull’episodio umanissimo dell’improvviso desiderio di cantare, che il morente prova ma controlla — canteranno allora, per lui, le figlie — (pp. 20-21); o sulla distribuzione delle sue vesti, che egli fa tra gli uomini della sua casa — e qui affiora un certo contrasto tra l’etica cavalleresca, cui si mantiene fedele, e l’etica più strettamente clericale — (pp. 22-24); oppure sull’ultimo e pur importante spettacolo, quello dei suoi funerali (pp. 27-28).

Dirò ora brevemente degli altri capitoli. Il secondo, intitolato La fama del cavaliere (pp. 33-70), tratta in primo luogo della Histoire fatta scrivere dal figlio del Maresciallo — senza peraltro sostituire quella bibliografia che è inspiegabilmente assente nell’edizione italiana ed e comunque certamente inadeguata in quella francese (cfr. Guillaume le Maréchal ou le meilleur chevalier du monde, Fayard, Parigi 1984, pp. 187-190) —, per poi passare a esaminarne alcune caratteristiche come lo scarso rilievo dato dalla fonte alle donne, ciò che corrisponde alla tesi — anche altrove sostenuta da Georges Duby, ma discussa e discutibile — relativa al carattere quasi esclusivamente maschile del mondo cavalleresco.

Nel terzo capitolo (pp. 74-103) il racconto — come indica lo stesso titolo Formazione di un cadettto — riprende dall’inizio la vita del giovane cavaliere seguendone l’ascesa tra guerre e tornei. Il quarto (pp. 105-155) — Il gioco della guerra — narra le ulteriori vicende di Guglielmo fin verso i cinquant’anni: nonostante un breve periodo di disgrazia, dovuto alle calunnie di corte, egli arriva al vertice della fama, che un matrimonio di altissimo rango viene, non senza fasi avventurose, a consacrare anche sul piano materiale. Infatti, concedere in sposa una ricca ereditiera di vasti possessi era d’altra parte — come viene spiegato nel quinto capitolo, Strategia matrimoniale (pp. 157-192) — un modo per il sovrano di ricompensare i più valorosi tra i propri uomini e il comportamento di re Riccardo Cuor di Leone, ormai succeduto al padre Enrico II, rientra in un quadro di costumi politici propri della società feudale.

Guglielmo continua, forte di questa base patrimoniale, la sua ascesa, dovuta però soprattutto — in un periodo di lotte interne e internazionali assai dure — al suo valore militare e al suo straordinario senso della lealtà, un altro valore fondamentale della società feudale, sovente, però, di non facile osservanza. E l’ascesa culmina, alla morte di re Giovanni Senza Terra, con l’affidamento della tutela del giovane re Enrico e con la reggenza del regno d’Inghilterra, che occorreva salvare dall’offensiva francese. Ma il Maresciallo rimane sempre fondamentalmente un cavaliere, senza inebriarsi del successo: «secondo le regole dell’onore cavalleresco. Da semplice cavaliere» (p. 191). Da cadetto senza ricchezze era divenuto ricco e barone, e addirittura custode del re troppo giovane, senza avere titolo di sangue, ma grazie al solo fatto che era ritenuto il miglior cavaliere del mondo.

Di ciò è data autorevole testimonianza alla corte del re di Francia Filippo Augusto. Questi riceve la notizia della morte di Guglielmo il Maresciallo mentre sta cenando. Ha la delicatezza di far pranzare anche i signori meno altolocati e i giovani, tra i quali era pure il secondogenito di Guglielmo, Riccardo. Poi ha luogo questo dialogo, ad alta voce, seguito con attenzione da tutta la corte, tra il re e Guglielmo di Barres, considerato il più prode dei cavalieri di Francia. Dice a questi il re: «Avete sentito ciò che mi è stato detto? Che cosa, sire? In fede sono venuti a dirmi che il Maresciallo che fu tanto leale è stato seppellito. Quale Maresciallo? Quello d’Inghilterra. Guglielmo che fu prode e saggio. Ai nostri tempi, in nessun luogo, vi fu un cavaliere migliore o più esperto nel guerreggiare». E, di fronte al lieve stupore del re, Guglielmo di Barres ribadisce: «Dico, e ne prendo Dio a testimone, che mai in tutta la mia vita, ho visto qualcuno che fosse migliore di lui» (pp. 30-31).

Marco Tangheroni

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