Giacomo Biffi, La bella, la bestia e il cavaliere. Saggio di teologia inattuale

Recensione di don Piero Cantoni
Alleanza Cattolica 33 anni fa
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Pietro Cantoni,  Quaderni di Cristianità, anno I, n. 2, estate 1985

 

Giacomo Biffi, La bella, la bestia e il cavaliere. Saggio di teologia inattuale, Jaca Book, Milano 1984, pp. 144, L. 9.000

 

La lettura di un libro di teologia «moderna» — con il suo abituale corredo di inutile gergo, a cui pare proprio si addica il monito dellEcclesiastico (2 l, 18): «Scienza dell’insensato i discorsi incomprensibili» —, se fatta subito dopo un pasto abbondante e saporito, può avere spiacevoli conseguenze, come quella, per esempio, di un sonno pomeridiano inquieto e popolato da sogni drammatici.

Da una disavventura di questo genere prende spunto il cardinale Giacomo Biffi — la cui verve umoristica era già nota dai tempi de Il quinto evangelo (Àncora, Milano 1970) — per costruire una preziosa meditazione teologica, La bella, la bestia e il cavaliere. Saggio di teologia inattuale.

Anche quest’opera, come il più recente Rapporto sulla fede che ha come protagonista il cardinale Joseph Ratzinger (cfr. Vittorio Messori, Rapporto sulla fede. A colloquio con il cardinale Joseph Ratzinger, Edizioni Paoline, Torino 1985), si situa — come presa di posizione critica — nel contesto della crisi postconciliare. I vent’anni che ormai si conviene di chiamare «postconcilio» costituiscono — ha scritto lo stesso padre Bartolomeo Sorge S. J. (Cambio di direzione alla «Civiltà Cattolica», in La Civiltà Cattolica, anno 136, n. 3242, 20-7-1985, p. 106) — «un periodo concluso». È dunque tempo di bilancio e, se il bilancio si rivela complessivamente negativo, vi è bisogno di diagnosi e di terapia. Ed è infatti insieme una diagnosi e una terapia quella offerta nel libro dell’arcivescovo di Bologna.

Le crisi, infatti, mettono alla prova in modo particolare la virtù della speranza e questa prova prende la forma di due contrapposti «malanni»: «Il primo è la “presunzione, e si ha quando il credente, stanco di sentirsi perennemente arruolato, si convince che non cè bisogno di lotta, che la guerra col male non cè, che quaggiù tutto è pace, tranquillità, sorrisi e canzoni. Laltro è la “disperazione, e si ha quando non si ritiene che mette conto più di combattere e si pensa che non ci siano più argomenti persuasivi per continuare a opporsi alla prepotenza vincente» (p. 141).

La diagnosi passa attraverso l’identificazione degli «idoli» e degli slogan del postconcilio. Fra gli «idoli» vengono annoverati l’«antropolatrì, il culto smodato dell’uomo che dimentica il proprio fondamentale rapporto di dipendenza da Dio; la «cronolatria», per cui tutto ciò che è nuovo è buono in quanto nuovo; la «cosmolatria», la dimenticanza del «mondo» come entità malvagia di cui pure la Bibbia parla con tanta frequenza, e a questo proposito l’autore offre un eloquente catalogo di ventidue passi biblici che non è neppure esaustivo.

Circa il «mondo» nella sua accezione negativa si incontra questa chiara definizione: «È […] il complesso delle inclinazioni cattive che ci sono in tutti i cuori, non considerate però singolarmente, bensì in quanto sono eccitate, sorrette, coordinate in una specie di grottesca armonia e compaginate in una sorta di anti-Chiesa da quelloscuro dominio enigmaticamente esercitato da Satana sugli essere creati, di cui ci parla la Sacra Scrittura» (p. 88).

Dopo gli «idoli» vengono presi in esame gli slogan come «bisogna distinguere tra lerrore e lerrante», «bisogna guardare più a ciò che ci unisce che non a ciò che ci divide», «la Chiesa deve diventare credibile», «bisogna guardarsi dai profeti di sventure», «non bisogna essere manichei»: tutte proposizioni non prive di una loro validità, commenta sostanzialmente l’autore, ma falsissime e pericolosissime quando sono proposte senza le dovute distinzioni e avulse da un quadro teologico

corretto.

E manca proprio il quadro d’insieme!

La seconda parte dell’opera — preceduta da una efficace preparazione apologetica intitolata Accordando la chitarra (pp. 43-61) — intende quindi offrire come terapia la meditazione di un quadro, di un trittico: appunto la bella, la bestia e il cavaliere.

Si tratta di una meditazione, perché una crisi spirituale si risolve soltanto su un piano spirituale e non puramente intellettuale; ma di una meditazione teologica, perché solamente le convinzioni salde irrobustiscono la virtù. Il problema consiste nel ravvivare la speranza, meditando sul senso del male e sulla realtà della lotta in hac lacrimarum valle, rappresentati dalla bestia, perché la speranza cristiana non affondi nelle sabbie mobili di un ingiustificato ottimismo; sulla vittoria di Cristo, il cavaliere, perché non ci si spaventi di fronte alla esiguità delle nostre forze, consapevoli che la vittoria e certa ed è già in atto; sulla bellezza del disegno eterno di Dio, che si realizza nella vita della Chiesa, la bella, perché si trovi in essa motivo e gusto per spendere la propria vita.

Questo trittico domina tutto il volume e il titolo — come nelle opere ben costruite — non è assolutamente occasionale o vagamente significativo.

La bella, la bestia e il cavaliere sono introdotti attraverso l’artificio letterario del sogno, nel quale un’indigesta lettura pomeridiana fa piombare l’autore. Si tratta di un sogno molto movimentato: da

una parte una bella fanciulla, dall’altra uno spaventevole drago e in mezzo, per così dire, un cavaliere. Fuori campo, angosciato e impotente spettatore, l’autore stesso e con lui il lettore. Il cavaliere del sogno si rivela in definitiva un vigliacco, tormentato da dubbi che ne paralizzano l’azione, e il brusco risveglio risparmia una fine che non si prospetta assolutamente lieta … Il trittico si preciserà nei suoi contenuti nella parte teologica del saggio.

Già l’evocazione della figura del cavaliere, con il suo abituale corteggio di personaggi, appare programmatica; ironica certamente nella forma — come, d’altra parte, quella di Miguel de Cervantes —, ma inequivocabilmente seria nel contenuto. Infatti essa riunisce in sé molti significati: è anzitutto una denuncia, perché il cavaliere del sogno rappresenta una autentica dimissione dal ruolo di cavaliere — e, in ultima analisi, da quello di uomo —, ma e anche un appello, quello appunto di non rifiutare tale ruolo. In fondo, però, tale figura si rivela essere soprattutto un modello, in grado di comunicare a chi lo vuole la forza di identificarsi sempre di più con Cristo Signore.

Lo stesso invito a ritrovare l’anima cavalleresca viene proposto, in altra forma, dall’appassionato appello che il filosofo polacco Stanislaw Grygiel lancia ai «fratelli» dell’Europa libera: «I fratelli si tradiscono lun laltro perché hanno dimenticato non solo il dono dellunità e della pace, ma anche la figura del cavaliere, così come ci è stata trasmessa dalla tradizione medievale. Il cavaliere difendeva i deboli, i perseguitati, gli emarginati. Lo spirito del cavaliere sparì nel calcolo economico-politico al quale è stata ridotta la politica e a cui viene, purtroppo, ridotta la cultura. Non ci sono personecavaliere, non ci sono nazioni-cavaliere.

«I cavalieri potevano anche sbagliare nelle loro decisioni scatenando per esempio guerre di religione o ideologiche, ma loro di una cosa erano almeno coscienti: che la pace non è un prodotto della scienza e della tecnologia del pensiero politico-economico, ma frutto dellamore dei valori, senza i quali la persona umana e intere nazioni muoiono. E per questi valori i cavalieri erano pronti a lottare e a morire.

«Sono convinto che senza i cavalieri (persone o nazioni) non ci sarà la pace, perché senza i cavalieri il bandito si sentirà sempre più impunito. Ma non ci saranno cavalieri se prima non appariranno i profeti a risvegliare chi dorme, e a volte anche in modo molto brusco» (Il poeta gridò: la pace vuole guerra universale, in Il Sabato, anno VIII, n. 31, 3/9-8-1985, p. 7).

Il trittico fornisce anche un criterio teologico per giudicare quelle realtà apparse nella Chiesa, che a molti sembrano le energie fresche di cui vi è bisogno per uscire dalla crisi, i cosiddetti «movimenti». Questo criterio vuole essere un complemento teologico alla nota della Conferenza Episcopale Italiana I criteri dl ecclesialità dei gruppi, movimenti, associazioni, che si situa su un piano prevalentemente giuridico. Questo criterio teologico si articola in tre note caratteristiche, che rimandano ai tre personaggi del trittico: «La prima è il sentimento acuto della distinzione tra il bene e il male, la consapevolezza che tra il bene e il male è in atto una lotta irriducibile e la persuasione che in questo scontro che è ancora in atto e lo sarà fino alla venuta del Signoreciascuno di noi è chiamato a combattere nelle forme e secondo le possibilità che di fatto gli sono date.

«La seconda è la convinzione che Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio crocifisso e risorto, è il Salvatore del mondo e non colui che deve essere salvato dal mondo. […].

«La terza è la percezione della bellezza della Chiesa e lammirato stupore per questo capolavoro dellamore del Padre; o almeno la certezza di fede che la Chiesa è la realtà più bella, più santa, più nobile che linfinita potenza di Dio di fatto ha ricavato dalla nostra terra polverosa e dalla nostra umanità disastrata» (pp. 39-41). Per chi ha una certa dimestichezza con gli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio viene naturale istituire un parallelo con tre momenti fondamentali della dialettica ignaziana: l’«appello del Re» (nn. 91-98), i «due stendardi» (nn. 136-147) e le «regole per sentire nella Chiesa» (nn. 352-370). Si tratta di una ulteriore conferma del valore teologico e spirituale di questi criteri.

Su un punto dell’opera mi permetto di avanzare una osservazione critica. Citando il teologo Inos Biffi, sembra che venga rifiutata non solo — e giustamente — la separazione tra il piano della natura e quello della grazia, cioè fra natura e soprannatura, ma anche la doverosa distinzione dei due piani: «Questa distinzione — si dice —, che per qualcuno arriva persino alla separazione, non e teologicamente accettabile e proponibile» (p. 34). Anche comprendendo e condividendo pienamente la preoccupazione soggiacente, tesa a evitare una considerazione dei due piani come realtà in se sussistenti e autosufficienti — errore non ipotetico, ma di cui abbiamo sotto gli occhi le rovinose conseguenze —, e pur prendendo atto del fatto che la stessa distinzione è affermata poche righe dopo (cfr. p. 35), pare auspicabile la massima chiarezza possibile su un punto così delicato, proprio per evitare il pericolo di quel fideismo di cui l’autore dimostra di essere assolutamente consapevole.

Tornando al protagonista, al cavaliere, ci si può chiedere qual è il segreto del suo slancio, la ragione profonda del suo spirito appunto «cavalleresco». I dubbi del cavaliere del sogno — che si direbbe affetto da «pensiero debole» — rimandano, per essere superati, alla «passione della verità». Si tratta di una passione indubbiamente pericolosa, ma anche tale da permettere all’uomo di vivere una vita conforme alla sua dignità: «Dire la verità sarà sempre scomodo per luomo; perciò la menzogna è il rifugio che deve rendergli facile la vita. In questo mondo esiste uno stretto legame tra verità e testimonianza, tra testimonianza e martirio. La verità, sostenuta coerentemente, è sempre pericolosa. Ma nella misura in cui l’uomo affronta la passione della verità, diventa uomo. Mentre nella misura in cui si arresta, si ritira nella sicurezza della menzogna, si perde: chi avrà trovato la sua vita la perderà: e chi lavrà perduta la troverà (cfr. Mt 10, 39). Solo il grano che muore darà frutto (cfr. Gv 12, 24s)» (Joseph Ratzinger, Battesimo, fede e appartenenza alla chiesa, in Communio, anno V, nuova serie, n. 27, maggio-giugno 1976, p. 28).

Pietro Cantoni

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