Giacomo Scanzi, Milano intransigente. I nobili Brambilla di Civesio dalla Restaurazione alla democrazia

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Marco Invernizzi 31 anni fa
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Marco Invernizzi, Quaderni di Cristianità, anno II, n. 5, estate-inverno 1986

 

Giacomo Scanzi, Milano intransigente. I nobili Brambilla di Civesio dalla Restaurazione alla democrazia, NED, Milano 1986, pp. 172, L. 10.000

 

Brambilla: non vi è forse cognome più comune per evocare un lombardo in genere e un milanese in specie. E Giacomo Scanzi, in Milano intransigente. I nobili Brambilla di Civesio dalla Restaurazione alla democrazia, narra appunto la vita ed espone le idee di due patrizi milanesi Brambilla, Giuseppe e Gaetano, padre e figlio, protagonisti di una storia «non comune» nel senso di non comunemente studiata e conosciuta, quella dell’«altra» Italia, l’Italia dei «vinti», l’Italia dei cattolici che, nel secolo scorso e all’inizio dell’attuale, «rifiuta di inserirsi nella scelta risorgimentale» (Presentazione, di Giorgio Rumi, p. 6). E di Giuseppe trattano ampiamente i primi tre capitoli — Il nobile Giuseppe Brambilla (pp. 21-35), Milano cattolica negli anni dell’indipendenza nazionale (pp. 36-87) e Il Movimento Cattolico Ambrosiano (pp. 88-129) —, mentre al figlio è dedicato il quarto capitolo — Un intransigente nell’Italia giolittiana: Gaetano Brambilla (1857-1927) (pp. 130-158) —, il tutto inquadrato da una Introduzione (pp. 7-20), da una Conclusione (pp. 159-163) e da un Indice dei nomi (pp. 165-168).

Giuseppe Brambilla nasce a Milano nel 1822 e muore nella sua casa di Inzago, in Brianza, il 24 aprile 1891. Educato prima dai barnabiti e poi dai gesuiti, prima a Monza e poi a Verona, trasferirà nella militanza nel Movimento Cattolico i frutti di «un’educazione alla presenza […] che si scontrerà con tanta parte del clero regolare e diocesano, educato in tutt’altro modo, avente come obiettivo un “modello di prete, visto prevalentemente come l’uomo dell’altare, l’operatore delle azioni sacre, il consacrato e quindi il separato dal mondo”» (p. 22). Dopo che si è laureato in giurisprudenza all’università di Pavia, gli avvenimenti drammatici del 1848 segnano «una profonda frattura nella sua vita», facendogli «tralasciare gli ozi che si confanno alla sua condizione» per legarlo «agli ideali di sempre, che diventano, però, sempre più chiaramente, progetto politico da affermare con la lotta nella società» (p. 24). «Ci vuole l’opera esterna, lottar, farsi vedere, manifestarsi coll’opere, combattere, l’opera, l’opera ci vuole, lo capite o no o nicodemi, o moderati, o conciliatori, o basta paternostri e basta?», scriverà nelle sue Memorie — anticipando una polemica di grande attualità, ma che è forse soltanto la fase presente di una querelle sempre à la page e destinata a sempre rinnovarsi — per spronare i cattolici a non servirsi del «primato del religioso» come di una «comoda scappatoia […] per rinchiudersi in sé stessi e lasciar che succeda quel che vuol succedere» (p. 27).

Nelle Memorie di Giuseppe Brambilla — alle quali Giacomo Scanzi attinge ampiamente —, «negli appunti sparsi, nelle annotazioni raccolte su frammenti di carta o a margine di articoli di giornale, la realtà viene fetta e interpretata continuamente, alla luce soprattutto della propria esperienza di fede, in secondo luogo del dettato magisteriale con cui ogni avvenimento viene posto a confronto e giudicato» (p. 40). E i commenti del nobile di Civesio permettono di cogliere il suo atteggiamento, e quello del mondo cattolico, di fronte alla Rivoluzione del 1848, alle Cinque Giornate di Milano, al ritiro degli imperiali dalla Lombardia e al loro ritorno dopo la disfatta dell’esercito del Regno di Sardegna a Custoza, il 25 luglio dello stesso anno.

Questa è l’origine delle Osservazioni e testimonianze che appoggiano le dette osservazioni sulla rivoluzione dell’obbrobrioso anno 1848 memorando, nelle quali il patrizio lombardo intende «studiare la rivoluzione, sia nei suoi riflessi sociali e culturali, sia, soprattutto, nei suoi riflessi religiosi e politici. Politica e religione sono affrontati così come elementi interagenti, profondamente legati», perché «la politica è […] anche una realtà strumentale alla diffusione e al radicamento della religione sulla terra, nello stato» (p. 49).

Il suo legittimismo lo porta a polemizzare con i «preti del ’48», accusati di «inveir contro i tedeschi, chiamar nemico il nostro padrone legittimo», e che mistificano e manipolano la «figura e funzione papale»: siamo infatti nel periodo in cui «i signori liberali vorrebbero farlo [Papa Pio IX] comparire ancor esso liberale» — e Giuseppe Brambilla denuncia l’operazione — «per servirsene per far le rivoluzioni» (pp. 46-47).

L’aspettativa di una sconfitta della Rivoluzione regge solamente durante i dieci anni del governo imperiale, in cui «si assiste ad un fiorire di iniziative» ecclesiali, alla nascita di «numerosi istituti religiosi» al ritorno di «Cappuccini, Gesuiti, Carmelitani Scalzi», «da tempo scomparsi» (p 55), ma la nuova disfatta austriaca del 1859, «per uno sbaglio sciocco di Giulai» (pp. 66), fa venir meno ogni seria speranza di restaurazione duratura.

Così, per i cattolici inizia una nuova stagione: «di fronte alla defezione dei re legittimi» — ai quali il nobile di Civesio rimprovera aspramente il non intervento soprattutto a difesa del Papa, scrivendo: «L’avete lasciato sacrificare? Tremate, tremate, tremate […] l’ira di Dio, giusto e tremendo, vi colga a farvela scontare assai cara sì iniqua condotta» (pp. 78-79) —, di fronte «alla certezza che nessuna rivincita dei sovrani spodestati dalla rivoluzione vi sarebbe stata, almeno a breve tempo, diviene necessario trovare vie diverse per la difesa dei valori tradizionali» (pp. 79-80). Ma queste vie tardano a essere identificate.

La mancata organizzazione dei cattolici legittimisti e l’assenza di una prospettiva politica fra i cattolici italiani in generale, favoriscono quell’atteggiamento quasi fatalistico» (p. 96), che si manifesta nel decennio fra il 1860 e la breccia di Porta Pia, e che Giuseppe Brambilla denuncia come grandemente nocivo per il Movimento Cattolico.

I cattolici italiani si danno una struttura organizzativa stabile e di respiro nazionale nel 1874, con l’Opera dei Congressi. Pur essendo fra i fondatori, il patrizio lombardo «non condivide pienamente la preoccupazione prevalentemente sociale dell’opera dei congressi. Egli è convinto che la strada da percorrere sia un’altra: una penetrazione capillare nei gangli del potere, cominciando, poiché ciò è permesso dal papa, dai comuni e dalle province» (p. 100).

Nella divisione fra «intransigenti» e «conservatori», che si manifesta nelle file dei cattolici milanesi, Giuseppe Brambilla si schiera fra i primi, ma continua a denunciare — dopo il non expedit, con cui Papa Pio IX interdice la partecipazione alle elezioni politiche dello Stato unitario — il pericolo che i cattolici italiani sottovalutino l’importanza dell’impegno politico, la cui proibizione riguarda il «sedere in parlamento e andare alle elezioni e fare opere che tendono alla conciliazione», ma non il «preservare il popolo dalle insidie e dagli errori, chiarire e difendere i diritti della Chiesa e di questa Sede Apostolica, allontanare i pericoli e diffondere coraggio nelle avversità, nelle quali opere vi può essere e certamente è compresa l’azione di una buona, sana, giusta, cristiana politica» (p. 110).

Negli ultimi anni della sua vita, Giuseppe Brambilla «pone al centro della propria riflessione i problemi procurati alla società italiana dal diffondersi del socialismo […] considerato figlio del liberalismo di cui porta alle estreme conseguenze i principi» (p.119): egli coglie dunque il carattere di processo del fenomeno rivoluzionario, identificando nel «socialismo l’ultimo tentativo massonico di attuare completamente la rivoluzione avviata nel 1848» (p. 120).

Giacomo Scanzi attribuisce al nobile di Civesio una «impostazione ancora esclusivamente morale e religiosa», che «non gli permette di superare vecchi schemi interpretativi e, quanto alla soluzione, non gli suggerisce altro che un ritorno totale della società a Cristo e alla Chiesa», mentre «sarà la Rerum Novarum a dare un impulso decisivo all’azione del cattolicesimo sociale, permettendo l’abbandono di anacronistiche, vecchie impostazioni, spronando i cattolici ad affrontare il socialismo sul suo stesso piano» (p. 123), ma questo rilievo non sembra fondato sui documenti del Magistero, di allora e di poi, dal momento che proprio nella Rerum Novarum Papa Leone XIII ricorda che la questione sociale — cioè quella su cui fa principalmente leva il socialismo — è anzitutto una questione morale, e auspica che la società ritorni a incarnare i principi della dottrina cristiana, riconoscendo i diritti della Chiesa (cfr. I documenti sociali della Chiesa. Da Pio IX a Giovanni Paolo II (1864-1982), a cura e con introduzioni di p. Raimondo Spiazzi o.p., Massimo, Milano 1983, nn. 13 e 22 b).

Quanto a Gaetano Brambilla, figlio di Giuseppe e anch’egli laureato in giurisprudenza all’università di Pavia, Giacomo Scanzi lo descrive militante fin da giovanissimo nel Movimento Cattolico, e da subito convinto che «non basta far conoscere quelle sole verità che sono strettamente di fede, ma anche quelle bisogna dimostrare che scaturiscono da una sana filosofia, che regolano il buon governo della famiglia, della civile società, che riguardano i doveri spiccioli di un buon cittadino» (p. 133). Inoltre, anch’egli «convinto della necessità dello strumento politico» (p. 134), sarà presidente del comitato diocesano dell’opera dei Congressi dal 1892 al 1898. Poi vive una nuova esperienza come consigliere comunale a Cassano e provinciale a Milano, e come sindaco a Inzago. In questa veste, nel 1905, è protagonista di un «caso» politico di risonanza nazionale, originato dal suo rifiuto di esporre la bandiera tricolore nella ricorrenza anniversaria della breccia di Porta Pia, il 20 settembre: un «decreto prefettizio di sospensione dalla carica sindacale […] lo allontanerà dalla conduzione del comune fino al 1907, allorché verrà rieletto» (p. 144).

Sono quelli gli anni del cosiddetto clerico-moderatismo, formula infelice a indicare il periodo degli accordi elettorali pubblici fra i cattolici e i liberali moderati in funzione antisocialista, culminati nel 1913 nel Patto Gentiloni. Credo si possa affermare che non vi è fase della storia del Movimento Cattolico più fraintesa di questa, soprattutto da una certa storiografia proprio di parte cattolica, che in essa vuol vedere principalmente — quando non esclusivamente — una manovra tesa alla pura ricerca del potere e la rinuncia all’identità cattolica, mentre — con ogni evidenza — soltanto il desiderio del bene comune spinge il Magistero — soprattutto con l’enciclica Il fermo proposito, pubblicata dal Pontefice san Pio X l’11 giugno 1905 — a incitare i cattolici alla partecipazione elettorale per salvare la società da un pericolo nuovo e peggiore di quello liberale, cioè quello socialista. La stessa ristrutturazione del Movimento Cattolico, avvenuta in seguito allo scioglimento dell’Opera dei Congressi nel 1904, non significa affatto ripiegamento su posizioni «moderate», ma trova appunto nell’enciclica Il fermo proposito — presentata dai monaci di Solesmes, in un’importante raccolta di documenti pontifici, come una «teologia dell’azione cattolica» — l’invito a realizzare un progetto di ricostruzione globale, allo scopo di «ristorare in Cristo, non solo ciò che appartiene propriamente alla divina missione della Chiesa di condurre le anime a Dio, ma anche ciò, che […] da quella divina missione spontaneamente deriva, la civiltà cristiana nel complesso di tutti e singoli gli elementi che la costituiscono» (Il laicato. Insegnamenti pontifici, a cura dei monaci di Solesmes, trad. it., Edizioni Paoline, Roma 1962, n. 334).

Gaetano Brambilla riconosce la necessità del momento e partecipa all’esperienza clerico-moderata, mentre pochi anni dopo, «di fronte al partito di Sturzo forse valgono per don Gaetano le medesime remore e perplessità che sono avvertite dai Gemelli, dagli Olgiati, dai Paganuzzi» (p. 151), cioè sa ben distinguere la collaborazione congiunturale con liberali dall’accettazione dottrinale di principi liberali. Nel 1927, dieci anni dopo essersi ritirato dalla vita pubblica, muore.

Giacomo Scanzi si è laureato con il professor Giorgio Rumi presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’università Statale di Milano, con una tesi, discussa nell’anno accademico 1985-1986, appunto sulla storia della famiglia dei nobili Brambilla di Civesio, e da essa è nata l’opera edita nello stesso 1986 con una Presentazione del relatore (pp. 5-6). La ricerca del giovane studioso si rivela certamente preziosa perché i cattolici possano ritrovare le radici della loro storia nell’Italia secolarizzata, avendo la possibilità di conoscere le vicende e di accostare le idee di quanti, come i patrizi di Civesio, di questa storia sono stati generosi e intelligenti protagonisti.

Marco Invernizzi

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