Il pericolo della disintermediazione

Alfredo Mantovano 12 mesi fa
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Alfredo Mantovano, Cristianità n. 381 (2016)

 

Firenze, 26 ottobre 2014. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi interviene dal palco del centro congressi della Stazione Leopolda e affronta vari temi: l’immigrazione, la politica estera, il Jobs Act, l’Unione Europea. Vi è però un passaggio del suo discorso che merita attenzione ai fini che ci interessano, perché permette di farsi un’idea del contesto in senso lato culturale nel quale s’inserisce la riforma costituziona­le: «Non voglio prendermela con i corpi intermedi, ma la disintermediazione dei corpi intermedi avviene dai fenomeni di cambiamento che la realtà sta producendo». I giornalisti presenti non danno particolare peso alla frase, tanto che sulle agenzie di stampa non si trova traccia di queste parole (1). Eppure «disintermediazione» è una parola-chiave per cogliere la direzione di marcia di provvedimenti di governo e di leggi, anche importanti, approvate o in corso di approvazione, prima fra tutte la riforma della Costituzione.

Disintermediazione vuol dire, alla lettera, fare a meno il più possibile di in­termediari. Il termine trae origine dal mondo bancario: all’inizio degli anni 1980 la propensione al risparmio degli italiani ha iniziato a ridursi, e con essa si sono progressivamente ridotti i depositi bancari, mentre in parallelo si è ridimensionata l’attività d’intermediazione degli istituti di credito. Le nuove forme di risparmio — azioni, fondi comuni, titoli atipici, gestioni fiduciarie, assicurazioni sulla vita — hanno incrementato la loro diffusione, presentandosi come alternative alla raccolta tradizionale, e hanno provocato un adeguamento delle strutture organizzative dei circuiti bancari, oltre che delle capacità e delle risorse professionali degli operatori addetti.

Al di fuori del mondo del credito, negli stessi anni la disintermediazione ha iniziato a interessare le reti commerciali e a rimuovere gli intermediari dalle catene di fornitura dei prodotti. Mentre fino a un recente passato le difficoltà di comunicazione e di spostamento delle merci rendevano necessari gli intermediari fra il produttore di un bene e il consumatore finale — e ciò causava incrementi dei costi — nella maggioranza dei settori da tempo non è più così: il consumatore finale riesce spesso a interloquire in tempo reale con il produttore. Invece di transitare per i canali tradizionali di distribuzione, passando per esempio per i grossisti, le aziende si pongono in relazione diretta con i clienti attraverso altri strumenti. La disintermediazione diminuisce il costo del servizio clienti e consente al produttore di aumentare i margini di profitto, eliminando la necessità del distributore e dei rivenditori. Internet ha moltiplicato il fenomeno, dal­l’acquisto di beni e servizi alla diffusione delle informazioni: piattaforme come Amazon o «eBay» garantiscono il contatto diretto fra acquirente e venditore. Per i servizi, si pensi alla disintermediazione nei trasporti urbani realizzata da Uber o dal car sharing.

Se ne parla da tempo: nel rapporto annuale del CENSIS, il Centro Studi Inve­stimenti Sociali, del 2015 ci si chiede come mai in un momento di perdurante crisi finanziaria si risparmia su beni essenziali e invece ci si lancia nell’ac­qui­sto di beni apparentemente futili come lo smart­pho­ne (2). La risposta è semplice: il potere di disintermediazione garantito dagli strumenti che consentono la connessione in rete si traduce in un risparmio netto finale nel bilancio personale e familiare. Usare Internet per informarsi, per prenotare viaggi e vacanze, per acquistare beni e servizi, per guardare un film, per seguire partite di calcio, per svolgere operazioni bancarie, significa spendere meno soldi, o anche solo sprecare meno tempo: in ogni caso, guadagnare qualcosa.

L’attuale leader del Partito Democratico prova a dare declinazione politica a questa tendenza. Non è il primo: la prima realtà che ha teorizzato e praticato l’u­so esclusivo della rete per garantire un contatto diretto costante fra cittadini e rappresentanti, e prima ancora per individuare i rappresentanti, è stato il MoVimento 5 Stelle (M5S). Ma M5S non è a Palazzo Chigi; con Renzi la disintermediazione diventa un asse portante dell’azione di governo e della legislazione che la deve sostenere: in tale ottica perfino la Costituzione deve prendere atto del fenomeno e adeguare le proprie disposizioni per assecondarlo.

È evidente che per trattare il tema — come per ogni questione nuova e delicata — sono necessari equilibrio e buon senso. Non si vuol distogliere dal­l’utilizzare Trivago o E-Dreams chi intende costruire per proprio conto una vacanza e spendere meno, senza pagare il di più dell’agenzia di viaggi o subirne l’eventuale scarsa professionalità. Lo stesso vale se si è soliti acquistare un libro con Amazon o un oggetto con «eBay». Quel che però non va taciuto è che l’eli­mi­nazione delle realtà intermedie non si traduce automaticamente in rose e fiori: nei circuiti finanziari, il prezzo pagato nel tempo è stata la moltiplicazione di prodotti avariati e una perdita ingente di ricchezza. Nei circuiti commerciali o di servizi, il costo sicuro è stata la perdita della privacy per la quantità incredibile di informazioni che vengono raccolte sull’utente, il cui ritorno immediato è la ricezione nel proprio personal computer di una gran mole di pubblicità, spesso molesta. Senza assicurare dai rischi che i dati sulle preferenze commerciali, sui gusti culturali e sulle apparenti propensioni politiche di milioni di persone vengano adoperati in modo indiscriminato e improprio.

Vi è però qualcosa di più, e di più insidioso, che chiama in causa la sfera di libertà di ciascuno. Amazon è comodo ed economico per gli utenti che sanno già quale libro intendono comprare perché seguono le recensioni sui giornali e sulle riviste specializzate. Se però non si sa che cosa leggere, gli algoritmi di Amazon, che danno consigli sulla base di quel che il soggetto ha comprato in passato, non sostituiscono il vecchio libraio con la varietà di opzioni che forniva: la progressiva scomparsa di quest’ultimo non fa bene alla cultura. Un ulteriore e più grave aspetto negativo è la concentrazione di potere assoluto nelle mani di poche persone. Vi sono state polemiche sugli algoritmi di Facebook che fanno sparire chi non è «politicamente corretto» in materia di «diritti» LGBT e simili. S’im­ma­gini che l’autore X pubblichi un libro non «politicamente corretto», per esempio sul «matrimonio» omosessuale. Una volta i librai ostili avrebbero potuto rifiutare di venderlo, ma su migliaia di librai una buona percentuale lo avrebbe preso. Se, come accade oggi negli Stati Uniti, il 70 per cento dei libri si vende su Amazon e del restante 30 per cento il grosso è concentrato in due soli grandi catene, bastano tre persone — Jeff Bezos di Amazon e i proprietari delle due catene di librerie — per condannare il libro di X alla morte civile. Per farlo sparire del tutto ne bastano cinque, sommando alle tre persone Mark Zucker­berg, che lo elimina da Facebook, e i due proprietari di Google che lo cassano dai motori di ricerca. Nessuna legge impone a Google che cosa far vedere e che cosa no nelle ricerche, né ad Amazon che cosa vendere. La proliferazione di intermediari ha protetto finora la libertà di ciascuno di noi; la loro scomparsa fa sì che pochissimi individui gestiscano i più articolati circuiti culturali, con grave danno per la libertà.

Certo, non è immaginabile la mera difesa di mediazioni commerciali che aumentano i costi. Allo stesso modo non è sostenibile la superfetazione di organismi rappresentativi, la cui moltiplicazione nei decenni che abbiamo alle spalle, e la cui scarsa efficienza di sistema ha causato perdita di credibilità della rap­pre­sentanza e difficoltà operative. Il governo in carica — e prima di esso certamente il governo presieduto dal sen. Mario Monti — hanno avuto gioco facile nel presentarsi come coloro che si sono posti e si pongono in relazione diretta con i cittadini, in quanto sono più consapevoli di altri degli interessi delle singole categorie e di quelli generali della comunità nazionale; mentre le forze sociali, invece di rappresentare gli interessi diffusi, si mostrano espressione di una palude che evoca l’im­possibilità di un reale cambiamento. Sarebbe poco credibile negare che le principali associazioni di rappresentanza sono «vecchie»: non solo perché hanno tutte più di settant’anni di vita, ma perché nel corso dei decenni sono poco cambiate, hanno mantenuto i legami con i tradizionali partiti di riferimento — o con gli eredi di costoro ancora sopravviventi —, hanno condiviso una concezione dell’econo­mia ancora modellata sugli schemi del secolo scorso, con la netta distinzione fra industria, commercio, artigianato, agricoltura. Al loro mancato aggiornamento si affianca una scarsa chiarezza identitaria: Confindustria si qualifica come rappresentante al tempo stesso delle imprese pubbliche, delle aziende municipalizzate, delle grandi imprese in regime di concessione, ma anche delle multinazionali italiane e delle piccole e medie imprese di tutti i settori, quasi che mettere insieme gli interessi fra aziende con logiche economiche così diverse sia semplice e scontato. Le associazioni dell’artigiana­to e del commercio sono distinte da Confindustria e sono frammentate al loro interno, e pure rappresentano i medesimi interessi delle piccole e medie imprese. Le imprese più in grado di competere sul mercato non si sentono rappresentate da nessuno: il caso Fiat Chrysler Automobiles, che da anni è uscita da Confindustria, non è l’unico. Pure il sindacato si muove come se vi fosse reale convergenza di interessi fra pensionati, dipendenti pubblici e dipendenti privati, e trascura la rappresentanza dei non garantiti. Alla sottorappresentanza si affiancano confusione e ambiguità, e quindi limitata credibilità con gli interlocutori esterni, e non adeguata considerazione del fattore tempo, quindi di quella velocità delle decisioni che è fondamentale in epoca di globalizzazione, e che invece si scontra con il ritualismo dei tradizionali incontri fra rappresentanze.

In questo quadro è agevole per il governo puntare a un rapporto più di­retto con quelli che lo stesso esecutivo descrive come gli interessi reali della nazio­ne. Le misure economiche più significative del governo sono state adottate senza ascoltare le rappresentanze: il sindacato non aveva richiesto gli ottanta euro in più in busta paga; Confindustria non aveva chiesto i trentasei mesi per i contratti a termine senza causale, per i quali il sindacato ha peraltro protestato in modo debole. Nessuno aveva preteso il dimezzamento del contributo per fruire dei servizi delle Camere di Commercio, che pure sconvolge il mondo delle stesse Camere di Commercio, e indirettamente delle associazioni degli imprenditori che in esse sono rappresentate.

Tutto questo è vero e non va nascosto. Ma la soluzione non è passare da un estre­mo all’altro. Se sul piano istituzionale la sovrapposizione di Unione Europea, Stato, regioni, province, città metropolitane, comuni, comunità montane, Ca­mere di Commercio… ha reso il sistema farraginoso e inutilmente costoso, il punto di arrivo non è quello che vede da un lato tanti singoli atomi e dall’altro lo Stato, spesso veicolo di decisioni europee: la soluzione è una difficile opera di razionalizzazione, che elimini tutto ciò che è inefficienza e spreco, e tuttavia mantenga livelli di decisione prossimi ai settori sui quali spiegano i loro effetti. E se sul piano dell’articolazione sociale le varie associazioni hanno i limiti prima descritti, ancora adesso vi sono milioni di italiani che a queste associazioni sono iscritti, e che in qualche misura riconoscono loro un ruolo; quasi tutte hanno al proprio interno strutture di servizio che aiutano l’attività di centinaia di migliaia di imprese e gli adempimenti di milioni di lavoratori, a cominciare dalle dichiarazioni fiscali. Il welfare associativo si affianca da tempo a un sistema pubblico in difficoltà: CAAF (Centri Autorizzati di Assistenza Fiscale) e patronati svolgono funzioni pubbliche, meglio delle gestioni dirette dello Stato.

Ma lo sforzo strategico di ristrutturazione e di rilancio delle articolazioni istituzionali e sociali intermedie rischia di essere vano se il percorso obbligato è quello della secca disintermediazione.

Se:

— i consigli comunali, come è stato fatto dal governo Monti, sono ridotti ai minimi termini (in taluni casi appena cinque-sei consiglieri), è sempre più complicato che si riuniscano e discutano di ciò che interessa il territorio del loro municipio di riferimento;

— si eliminano in modo secco le province, come sancisce in via definitiva la riforma costituzionale, scompare un livello di trattazione dei problemi di aree omogenee, che rischia di non essere trattato in modo puntuale ed efficiente da enti più lontani e più grossi come le regioni;

— i tavoli di contrattazione sono ritenuti inutili, non è detto che quel che cala dall’alto senza alcun previo confronto con le parti interessate sia proprio ciò che è necessario;

— le Camere di Commercio sono indebolite, e con esse le associazioni di categoria, e non si prevede qualcosa che svolga in modo più efficace le loro funzioni, gli operatori economici più piccoli sono i primi danneggiati;

con la riforma costituzionale viene depotenziato uno dei rami del Par­lamento e l’altro viene ristrutturato senza garantire una rappresentanza effettiva, la percezione di trovarsi soli di fronte allo Stato aumenta.

Non è una prospettiva rassicurante. Intanto non è senza conseguenze. La politica e il corpo sociale, come la fisica, non conoscono il vuoto. Il vuoto lasciato — o fatto lasciare — dagli organismi di rappresentanza e di mediazione viene inevitabilmente riempito. Il posto delle rappresentanze è sempre più di frequente occupato da lobbisti, la cui efficacia operativa — come saggiamente osserva il presidente del CENSIS Giuseppe De Rita — non è misurata da ciò che rappresentano, ma da chi conoscono: valgono il legame di amicizia, o di ambiente bancario o finanziario, talora quello affettivo. È ben strano che la disintermediazione in politica sostituisca i vetusti tavoli della concertazione e del confronto con cene durante le quali si assumono le decisioni.

Che con Renzi premier la disintermediazione sia entrata nel palazzo del governo emerge anche da gesti pubblici eloquenti: il 5 aprile 2016 egli ha lanciato una diretta di oltre un’ora su Facebook, e in contemporanea su Twitter, in cui ha risposto direttamente alle domande poste da cittadini, utilizzando l’hashtag #matteorisponde, e ciò ha suscitato il plauso e l’entusiasmo di larga parte dei media; i quali non hanno valutato a sufficienza che in quella scena il primo «disintermediato» è stato il giornalista, la cui figura non serve più per informare su quel che dice il premier! Se accade quanto descritto, la «disintermediazione» acquista un senso politico preciso, e al suo interno il contrasto condotto sul piano della legislazione e della politica di governo nei confronti della famiglia, che nell’ultimo biennio ha toccato livelli non immaginabili, è il coronamento del percorso, visto che la famiglia è la prima ed elementare realtà intermedia. La caratteristica della «disintermediazione» è che essa si accanisce non contro tutti gli intermediari, bensì contro quelli che evocano la dimensione naturale del­l’uo­mo: e fra essi la prima è proprio la famiglia. Altri intermediari, che spesso alimentano il motore della dissoluzione, non costituiscono un problema, anzi: dai gestori dei grandi colossi del web (Facebook, Twitter, Google e così via) ai magnati dell’informatica, alle lobby LGBT. L’aggressione portata ai danni del primo dei corpi intermedi:

— ha reso evanescente il legame fondativo: il divorzio oggi è possibile a distanza di pochi mesi dal matrimonio, in taluni casi senza neanche il fastidio del passaggio dal giudice, quindi senza che vi sia il rischio remoto di un richiamo alla responsabilità;

— ha equiparato il regime che deriva da quel legame al regime che deriva dalla convivenza fra persone dello stesso sesso, confondendo diritti e doveri finalizzati alla procreazione con diritti e doveri che nulla hanno a che fare con i figli;

— ha eliminato nella forma — la disciplina dei cognomi — e nella sostanza — la fecondazione artificiale di tipo eterologo — gli elementi essenziali dell’i­dentità familiare;

— non ha cessato di deprimere la famiglia sul fronte del fisco, basando larga parte dell’imposizione tributaria sul reddito del singolo e non su quello familiare, e sul fronte educativo.

La Costituzione riformata s’inserisce in questa direzione, come ha più volte ri­cordato lo stesso Renzi. Nel bilanciamento fra i pro e i contro per decidere il «sì» o il «no» al referendum non può mancare la considerazione di questo tratto culturale. È evidente che l’attacco ai corpi intermedi merita una risposta che non può limitarsi al «no» al referendum, che pure è importante. Le manifestazioni di Roma del 20 giugno 2015 a Piazza San Giovanni e del 30 gennaio 2016 al Circo Massimo hanno trasmesso un segnale da un mondo che non si sente rappresentato da nessuno, ma che però intende contare e ha interessi importanti da difendere, coincidenti con quelli di una intera nazione: il matrimonio, i figli, il futuro demografico. Oltre il «no», va costruita una politica che si opponga al depauperamento delle realtà intermedie, che valorizzi quello che è vivo al loro interno, che rivitalizzi ciò che ha costituito finora la rete della sussidiarietà.

Un lavoro culturale, sociale e politico di questo tipo non ha prospettive se non individua come primo terreno d’impegno la propria famiglia, e prima ancora sé stessi. Va ribadito: non stiamo parlando di quanto è comodo acquistare on line un biglietto aereo. È evidente che è più comodo, e anche più rapido e più economico: qui stiamo parlando di un profilo esistenziale, riflesso in senso lato di una cultura e di una politica che si sono affermate, le cui ricadute toccano ciascuno singolarmente. La «disintermediazione» riguarda da tempo le relazioni interpersonali più elementari: pensiamo a quello che nei nostri paesi o nei nostri quartieri fino a qualche decennio fa era la piazza. La piazza, il forum, l’agorà, è stata per millenni una delle caratteristiche fondanti del mondo occidentale: sconosciuto in altri contesti, per esempio quello asiatico. Fino a pochi anni fa la piazza è stata il luogo d’incontro delle persone che si conoscono, del paese o del quartiere. Le persone che condividono il destino di un territorio si vedono, parlano, portano le loro famiglie, i figli crescono insieme e imparano a loro volta a conoscersi: soprattutto in alcuni giorni della settimana, in primis la domenica. Anche perché se è una vera piazza in essa vi è la chiesa.

Oggi al posto della piazza vi sono l’ipermercato e Internet. L’ipermercato è sempre aperto, soprattutto la domenica, e ricrea a uso dell’utente il paese o il quartiere: ha una finta piazza, ha il parco giochi per i bambini, ha delle aree perché ci si possa fermare. Peccato che nessuno si ferma a chiacchierare perché è troppo grande e non ci si conosce. La gente ci va in quantità, ma gira a vuoto, non parla con nessuno perché non è realmente vicina a nessuno, non compra quasi nulla perché non ha i soldi, e se li ha magari li ha già spesi per Internet. Oltre l’ipermercato vi è appunto Internet, che neanche tenta l’imitazione fisica della piazza: Internet è la piazza virtuale, nella quale si ha l’«amicizia» di tutti ma alla fine non si sa veramente chi sono quelli con cui si è collegati. La «disinterme­diazione» non si ferma: la pratica della fecondazione artificiale e la cosiddetta GPA, «gestazione per altri», denominazione asettica dell’utero in affitto, permettono di fare a meno della mediazione del padre o della madre naturali o di entrambi.

Il prezzo che cominciamo a pagare è pesante:

Internet mi dà la presunzione di essere collegato in tempo reale con il mondo, ma se non sto attento mi toglie la possibilità di avere relazioni personali;

Internet mi convince che riesco a sapere tutto, ma come faccio a capire gli altri, e me stesso, se non guardo più nessuno negli occhi?;

— con l’intervento manipolativo sull’inizio e sulla fine della vita, giungo a non capire neanche chi sono, chi è mio padre e chi è mia madre, non ricostruisco la mia identità andando a ritroso, con tutto quello che ciò comporta;

— la diffusione dell’ideologia del gender scuote la distinzione fondamentale uomo-donna.

La perdita del significato di quel che accade è, dunque, preoccupante. Dopo i devastanti attentati che si ripetono con tragica frequenza nelle principali città europee le reazioni a essi fanno riflettere tanto quanto gli attentati: per esempio a Parigi, dopo le stragi del 13 novembre 2015 le dichiarazioni che intendevano trasmettere volontà di non rassegnarsi rivendicavano in prima battuta la libertà di andare al concerto o allo stadio. Trascurando le ragioni reali dell’attac­co terroristico, e i beni presi di mira, e quindi da tutelare. È come se verso la fine della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) dopo un bombardamento le nostre nonne avessero auspicato di tornare al più presto al cinema. Non è andata così, grazie a Dio, perché altrimenti avrebbero costruito un multisala al posto delle macerie di Montecassino!

In un recente articolo il filosofo polacco Stanisław Grygiel riporta alcuni versi di un grande artista polacco, vissuto a Cracovia, Stanisław Wyspiański (1869-1907):

«Ci sono tante forze nel popolo,

 Ci sono tanti uomini. 

 Entri infine il Tuo Spirito 

 E svegli gli addormentati» (3).

Wyspiański scriveva questi versi nel 1902, quando uno Stato polacco non esisteva. Esisteva però una nazione polacca, che desiderava la libertà e che sognava di recuperarla, poi realmente recuperata, seppur pagando un prezzo elevatissimo. Oggi questi versi valgono per l’Europa e per l’Italia. Valgono in modo particolare per l’ancora consistente e — nonostante tutto — ricca articolazione del mondo cattolico italiano:

«Ci sono tante forze nel popolo,

«Ci sono tanti uomini».

Ma ci sono anche troppi addormentati. Ogni tanto vi è un sussulto. La cosiddetta «Brexit» è un episodio di una rivolta mondiale delle nazioni profonde contro la concentrazione di potere nelle mani di pochi potenti, non eletti e sconosciuti, di cui fanno parte organica anche i burocrati. È in fondo una reazione contro la «disintermediazione»: anche le nazioni sono corpi intermedi rispetto all’Unione Europea. La reazione in sé non va però oltre un semplice segnale se manca un progetto; vi è anzi il rischio che — come potrà accadere con Donald Trump o con il MoVimento 5 Stelle — la reazione alla «disintermediazione» porti l’elettore dalla padella nella brace.

Per questo la riflessione che parte dalla riforma costituzionale e dall’o­rientamento in senso lato culturale che essa esprime deve far suonare la sveglia. Deve far vincere la tentazione di dormire.

 

Note:

(1) Le si possono riascoltare su RaiNews nel sito web <http://www.rainews.it/dl/­rainews/­articoli/Leopolda-e-i-corpi-intermedi-Renzi-come-parli-ea3547d3-b282-4431-8311-dcd6cc3d2838.html> (gl’in­diriz­zi dei siti web citati sono stati consultati il 30-9-2016).

(2) Cfr. CENSIS, 49° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2015, nel sito web <www.censis.it/9>.

(3) Stanislaw Grygiel, Il dramma di Papa Francesco, in Il Foglio quotidiano, Roma 26-5-2016.

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