La civiltà cristiana come atto d’amore verso i «poveri» e i «piccoli»

Ignazio Cantoni 12 mesi fa
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Ignazio Cantoni, Cristianità n. 386 (2017)

 

La civiltà cristiana come atto d’amore verso i «poveri» e i «piccoli»

Testo della relazione, avente medesimo titolo, tenuta durante l’incontro per giovani, organizzato da Alleanza Cattolica, su Dio è amore (Filetto [MS], 3/6-4-1999). Il testo della dispensa non è stato modificato tranne ag­giornando la traduzione della Sacra Scrittura con il testo ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana, del 2008, attualizzando i riferimenti dei personaggi citati, nonché rivedendo e ampliando i riferimenti in nota.

 

«“Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. Gli rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”» (Mt. 22,36-40). «Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto» (Col. 3,14). «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt. 25,40). «Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello» (1 Gv. 4,20-21).

1. La carità verso il prossimo come manifestazione della carità verso Dio

Questa raccolta di citazioni scritturali poste all’inizio delle mie considerazioni — una vera e propria corona d’oro sul capo di un mendicante — danno la misura dell’importanza che il comandamento dell’a­mo­re riveste nella vita del cristiano. La carità, virtù teologale infusa da Dio, è l’adeguata risposta dell’uomo al suo Creatore, che si rivela nel mistero d’amore della Croce.

La vita del cristiano deve pertanto, per essere realmente tale, intridersi di questo spirito di servizio a Dio e ai fratelli. Così, qualsiasi comunità e associazione cristiana ha come necessità strutturale il vivere questo servizio in un campo determinato, a seconda della vocazione dei suoi componenti: assistere i malati, i carcerati, i bambini, oppure — come fan­no gli ordini religiosi contemplativi — pregare costantemente Dio, rendergli grazie per la sua grandezza e per tutti i doni che fa agli uomini, e chiedere abbondanti benedizioni per chi rimane nel «secolo», cioè nel mondo di tutti i giorni.

Evidentemente, anche Alleanza Cattolica, per proporsi come una possibilità genuina di vita cristiana, ha nel suo carisma la carità (1). E — non lo si sottolineerà mai a sufficienza — tale presenza non è «la ciliegina sulla torta», ma la torta stessa, pertanto il suo ultimo senso d’essere.

2. L’uomo «animale culturale»

Il filosofo e antropologo Arnold Gehlen (1904-1976) ha scritto che l’uomo è per sua natura «“l’animale non ancora definito” […] l’essere uomo è per qualche verso “incompiuto”, non “costituito una volta per tutte”» (2). Gli altri animali, appena usciti dal grembo materno o dalle uova, sono per loro natura già definiti, con un corredo d’istinti che li guidano quasi immediatamente nell’esistenza di tutti i giorni. Il tempo d’appren­dimento, di «educazione», è, a seconda delle specie, variabile, più o meno lungo, ma non riveste l’importanza enorme che ha per l’uomo.

Il «piccolo d’uomo», come dice Plinio il Vecchio (23-79), «[…] non sa far nulla, nul­la che non gli sia insegnato: né parlare, né cam­mi­nare, né mangiare; insomma, per sua natura, non sa fare altro che piangere!» (3). Ha bisogno, insomma, che qualcuno lo aiuti in tutto: i genitori sono le persone naturalmente chiamate a ciò. Devono nutrire il piccolo sia fisicamente, sia culturalmente; devono, cioè, insegnargli tutto: a parlare, a ragionare, a conoscere il mondo — «non mettere le dita nella presa della corrente!» — in tutte le sue dimensioni, non ultima quella trascendente della religione. Lo devono mettere, in sostanza, in grado di rapportarsi in modo corretto a tutta la realtà nelle sue quattro dimensioni fonda­mentali: sé stesso, gli altri, il mondo, Dio. Senza l’educazione, l’uomo non può sa­pere nulla, perché il suo stato originario è d’ignoranza quasi completa.

La famiglia, però, è la realtà educante principale ma non l’unica: vi sono altre comunità che influiscono sulla formazione del soggetto. Così, il sociologo Luciano Pellicani ha scritto a tal proposito: «[…] la società prima di essere una realtà politica o economica, è una realtà culturale» (4), «il sociale […] è quel complesso di creden­ze, di miti, di valori, di norme, di aspettative che operano nell’individuo, ma che non sono, pro­pria­mente parlando, dell’individuo, bensì della collettività anonima: sono di tutti e di nessuno e costituiscono il quadro istituzionale entro cui si svolgono le relazioni sociali» (5).

«Dalla scoperta della dimensione culturale della società […] deriva un arricchimento della definizione aristotelica di uomo: l’uomo, per la tradizione sociologica, è un essere sociale non solo e non tanto perché vive a nativitate in una società, ma anche e soprattutto perché la società vive in lui sotto forma di cultura interiorizzata» (6).

«La cultura — vale dire tutto ciò che, pur essendo stato creato dagli uomini, attraverso il processo di i­stituziona­lizzazione si è reso indipendente dalla loro volontà e ha acquistato il carattere di impersonale norma agendi — imbeve l’individuo come l’acqua la spugna. Essa, avvolgendo l’uomo in una rete di simboli, di rappresentazioni, di ideali, di valori e di disvalori, socializza persino la parte più intima della sua personalità.

«[…] Hanno quindi ragione i sociologi marxisti a dire che gli uomini nella società capitalistica sono soggetti a una continua mani­po­lazione ideologica. Dove hanno torto è nel credere che sia pos­si­bile una società nella quale gli individui possano non essere ma­nipolati. La manipolazione è un fenomeno universale e onniper­vasivo e ad essa non possiamo sfuggire. D’altra parte, è proprio grazie alla manipola­zio­ne che l’uomo diventa uomo: se elimi­nassimo dalla sua personalità ciò che la società ha iniettato in lui ci troveremmo di fronte a un essere svuotato di tutto, più si­mile a un animale che a un uomo, dal momento che l’uomo è in gran parte ciò che la società lo ha fatto.

«Si può quindi affermare che l’uomo è un animale culturale, plasmato, educato, orien­tato, disciplinato dalla società in cui è stato socializzato. E poiché la cultura ha una storia — anzi: è storia —, si può affermare parimenti che l’uomo è un animale storico che vive in e di una particolare tradizione. Donde il prin­cipio metodo­logico secondo cui per spiegare e comprendere l’a­gire di un uomo non è sufficiente utilizzare variabili bio­logiche e psicologiche; occorre anche fare uso di variabili sociologiche, quali le credenze, i valori collettivi, le norme istituzionalizzate, le aspettative di ruolo, tutti elementi che la società ha iniettato nel­l’individuo operando nei suoi confronti come una gigan­te­sca macchina pedagogica» (7).

Questa lunga citazione descrive in modo preciso il problema: l’uo­mo è costretto dalla sua stessa natura a imparare dai genitori prima e dalla società poi quanto gli occorre per vivere bene. L’uomo si nutre di cultura esattamente come si nutre di cibo. Inoltre — e ciò è un punto nodale del problema —, l’essere umano non può assolutamente dire a un certo punto: «Ora la mia educazione è finita. Quello che sono lo sarò per tutto il resto della mia esistenza, senza alcuna possibilità di cambiamento». Se così fosse, l’essere umano non sarebbe libero. Certo, nelle prime fasi della sua esistenza ha assorbito in un modo prodigioso certe nozioni, una determinata religione, determinate consuetudini e precisi comportamenti: ma è sempre in grado di modificare — più o meno facilmente — tutto ciò, sotto la spinta delle istituzioni e delle comunità alle quali appartiene. Ovvero, farsi di nuovo educare secondo altri princìpi da questa o quella comunità che compone la società.

3. L’uomo e le «cattive compagnie»

Uomo «animale culturale», quindi, e­ducato da tutta la società in cui vive, attraverso i più svariati canali, dalla famiglia alla parrocchia, dalla scuola alla televisione, dal cinema agli amici.

A questo punto, s’immagini il caso in cui una persona abbia ricevuto dalla famiglia determinate convinzioni — cioè una determinata cultura, che è, come già visto, un insieme di giudizi su sé stessi, gli altri, il mondo e Dio — che sono contrarie a quanto la società nelle sue articolazioni appena nominate afferma: vi è una frattura tra questi e la comunità in cui egli vive. La società, si dice, non è «omogenea». È evidente che in un caso del genere tale uomo è sottoposto a una pressione da parte della realtà politica, sociale, economica, culturale che lo circonda tendente ad assimilarlo ai modelli che la animano, ossia a educarlo — rieducarlo, è meglio dire — in un’ottica diversa dalla sua. Tale pressione, si è visto, è inevitabile per la natura stessa dell’uomo, animale che non finisce mai di apprendere. Tale disomogeneità di vedute preme perché questa persona rigetti le sue convinzioni più profonde per assumerne altre, perché si conformi ai modelli di vita dominanti.

Se si danno a tale persona e a questa so­cietà i nomi identificativi di «cristiano» e di «occidente secola­rizzato», la comprensione del modello i­deale suggerito è immediata.

La secolarizzazione è, al dire di Papa san Giovanni Paolo II (1978-2005), l’«e­stromissione della motivazione e della finalità religiosa da ogni atto della vita umana» (8); il suo «motore», il «secolari­smo», «[…] è un movimento di idee e di costumi che propu­gna un umanesimo che astrae totalmente da Dio, tutto concentrato nel culto del fare e del produrre e travolto nell’ebrezza del consumo e del piacere, senza preoccupazione per il pericolo di “perdere la propria anima”» (9). È possibile per un cristiano, in un mondo che vive in ogni sua manifestazione tale spirito, il raggiungimento della salvezza eterna?

Si pensi, per comprendere meglio la portata del problema, a una compagnia di amici. Al suo interno vi sono ruoli ben definiti: il leader — con un gruppo di «stretti collaboratori» — e quelli che «vanno al traino». Si pensi allora al caso in cui il gruppo decida di fare un dispetto a un professore: il leader è favorevole — magari ha lanciato lui l’idea — e tutti acclamano, alcuni per convinzione e altri — quelli che interessano qui — perché non vogliono far brutta figura, quella dei «bravi ragazzi», che non seguono lo spirito di gruppo. Il timido non vorrebbe fare lo scherzo cattivo, ma non può non farlo, se vuole rimanere nel gruppo ed essere da esso riconosciuto. Chi, dei ragazzi «al traino», si permetterebbe di puntare i piedi e di tirarsi fuori dall’azione cattiva? Penso che si contino sulla punta delle dita in tutto il mondo.

Essi seguono le cosiddette «cattive compagnie», perché l’essere buoni li porterebbe a scontrarsi con un mondo — dal quale pensano di non potersi allontanare per mancanza di alternative — che va in una direzione opposta a quella che loro vorrebbero. E così, quanti «piccoli» e «deboli» ragazzi si corrompono, perché chi va con il lupo impara a ululare!

Tutto, pur di non essere isolati, o addirittura derisi. In una delle sue meditazioni sulla Via Crucis, il pensatore e uomo d’azione brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) afferma a tal proposito: «A causa del disprezzo di una domestica, san Pietro ha negato. Quanti uomini hanno abbandonato il nostro Signore per paura del ridicolo! Infatti, se vi sono persone che vanno in guerra a esporsi ai colpi e alla morte per non essere scherniti come vigliacchi, non è assolutamente vero che certi uomini hanno più paura di una risata che di qualsiasi altra cosa?» (10).

Quanto appena detto permette d’intendere il medesimo discorso applicato alla persona nella comunità — in tutte le sue articolazioni: famiglia, lavoro, scuola, televisione, sport — in cui non può non vivere; il ragazzino, infatti, può anche abbandonare una compagnia cattiva e trovarne un’altra migliore, ma non così per una persona inserita in una società civile e in uno Stato.

4. La posizione della Chiesa

La Chiesa, che sa perfettamente tutto ciò, non si è mai stancata di rimarcare questo enorme problema: la società, se è buona — cioè se nelle sue strutture e nel suo spirito è conformata al Vangelo — aiuta il cristiano a vivere virtuosamente; se è cattiva — cioè se è ispirata a una visione secolarizzata della realtà — pone costantemente ostacoli alla sua salvezza, collaborando così di fatto alla sua dannazione. Il venerabile Pio XII (1939-1958) ha affermato: «Dalla forma data alla società, consona o no alle leggi divine, dipende e s’insinua anche il bene o il male nelle anime, vale a dire, se gli uomini […] nelle terrene contingenze del corso della vita respirino il sano e vivido alito della verità e della virtù morale o il bacillo morboso e spesso letale dell’errore e della depravazione» (11).

Allo stesso modo altrove, e precisamente nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965), si può leggere: «[…] gli uomini dal contesto sociale nel quale vivono, e fin dall’infanzia sono immersi, spesso sono sviati dal bene e spinti al male.

«[…] Là dove l’ordine delle cose è turbato dalle conseguenze del peccato, l’uomo […] trova nuovi incitamenti al peccato, che non possono esser vinti senza grandi sforzi e senza l’aiuto della grazia» (12).

Il Catechismo della Chiesa Cattolica a sua volta fa importanti considerazioni sul peccato: «Il peccato è un atto personale. Inoltre, abbiamo una responsabilità nei peccati commessi dagli altri, quando vi cooperiamo:

«— prendendovi parte direttamente e volontariamente;

«— comandandoli, consigliandoli, lodandoli o approvandoli;

«— non denunciandoli o non impedendoli, quando sì è tenuti a farlo;

«— proteggendo coloro che commettono il male.

«Così il peccato rende gli uomini complici gli uni degli altri e fa regnare tra di loro la concupiscenza, la violenza e l’ingiustizia. I peccati sono all’origine di situazioni sociali e di istituzioni contrarie alla Bontà divina. Le “strutture di peccato” sono l’espressione e l’effetto dei peccati personali. Inducono le loro vittime a commettere, a loro volta, il male» (13).«Strutture di peccato» sono, per esempio, le leggi sull’aborto e sul divorzio, molti programmi televisivi, la stampa pornografica, la società stessa con le regole — scritte o no — che la governano, e l’elenco è purtroppo ben lungi dall’essere completo.

È quindi lampante la gravità dello scandalo — cioè dell’i­stigazione a peccare — che «[…] può essere provocato dalla legge o dalle istituzioni, dalla moda o dall’opinione pubblica.

«Così, si rendono colpevoli di scandalo coloro che promuovono leggi o strutture sociali che portano alla degradazione dei costumi e alla corruzione della vita religiosa» (14), oppure a «[…] condizioni sociali che, volutamente o no, rendono ardua e praticamente impossibile una condotta di vita cristiana conformata ai precetti del Sommo Legislatore» (15).

5. Risposta a una possibile obiezione

«Ma — si potrebbe dire — è vero che si può essere condizionati da particolari compagnie, o dalla struttura della società e dalle sue leggi, a fare il male. Ciò però non toglie che l’uomo è libero, e la grazia di Dio non abbandonerà mai coloro che realmente vogliono servirlo, perché Dio non prova mai nessuno più di quanto non possa resistere». È vero. Però, in merito a ciò è opportuno leggere quanto afferma il filosofo cristiano Gustave Thibon (1902-2001): «Non ignoro che una tale rotta dei costumi — alla quale assistiamo og­gi — costituisce un clima ideale per il fiorire delle vocazioni eroiche; essa fa sorgere per reazione esseri la cui purezza morale risale la corrente dei costumi e crea una nuova salute, tutta fondata sulla coscienza e sull’amore, tutta sorretta con la forza dello spirito» (16). E prosegue: «Ma uno stato di cose che tende, per così dire, a far dipendere la salute dalla santità non va mai senza pericoli […]; in ogni caso, esige una forza e una grandezza d’animo che non sono a misura dell’uma­nità media. Ogni sistema sociale che contribuisce a rendere necessarie, per la maggioranza degli uomini e nella condotta ordinaria della loro vita, delle virtù essenzialmente aristocratiche, si rivela con ciò malsano.

«[…] non esiste peggior misfatto sociale del costringere le masse alla santità» (17). E le «masse» sono proprio quei «poveri» e «piccoli» di cui si parlava poco più sopra, cioè quelle persone che desiderano vivere — e ne hanno tutto il diritto — in un mondo che non ostacoli la loro salvezza eterna: non la faccia, in ultima analisi, dipendere dall’eroismo delle virtù. Altrimenti la salvezza eterna non è per tutti, ma solo per un’élite in cui trovano spazio solo san Francesco di Assisi (1182-1226) e pochi altri.

S. Em. il cardinale Jean Daniélou S.J. (1905-1974) ha scritto: «A molti cristiani d’oggi l’idea stessa di cristianità appare definitivamente superata. Entreremmo in un mondo nel quale il cristianesimo non dovrebbe avere più la stessa presenza all’interno della cultura e della civiltà. Dovremmo rinunciare all’idea di una civiltà cristiana ed anche di un umanesimo cristiano. Per fare degli esempi concreti sul piano della cultura, le istituzioni cristiane, scuole o università, sarebbero oggi superate e l’ideale sarebbe una presenza dei cristiani all’interno delle istituzioni, che non sarebbero più cristiane né potrebbero più esserlo.

«Ma bisogna pesare le conseguenze di tale opzione. È troppo evidente che questo è un punto sul quale oggi bisogna insistere: non è possibile agli uomini nel loro insieme — dico a tutti gli uomini — essere cristiani quando si trovano in un ambiente indifferente o ostile al cristianesimo. Ciò deriva da una legge molto semplice della psicologia, radicalmente misconosciuta da un certo numero di teologi contemporanei che sono degli idealisti puri. Essi ragionano come se la libertà non fosse affatto condizionata e come se, per conseguenza, ogni cristiano potesse realizzare il suo cristianesimo anche quando si trova in un ambiente che vi si oppone. Ora, bisogna dire che ciò è normalmente impossibile alla massa degli uomini. È necessario che la civiltà stessa nella quale vivono renda possibile la fede. È troppo evidente che, se ci troviamo in una civiltà ispirata all’ateismo, i cui costumi non hanno più niente a che vedere con la morale cristiana e dove la religione non ha più nessun posto nella cultura, è quasi impossibile alla massa degli uomini diventare cristiani.

«Dobbiamo forse pensare che l’avvenire del cristianesimo debba essere quello di una piccola élite di spirituali, che sussisterebbe, a titolo di segno escatologico, come un piccolo “residuo” in un mondo in cui dovremmo osservare la decristianizzazione massiccia come qualcosa di normale? O dobbiamo pensare che tutti gli uomini possono essere cristiani ancora oggi, in seno alla civiltà della tecnica? Quanto a me, questa è la mia scelta: penso che dobbiamo sperare (di una speranza, beninteso, che non è solo umana, ma è una speranza cristiana) che tutti gli uomini possano essere cri­stiani. La nostra posizione oggi non può essere diversa da quella dei primi apostoli, quando hanno preteso di portare il Vangelo di Gesù Cristo a tutti gli uomini, non solo a qual­che élite spirituale, ma ai poveri, agli umili, alle famiglie. Devo dire che un cristianesimo che non fosse più quello dei poveri, un cristianesimo che non fosse più quello di chiunque, un cristianesimo che fosse solo di pochi monaci chiusi nei loro monasteri in un mondo diventato totalmente ateo, mi fa letteralmente orrore, perché ciò significherebbe abbandonare la massa degli uomini all’ateismo, rinunciare a portar loro Gesù Cristo.

«Perciò, su questo punto che mi sembra essere di gran­dissima importanza, penso che sia assolutamente impos­sibile separare l’annuncio della parola di Dio e la missione propriamente detta dall’azione sulla civiltà e sulla cultura per impregnarle dei valori cristiani, perché solo questo ren­de possibile a tutti gli uomini d’essere ancora cristiani e impedisce che il cristianesimo diventi nel futuro una con­venticola, un piccolo gruppo esoterico. Esso deve restare questo grande popolo di Dio, al quale tutti gli uomini sono chiamati e al quale abbiamo la speranza che possano appartenere coloro che gli sono ancora estranei» (18).

La formula utilizzata più volte precedentemente per indicare i cristiani «consueti» — fra i quali, senza far torto a nessuno, dobbiamo annoverare anche noi —, ovvero i «poveri» e i «piccoli», è di san Giovanni Paolo II: «[…] la rottura fra il Vangelo e la cultura — ha detto il Pontefice in un discorso del 14 marzo 1997 all’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura —, è “senza dubbio il dramma della nostra epoca” (Paolo VI [Papa beato (1963-1978)], Evangelii nuntiandi, n. 20). Si tratta di un dramma per la fede perché, in una società in cui il cristianesimo sembra assente dalla vita sociale e la fede relegata nella sfera del privato, l’accesso ai valori religiosi diviene più difficile, soprattutto per i poveri e per i piccoli, cioè per la grande maggioranza del popolo, che impercettibilmente si secolarizza, sotto la pressione dei modelli di pensiero e di comportamento diffusi dalla cultura dominante. L’assenza di una cultura che li sostenga impedisce a questi piccoli di accedere alla fede e di viverla pienamente» (19). Proprio a questi piccoli si dirige l’amore di quanti, al dire di Papa san Pio X (1903-1914), vogliono essere «veri operai della restaurazione sociale» (20).

6. Priorità della conversione personale per ottenere strutture sociali giuste

È doveroso, dopo tutto quanto detto, fare una puntualizzazione molto importante in chiusura. Se è vero che la società condiziona l’uomo, è altrettanto vero che è ogni persona a costituirla. Pertanto, la salvezza delle anime dipende sì in gran parte dalla struttura della società, ma al contempo «occorre […] far leva sulle capacità spirituali e morali della persona e sull’esigenza permanente della sua conversione interiore, per ottenere cambiamenti sociali che siano realmente a suo servizio» (21), e tener conto del fatto che «[…] non ci sono strutture giuste senza uomini che vogliono essere giusti» (22). Si affermerà una civiltà cristiana solo quando ci saranno uomini che, sebbene peccatori — l’eroicità delle virtù non è da tutti —, si sforzeranno sinceramente di vivere ogni giorno la propria fede, nutrendo tutte le loro azioni con lo spirito del Vangelo, correttamente dispensato dall’insegnamento della Chiesa cattolica.

Inoltre, l’idea che siano sufficienti poche leggi per cambiare un mon­do che va verso un ideale diametral­mente opposto a quello cristiano, magari aspettando una fatidica «ora X» che porterà con un colpo di mano un nuovo Carlo Ma­gno (742-814) al potere, è solo una dannosa illusione, ultimamente un modo per non impegnarsi a fondo nella propria santificazione e nel proprio apostolato, che sono e devono rimanere principalmente personali. San Benedetto da Norcia (480 ca.-547 ca.) e i suoi monaci sapevano che sarebbe venuto un tempo in cui «[…] la filosofia dell’e­van­gelo governava gli Stati», e «[…] la forza e la sovrana influenza dello spirito cristiano era entrata bene addentro nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in tutti gli ordini e apparati dello Stato» (23)? Certamente no, ma lo speravano. E senza il loro sforzo, lo sforzo di ciascuno di essi secondo le proprie capacità, tutto quanto è avvenuto non sarebbe stato possibile. Dio voglia che anche noi possiamo un giorno — che certo non vedremo, ma non ha alcuna importanza — essere benedetti dai nostri discendenti «poveri» e «piccoli», così come noi oggi benediciamo san Benedetto e i suoi monaci.

 

Note:

(1) Cfr. Che cos’è Alleanza Cattolica, Instrumenta I, Cristianità, Milano 1991. Cfr. ora la seconda versione: Alleanza Cattolica, Direttorio. Profilo dottrinale e operativo proposto alla meditazione e alla pratica «ad experimentum» in occasione del Primo Capitolo Generale tenuto nel mese di maggio del 1977. Seconda versione proposta «ad experimentum» in occasione del Capitolo Generale tenuto nel mese di febbraio del 2011.

(2)  Arnold Gehlen, L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, trad. it., Mimesis, Milano-Udine 2010, p. 46.

(3)  Gaio Plinio Se­condo, detto il Vecchio, Naturalis historia VII, 1, in Idem, Storia naturale, trad. it., vol. II, libri 7-11, Antropologia e zoologia, Einaudi, Torino 1983, p. 11; cfr. pure il medesimo passaggio in Idem, La condizione umana, in Cristianità, anno XXV, n. 261-262, gennaio-febbraio 1997, p. 10. Cfr. la lettura di questi passi fatta da Giovanni Cantoni, Il mondo prima di Cristo, ibid., anno XXXI, n. 320, novembre-di­cembre 2003, pp. 15-22, soprattutto il paragrafo 3. L’uomo «carente» (pp. 16-19).

(4)  Luciano Pellicani, La sociologia, coscienza critica della Modernità, appendice a Idem, Saggio sulla genesi del capitalismo. Alle origini della modernità, SugarCo, Milano 1988, p. 350. Cfr. la lettura di questi passi fatta da G. Cantoni, Per un conservatorismo tradizionalista, in Cristianità, anno XXVI, n. 273-274, gennaio-febbraio 1998, pp. 21-24.

(5)  Ibidem.

(6)  Ibidem.

(7)  Ibid., pp. 350-351.

(8)  San Giovanni Paolo II, Annunciare il valore religioso della vita umana. Discorso «Sono lieto» ai Vescovi dell’Emilia-Romagna in visita «ad limina Apostolorum», 2a ed. accresciuta, Cristianità, Piacenza 1993, p. 11.

(9)  Idem, Esortazione apostolica post-sinodale «Reconciliatio et paenitentia» circa la riconciliazione e la penitenza nella missione della Chiesa oggi, del 2-12-1984, n. 18. Cfr. la lettura del documento fatta da G. Cantoni, La Contro-Ri­vo­luzione e le libertà, in Cristianità, anno XIX, n. 199, novembre 1991, pp. 6-12.

(10)  Plinio Corrêa de Oliveira, Via Crucis. Due meditazioni, trad. it., Cristianità, Piacenza 1991, p. 79.

(11)  Pio XII, Discorso in occasione del cinquantesimo della «Rerum Novarum», del 1°-6-1941, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. III, Tipografia Poliglotta Vaticana, Città del Vaticano 1942, p. 109.

(12)  Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione pastorale «Gaudium et spes» sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, del 7-12-1965, n. 25.

(13)  Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1868-1869. Questi brani dovrebbero far meditare sul significato «sociale» della sesta domanda del Padre nostro, «non ci indurre in tentazione», e sul proposito, che si fa tutte le volte che ci si confessa, «di fuggire le occasioni prossime di peccato». Anche questo ammonimento cristiano — espresso fra l’altro nella frase scritturale «[…] chi ama il pericolo in esso si perderà» (Sir. 3, 26) — ha trovato posto nella sapienza popolare sotto forma del proverbio «l’occasione fa l’uomo ladro».

(14)  Ibid., n. 2286.

(15)  Pio XII, discorso cit., p. 109.

(16)  Gustave Thibon, Diagnosi. Saggio di fisiologia sociale, in Idem, Ritorno al reale. Prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale, trad. it., con una prefazione di Gabriel Marcel (1889-1973), a cura e con considerazioni introduttive di Marco Respinti, Effedieffe, Milano 1998, p. 120.

(17)  Ibid., pp. 120-121.

(18)  Card. Jean Daniélou S.J., voce Cattolicesimo, in Enciclopedia del Novecento, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, vol. I, Roma 1975, pp. 666-667. Cfr. una ripresa di tali passaggi in Idem, «Èlite», masse e cristianità, in Cristianità, anno XXXII, n. 323, maggio-giugno 2004, p. 22; e, più estesamente, Idem, L’orazione, problema politico, trad. it., Edizioni Arke­ios, Roma 1993.

(19)  San Giovanni Paolo II, Una civiltà cristiana per i poveri e per i piccoli, in Cristianità, anno XXV, n. 264, aprile 1997, p. 32.

(20)  San Pio X, La concezione secolarizzata della democrazia. Lettera agli Arcivescovi e ai Vescovi francesi «No­tre charge apostolique», Cristianità, Piacenza 1993, p. 36.

(21)  Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1888.

(22)  Ibid., n. 2832.

(23)  Leone XIII (1878-1903), Lettera enciclica «Immortale Dei» sulla costituzione cristiana degli Stati, del 1°-11-1885.

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