La contro-rivoluzione è frutto di una speranza forte

Silvia Scaranari 11 mesi fa
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Continuano le udienze pontificie sul tema della speranza, virtù teologale a cui Benedetto XVI aveva dedicato un’intera enciclica, la Spe salvi, nel 2007.

Papa Francesco ha ripreso il tema nelle ultime 8 udienze del mercoledì ma si era già soffermato sulla speranza nel 2013 in una profonda omelia durante la S. Messa mattutina a Santa Marta. In quell’occasione, riprendendo il tema chiave della Spe salvi aveva detto che la speranza «non è quella capacità di guardare le cose con buon animo e andare avanti. No, quello è ottimismo, non è speranza. Né la speranza è un atteggiamento positivo davanti alle cose. Quelle sono persone luminose, positive [.. .] Ma non è la speranza. Non è facile capire cosa sia la speranza. Si dice che è la più umile delle tre virtù, perché si nasconde nella vita. La fede si vede, si sente, si sa cosa è. La carità si fa, si sa cosa è. Ma cosa è la speranza? Cosa è questo atteggiamento di speranza? Per avvicinarci un po’, possiamo dire in primo che la speranza è un rischio, è una virtù rischiosa, è una virtù, come dice San Paolo “di un’ardente aspettativa verso la rivelazione del Figlio di Dio”. Non è un’illusione».

Anche Benedetto XVI ha scritto nella sua enciclica che la speranza è intimamente legata alla fede, ne è il completamento in quanto in questa trova le sua fondamenta e da questa scaturisce. Partendo dalla nota definizione di fede che San Paolo propone in Ebrei 11,1 “La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono”, il Pontefice si sofferma su due termini e ne sottolinea l’importanza. “Fondamento”, hypostasis nel testo latino, indica la “sostanza”, concetto fondamentale di tutta la filosofia greca e medioevale. La sostanza è quanto vi è di più importante in ogni realtà, è ciò che rende una cosa quello che è veramente. E’ la sostanza che fa del foglio che stiamo leggendo un foglio, e fa sì che un foglio sia diverso da un pezzo di pane, da un gatto o da un ciclamino – ma, nello stesso tempo, abbia qualche cosa di essenziale in comune con ogni altro foglio, anche lontanissimo nel tempo e nello spazio, rispetto al quale non cambierà la sostanza, ma solo quelli che la filosofia classica chiama accidenti saranno diversi. La sostanza delle cose che si sperano è dunque qualche cosa di molto concreto. Non uno stato d’animo, un desiderio, una passione, un’emozione: ma una cosa. La speranza non è un’illusione, come sottolineato da Papa Francesco, anche se si riferisce al futuro è già dentro di noi, non come fantasia ma come realtà. Veramente dentro di noi c’è “già ora qualcosa della realtà attesa” (Spe salvi, n. 7), e solo la parola “sostanza” ci permette di dare all’espressione “qualcosa” tutta la sua realtà, sottraendola definitivamente al regno del vago, dell’indefinito e dell’illusorio.

Non solo: la fede – che qui si fa anche e nello stesso tempo speranza – è “prova delle cose che non si vedono”. La prova è ciò che distingue un’affermazione vera da una falsa, ciò che, in campo giuridico, fa la differenza fra la ragione e il torto, fra la colpevolezza e l’innocenza. Le “cose che non si vedono” (ciò che crediamo ma anche ciò che speriamo) non sono sostenute da semplici aspirazioni soggettive, ma da prove. Nella storia gli uomini hanno spesso perso il vero oggetto della loro speranza ponendo ogni aspettativa in cose umane: la ragione, la scienza, le passioni, la nazione, lo stato, la libertà, l’uguaglianza…Tutte cose belle e sante ma che, se assolutizzate, hanno generato di volta in volta “mostri” come il razionalismo, lo scientismo positivista, il romanticismo, il nazionalismo, lo statalismo liberale o comunista…

Per questo, in un’ideale continuità con Benedetto, Papa Francesco la scorsa settimana ha detto “è importante che tale speranza sia riposta in ciò che veramente può aiutare a vivere e a dare senso alla nostra esistenza. È per questo che la Sacra Scrittura ci mette in guardia contro le false speranze che il mondo ci presenta, smascherando la loro inutilità e mostrandone l’insensatezza”. E’ un’eterna tentazione dell’uomo: quando la vita presenta momenti pesanti, rende faticoso il vivere stesso, cerchiamo consolazioni  “che sembrano riempire il vuoto della solitudine e lenire la fatica del credere. E pensiamo di poterle trovare nella sicurezza che può dare il denaro, nelle alleanze con i potenti, nella mondanità, nelle false ideologie” o, peggio ancora, “A volte le cerchiamo in un dio che possa piegarsi alle nostre richieste e magicamente intervenire per cambiare la realtà e renderla come noi la vogliamo” […] “L’uomo, immagine di Dio, si fabbrica un dio a sua propria immagine”, un dio che gli dia sempre ragione, ma in questo modo l’uomo diventa incapace di donare, di amare, di agire per il bene oggettivo, si chiude nella ricerca del proprio bene immediato senza fidarsi di Dio.

È l’esperienza anche del profeta Giona (spunto da cui è partito ieri il Santo Padre) che, chiamato da Dio a convertire la città di Ninive, rifiuta la propria missione e scappa lontano. Mandato a Ninive, che si trova a Est, nell’attuale Iraq, volge i suoi passi a Occidente e si imbarca per la Spagna per andare il più lontano possibile. Ma, in questa fuga, sulla nave viene in contatto con marinai pagani. Mentre infuria una tempesta e la nave sta per affondare, tutti implorano il proprio dio e Giona comprende che doveva dare ascolto all’unico vero Dio. La sua disubbidienza adesso sta mettendo in pericolo i compagni di viaggio e quindi accetta di essere gettato in mare. Il Santo Padre invita a riflettere che “L’istintivo orrore del morire svela la necessità di sperare nel Dio della vita.” È per questo che i marinai, sebbene pagani, si affidano alla preghiera e vanno oltre, riconoscendo nel Dio di Giona il vero Dio. Lo stesso capiterà agli abitanti di Ninive quando Giona arriverà da loro e li inviterà alla conversione, pena la distruzione della città.

Papa Francesco invita tutti ad avere grande fiducia – speranza – a non vergognarci di pregare il Signore nelle nostre difficoltà. “Troppo facilmente noi disdegniamo il rivolgerci a Dio nel bisogno come se fosse solo una preghiera interessata, e perciò imperfetta. Ma Dio conosce la nostra debolezza, sa che ci ricordiamo di Lui per chiedere aiuto, e con il sorriso indulgente di un padre, Dio risponde benevolmente”, spesso sorprendendoci con le grazie del tutto inaspettate che sa donarci.

Nell’ora presente, in un mondo cristiano che è morto, ognuno di noi ha bisogno di una speranza forte e salda nella fede, per poter lavorare nella vigna del Signore alla formazione di una nuova cristianità, più bella, più forte, più santa.

In conclusione della Spe salvi, Benedetto ricorda come anche gli Apostoli hanno avuto paura, hanno vissuto la delusione delle loro speranze troppo umane, sono stati tentati quando, dopo il Calvario, tutto sembrava finito. Invece, intorno alla Vergine, Mater Sanctae Spei, il vero regno “iniziava in quell’ora e non avrebbe avuto mai fine”.

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 Silvia Scaranari

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