La guerra civile russa (1917-1920)

Alleanza Cattolica 5 anni fa
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di Renato Cirelli

 

1. Il crollo della Russia degli zar

La guerra civile russa, seguita alla Rivoluzione d’Ottobre del 1917, è uno degli avvenimenti più sconvolgenti del secolo XX, sia per l’enorme costo umano e materiale che per le conseguenze del suo esito per la Russia, per l’Europa e per il mondo intero.

La Russia zarista, dalla metà dell’Ottocento, aveva iniziato un processo di riforme economico-sociali teso a colmare il secolare ritardo nei confronti dell’Europa. Ciò era stato causato dalla lunga dominazione dei mongoli, terminata soltanto nel secolo XVI, e dalla travagliata nascita dello Stato russo, ultimata solamente nel secolo XVIII. Il ministro più energico e lungimirante in quest’opera è Pëtr Arkadevic’ Stolypin (1862-1911), che per questo viene assassinato da terroristi di sinistra. La Russia alla vigilia della Grande Guerra, nonostante le gravi tensioni sociali e le crisi politico-militari, stava vivendo una crescita di sviluppo economico-sociale molto rapida. Quando l’impero russo era entrato in guerra, nell’agosto del 1914, contro gli imperi centrali, l’impero germanico e quello austro-ungarico, a fianco della Repubblica Francese e del Regno Unito, non aveva lesinato le sue energie umane e materiali sostenendo, più di una volta, gli alleati in difficoltà con sanguinose offensive e respingendo, per lealtà, offerte di pace separata. La Russia aveva pagato questo sacrificio con un prezzo altissimo e, dopo tre anni di guerra, era esausta e moralmente distrutta, e ormai i soldati al fronte non si riconoscevano più in quello spaventoso conflitto. La crisi che coinvolge tutti gli strati della popolazione nel marzo del 1917 provoca l’abdicazione dello zar Nicola II Romanov (1868-1918), colpevole soprattutto di non aver compreso il significato rivoluzionario del conflitto in atto. Infatti l’essere un sovrano tradizionale e cristiano lo condannerà, anche se schierato fra i futuri vincitori, come dimostrano le manifestazioni di gioia delle democrazie occidentali alla notizia della caduta del loro più fedele alleato.

Nel dissolvimento generale, nel luglio del 1917, si mette alla testa del governo provvisorio il socialista Aleksandr Fe/dorovic’ Kerenskij (1881-1970), che decide di continuare la guerra contro la Germania mentre si oppone debolmente ai bolscevichi e al loro programma di rivoluzione totale. Mostra, però, di temere di più la reazione alla rivoluzione. Infatti quando, nel settembre del 1917, il generale Lavr Georgevic’ Kornilov (1870-1918) tenta un colpo di Stato militare, questo fallisce perché Aleksandr F. Kerenskij si appella ai bolscevichi e li arma. Costoro sono guidati da Vladimir Ilic’ Ulianov detto Lenin (1870-1924), tornato dall’esilio svizzero con l’intera classe dirigente del partito grazie all’interessato consenso e al finanziamento tedesco. Il colpo di Stato riesce, nell’ottobre del 1917, proprio a Lenin, che prende il potere con la violenza e getta le basi della dittatura comunista promettendo al popolo pace e terra.

 

2. L’inizio della guerra civile

Davanti al crollo dell’impero zarista, mentre nascono movimenti indipendentisti in Ucraina, in Finlandia, nel Caucaso e nei paesi baltici, vi è chi rifiuta di rassegnarsi alla vittoria dei comunisti. L’iniziativa è presa dal generale Mihail Vasilevic’ Alekseev (1859-1918), ex capo di stato maggiore di Nicola II, che nei territori del Don comincia a raccogliere ufficiali e soldati reduci dal fronte che, insieme ai cosacchi, formano l’embrione dell’Esercito Volontario – i “bianchi” – il cui comando effettivo è assunto, il giorno di Natale del 1917, dal generale Kornilov. Attaccati e inseguiti dai rossi, i “volontari”, privi di armi, iniziano una ritirata di ottanta giorni, che sarà ricordata come la Marcia del Ghiaccio, raggiungendo alla fine, nel marzo del 1918, il Kuban in una situazione disperata, mentre in aprile muore in battaglia lo stesso generale Kornilov. Assume allora il comando il generale Anton Ivanovic’ Denikin (1872-1947), che riorganizza i superstiti e, insieme all’atamano dei Cosacchi del Don, generale Pe/tr Nikolaevic’ Krasnov (1869-1947), sconfigge ripetutamente i comunisti e conquista la Russia Meridionale dove, nell’agosto del 1918 a Ekaterinodar, forma il governo della Russia Libera. In Siberia intanto, sulla scia dell’azione della Legione Cecoslovacca, costituita da prigionieri dell’esercito austro-ungarico che si erano impossessati della ferrovia transiberiana, si formano governi anti-bolscevichi che, l’8 settembre 1918, si riuniscono in un unico Direttorio, composto da esponenti di vari partiti politici e che vengono unificati, nel novembre del 1918, dalla dittatura suprema dell’ammiraglio Aleksandr Vasilevic’ Kolc’ak (1874-1920), ex comandante della flotta del Mar Nero e noto esploratore polare.

 

3. L’intervento degli Alleati

Dopo la pace di Brest-Litovsk, firmata nel marzo del 1918, e dopo la resa dell’impero germanico, nel novembre dello stesso anno, truppe francesi e inglesi sbarcano nella Russia Meridionale e in quella Settentrionale, mentre in Siberia intervengono contingenti giapponesi, americani, inglesi, francesi e italiani. Si tratta di truppe inviate dai rispettivi governi più che per sostenere le formazioni anti-bolsceviche, nella prospettiva interessata di spartirsi le spoglie dell’impero russo. Lo faranno, fra l’altro, portandosi via trecento milioni di rubli del tempo d’oro russo. Tali truppe non combatteranno mai contro i comunisti e abbandoneranno gli eserciti bianchi al loro destino, quando si delineerà la loro sconfitta e le democrazie vincitrici avranno raggiunto il loro scopo. Infatti la resistenza delle armate bianche e la vittoria polacca sulla Vistola, nell’agosto del 1920, rendono militarmente impossibile l’esportazione della rivoluzione comunista nell’Europa spossata dalla guerra. Inoltre, se la ragione della guerra era stata, anche, la cacciata degli Asburgo e degli Hohenzollern, con la caduta dei Romanov il Regno Unito, per dirla con il primo ministro inglese David Lloyd George (1863-1945), aveva raggiunto il primo scopo del conflitto.

 

4. L’illusione della vittoria

Nel 1919 la guerra civile assume vaste dimensioni su tutto il territorio russo e gli eserciti bianchi e rossi mettono in campo centinaia di migliaia di uomini. Pur in costante inferiorità numerica, le armate bianche di Denikin sconfiggono i rossi per tutto l’anno liberando, nel settembre del 1919, l’Ucraina, il Caucaso e l’intera Russia Meridionale fino alle porte di Mosca, e occupando 1.500.000 kmq di territorio con cinquanta milioni di abitanti. Dai paesi baltici un’altra armata bianca, guidata dal generale Nikolaj Nicolaevic’ Judenic’ (1862-1933?), marcia su Pietrogrado, l’attuale San Pietroburgo. Nel Settentrione, fra Murmansk e Arcangelo, opera l’esercito bianco del generale Evgenij Karlovic’ Miller (1867-1937?). Tutti questi comandi riconoscono l’autorità dell’ammiraglio Kolc’ak, capo supremo delle armate bianche, che conduce i suoi eserciti dalla Siberia verso il cuore della Russia, raggiungendo il Volga. Viene conquistata anche Ekaterinburg, dove, nel luglio del 1918, era stata massacrata la famiglia imperiale ivi prigioniera, fra le prime vittime del Terrore rosso scatenato da Lenin.

Ciononostante l’Armata Rossa, organizzata da Lev Davidovic’ Bronstein (1879-1940), che opera sotto lo pseudonimo di Lev Davidovic’ Trockij, passa alla controffensiva. Essa può contare sul controllo del centro nevralgico della Russia europea industrializzata, mentre le truppe bianche occupano territori periferici e con scarse comunicazioni. Gli eserciti rossi, animati dal fanatismo rivoluzionario e con alle spalle un fronte interno reso sicuro dal terrore spietato della C”eka – la Commissione Straordinaria dietro cui si nasconde la polizia politica istituita nel 1917 con compiti di difesa della rivoluzione – prevalgono alla fine sulle armate bianche, inferiori di numero, prive di un programma politico unitario e minate nel fronte interno, nonostante il valore dei comandanti e dei soldati, da discordie politiche, da separatismi, da tradimenti e da personalismi.

Sul finire del 1919 l’Armata Rossa ferma e ricaccia indietro le armate di Kolc’ak e comincia la riconquista della Siberia. Mentre i bianchi in rotta resistono disperatamente, l’ammiraglio Kolc’ak viene catturato, con l’inganno, da traditori e consegnato ai comunisti, che lo fucilano nel febbraio del 1920. Il tutto con l’avallo degli Alleati.

Sul fronte settentrionale il generale Miller, abbandonato dagli inglesi al suo destino, è costretto a reimbarcarsi con i suoi soldati e a riparare in Norvegia nel gennaio del 1920. Anche Judenic’, nell’ottobre del 1919, è fermato alla periferia di Pietrogrado, dove non ha ricevuto l’appoggio promesso della flotta inglese, e, dopo duri combattimenti, si rifugia in Estonia, dove viene disarmato.

Sul fronte meridionale, infine, i rossi avanzano di 1.000 km riconquistando quasi tutti i territori occupati dai bianchi, sicché, davati alla sconfitta, il generale Denikin rinuncia al comando nel gennaio del 1920 e parte per l’esilio, scoraggiato dai tradimenti degli Alleati e dalle discordie interne.

 

5. La lotta per la sopravvivenza e la fine

Il comando delle armate meridionali viene assunto dal generale Pe/tr Nikolaevic’ Wrangel’ (1878-1928), ridotto ormai, nella primavera del 1920, a difendere la sola Crimea e poco più. Riorganizzate le truppe rimaste, egli sferra un’ultima disperata offensiva, che lo porta a sconfiggere i rossi inseguendoli fino al Dnepr nell’ottobre del 1920, nonostante il boicottaggio degli inglesi e dei francesi.

Ma la pace raggiunta nel frattempo con la Polonia consente ai bolscevichi di attaccare con forze preponderanti, sbaragliando definitivamente i bianchi. Nel novembre del 1920 Wrangel’ e centoquarantacinquemila bianchi si imbarcano dai porti della Crimea diretti a Costantinopoli. La crociata bianca era finita e sulla Russia, prossima a divenire Unione Sovietica, calava la lunga notte del comunismo.

 

6. Gli amari frutti della vittoria dei rossi

Nel 1921 tutto l’ex impero russo è ormai sotto il potere comunista. La guerra civile è costata almeno cinque milioni di morti, mentre un milione trecentomila russi fuggono in esilio e inizia la tragedia per decine di milioni di uomini e di donne russi e non russi. Dal 1991 sul Cremlino non sventola più la bandiera rossa, ma il tricolore russo delle armate bianche, il cui sacrificio forse non è stato completamente vano. Ma i conti con la storia e con la propria coscienza li devono fare ancora le democrazie occidentali per le loro viltà e le loro colpevoli compromissioni, alla fine autolesionistiche. Basterebbe, infatti, riflettere su questo episodio emblematico: nel marzo del 1919, le autorità militari francesi disarmano i “volontari” bianchi e consegnano la città di Odessa ai bolscevichi, spinte anche dall’ammutinamento della flotta francese, che intende in questo modo sostenere i “fratelli proletari” in difficoltà. Stando alla storiografia sovietica, i marinai francesi ammutinati nella rada di Odessa erano guidati da un giovane marinaio annamita chiamato Ton Die-Tang: il futuro Ho-Ci-Min (1890-1969)…


Per approfondire: vedi un quadro generale, in Mihail Geller (1922-1997) e Aleksandr Nekric’, Storia dell’URSS dal 1917 a oggi. L’utopia al potere, trad. it., Rizzoli, Milano 1984, soprattutto pp. 83-96; in specie, W. Bruce Lincoln, I Bianchi e i Rossi. Storia della guerra civile Russa, trad. it., Mondadori, Milano 1994; e Marina Grey e Jean Bordier, Le armate bianche. Russia 1919-1921, trad. it., Mondadori, Verona 1971; vedi pure, sul calunniato ammiraglio Aleksandr V. Kolc’ak, la sua biografia romanzata, basata su documenti inediti: Vladimir Maksimov, Uno sguardo sull’abisso, trad. it., Spirali-Vel, Milano 1992.

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