La Resistenza tedesca al nazionalsocialismo

Alleanza Cattolica 6 anni fa
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di Oscar Sanguinetti

 

1. La conquista nazionalsocialista del potere

Il 30 gennaio 1933 Adolf Hitler (1889-1945), leader della NSDAP, il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, riceve la carica di Cancelliere, ossia di capo del governo, dal presidente della Repubblica tedesca, il vecchio generale e protagonista della guerra 1914-1918 Paul von Hindenburg (1847-1934).

L’ideologia nazionalsocialista, all’interno di una visione del mondo che combina ricostruzioni occultistiche e scientistiche dell’ancestralità germanica e motivi romantici come “sangue e suolo” e “comunità di popolo”, propugna la creazione di nuove gerarchie sociali fondate sul dato razziale, destinate a scaturire da un’inevitabile lotta per la conquista dello “spazio vitale”, dall’assoggettamento di popoli “inferiori” e dalla selezione biologica — attraverso eugenetica ed eutanasia — dello stesso popolo tedesco. Su questo quadro di fondo si disegna un progetto di forte modernizzazione, benché di una modernizzazione “diversa”: il nazionalsocialismo aggredisce tanto le realtà costitutive dell’autentico retaggio storico tedesco — “prussianesimo” e cristianesimo —, quanto le ideologie moderne rivali, il bolscevismo, la socialdemocrazia, il liberalismo e lo stesso nazionalismo.

La conquista del potere assoluto da parte dei nazionalsocialisti è rapida e travolgente. Nel febbraio del 1933, dopo l’incendio del Reichstag, il parlamento, attribuito ai comunisti, von Hindenburg sospende in parte le libertà civili. Il 23 marzo Hitler ottiene i pieni poteri e il 2 maggio scioglie i sindacati dando vita al Deutsche Arbeitsfront, il “Fronte Tedesco del Lavoro”. Il 22 giugno la socialdemocrazia viene messa fuori legge, mentre le altre forze politiche — il Centro cattolico e i nazionalisti: i comunisti erano già stati decapitati con l’arresto dei loro 81 deputati — si autosciolgono. Il 14 luglio la NSDAP diventa partito unico; nel 1934 viene istituito il tribunale politico speciale, il Volksgerichtshof, “Corte Popolare”. Subito dopo, nella cosiddetta “notte dei lunghi coltelli”, Hitler liquida l’opposizione interna con l’arresto e con l’eliminazione — fra il 30 giugno e il 2 luglio — del vertice delle formazioni paramilitari del partito, le SA — Sturm Abteilungen, “reparti d’assalto” —, guidate da Ernst Röhm (1887-1934). Nella “purga” vengono colpiti anche ambienti conservatori e trovano la morte l’altro leader e ideologo nazionalsocialista Gregor Strasser (1892-1934) e l’ex cancelliere, generale Kurt von Schleicher (1882-1934). Il 2 agosto, alla morte di von Hindenburg, Hitler cumula le cariche di capo dello Stato e di capo del governo: nasce così la figura del Führer, il “duce” dello Stato tedesco o Reich, il terzo della storia germanica. Lo stesso giorno, il ministro della Guerra, generale Werner von Blomberg (1878-1946), impone alle forze armate, la Reichswehr — la futura Wehrmacht —, il giuramento personale al titolare della nuova carica suprema.

Fin da subito il governo nazionalsocialista procede agli arresti di oppositori e di elementi “antisociali”, che vanno a popolare carceri e neo-costituiti campi di lavoro o Lager. Quindi, realizza una politica di aggressione contro le comunità religiose: fra gli altri episodi, nel maggio del 1936, ben 287 religiosi vengono arrestati e processati per presunta omosessualità. Nel novembre del 1938 esplode — con la benevola tolleranza del governo — la violenza contro la comunità ebraica tedesca, già discriminata con le leggi di Norimberga del settembre del 1935, nella cosiddetta “notte dei cristalli”. La guerra europea segna poi il salto di qualità della politica razziale, con frequenti deportazioni ed eccidi di massa nei paesi via via occupati, e con la creazione di nuovi, sempre più grandi, campi di lavoro forzato. Il conflitto dilata pure ulteriormente la sfera di potere del partito nazionalsocialista, cui corrispondono l’esautoramento politico dell’esercito e la militarizzazione delle formazioni di partito, con la creazione delle Waffen-SS — Schutzstaffeln, “staffette di difesa” — combattenti, che al termine della guerra contano ben 17 divisioni.

 

2. La resistenza

La violenta repressione del dissenso, la disarticolazione o l’annientamento dell’opposizione politica, l’abilità di Hitler nel conquistare e nel conservare il consenso popolare, la soluzione da lui data ai problemi ereditati dalla guerra mondiale persa — di così alta eco emotiva nel popolo —, il ricatto dell’equazione regime-patria — per di più “in pericolo”, dall’inizio delle sconfitte militari del 1943-1945 — non favoriscono la formazione di un movimento organizzato anti-regime, con sufficiente consenso popolare. Nonostante il diffuso disgusto per il regime poliziesco e per la crescente violenza antiebraica, la resistenza tedesca si esprime “senza popolo”, individualmente, oppure interessa solo piccoli ambienti e realtà tanto numerose quanto eterogenee sotto il profilo culturale e programmatico. I vari gruppi clandestini nascono e si muovono in maniera autonoma e scoordinata, con maggior vigore ed embrioni di organizzazione solo all’interno delle due realtà sociali che il regime ha neutralizzato ma non dissolto: le Chiese o comunità religiose e l’esercito.

Questa mancanza di base popolare — come pure il rifiuto degli Alleati, paralizzati dai sovietici, di aiutare, come nei paesi occupati, la resistenza tedesca o, almeno, di considerare i suoi esponenti come interlocutori — fa sì che le organizzazioni clandestine vengano facilmente scoperte dalla Gestapo — Geheime Staats Polizei, la “polizia segreta di Stato” — e dal SD — Sicherheitsdienst, “servizio di sicurezza”, il controspionaggio. È il caso — per esempio — del circolo socialista Neu Beginnen, “Nuovo Inizio”, scoperto nel 1935; del Sozialistische Front; del gruppo, animato da ex combattenti dei corpi franchi sia nazionalisti che di sinistra e guidato da Josef “Beppo” Römer (1892-1944) — ne vengono processati 150 membri fra il 1942 e il 1943 —; del circolo di Hanna Solf (1887-1954) — vedova dell’ex ambasciatore tedesco a Tokio —, scoperto il 12 gennaio 1944; del gruppo comunista di Anton Saefkow — arrestato il 4 luglio 1944 —; e, infine, con maggior spessore sia numerico che culturale, del Circolo di Kreisau — dal nome della tenuta slesiana dove si riuniva —, d’intonazione cristiano-sociale, promosso dal conte Helmuth James von Moltke (1907-1945) e dal gesuita Alfred Delp (1907-1945). Né riescono a creare difficoltà al regime le reti clandestine del partito comunista tedesco, dalle quali promanava la famosa Rote Kapelle, “Orchestra Rossa”, creata nel 1936 dal tenente Harro Schulze-Boysen (1909-1942) e dall’economista Arvid Harnack (1902-1942) e scoperta e distrutta nel 1939. Esse cessano peraltro ogni attività dopo il patto tedesco-sovietico del 1939.

Le sporadiche manifestazioni di dissenso promosse dai nuclei di resistenti vengono sempre soffocate nel sangue, così da assumere il carattere di testimonianza morale — spinta, come nel caso del volantinaggio degli studenti del movimento evangelico della Rosa Bianca, guidati da Sophie (1921-1943) e Hans (1918-1943) Scholl, nel febbraio 1943 a Monaco, fino al martirio volontario — più che di attacco al governo.

Fra le comunità religiose, quella cattolica si mostrava meno sensibile ai richiami “patriottici” del governo di quella evangelica, da cui si era staccata una Chiesa “nazionale” del tutto soggetta al regime. La Santa Sede, retta in quegli anni prima da Papa Pio XI (1922-1939) — che nel marzo del 1937 pubblica l’enciclica Mit brennender Sorge sulla situazione della Chiesa nel Reich germanico —, e poi — dal 1939 — da Papa Pio XII (1939-1958) non fa mai mancare il sostegno alla Chiesa in Germania. La resistenza cattolica si manifesta soprattutto attraverso la testimonianza — talora spinta fino alla temerarietà — e attraverso il magistero di singoli presuli. Fra essi spiccano il vescovo — poi cardinale — di Münster, nella Renania-Vestfalia, Clemens August conte von Galen (1878-1946) —, la cui serie di pastorali contro il regime e le cui iniziative nei confronti di alti gerarchi come Hermann Göring (1893-1946) gli valgono agli occhi del mondo l’ammirato appellativo di “leone di Münster”, e fra i partigiani del regime l’epiteto di “Galen Schwein”, “Galen porco” —, e i cardinali Konrad von Preysing (1880-1950) e Michael von Faulhaber (1869-1952), rispettivamente vescovo di Eichstätt, in Baviera, e arcivescovo di Monaco. Fra i protestanti spicca la figura del pastore ed ex comandante sommergibilista durante il primo conflitto mondiale Martin Niemöller (1892-1984), arrestato nel 1937 e liberato dal Lager di Sachsenhausen, nell’Assia, solo nel 1945; con lui lo scrittore prussiano Ernst Wiechert (1887-1950) — viene confinato nel lager di Dachau, nei pressi di Monaco —, e il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer (1906 -1945), impiccato nel campo di Flössenburg, in Baviera.

I sopravvissuti circoli aristocratici e conservatori ruotano intorno a Carl Friedrich Goerdeler (1884-1945) — ex borgomastro di Lipsia, il più noto esponente della resistenza tedesca, designato come futuro capo del governo nei piani dei cospiratori del 20 luglio 1944 —, Hans Ulrich von Hassell (1881-1944) — già ambasciatore a Roma —, Johannes von Popitz (1884-1945) — già ministro delle Finanze della Prussia — ed Ewald von Kleis-Schmenzin (1890-1945), di ispirazione monarchica e cristiana. Questi ambienti esercitavano una forte — anche se non esclusiva — influenza sui militari, in particolare sul generale Ludwig Beck (1880-1944), capo di stato maggiore dell’esercito fino al 1938. Con l’eccezione dei massimi vertici, l’ambiente dei generali e dell’alta ufficialità — fra i quali si segnala l’ammiraglio Wilhelm Canaris (1887-1945), addirittura capo dello spionaggio militare, l’Abwehr — in maggioranza avversa sempre il nazionalsocialismo, sia per ragioni di principio — per esempio non riesce ad accettare gli eccidi perpetrati dalle milizie di partito —, sia per orgoglio di ceto, acuito dalle continue umiliazioni a esso inflitte dal despota. Ma, se nella resistenza sono numerosissimi gli ufficiali di ogni grado — per lo più aristocratici — che di volta in volta emergono nei ripetuti complotti per rovesciare il regime e negli attentati alla vita del Führer, non mancano neppure alti funzionari civili, come Hans Bernd Gisevius (1905-1974) e Hans von Dohnanyi (1902-1945), entrambi del controspionaggio.

La resistenza militare contro il regime trova la sua massima espressione in tre tentativi di colpo di Stato — prevedevano tutti la previa eliminazione fisica del Führer, che avrebbe liberato i militari dal giuramento di ubbidienza personale —, due dei quali — quello del settembre del 1938, poco prima degli accordi internazionali di Monaco, e quello del giugno-novembre del 1939, all’inizio della guerra — devono essere sospesi in extremis, mentre il terzo, quello del 20 luglio 1944, aperto dall’attentato contro il Führer compiuto dal colonnello conte Claus Schenck von Stauffenberg (1907-1944) al quartier generale di Rastenburg, nella Prussia Orientale, fallisce: merita di essere ricordato che, secondo The New York Times del 9 agosto 1944, questo attentato sarebbe maturato nell’[…] atmosfera del tenebroso mondo del crimine”, a differenza di quanto “ci si attenderebbe normalmente nel corpo degli ufficiali di uno stato civile”.

La repressione di quest’ultima congiura segna la definitiva e sanguinosa liquidazione della resistenza tedesca, attuata attraverso processi-farsa nei quali si distingue il presidente del tribunale speciale nazionalsocialista Roland Freisler (1895-1945), seguiti da torture, impiccagioni, fucilazioni e deportazioni, che si protraggono con precisione e con implacabile, barbarico spirito di vendetta — che non risparmierà i familiari e i congiunti — fino alla soglia dell’apocalisse berlinese nell’aprile del 1945.


Per approfondire: vedi Hans Rothfels, L’opposizione tedesca al nazismo, trad. it., Cappelli, Bologna 1963; Joachim [C.] Fest, Obiettivo Hitler, trad. it., Garzanti, Milano 1996, nonché, dello stesso, Hitler, trad. it., Rizzoli, Milano 1974; in sintesi Peter Hoffmann, Tedeschi contro il nazismo. La resistenza in Germania, trad. it., il Mulino, Bologna 1994. Vedi pure Klaus Hildebrand, Il Terzo Reich, trad. it., Laterza, Bari 1983; e Ian Kershaw, Che cos’è il nazismo? Problemi interpretativi e prospettive di ricerca, trad. it., Bollati Boringhieri, Torino 1995; nonché Ulrich von Hassell, Diario segreto 1938-1944. L’opposizione tedesca a Hitler, trad. it., Editori Riuniti, Roma 1996. Sui rapporti fra il regime e le Chiese vedi Mario Bendiscioli, Germania religiosa nel Terzo Reich. Conflitti religiosi e culturali nella Germania nazista. Dalla testimonianza (1933-1945) alla storiografia (1946-1976), 2a ed. riveduta e aumentata, Morcelliana, Brescia 1977; su un aspetto della resistenza cattolica Clemens August Graf von Galen, Un vescovo indesiderabile. Le grandi prediche di sfida al nazismo, trad. it., Edizioni Messaggero, Padova 1985.

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