Marcia per la vita

Marco Respinti 9 mesi fa
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Il 27 gennaio si è svolta a Washington la 44a Marcia nazionale per la Vita, la madre di tutte le marce per la vita e per certi versi di tutti i Family Day. Accade puntualmente ogni anno in concomitanza della sentenza con cui il 22 gennaio 1973 la Corte Suprema federale legalizzò la soppressione della via umana nascente in tutto il Paese attraverso un vero e proprio abuso giuridico (compito della Corte Suprema è infatti quello di vegliare sulla costituzionalità delle leggi approvate dal Congresso federale, non quello di legiferare in proprio come appunto fece invece allora).
Per la prima volta nella storia, sul palco dei pochi e selezionatissimi oratori che aprono la manifestazione è salito un rappresentante dei vertici delle istituzioni statunitensi, il vicepresidente Mike Pence. Non era mai accaduto, è un fatto enorme, straordinario, bellissimo.
Ora, Pence è un amico della vita da sempre: è pubblicamente noto per questo e anche per questo è stato scelto per la vicepresidenza dall’allora aspirante presidente Donald J. Trump in difficoltà con l’elettorato sensibile alla difesa dei “princìpi non negoziabili”. Ma sul palco della 44a Marcia per la vita non è salito soltanto il pro-lifer Pence, vi è salita la Casa Bianca.

Così ha espressamente detto dal palco della Marcia Kellyanne Conway, sondaggista e stratega Repubblicana, cattolica, voluta da Trump come manager della propria campagna elettorale e ora “Counselor to the President”. Così ha chiaramente ripetuto il vicepresidente Pence. E così ha nuovamente ribadito lo stesso Trump tweettando: «Avete il mio appoggio pieno». È più di quanto sia accaduto negli otto anni di presidenza di George W. Bush Jr., grande amico della vita umana nascente, che usava telefonare plaudente in diretta ai marciatori di Washington o (come fece l’ultimo anno del suo secondo mandato) invitarli per la colazione alla Casa Bianca con tanto di passeggini e bambini vocianti. Ed è più di quanto fatto da Ronald Reagan (1911-2004), che la vita l’ha difesa con le unghie e con i denti, prendendo addirittura carta e penna per scriverlo solennemente e utilizzando tutto il peso della propria suprema carica istituzionale per appoggiarne la tutela in sede legislativa.

I mai contenti potrebbero aggiungere che allora tanto valeva che su quel palco ci salisse Trump in persona. Condivisibile ‒per certi versi. Ma l’ottimo è sempre nemico del bene, e voler cercare il pelo nell’uovo perdendo di vista l’eccezionalità di alcuni gesti politici è sciocco, se non persino in malafede. Non bisogna essere dei ciechi adoratori di Trump, che resta sempre il Trump caciarone, rozzo, sbruffone e persino ambiguo di sempre, per ringraziarlo ora di questo gesto unico. Ringraziarlo ora: domani si potrà, e se sarà il caso si dovrà, criticarlo per eventuali cadute di tono, errori e malefatte, ma non è oggi quel momento. Oggi chiunque abbia a cuore la costruzione o la restaurazione o la preservazione di quel che resta, per poco che sia, di una società a misura di uomo e secondo il piano di Dio deve inchinarsi a questo atto eminentemente, squisitamente e nobilmente politico che nessuna Amministrazione statunitense ha avuto l’occasione, l’opportunità o la voglia di compiere.
Il vicepresidente Pence su quel palco significa che, in barba ai giochetti di parole sulla laicità delle istituzioni e ai sofismi sulla (falsa) libertà di coscienza, le istituzioni del Paese oggettivamente più importante del mondo prendono posizione davanti a questo stesso mondo, e anche più su, a favore di uno dei pilastri principali su cui si regge la convivenza umana, la vita, negare la quale è un crimine che grida vendetta al cospetto del Cielo. Vada come vada da domani, questo è un fatto che resta e resterà: unico e svettante come fino a poche settimane fa nemmeno la più rosea delle previsioni poteva immaginare.

E la Marcia per la vita guidata dal vicepresidente degli Stati Uniti segue di solo poche ore un altro avvenimento straordinario. Con 239 voti contro 183, martedì 24 gennaio la Camera federale dei deputati a guida Repubblicana ha reso permanente una buonissima legge che per decenni si è dovuto invece reintrodurre anno per anno e quindi lasciare in balia delle maggioranza politiche del momento. Si tratta del cosiddetto “Hyde Amendment” con cui nel 1976 (ma entrò in vigore solo nel 1980 quando la Corte Suprema ne stabilì la costituzionalità) il deputato Repubblicano conservatore Henry J. Hyde (1924-2007), cattolico, riuscì a imporre il divieto di finanziare l’aborto praticato su territorio nazionale con denaro statale. Fino a oggi è stata una misura non permanente poiché, incidendo sulla legge annuale di previsione del bilancio, come essa valeva solo annualmente.

L’“Hyde Amendment” è tra l’altro l’estensione appunto al territorio nazionale di quanto precedentemente stabilito dall’“Helms Amendment” al Foreign Assistance Act del 1961, allorché nel 1973 il deputato Repubblicano conservatore Jesse A. Helms (1921-2008), battista, riuscì a impedire che le Ong attive all’estero beneficiate dagli aiuti esteri americani usassero quei fondi per promuovere e operare aborti, anche se nel Paese straniero in cui esse operano l’aborto è consentito dalla legge. Per dare corso reale a queste due leggi, durante la Conferenza internazionale dell’ONU sulla popolazione svoltasi nella capitale messicana dal 6 al 14 agosto 1984, l’Amministrazione Reagan varò la cosiddetta “Mexico City Policy”. La misura fu introdotta con un ordine esecutivo del presidente (sostanzialmente un decreto-legge) che ogni suo successore ha poi avuto la facoltà di confermare o di abolire. Dopo Reagan il presidente Repubblicano George Bush Sr. nel 1988 proseguì la “Mexico City Policy”, il presidente Democratico Bill Clinton la negò il 22 gennaio 1993, Bush Jr. la reintrodusse il 22 gennaio 2001, Obama tornò a negarla il 23 gennaio 2009 e il 23 gennaio scorso Trump l’ha nuovamente introdotta. Da oggi però, con l’“Hyde Amendment” divenuto permanente, i presidenti che vorranno sostenere la “Mexico City Policy” avranno un ostacolo in meno. A chi scrive piace a questo punto ricordare che quando militanti di Alleanza Cattolica incontrarono, anni fa, il deputato Hyde nel suo ufficio di Washington accanto a lui torreggiava una statua alta così della Madonna di Fatima del 1917 e che il primo firmatario della legge che nel 2017 ha reso permanente l’“Hyde Amendment” è il deputato Repubblicano Christopher H. Smith, cattolico, che militanti di Alleanza Cattolica hanno avuto più volte occasione di frequentare.

L’Amministrazione statunitense in carica oggi è quella del Trump caciarone, rozzo, sbruffone e persino ambiguo di sempre, ma pure del Trump che si mette, per motivi che non spetta a noi giudicare, al servizio di qualcosa di più grande di lui e che forse lui nemmeno immagina. Questo è un fatto, e chi lo nega ha torto a prescindere. Mai si è visto dal palco di una manifestazione così tanto partigiana, e al contempo espressione della vera anima del Paese nordamericano, la Casa Bianca gridare dai tetti al mondo una verità che qualunque studente sa perfettamente ma molti, troppi scelgono d’ignorare: gli Stati Uniti sono un Paese pro-life sin dal principio, lo sono nel loro stesso DNA, motivo per cui l’aborto è quanto di più antiamericano esista. «Noi asseriamo che queste verità sono per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal loro Creatore di determinati diritti inalienabili, che tra questi vi sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità». Lo dice la Dichiarazione d’indipendenza del 1776, lo ha detto il vicepresidente Pence. Il corsivo è suo.

Marco Respinti

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