Michelangelo Mendella, Napoli di parte guelfa. Saggio sui cattolici napoletani dalla Restaurazione al primo Novecento, Giannini Editore, Napoli 1985, pp. 436, L. 30.000

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Francesco Pappalardo 32 anni fa
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Francesco PappalardoQuaderni di Cristianità, anno II, n. 4, primavera 1986

 

Michelangelo Mendella, Napoli di parte guelfa. Saggio sui cattolici napoletani dalla Restaurazione al primo Novecento, Giannini Editore, Napoli 1985, pp. 436, L. 30.000

 

La Rivoluzione francese conduce, per la prima volta nella storia dell’Europa cristiana, alla laicizzazione completa dello Stato e della vita pubblica. La forte compenetrazione di «spirituale» e di «materiale» che aveva caratterizzato la societas christiana viene meno; i cattolici si trovano a essere «parte» nella vita politica e culturale, e il loro diventa uno dei tanti possibili «progetti» di società. Nasce, quindi, la necessita di mobilitare e di organizzare forze per difendere tradizionali posizioni e per operare una riconquista cattolica della nazione e delle sue strutture politico-sociali.

Nella penisola italiana, dove minore era stata la penetrazione dei principi rivoluzionari, soltanto dopo i moti del 1820-21 si ha un notevole sviluppo dell’attività propagandistica e organizzativa dei cattolici, fatta eccezione per il Piemonte, dove operava già dalla fine del secolo XVIII l’Amicizia Cristiana, poi Amicizia Cattolica, di padre Nikolaus Albert von Diessbach e del venerabile Pio Bruno Lanteri. La ricostruzione storica di tali generosi sforzi è ancora lacunosa per molte regioni d’Italia, ma si avvertiva soprattutto la mancanza di un’opera che delineasse il quadro complessivo del movimento cattolico a Napoli, nel secolo XIX uno dei centri più notevoli dell’opposizione all’ideologia rivoluzionaria e allo Stato liberale.

L’edizione del volume Napoli di parte guelfa. Saggio sui cattolici napoletani dalla Restaurazione al primo Novecento, di Michelangelo Mendella — titolare della cattedra di storia contemporanea presso la

facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Napoli —, interviene a colmare in buona parte tale lacuna.

Consapevole «che non tutto è stato detto sul cattolicesimo napoletano, e che soprattutto non esiste una storia del movimento cattolico di Napoli» (p. 16), l’autore indaga sul complesso delle posizioni dei cattolici nel periodo storico che ha inizio con la Restaurazione e giunge alla fondazione del Partito Popolare Italiano.

Nella stampa della prima metà dell’Ottocento Michelangelo Mendella individua un primo, vivace fermento di idee e di polemiche, corrispondente a quello riscontrabile in altri luoghi d’Italia — a Torino, per esempio, a Milano e a Modena — come reazione allo spirito della Rivoluzione (pp. 21-76).

Anche se dall’esame dei periodici napoletani emerge la consapevolezza della necessità di una capillare opera di propaganda e della costituzione di attivi nuclei di laici cattolici, nel Regno delle Due Sicilie non si sviluppa una struttura organizzata per la difesa e per la propagazione della fede. Le cause di ciò vanno ricercate nel persistente giansenismo e regalismo del ceto colto; nella tradizione giurisdizionalistica, che aveva alimentato un certo «gallicanesimo», tanto che si diceva essersi sostituito, nella Chiesa napoletana, il potere del ministro Bernardo Tanucci a quello del Papa; e nella diffidenza della monarchia — soprattutto negli anni della Restaurazione — verso i settori della classe dirigente saldamente ancorati a principi contro-rivoluzionari.

L’Enciclopedia Ecclesiastica e Morale, fondata nel giugno del 1811 dal padre teatino Gioacchino Ventura, con il favore del principe Antonio Capece Minutolo di Canosa, caposcuola dell’intransigentismo italiano, vagheggia per prima una forma nuova di apostolato laicale, per il ristabilimento dell’influenza e della penetrazione delle dottrine della Chiesa nella società civile e nello Stato, ma deve cessare ben presto le pubblicazioni, vittima dell’ambigua politica svolta nel corso della Restaurazione, edizione aggiornata del settecentesco dispotismo illuminato.

Analoga sorte tocca, in altri Stati preunitari, a battaglieri periodici quali l’Amico d’Italia a Torino, La Voce della Ragione a Pesaro, La Voce della Verità a Modena.

La volontà dei cattolici di intervenire e di difendere le proprie posizioni in una società sempre meno cristiana si esprime a Napoli anche con la fondazione de L’Eco della Religione, nel 1838, e de La Scienza e la Fede, nel 1841. Quest’ultima, nata per opera del sacerdote e filosofo Gaetano Sanseverino e del padre gesuita Matteo Liberatore, si distingue dopo l’Unità come «rivista battagliera che lottò a fondo contro lo Stato liberale, senza indulgere ad alcun compromesso» (p. 56), affrontando con grande rigore i problemi della cultura e della società del tempo.

Un posto a sé occupa La Civiltà Cattolica, il quindicinale fondato sempre a Napoli nel 1850 dal padre gesuita Carlo Maria Curci. con la collaborazione dei confratelli Matteo Liberatore, Antonio Bresciani e Luigi Taparelli d’Azeglio, «il più formidabile ragionatore del suo tempo ed il più temibile degli scrittori da parte dei contraddittori» (p. 92).

La rivista, sorta per desiderio del Pontefice Pio IX, avrebbe recato un contributo decisivo al Sillabo, al Concilio Vaticano I e all’opera di restaurazione della filosofia tomista, che avrà il suo coronamento sotto il pontificato di Leone XIII.

Michelangelo Mendella — accanto alla storia de La Carità e del venerabile Ludovico da Casoria (pp. 96-114) — ricostruisce la nascita e le disavventure de La Civiltà Cattolica nel Regno di Napoli (pp. 83-96), prima perseguitata da «consiglieri e ministri, imbevuti di spirito tanucciano» (p. 95), e poi censurata dal capo della polizia, «il famigerato Peccheneda, ex chierico ora massone» (p. 96), sicché la redazione deve emigrare a Roma.

Eppure Ferdinando II di Borbone si era impegnato personalmente ad attenuare l’anticurialismo della corte, tanto che, già nel concilio interprovinciale del 1849, vescovi del regno avevano supplicato Pio IX — allora esule e ospite del re — di largire al sovrano napoletano il titolo di Piissimo.

Quel concilio, cui presero parte i presuli della regione continentale del Regno delle Due Sicilie, è qui studiato per la prima volta (pp. 76-82) e fornisce interessanti chiarimenti sui rapporti esistenti fra Chiesa e Stato.

I vescovi presentano a Ferdinando II alcuni documenti, con i quali chiedono provvedimenti per la pubblica moralità e avanzano proposte per rendere più ampio l’esercizio della libertà della Chiesa nelle sue relazioni con il governo e più vigorosa la giurisdizione episcopale; ma le richieste sono respinte dal Consiglio di Stato, «dominato dalla ,figura del presidente G. Fortunato, gran massone, e composto per lo più di ex liberali» (p. 79).

Soltanto dopo le dimissioni del ministero Fortunato è possibile al cardinale Sisto Riario Sforza — colui che aveva istituito il famoso Obolo di San Pietro, quale omaggio di filiale devozione e tributo di fedeltà del popolo napoletano al Pontefice in esilio — ottenere dal re lo smantellamento dell’apparato di leggi restrittive della libertà della Chiesa.

La ritrovata collaborazione tra i due poteri dura pochi anni, perché la forzata annessione del regno allo Stato unitario ne sancisce la netta separazione e porta a una dura persecuzione di ogni realtà cattolica.

L’opposizione alla nuova situazione politica (pp. 114-146) viene condotta anzitutto dalle gerarchie ecclesiastiche, «non tanto in difesa della posizione privilegiata conosciuta grazie alla monarchia borbonica, quanto in nome dei principi religiosi minacciati dal trionfo della causa liberale e da leggi generate da dottrine agnostiche e intrise di laicismo» (p. 114).

La reiterata espulsione del cardinale Sisto Riario Sforza, le vessazioni nei confronti del clero e degli ordini religiosi, la protezione accordata dal governo ai preti «liberali» e alla propaganda protestante, influiscono non poco sulle prime scelte del laicato cattolico, che si trincera a difesa della fede.

Il movimento cattolico — che, dopo avere conosciuto la diffidenza della monarchia assoluta, era stato intralciato nel suo sviluppo dal cattolicesimo «liberale» — conosce le difficoltà derivanti dalla novità della struttura politico-sociale da combattere e dalla dispersione dei quadri dirigenti.

Grazie alla saldatura tra cattolici e legittimisti la carenza di adeguate posizioni sul piano politico viene avvertita in misura minore che altrove, cosicché non mi pare condivisibile l’opinione dell’autore, secondo la quale il rientro dall’esilio di molti esponenti borbonici — dopo la breccia di Porta Pia — «inquinò lo sviluppo del movimento organizzato per parecchi lustri» (p. 144).

Senza dubbio non mancano personaggi legati alla vecchia mentalità regalistica, ma i migliori esponenti del legittimismo — molti dei quali dirigono la sezione napoletana dell’opera dei Congressi e Comitati Cattolici — si distinguono per purezza d’intenzione e per rigorosa ortodossia.

I «puri», che tendevano a svincolare l’attività della Chiesa da ogni commistione con la politica, compiono una «scelta religiosa» ante litteram e finiscono per cedere alcuni al modernismo e altri al compromesso con la Rivoluzione liberale.

Nel 1878, la nomina dell’arcivescovo cardinale Guglielmo Sanfelice — che coltivava l’immagine di un laicato succube dell’autorità ecclesiastica — limita sempre più l’azione dei cattolici all’aspetto religioso e sociale. Grazie alla costituzione di associazioni, di comitati e di unioni è possibile organizzare una «difesa articolata dell’azione dei cattolici dall’anticlericalismo massonico e dalla ideologia socialista» (p. 346), ma, di fronte allo sforzo compiuto a fine secolo dalla classe politica per la liquidazione autoritaria di ogni opposizione, il movimento cattolico viene facilmente disarticolato: «il comitato diocesano, infatti, sospese timorosamente le adunanze, cosicché il prefetto non trovò alcun comitato da sciogliere, da quello regionale fino all’ultimo fra i parrocchiali» (p. 333).

La ripresa all’inizio del Novecento (pp. 395-418), guidata dal nuovo arcivescovo cardinale Giuseppe Prisco, risente dello scioglimento dell’opera dei Congressi, cui è costretto san Pio X nel 1904 in seguito all’insanabile contrasto sviluppatosi, all’interno di tale organismo, tra i cattolici intransigenti, fedeli alle direttive pontificie, e i democratici cristiani ispirati da don Romolo Murri.

Il rafforzamento della componente democratico-cristiana a Napoli è opera di Gennaro Avolio, la cui attività è studiata per la prima volta ampiamente (pp. 343-394). Scomunicato nel 1913, egli si allontana del tutto dalla Chiesa «per la presenza del modernismo nelle sue posizioni, per l’accettazione del socialismo e dell’intervento dello Stato nell’economia, per la lotta al celibato ecclesiastico» (p. 394), che lo porta a contatto con le posizioni dei luterani.

Dopo lo scioglimento dell’opera dei Congressi i cattolici napoletani si dividono, di fatto, in due tronconi: il gruppo dei legittimisti, raccolto intorno all’unione del Mezzogiorno, costituita per «il risorgimento economico, politico, religioso, morale e materiale dell’antico Reame» (p. 399), e i transigenti, liberaleggianti, uniti nel Circolo cattolico per gli interessi di Napoli.

Il modernismo, non riuscendo, almeno in Italia, ad affermarsi sul piano teologico-religioso, inquina quello politico-sociale, e porta alla costituzione di un partito «aconfessionale», di vaga «ispirazione cristiana», quale è stato il Partito Popolare Italiano — in cui confluisce il Circolo cattolico per gli interessi di Napoli — e quale è la Democrazia Cristiana.

Molti altri argomenti sono affrontati nell’opera di Michelangelo Mendella: voglio ricordare l’ampio capitolo dedicato a Girolamo Milone e a La Libertà Cattolica (pp. 187-242), che seppero «polemicamente contrapporre la cultura cattolica alle concezioni etico-politiche del tempo» (p. 188); la ricostruzione dettagliata delle vicende napoletane dell’opera dei Congressi (pp. 243-287) e dell’associazionismo cattolico operaio (pp. 289-342): l’introduzione metodologica e storiografica (pp. 7-20), nella quale si fa anche giustizia del luogo comune relativo a una religiosità meridionale solo esteriore e «superstiziosa», nonché l’esame di momenti di storiografia neoguelfa (pp. 147-186).

Non mancano questioni da trattare o da approfondire, come lo stesso autore suggerisce, ma era essenziale che si tracciasse un quadro complessivo per porre l’esigenza di nuovi studi particolari intesi a sempre meglio conoscere la storia del cattolicesimo militante italiano e a contribuire, con la memoria, alla prudenzialità delle scelte nell’ora presente.

Francesco Pappalardo

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 Francesco Pappalardo

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