Mons. Roberto Ronca «vescovo delle carceri»

Alleanza Cattolica 16 anni fa
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Giuseppe Brienza, Cristianità n. 322 (2004)

 

1. La vita

Roberto Ronca nasce a Roma il 23 febbraio 1901 (1). Dopo essersi laureato in ingegneria, appena venticinquenne, all’università La Sapienza, asseconda una vocazione sacerdotale forse maturata fin dai primi anni universitari, chiedendo e ottenendo di entrare nel Pontificio Seminario Romano Maggiore in San Giovanni in Laterano.

È ordinato sacerdote il 7 aprile 1928 (2) e, subito dopo, nominato vicerettore dello stesso seminario.

Nel 1931 diviene anche assistente del Circolo Romano della FUCI, la Federazione Universitari Cattolici Italiani, designato dal cardinale vicario di Roma Francesco Marchetti Selvaggiani (1871-1951) (3) su consiglio del gesuita Agostino Garagnani (1881-1944) (4). Don Ronca opera fedelmente nell’applicare le direttive pastorali del cardinale vicario, tanto da conquistarne ampiamente la stima, essendo chiamato, a neanche trentadue anni, a coprire l’importante carica di rettore del Pontificio Seminario Romano Maggiore.

Giusto dieci anni dopo, a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943 e dell’occupazione militare tedesca di Roma, monsignor Ronca fornisce coraggiosamente riparo a ogni genere di ricercati e di perseguitati da parte delle autorità nazional­socialiste, […] aprendo le porte del seminario e delle adiacenze: aprendo soprattutto il suo cuore e mettendo la sua mente organizzatrice a servizio dei rifugiati politici, degli ebrei, dei militari sbandati, come l’interprete più fedele e più attivo del cuore magnanimo di Pio XII [1939-1958] “Defensor civitatis”” (5).

Il 21 luglio 1948 è ordinato vescovo e gli viene assegnato quindi il difficile compito di sostituire a Pompei, in provincia di Napoli, l’appena deceduto mons. Anastasio Rossi (1864-1948), rettore della Città Mariana per quasi un ventennio, dal settembre del 1928 fino alla morte. A causa però della sua attività politica, volta a costituire un blocco anticomunista fra i moderati e le destre, nel 1955 mons. Ronca è allontanato dalla diocesi e inviato senza rilevanti incarichi a Roma (6). Il motivo ufficiale addotto per la rimozione del prelato è quello di presunte irregolarità finanziarie — accuse dalle quali in seguito viene completamente scagionato —, da lui commesse per i lavori nell’ambito del santuario pompeiano (7).

Mons. Ronca è definitivamente reinserito nella vita ecclesiale italiana solo diversi anni dopo con la nomina, conferitagli il 5 febbraio 1962 dal Papa beato Giovanni XXIII (1958-1963), a Ispettore Capo dei Cappellani delle Carceri Italiane, incarico che mantiene fino al 31 marzo 1976.

Come segno di ancor più esplicita “riabilitazione” dell’ex Prelato di Pompei si deve anche annoverare la particolare solennità della celebrazione organizzata per le sue “nozze d’argento episcopali” l’11 luglio 1973. In tale celebrazione, tenutasi a Roma nella cappella delle Suore Oblate della Madonna del Rosario, mons. Ronca, “circondato da una folla di estimatori” (8), fra cui cinque cardinali e altrettanti vescovi, assiste a un lungo “discorso celebrativo tenuto dal Card. Palazzini” (9). Questi, prima dell’allocuzione, legge un “messaggio augurale” inviato da Papa Paolo VI (1963-1978): “Alla metà, circa, di questo mese di luglio, decorrono per te i cinque lustri da che ricevesti l’ordinazione episcopale. E questo importante evento senza dubbio sarà per te l’occasione, non inattesa, per fare memoria, perché l’animo tuo passi in rassegna con ancor più intensa e pia rimembranza i non pochi benefici celesti che lungo l’ampio lasso di tempo trascorso ti sono stati recati. In ragione della nostra benevolenza verso di te, vogliamo adornare il giorno che sta per sorgere per te tanto fausto con ferventi preghiere: e queste implorano tutto quanto vi è di retto, di utile alla salvezza, di conveniente a un più saldo progresso nel tuo cammino verso la vera santità e affatto consono al sacro ministero al quale ti dedichi. E affinché tu ottenga tutto ciò, perché si accrescano la gioia e i tuoi meriti, fa’ che mai si raffreddi in te il desiderio di ciò che è retto e giusto, sempre vigile nell’assolvere il tuo compito, con coscienza integra e pura, confidando fermamente nella luce e nella virtù dello Spirito Santo e facendo affidamento sulla protezione e l’aiuto della Beatissima Vergine Maria.

“Pertanto fai in modo di riferire spesso a te stesso la splendida invocazione di Davide: “Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo” (Ps. 17, 2-3).

“L’apostolica benedizione, che affettuosamente ti impartisco, rafforza dunque questi voti che implorano per la salvezza.

“Dal Vaticano, 2 luglio 1973, undicesimo del nostro pontificato” (10).

Dopo aver “disciplinatamente” lasciato l’incarico di “vescovo delle carceri” a seguito del compimento del settantacinquesimo anno d’età, mons. Ronca si dedica esclusivamente alla cura delle congregazioni religiose da lui fondate a Roma nel 1949, gli Oblati e le Oblate della Madonna del Rosario. Muore comunque poco dopo, sempre nella sua città natale, il 25 settembre 1977.

2. La prima “leggenda nera” su mons. Ronca

La prima sorta di “leggenda nera” che circonda la memoria di mons. Ronca risale al suo incarico di assistente dell’Associazione Romana Universitaria — o, appunto, Circolo Romano — di Azione Cattolica, ricoperto dal 1931 al 1933. In questo periodo, infatti, egli si scontra con certe tendenze di “politicizzazione”, che iniziavano allora a diffondersi in alcuni circoli giovanili dell’associazionismo cattolico in Roma. Queste tendenze rischiavano non solo d’intaccare il già fragile equilibrio raggiunto con il regime fascista dopo gli episodi di vivace contrasto con la Chiesa a proposito del “monopolio educativo” della gioventù nel 1931, ma anche di dare impulso ad atteggiamenti di strisciante ideologico antifascismo, che iniziavano a serpeggiare in alcune frange, alimentate da una linea di “cattolicesimo democratico”, che parevano alla gerarchia ecclesiastica dell’epoca non poco influenzate dalle dottrine marxiste.

Meritano un approfondimento le accuse di “pietismo” che, rivolte nei primi anni 1930 da questi ambienti progressisti a monsignor Ronca, sono state poi successivamente — e acriticamente — riportate, a partire da Renato Moro, anche da altri che, direttamente o indirettamente, si sono occupati della figura e del ruolo avuto nel Pontificio Seminario Romano Maggiore da monsignor Ronca (11).

Moro, oggi ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Roma Tre, così riassume infatti il comportamento del prelato romano in quegli anni: “La gestione autocratica ed accentratrice del circolo si era accompagnata alla parallela adozione di un indirizzo fortemente pietistico. Esageravano probabilmente i fucini dissidenti a parlare di “coroncine, novene, giaculatorie”, ma indubbiamente “un nuovo tono era stato dato alla vita spirituale del Circolo, tono che rendeva l’[…] Associazione molto vicina, come stato d’animo, a quello di una congregazione”. Fatto certo era che la pastorale universitaria di Monsignor Ronca risultava gravemente insufficiente e il substrato sentimentale e irrazionale che vi emergeva finiva per essere difficilmente compatibile con la cultura religiosa dai caratteri assai più moderni introdotti dalla F.U.C.I. e fatta propria dai circoli (12).

Testimonianze che Moro definisce “eloquenti” (13) dei contenuti del “nuovo indirizzo spirituale” (14) impresso da monsignor Ronca sono circolari agli studenti: “In una ad es., scritta per la festa del Rosario 1932, si legge : “E, ora, carissimo, dopo aver raccolto la tua promessa di non mancare mai alla lezione Sabatina, un piccolo ricordo di quel lembo di paradiso dove trionfa l’amore della Madre. La Madonna di Lourdes ha fatto dono per te, all’Assistente Ecclesiastico, della visione di una guarigione istantanea e straordinaria compiuta innanzi alla grotta di Massabielle, strumento l’acqua miracolosa. Una corona del Rosario che ha avuto il triplo contatto di ciò che forma il ricordo più intimo dell’Immacolata ti sarà consegnato: reliquia dell’amore materno di Maria SS.ma” (15).

Pare quindi che, nell’accezione impiegata da Moro, il termine “pietismo” sia di tipo “a-tecnico”, poiché questa tendenza religiosa nasce in seno al protestantesimo a definire atteggiamenti molto diversi da quelli attribuiti a monsignor Ronca. La modalità di utilizzo del termine, evidentemente di tipo spregiativo, sta quindi a connotare una “devozione esagerata” (16), o un “fervore affettato” (17), tale da caratterizzare quindi il “bigotto” (18).

A parte il fatto che questo tipo di sensibilità era del tutto in linea con quella dell’allora cardinale vicario Marchetti Selvaggiani — la cui pastorale viene definita dallo storico Andrea Riccardi “pratica e tradizionale” (19) —, occorrerebbe a questo punto interrogarsi su chi, fra i fautori della “cultura religiosa dai caratteri assai più moderni”, e coloro che — come monsignor Ronca — erano e sono rimasti fedeli alle forme cattoliche di devozione tradizionale — quali quelle appartenenti alla cosiddetta religiosità popolare —, incarni meglio la spiritualità e la “cultura religiosa” della Chiesa.

Mons. Antonio Mistrorigo, vescovo emerito di Treviso e accreditato liturgista, sottolinea a questo proposito come […] il senso religioso del popolo cristiano, in ogni tempo, ha trovato la sua espressione nelle varie forme di pietà che circondano la vita sacramentale della Chiesa, quali la venerazione delle reliquie, le visite ai santuari, i pellegrinaggi, le processioni, la Via Crucis, il rosario, le novene, i tridui, l’uso delle medaglie, certe preghiere a suffragio delle anime dei defunti o in onore della Madonna e dei Santi, ecc. Questa religiosità, nell’essenziale, è un insieme di valori che, con saggezza cristiana, risponde ai grandi interrogativi dell’esistenza” (20).

Delle coroncine, novene, giaculatorie, “rinfacciate” come pietistiche a monsignor Ronca, il Catechismo della Chiesa Cattolica, fatto emanare nel 1992 da Papa Giovanni Paolo II nel trentesimo anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965), dà infine il seguente giudizio: “Oltre che della Liturgia, la vita cristiana si nutre di varie forme di pietà popolare, radicate nelle diverse culture. […] la Chiesa favorisce le forme di religiosità popolare, che esprimono un istinto evangelico e una saggezza umana e arricchiscono la vita cristiana” (21).

3. La seconda “leggenda nera” sul “vescovo delle carceri”: contro l’antiautoritarismo del 1968

La personalità e l’azione di mons. Ronca risulteranno “contro-corrente” soprattutto quando, nel clima di disorientamento postconciliare e in piena Rivoluzione Culturale (22), si troverà a Roma per guidare la pastorale nelle carceri in qualità di Ispettore Capo dei Cappellani.

Il vescovo, nello stesso “periodo romano”, come sottolinea il card. Palazzini in una commemorazione di mons. Ronca del 1987, […] fu attivo durante il Concilio Vaticano II, appoggiando quegli uomini e quei circoli che cercavano contenere le spinte innovatrici e piuttosto avventuristiche di altri Padri e periti Conciliari” (23) e[…] seguì anche le vicende post-conciliari ed i travagli della Chiesa con animo sempre teso alla difesa dell’ortodossia, dell’unità e della cattolicità” (24).

Fra le iniziative che mons. Ronca intraprende in questo periodo di “sbandamento” sociale ed ecclesiale, da Pastore sempre attento all’aspetto culturale della “buona battaglia”, è da menzionare la fondazione e la direzione di un periodico dell’Ispettorato delle Carceri, che esce regolarmente fino al 1976. Come si legge nel sito della Conferenza Episcopale Italiana, nella parte dedicata alla pastorale nelle carceri, […] il 1968 segna l’inizio di una pubblicazione bimestrale propria dell’Ispettorato. Nel mese di maggio, infatti, di quell’anno uscì il primo numero di “ITINERARI” con sottotitolo “Organo dell’Ufficio pastorale assistenza sociale presso l’Ispettorato dei Cappellani delle Carceri“” (25).

Simbolicamente nel maggio del 1968, quindi, mons. Ronca dà vita a uno strumento di formazione dei “suoi” sacerdoti, impegnati nei penitenziari italiani, periodico sul quale assume e spiega posizioni sul significato e sul ruolo della pena carceraria che pochissimi altri, nella Chiesa e fuori della Chiesa, avevano ancora la fermezza di assumere in un clima politico e culturale di montante progressismo e permissivismo. “Il suo portamento di grande dignità, il suo rigore morale e la sua categoricità di giudizio vennero qualche volta scambiati — sono sempre parole del card. Palazzini —, da osservatori superficiali, per alterigia o per rifiuto al colloquio o per anacronistico conservatorismo. In realtà egli agiva così soltanto per precisa coscienza dei suoi doveri” (26).

Mons. Ronca vive, infatti, il suo ministero pastorale “nelle carceri” proprio nel periodo in cui iniziava a percepirsi, sempre più visibilmente, il cambiamento, che andava maturando ormai da diversi decenni nella dottrina giuridica e nella cultura occidentale, riguardo al senso e alla finalità della pena. Come notava al riguardo Vittorio Mathieu in un’intervista rilasciata a ridosso di quegli anni — il filosofo aveva pubblicato, nel 1978, un saggio significativamente intitolato Perché punire? Il collasso della giustizia penale (27) —, sebbene il “cambiamento della dottrina” (28) dovesse rinvenirsi in un periodo molto precedente, […] invece fenomenologicamente le conseguenze si manifestano abbastanza recentemente. Tipico per esempio nei movimenti contestativi è il rifiuto della responsabilità individuale, l’agire in nome di un collettivo il cui valore è cercato in un futuro e quindi il sentirsi responsabili solo verso questo valore che non c’è ancora; l’unica colpa viene ad essere semmai quella di non adoperarsi per generare la società giusta, e così via. Tutto questo ha inciso sempre più sulla coscienza comune” (29).

Si trattava di quel fenomeno di laicizzazione e di secolarizzazione del diritto penale, studiato dal penalista Mauro Ronco, che individua in esso il “principio della modernità, costituito dalla separazione radicale tra la sfera della moralità, della giuridicità e della politicità” (30) e ne coglie le radici teoriche nel pensiero del filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679), che si trova alle origini sia dello Stato moderno, sia del cosiddetto “general-prevenzionismo”. Questa teoria assegna alla pena una funzione di esclusiva prevenzione generale del delitto e si oppone al retribuzionismo della filosofia classica e cristiana, che considerava piuttosto la pena come legittima punizione per il male compiuto dal reo.

Il fenomeno viene denunciato negli anni 1970 a livello accademico da Angelo Giarda, sebbene in una situazione di pressoché totale isolamento (31). L’allora professore straordinario di Procedura Penale all’università di Trieste attribuiva, infatti, a tale fenomeno dalle “nefaste conseguenze” (32) l’aver […] finito per sradicare tale branca del diritto [il penale, appunto] dalla sua tradizionale matrice morale che per secoli ne aveva rappresentato il fondamento non solo politico. La pena non viene più sentita da coloro che la devono scontare come uno strumento di retribuzione etica, ma solo come un mezzo attraverso il quale altri uomini esercitano una coazione, a volte violenta, in nome di scelte di valori (quelli sottesi alle singole incriminazioni) non sempre condivise” (33).

Mons. Ronca aveva quindi ben chiara la “parabola” antiautoritaria di cui i “libertari” giovani marxisti e radicali del 1968 ormai apertamente si facevano propagatori, al termine di un itinerario ideologico volto a delegittimare in sé il principio sociale della riparazione e della difesa sociale dal crimine, che avrebbe dovuto poi logicamente condurre all’abolizione totale delle carceri come strumento di oppressione delle classi agiate sul proletariato degli “esclusi”.

4. La concezione cristiana della pena e la “spiritualità nelle carceri”

Mons. Ronca, nell’esercizio della sua pastorale nelle carceri, non può che rifarsi alla dottrina tradizionale delle tre finalità della pena — quella preventiva, quella retributiva e, infine, quella “emendativa” —, citando volentieri, dal punto di vista dottrinale giuridico, studi precedenti, soprattutto del giurista Francesco Carnelutti (1879-1965) (34). Rivolgendosi agli operatori penitenziari egli sostiene infatti come, […] lungi dal misconoscere alla pena “la inesorabilità del principio che ad un male, arrecato dall’uomo quando vi concorrono certi caratteri, un altro male deve conseguire!“. Lungi dal dimenticare il valore preventivo della pena, l’aspetto più interessante per Voi è l’aspetto più vero, il più utile, il più umano, il più cristiano, è la forza redentiva della pena” (35).

Per ciò che riguarda la funzione di prevenzione sociale, mons. Ronca ribadisce come, […] se nel mondo moderno calamità morali e duri contrasti non mancano, oggi più di ieri” (36), il “sacrificio” (37) del carcere appare necessario […] affinché l’ordine sia conservato e preservato, perché gli onesti possano prosperare nella sicurezza e nella pace, affinché la giustizia sia rispettata e tutelata in tutta la sua maestà” (38).

In questo senso il presule è ben lontano da certo “buonismo”, oggi assai in voga, che vorrebbe quasi mettere fra parentesi l’aspetto repressivo della coercizione penitenziaria. “Si parla tanto oggi di “umanizzare” le pene — commenta polemicamente —. È una grande conquista dei nostri tempi! Se umanizzare significa rendere uomini cioè liberi coloro che sono schiavi della propria colpa attraverso l’accettazione spontanea della pena, il nuovo indirizzo è da lodare in modo superlativo! Ma ciò nonostante — a me sembra — che qualcosa manchi ancora. Per rendere davvero umana la pena occorre tendere ad elevarne il contenuto fino a “cristianizzarla”” (39). “Il circondare il colpevole, ad esempio, di quelle attenzioni che dimostrano interessamento e comprensione — prosegue altrove il presule — è cosa ottima, ma non decisiva” (40): “Gesù è infinitamente misericordioso, ma soltanto dopo essere infinitamente giusto; detesta il male e comanda il perdono, ma non concede perdono senza vero pentimento. La società umana è in qualche modo la esecutrice — più o meno consapevole — di un tale doppio ordine di virtù: la giustizia e la misericordia. Con la giustizia punisce, ma insieme misericordiosamente desidera che la punizione sia salutare, conduca al pentimento, guarisca, rimargini la ferita sociale” (41).

Per quanto riguarda invece la seconda delle finalità della pena, quella retributiva, il pensiero di mons. Ronca è che, […] se è necessario che l’ordine sociale ripari al fatto delittuoso, in quanto disordine, con una sanzione sociale per ogni colpa sicché pena e colpa siano equivalenti, l’ordine morale richiede che dalla colpa nasca una equivalenza ancora più utile e ciò nella profondità dell’anima del colpevole! L’ordine morale sarà veramente restaurato solo quando il colpevole sia sinceramente pentito” (42).

Negl’insegnamenti del presule si riscoprono così, in tempi di confusione dottrinale, parole e concetti “dal sapore antico”. Come l’aspetto di “rivalsa dell’innocente violato — e per suo conto della società — contro l’atto e il soggetto delinquenziale: […] è preziosa verità, che la funzione “vendicativa” della pena, mentre è essenziale per la reintegrazione dell’ordine turbato, può, anzi, deve servire alla definitiva redenzione del reo, al quale deve essere chiesto di riconoscere l’efficacia salutare della pena medesima!” (43). Nello stesso scritto così mons. Ronca sintetizzava anche l’effetto “medicinale” della pena: “Giacché l’effetto del reato è un male, questo deve essere vendicato ed il malato guarito. Gesù non condanna la pena retributiva, non contraddice il buon ladrone che esclama: “noi riceviamo quel che meritano le nostre azioni”” (44).

Giungendo quindi alla terza delle sopra elencate finalità della pena, vale a dire quella che, con termine corrente, viene detta “rieducativa”, in essa si riflette ancor di più la “sintesi” dei propositi sociali e religiosi contemporaneamente perseguiti nella cura pastorale penitenziaria di mons. Ronca. Tanto ch’egli giunge a teorizzare: “La nuova frontiera verso la quale dobbiamo tutti concordemente marciare può avere così un duplice obiettivo sociale e morale. Sono due obiettivi che né possono dissociarsi, né consentono una recisa distinzione. Secondo l’obiettivo sociale la nuova frontiera consiste nel reinserimento sociale del malfattore, secondo l’obiettivo morale essa deve tendere alla rieducazione del colpevole” (45).

Naturalmente questa modalità di pensare e di agire esige in chiunque volesse proporla o applicarla una sicura aderenza ai princìpi morali e religiosi ai quali intrinsecamente s’ispira. Di conseguenza, convinzione del presule era che ogni […] speranza di emenda debba poggiare su tre elementi: 1) l’istruzione che deve essere adeguata e costante; 2) l’educazione che deve essere graduale e perseverante; 3) la vita sacramentale che la Chiesa offre in misura sovrabbondante” (46).

Come si può rilevare anche da quest’ultimo elemento, l’ansia missionaria di mons. Ronca non è attenuata minimamente da quelle confuse concezioni di tolleranza illuministica, che spesso sfociano nel relativismo religioso. Si tratta di concezioni che, nell’ambito del lavoro nelle carceri, rischiavano — e rischiano — di trasformare il cappellano, contemporaneamente, in una sorta di sindacalista, di psicanalista o di filantropo: “La parola del sacerdote non dovrà assumere né veste scientifica, né tecnica, ma quella stessa che Nostro Signore adoperò per illuminare, risanare, convertire. Non vi è ambiente, né commissione, né particolari specializzazioni nelle quali non sia necessario riaffermare i grandi valori della vita” (47).

Sullo stesso concetto egli ritorna in occasione del discorso di benvenuto al Convegno dei Cappellani Generali delle Carceri dell’Europa Occidentale, tenutosi a Roma dal 9 all’11 ottobre 1972, dove considera l’aggiornamento e la professionalizzazione sempre crescenti del cappellano delle carceri: “Un tale impegno non significa affatto che il prete debba trasformarsi in un tecnico della sua professione; al contrario, egli deve consolidare la sua figura di alter Christus, e questo a tutti i livelli della vita penitenziaria” (48).

Tutto ciò non significa che mons. Ronca non voglia e non organizzi una formazione anche psico-sociologica per i suoi cappellani, ma questo avviene sempre all’insegna di una precisa gerarchia di priorità. “Pur apprezzando e seguendo dati e suggerimenti dettati dalle scienze psicologiche, psichiatriche e sociologiche — scrive a tal proposito il presule —, non si deve dimenticare che la vera rinascita del colpevole non può avvenire che nella sfera dello spirito, nel campo morale, nell’intimo della volontà” (49).

La speranza della “rinascita del colpevole” non subisce, nel pensiero e nell’insegnamento di mons. Ronca, le conseguenze di quell’ottimismo antropologico e velleitario che conduce spesso alla negazione di qualsiasi forma di disciplina e di esercizio dell’autorità nei confronti di “coloro che hanno sbagliato”. Per il presule, infatti, non si riflette abbastanza sul fatto che […] neppure la presenza di Gesù, Seconda Persona della SS. Trinità, Incarnato per salvare tutti gli uomini, anzi neppure l’essere testimone delle sofferenze di Gesù, fatto compagno di morte atroce e ignominiosa, non sia valso che a redimere uno solo dei due ladroni. Il compito di ottenere dal colpevole il suo rinserimento sociale anzi l’emenda, quindi, non può essere che estremamente arduo” (50). Senza illusioni, così, mons. Ronca non smette mai di raccomandare come, […] nel reclusorio, lo strumento essenziale per la liberazione del reo è la disciplina, così come la trafila è la macchina indispensabile per ottenere dal massello di acciaio la corda più alta e sensibile del violino. […] Senza disciplina, senza soggezione, senza sacrificio non si potrà mai avere redenzione. Non basta, è vero. Ma non può mancare” (51).

5. Conclusione

Nel pensiero di san Tommaso d’Aquino (1225 ca.-1274) la pena è anzitutto una conseguenza necessaria del peccato che, prima di essere inflitta dal potere politico, colpisce il reo come ferita e come rimorso (52). Fra questa pena “naturale” e la pena giuridica vi è un certo rapporto di analogia, che anche Carnelutti, e mons. Ronca con lui — benché da diversa prospettiva, in ultimo però coincidente —, si sforzarono di descrivere e di ribadire. “Francesco Carnelutti recisamente affermava che il diritto era fatto per i mediocri perché i buoni non ne avevano bisogno e i cattivi non ne avevano paura. Chi sono i mediocri? Coloro che si fermano alla recezione bruta del diritto positivo, senza risalire alle sue fonti (al diritto naturale e al diritto divino), poiché, intendendo servirsene per il mero soddisfacimento dei propri interessi materiali, una tale ascesi conoscitiva non riveste ai loro occhi alcun valore” (53).

Ecco perché, come affermava mons. Ronca, […] senza soggezione […] non si potrà mai avere redenzione”: “La pena della colpa è la vergogna della coscienza. Fin quando quest’ultima è in grado di percepire il significato del mal fatto, non sorge l’utilità della pena. Quest’ultima si presenta allorché sia indispensabile far conoscere concretamente ed efficacemente il significato del delitto a chi abbia mostrato di non essere in grado di percepirlo: lo scopo è di additare, anche a costui, il ponte tra il particolare e l’universale, la distanza tra il suo agire nell’esistenza concreta e il modello del buono e dell’equo” (54).

Dunque, quello che fu uno dei principali esponenti ecclesiastici italiani che incarnarono, prima e dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, una linea apertamente “anti-progressista”, merita di essere difeso sia dall’oblio cui è stato condannato dalla storiografia e dalla cultura cattolica “egemone”, sia dalle accuse di rigida chiusura conservatrice. La sua lezione da “vescovo delle carceri” ha avuto il grande merito di ricordare, a un generazione di novatori, la perenne verità sociale per cui ogni permissivismo costituisce inesorabilmente la degenerazione delle libertà.

Come ha autorevolmente affermato il card. Palazzini, seppur l’ex prelato di Pompei nel suo […] impegno a carattere universale è potuto apparire, a chi vive più nelle chiesuole che nella Chiesa, a volte liberale, a volte integrista” (55),[…] è stato sempre e solo Vescovo cattolico in un contesto storico non facile della Chiesa” (56).

Giuseppe Brienza

 

 

Note:

(1) Cfr. le notizie biografiche, se non altrimenti specificato, in Ronca, Roberto, in Filippo Scarano (a cura di), Chi è? Dizionario Biografico degli Italiani d’oggi, presso il curatore, Roma 1957, p. 474; e nel mio Mons. Roberto Ronca e l’alternativa alla DC negli anni del secondo dopoguerra, in Annali Italiani. Rivista di studi storici, anno II, n. 4, Milano 2003, pp. 127-178.

(2) Cfr. Gennaro Vaccaro (a cura di), Panorama biografico degli italiani d’oggi, Armando Curcio, Roma 1956, vol. II, (i-z), p. 515.

(3) Francesco Marchetti Selvaggiani, creato cardinale da Papa Pio XI (1922-1939) nel 1930, si vede subito affidata la direzione dell’Opera della Preservazione della Fede e, nel 1931, succede al card. Basilio Pompili (1858-1931) nella carica di vicario di Roma. Nel 1939, riceve anche l’incarico di segretario del Sant’Uffizio, che tiene assieme a quello di vicario del Papa (cfr. Andrea Riccardi, voce Marchetti Selvaggiani, Francesco, in Francesco Traniello e Giorgio Campanini (sotto la direzione di), Dizionario Storico del Movimento Cattolico in Italia. 1860-1980, vol. III/2, M-Z. Le figure rappresentative, Marietti, Casale Monferrato (Alessandria) 1984, pp. 505-506 [p. 506]).

(4) Di padre Garagnani S.J., direttore dal 1923 dell’Istituto di Cultura Religiosa Superiore della Pontificia Università Gregoriana, cfr. Venticinque anni dell’Istituto di cultura superiore religiosa (Pontificia Università Gregoriana, Roma 1944) e La corruzione causa di dissoluzione della famiglia, in Card. Carlo Dalmazio Minoretti (1861-1938) et alii, Il Matrimonio e la famiglia cristiana (Vita e Pensiero, Milano 1945, pp. 161-179).

(5) Card. Pietro Palazzini (1912-2000), Mons. Roberto Ronca Arcivescovo di Lepanto. Educatore e Pastore [Orazione commemorativa pronunciata nella Basilica Lateranense in occasione del decimo anniversario della morte], ciclostilato, pp. 16, Roma 1987, p. 11; sull’argomento, cfr. il mio Monsignor Ronca, il Maresciallo Graziani e l’ospitalità ai perseguitati dai nazisti durante l’occupazione di Roma, in Il Corriere del Sud, anno XIII, n. 7, Crotone 15-30 aprile 2004, p. 19.

(6) Cfr. A. Riccardi, voce Ronca, Roberto, in Dizionario Storico del Movimento Cattolico in Italia. 1860-1980, vol. III/2, cit., pp. 733-735 (p. 734).

(7) Cfr. “Il Rapsodo”, Con le forbici. S. E. Roberto Ronca: vittima illustre della Curia Romana, in Politica popolare. Rassegna di ispirazione sturziana, anno XXIV, Nuova Serie, n. 134, Napoli gennaio 1978, pp. 17-19. A proposito della definizione di “infame calunnia” (ibid., p. 17) a riguardo dell’accusa di irregolarità finanziarie rivolte a mons. Ronca, l’anonimo articolista richiama una fonte autorevole: […] noi affermiamo ciò con cognizione di causa, perché candidamente ce lo confessava l’alto personaggio nominato dalla Santa Sede a giudicare la condotta del Prelato di Pompei: il sapiente giurista della Curia romana, Sua Eminenza Francesco Morano [1872-1968], il quale, a sua volta, pagherà la scelta della propria indipendenza e rettitudine di giudizio, ricevendo con enorme ritardo [il 14-12-1959] la nomina a Cardinale di santa Romana Chiesa” (ibidem).

(8) Cit. in Il discorso del Card. Palazzini, in mons. Nereo Lamberti (a cura di), Celebrate le nozze d’argento episcopali di S. E. Mons. Roberto Ronca, in Itinerari. Organo dell’Ufficio pastorale assistenza sociale presso l’Ispettorato dei Cappellani delle Carceri, anno VI, n. 9, Roma settembre 1973, pp. 189-195 (p. 190).

(9) Ibidem.

(10) Ibid., p. 189; devo la traduzione dall’originale in latino alla dottoressa Vera Albè.

(11) Cfr., per esempio, A. Riccardi, voce Ronca, Roberto, cit., p. 734.

(12) Renato Moro, La formazione della classe dirigente cattolica (1929-1937), il Mulino, Bologna 1979, pp. 209-210; i due incisi virgolettati sono tratti da una lettera-promemoria scritta da Igino Righetti (1904-1939) a un membro del Circolo Romano, Ciro Scotti, il 16 febbraio 1933, conservata nell’archivio di mons. Guido Anichini (1875-1957), presso la Presidenza della FUCI a Roma (ibid., p. 209).

(13) Ibid., p. 210.

(14) Ibidem.

(15) Ibidem.

(16) Dizionario Garzanti di italiano, Garzanti, Milano 1999, voce pietismo, p. 930.

(17) Ibid., voce pietistico, ibidem.

(18) Ibidem.

(19) A. Riccardi, Roma città sacra? Dalla Conciliazione all’Operazione Sturzo, Vita e Pensiero, Milano 1979, p. 169.

(20) Mons. Antonio Mistrorigo, Guida alfabetica alla liturgia. Enciclopedia di base per la partecipazione attiva, la preghiera e la vita, Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 1997, p. 400.

(21) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1679.

(22) Cfr. Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3a ed. it. accresciuta, con lettere di encomio di mons. Romolo Carboni (1911-1999) e con un saggio introduttivo di Giovanni Cantoni su L’Italia tra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Cristianità, Piacenza 1977, parte III, pp. 167-

195 (p. 189).

(23) Card P. Palazzini, doc. cit., p. 14.

(24) Ibidem.

(25) www.chiesacattolica.it/pls/cci_new/con sultazione.mostra_pagina?id_pagina=310.

(26) Card. P. Palazzini, doc. cit., p. 15.

(27) Cfr. Vittorio Mathieu, Perché punire? Il collasso della giustizia penale, Rusconi, Milano 1978.

(28) Idem, “Se punire è impopolare, non per questo è meno giusto”, intervista a cura di Alver Metalli, in Il Sabato. Fatti e commenti della settimana, anno IV, n. 3, Milano 17-1-1981, pp. 12-14 (p. 14).

(29) Ibidem.

(30) Mauro Ronco, Il problema della pena. Alcuni profili relativi allo sviluppo della riflessione sulla pena, G. Giappichelli, Torino 1996, soprattutto il cap. 1, Alle origini del concetto di pena come “difesa”, pp. 5-20 (p. 19); dell’opera, cfr. la recensione di Massimo Introvigne, in Cristianità, anno XXV, n. 263, marzo 1997, pp. 22-24.

(31) Cfr. Angelo Giarda, Oggi la giustizia dimentica la morale. Le nefaste conseguenze della laicizzazione del diritto penale, in Il Sabato. Fatti e commenti della settimana, anno IV, n. 36, Milano 5-9-1981, p. 12.

(32) Ibidem.

(33) Ibidem.

(34) Di Francesco Carnelutti, cofondatore, nel 1924, della Rivista di diritto processuale civile, collaboratore alla stesura del codice di procedura civile tuttora vigente, ma anche studioso del diritto penale, mons. Ronca cita frequentemente i Principi del processo penale (Morano, Napoli 1961) e le Questioni sul processo penale (Zuffi, Bologna 1950).

(35) Ecc. Mons. R. Ronca, Nobiltà dei compiti del direttore penitenziario alla luce del vangelo, in Rassegna di Studi Penitenziari, fasc. 2, Roma marzo-aprile 1963, pp. 239-250 (p. 241).

(36) Ibid., p. 249.

(37) Ibidem.

(38) Ibidem.

(39) Ibid., p. 245.

(40) Idem, La solidarietà cristiana nel trattamento penitenziario, ibid., fasc. 4-5, Roma luglio-ottobre 1965, pp. 479-491 (p. 486).

(41) Idem, Amministrare e rieducare, ibid., fasc. 3, Roma maggio-giugno 1964, pp. 267-276 (p. 268).

(42) Ibid., p. 274.

(43) Idem, La solidarietà cristiana nel trattamento penitenziario, cit., p. 483.

(44) Ibid., p. 282.

(45) Idem, Amministrare e rieducare, cit., p. 269.

(46) Idem, La solidarietà cristiana nel trattamento penitenziario, cit., p. 486.

(47) Mons. N. Lamberti (a cura di), La seconda riunione del Consiglio presbiterale dei cappellani degli Istituti di prevenzione e pena. L’introduzione di S. E. Mons. Ispettore, in Itinerari. Organo dell’Ufficio pastorale assistenza sociale presso l’Ispettorato dei Cappellani delle Carceri, anno V, n. 3, Roma marzo 1973, pp. 35-36 (p. 35).

(48) Bien venue de S. E. Roberto Ronca, ibid., anno V, n. 11-12, Roma novembre-dicembre 1972, p. 271; trad. it. mia.

(49) Ecc. Mons. R. Ronca, Nobiltà dei compiti del direttore penitenziario alla luce del vangelo, cit., p. 243.

(50) Idem, La solidarietà cristiana nel trattamento penitenziario, cit., p. 484.

(51) Idem, Nobiltà dei compiti del direttore penitenziario alla luce del vangelo, cit., p. 242.

(52) Cfr. M. Ronco, op. cit., pp. 163-166.

(53) Renato Arduini, Il diritto come pratica sociale, in Studi Cattolici. Mensile di studi e attualità, anno XXXVI, n. 368, Milano ottobre 1991, pp. 717-718 (p. 717).

(54) M. Ronco, op. cit., p. 173.

(55) Il discorso del Card. Palazzini, in mons. N. Lamberti (a cura di), Celebrate le nozze d’argento episcopali di S. E. Mons. Roberto Ronca, cit., p. 194.

(56) Ibidem.

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