Per una corretta recezione del Magistero, contro il «nominalismo mediatico»

Giovanni Cantoni 16 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 322 (2004)

 

Testo riveduto, ampliato e annotato della relazione Coraggio e lealtà al Convegno annuale dei Centri Culturali Cattolici della Diocesi di Milano dal titolo Missionarietà e “oltre”. Nell’ambito del Progetto culturale della Chiesa Italiana, svoltosi in Seminario, a Milano, l’8-5-2004.

 

1. Venerdì 23 aprile 2004 è stata presentata, nella Sala Stampa della Santa Sede, nella Città del Vaticano, l’Istruzione “Redemptionis Sacramentum” su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia, pubblicata dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, datata 25 marzo 2004, solennità dell’Annunciazione del Signore, e approvata speciali modo da Papa Giovanni Paolo II (1).

2. Fra gl’interventi di presentazione segnalo quello di S. E. mons. Angelo Amato, arcivescovo titolare di Sila, in Numidia, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, ampiamente caratterizzato, al terzo paragrafo, dalla sintetica ed efficace presentazione di un’importante problematica di genere (2).

In esso, infatti, il prelato ha collegato il documento al Magistero in genere, nella prospettiva delle difficoltà che la recezione del Magistero stesso incontra, sempre in genere e, in specie, in quello che Papa Giovanni Paolo II ha chiamato, nel 1990, “il primo areopago del tempo moderno […] il mondo della comunicazione, che sta unificando l’umanità rendendola — come si suol dire — “un villaggio globale”. I mezzi di comunicazione sociale — proseguiva il Pontefice — hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento informativo e formativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali” (3). E, aggiunge in qualche modo mons. Amato, anche ecclesiali.

“In genere — ha infatti sostenuto il segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede —, tre sembrano essere le difficoltà maggiori per una corretta accoglienza dei documenti e per la loro carente assimilazione: il loro numero, la loro ampiezza, il problema della comunicazione massmediale”.

a. Anzitutto, “per quanto riguarda il numero esso risponde ai molti eventi e alle innumerevoli domande di luce avanzate al magistero da parte del popolo di Dio. Inoltre, il numero può rivelarsi anche occasione e strumento di formazione permanente sia del clero sia dei fedeli laici”.

Alla notazione mi pare non inutile aggiungere, fra le ragioni del gran numero d’interventi magisteriali, quindi della ripetitività del Magistero, non solo le molteplici sollecitazioni ma anche il turnover, l’avvicendamento spaziale e generazionale dei destinatari nonché la disattenzione di cui è oggetto: infatti, chi ripeterebbe un ordine quando fosse stato eseguito? E, per contro, come non reiterarlo — anche usque ad nauseam — se è stato disatteso?

b. Quindi, “per quanto riguarda l’ampiezza — e in concreto l’ampiezza della presente Istruzione — essa è abbastanza estesa, perché in realtà le norme da ribadire e gli abusi da evitare sono numerosissimi”.

Certo, nel caso dell’Istruzione specificamente considerata, la ragione dell’ampiezza appare per certo esaustiva. Ma penso si possa — e forse si debba — addurre come causa aggiunta dell’accresciuta dimensione dei documenti magisteriali quello che credo di poter lecitamente indicare come uno sviluppo degli strumenti magisteriali, passati da semplici sentenze a sentenze accompagnate dalla relativa motivazione, quindi anche da una sorta di relazione della corrispondente pratica istruttoria (4).

c. Finalmente, “per quanto riguarda la comunicazione, il Santo Padre alla plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede nel febbraio scorso ha offerto delle importanti indicazioni al riguardo”.

A questo proposito mons. Amato introduce un’ampia citazione dell’intervento pontificio al quale fa riferimento: “Un tema già altre volte richiamato — ha detto il Pontefice nell’occasione — è quello della recezione dei documenti magisteriali da parte dei fedeli cattolici, spesso disorientati più che informati dalle immediate reazioni e interpretazioni dei mezzi di comunicazione sociale.

“In realtà, la recezione di un documento, più che un fatto mediatico, deve essere visto soprattutto come un evento ecclesiale di accoglienza del magistero nella comunione e nella condivisione più cordiale della dottrina della Chiesa.

“Si tratta, infatti, di una parola autorevole che fa luce su una verità di fede o su alcuni aspetti della dottrina cattolica contestati o travisati da particolari correnti di pensiero e di azione.

“Ed è proprio in questa sua valenza dottrinale che risiede il carattere altamente pastorale del documento, la cui accoglienza diventa quindi occasione propizia di formazione, di catechesi e di evangelizzazione” (5).

Sulla base del testo pontificio mi pare di poter identificare — e denunciare — una sorta di “nominalismo mediatico”, per il quale la notitia della cosa, non più il solo nomen di essa, la sua esistenza nominale — consistente in una semplice designazione verbale —, ma la sua esistenza massmediatica non soltanto “costituisce” la cosa — essa esiste quando è nota e dal momento in cui è nota —, ma l’informazione relativa alla sua esistenza sostituisce la cosa stessa: sapere dell’esistenza di un documento surroga — meglio, pretende di surrogare e/o lascia intendere di surrogare — la conoscenza del documento stesso. Quindi, poiché la semplice informazione è surrogato decisamente insufficiente, l’interpretazione massmediatica del documento finisce per sostituire il documento stesso. In questo modo l’operatore massmediatico diventa se non l’autore, per certo l’esegeta primo e principale del testo magisteriale. E, con l’ausilio sempre generosamente disponibile della pigrizia del destinatario — una pigrizia che non ha stagioni storiche —, a diventare l’esegeta unico non ci corre molto.

3. Come contrastare il fenomeno? A conclusione delle importanti considerazioni il prelato afferma: “L’accoglienza dell’Istruzione non deve fermarsi quindi alla notizia immediata che comunica e informa, ma deve diventare evento ecclesiale di comunione e di formazione.

“I Vescovi, i sacerdoti, i fedeli laici non dovrebbero quindi soffermarsi su opinioni immediate “in prima battuta”. Dovrebbero avere la pazienza e il tempo di leggere, di assimilare e di vivere in profondità i contenuti dell’Istruzione.

“L’Istruzione, insomma, dovrebbe suscitare nella Chiesa sana curiosità e generosa accoglienza, per contemplare con rinnovato stupore questo grande mistero della nostra fede e incentivare comportamenti e atteggiamenti eucaristici appropriati”.

Dunque, s’impone di andare oltre la “prima battuta” e di riservare al Magistero l’attenzione che merita, in primis et ante omnia l’attenzione che motiva la conoscenza diretta o quella mediata da un’autorità ecclesiale e non da una presunta “autorevolezza” derivante dal dominio della strumentazione massmediatica. A proposito della quale strumentazione — come si legge in un altro documento vaticano, tematicamente dedicato alla pastorale della cultura — “non si tratta soltanto della moralità del suo uso, ma anche delle conseguenze radicalmente nuove che […] [essa] determina: perdita del “peso specifico” delle informazioni, appiattimento dei messaggi ridotti a pura informazione, assenza di reazioni inerenti ai messaggi della rete da parte di persone responsabili, effetto dissuasivo quanto ai rapporti interpersonali” (6).

Insomma, si tratta di tornare all’ascolto — sono tentato di ripeterlo letteralmente e retoricamente — di […] una parola autorevole che fa luce su una verità di fede” (7) e così via. E non solo di tornare a tale ascolto, ma di promuoverlo.

La sequenza — e il relativo concatenamento logico dei passaggi — pare assolutamente chiara. I documenti del Magistero sono “eventi ecclesiali”, sono “fatti” della e nella Chiesa: e si tratta di fatti consistenti in “parole autorevoli”, benché di diversa autorevolezza a seconda della qualità della fonte e dello strumento, pronunciate per illuminare ulteriormente verità di fede e/o per contrastare condizioni corrispondenti e sopravvenute di tenebra.

La presa d’atto di questi fatti e l’ascolto delle “parole autorevoli” sono altrettante occasioni di formazione, di catechesi e di evangelizzazione. Essi richiedono il coraggio di tacere per ascoltare piuttosto che ascoltarsi, e la lealtà di ascoltare previamente la parola e chi la pronuncia, adeguatamente attenti a essa e preoccupati della precisione del messaggio e della serietà del mezzo, per farsi quindi eco di essa. E questo non mi pare costituire piccolo contributo alla Nuova Evangelizzazione.

Giovanni Cantoni

 

 

Note:

(1) Cfr. Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Istruzione “Redemptionis Sacramentum” su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia, del 25-3-2004.

(2) Cfr. La presentazione dell’Istruzione “Redemptionis Sacramentum” della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. L’Arcivescovo Angelo Amato, Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, in L’Osservatore Romano, Città del Vaticano 24-4-2004; tutte le citazioni senza indicazione di fonte sono tratte da questo intervento, al n. 3.

(3) Giovanni Paolo II, Enciclica “Redemptoris missio” sulla permanente validità del mandato missionario, del 7-12-1990, n. 37.

(4) Cfr. il mio Le radici dell’ordine morale e il loro riconoscimento nella vita politica grazie all’impegno e al comportamento dei cattolici, n. 4, in Cristianità, anno XXXI, n. 315, gennaio-febbraio 2003, pp. 3-7 (p. 4).

(5) Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti alla Sessione Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, del 6-2-2004, n. 4, in L’Osservatore Romano, Città del Vaticano 7-2-2004.

(6) Pontificio Consiglio della Cultura, Per una pastorale della cultura, del 23-5-1999, n. 9.

(7) Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti alla Sessione Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, cit., n. 4.

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