Introduzione al «Buon Governo»

Alleanza Cattolica 12 anni fa
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Maria Monica Donato, Cristianità n. 345 (2008)

Testo riprodotto, con l’autorizzazione dell’editore, da MARIA MONICA DONATO, Il Pittore del Buon Governo: le opere “politiche” di Ambrogio in Palazzo Pubblico, in CHIARA FRUGONI (a cura di), Pietro e Ambrogio Lorenzetti, Le Lettere, Firenze 2002, pp. 217-226. Le note sono state rinumerate e integrate laddove necessario con elementi dalla bibliografia (ibid. pp. 264-268); i riferimenti non altrimenti qualificati sono interni a questo stesso volume. La Canzone del Buon Governo, a p. 20 di questo fascicolo di Cristianità, è riprodotta da ibid., p. 213.

 

 

 

La ricetta del “Buon Governo”: il “Comune” e la “Giustizia”

Circondati da tre affreschi, possiamo chiederci: da dove si comincia? Certo dalla parete breve, evidenziata dalla stessa centralità e, più sottilmente, dal fatto che l’iniziale dell’iscrizione (A1) è più grande di tutte le altre, come accadeva negli incipit dei libri.

Il primo verso indica subito la figura chiave: “Questa santa virtù” — Giustizia, che troneggia a sinistra — e ci avverte che ci troviamo “là dove regge”, nel suo regno. Un’occhiata alla tabella sotto l’Allegoria del Malgoverno (B l) accerta che là si illustra, per contro, quello che accade “là dove” la giustizia “sta legata”. Ecco dunque, chiarissimo, il tema d’insieme: le rispettive conseguenze, politiche e sociali, del rispetto e della prevaricazione della giustizia.

La Sapientia alata — identificata da un’iscrizione, come le altre personificazioni — sostiene la bilancia, che la Giustizia (come quella di Giotto a Padova), tiene in equilibrio, rivolgendole lo sguardo: la giustizia umana deve ispirarsi alla sapienza divina. Fra Sapientia e Giustizia si leggono parole già incontrate nella Maestà (uno dei “fili rossi” fra le pitture del palazzo): “Diligite iustitiam qui iudicatis terram”: “attacco” solenne, che imprime al programma figurato, per il resto largamente secolare, il crisma dell’autorità delle Scritture.

Sui piatti, come in Giotto, due angeli compiono azioni diverse. Le identificano due iscrizioni: a sinistra Distributiva, a destra Comutativa, che sono le parti della giustizia secondo la tradizione aristotelica (1). Per la prima, preposta a dare a ciascuno secondo i suoi meriti, l’angelo fa, da solo, quel che facevano i due di Giotto: decapita un reo e incorona un giusto. L’angelo della Comutativa, che sovrintende alla regolarità degli scambi, consegna a due mercanti degli strumenti di misura, uno staio (usato per grano e sale) e due unità di misura lineari (a Siena si usavano la “canna” e il “passetto”), garanzia di correttezza commerciale: siamo, ricordiamolo, in una città di mercanti (2). Punire i rei, premiare i giusti, garantire le transazioni: questi, dunque, i fini primari della giustizia.

I capi d’una corda, annodati alla vita degli angeli, scendono a riunirsi nella mano d’una figura seduta: Concordia, come si legge sulla pialla che tiene in grembo, simbolo d’uguaglianza e “livellamento” dei contrasti. L’iscrizione spiega: la giustizia “induce ad unità li animi molti”, che subito si riconoscono nei ventiquattro cittadini, ben vestiti e civilmente conversanti, che si passano di mano in mano la corda consegnata da Concordia; la quale poi, risalendo al registro mediano, finisce in pugno (o meglio, legata al polso) della figura senile che domina la parte destra della composizione. Chi è questo nobile vecchio? Se ne discute da decenni (3); ma a leggere, e a guardar bene, il problema si risolve da sé. Torniamo all’iscrizione: i cittadini unanimi “un ben comun per lor signor si fanno”, fanno del bene comune il loro sovrano: invece di perseguire il proprio, aggiungiamo noi, ricordando le parole di fuoco della Vergine di Simone, ma anche i “rubatori” del Comune di Giotto. Il vecchio, dunque, incarna il Ben comune. Ma le immagini dicono che, al tempo stesso, è il Comune, raffigurato come giudice, come quello di Giotto: tipico dei giudici è il copricapo, cinto di pelliccia di vaio. Anzi, è il Comune di Siena, C[ommune] S[enarum] C[ivitas] V[irginis] (“Comune di Siena, città della Vergine”), secondo la sigla disposta ai lati del capo (4): nella veste ostenta i colori della città, bianco e nero; nella sinistra mostra, ingrandito, il sigillo del Comune con la Vergine fra gli angeli (lo stesso che Simone aveva riprodotto in calce alla Maestà, per conferire alle parole della Madonna l’ufficialità d’un atto pubblico: un altro “filo rosso”); ai suoi piedi, la lupa con i gemelli, mitici fondatori di Siena. Su questa figura dovremo tornare; intanto, notiamo che l’identificazione della terra ben governata con Siena non è mai esplicitata dalle iscrizioni, che si mantengono sul piano dei valori universali, ma interamente affidata alle immagini.

Proseguiamo, avvertendo che la zona destra della pittura (dal Comune escluso, ma inclusa la lupa), è frutto d’un rifacimento antico, ancora trecentesco, che si suppone fedele (5). Il Comune-Ben comune è circondato da figure femminili: “virtù”, chiarisce l’iscrizione, che illuminano il suo governo. In alto, le teologali: Fides, Caritas (col cuore in mano, rossa perché ardente) e Spes. Le altre siedono ai lati del Comune; quattro sono le cardinali, virtù politiche per antonomasia: Fortitudo, armata; Prudentia (con una fiammella che illumina un arco su cui si legge Preteritum, Presens, Futurum, a indicare la coscienza dell’esperienza passata, delle esigenze presenti e delle evenienze possibili); a destra Temperantia con la clessidra, segno di saggio impiego del tempo, e Iustitia con una testa mozza e una corona, in piena consonanza con l’immagine della Distributiva, al capo opposto della composizione. Alle cardinali si associano Magnanimitas, dispensatrice di onori (corone) e denaro, e, evidente per la posizione centrale, il candore della veste e la posa, di sicura ispirazione classica, Pax, coronata d’ulivo e distesa su un cumulo d’armi a indicare la sedazione dei conflitti. La pace, a rigore, non rientra nelle classificazioni delle virtù; ma nella dottrina politica medievale, e nel comune sentire, era valore cruciale, obiettivo principe d’ogni governo: non per caso la denominazione più antica delle pitture — La pace e la guerra: così le indicava Bernardino — non fa riferimento al tema primario, la giustizia, ma a quella che è la sua più importante conseguenza (6).

Ai piedi delle Virtù (“saltando” Pax, nemica delle armi), fanti e cavalieri vegliano alla destra del Comune sui cittadini concordi, alla sua sinistra su un corteo di persone a vario titolo sottomesse. Due uomini in armi consegnano un castello (torna, così, il tema già incontrato nel palazzo come “pittura di cronaca”); un altro porge le chiavi d’una città: il giusto governo ottiene “con triunfo […] censi, tributi, signorie di terre”. Alcuni prigionieri, legati, attendono il loro destino. Un governo siffatto, conclude l’iscrizione, produce “ogni civile effetto, utile, necessario e di diletto”: il che già ci orienta verso il contiguo spettacolo degli Effetti, al quale, non a caso, si volge lo sguardo di Pax (7).

L’Allegoria, ammirata dagli storici delle idee come la più brillante sintesi dell’ideologia del governo comunale, è poco amata dagli storici dell’arte, che spesso l’hanno trovata improntata “meno dall’arte, che dal ragionamento” (8). Eppure, la sovrana serenità della figura di Pax basta a fugare il sospetto di povertà espressiva; e si osservino, ad esempio, i cittadini in primo piano, programmaticamente uguali, ma così diversi nelle fisionomie, quasi ritrattistiche, nei gesti, nel costume. Per render giustizia ad Ambrogio, dunque, diremo che la sua “arte” serve il “ragionamento” alla perfezione: a partire dalla nitida divisione su tre registri, quello mediano riservato a valori ed istituti della vita politica, quello superiore deputato a sancirne la “santità”, quello inferiore dominato dagli attori umani di questo sistema etico-istituzionale.

E poi, le invenzioni iconografiche: oggetti “veri”, familiari — la pialla di Concordia, lo staio della Comutativa — visualizzano concetti astratti e non ovvi; e si veda, ancora, il gioco fra la “vera” corda che immobilizza i prigionieri e quella, metaforica, che lega nel bene i cittadini liberamente uniti (9). Capacità rappresentative e “grande ingegno” vanno, dunque, di pari passo; e anche in questo, Ambrogio è brillante emulo di Giotto, che aveva inventato efficacissime allegorie e trasportato la storia sacra entro scenari familiari e moderni; ma anche di Simone Martini, che nella sala contigua aveva saputo avvicinare il regno dei cieli alla realtà della “terra” di Siena.

Il “Comune” sovrano e la città “sibi princeps”

Sul Comune resta qualcosa da dire. S’è visto come, secondo il dettato delle iscrizioni e il dispositivo delle immagini, dal “vincolo” — la corda! — della legge e dall’esercizio delle virtù il Comune tragga la sua forza, coercitiva ed espansiva, e la sua autorità.

Ma quest’autorità — rileggiamo l’iscrizione — è quella d’un “signor”, d’un sovrano: e invero, la figura si appropria di molti tratti propri dell’iconografia imperiale. Per dirne solo alcuni: la posa, assisa e frontale (non a caso, la si definiva “in maestà”); lo scettro e il tondo contrassegnato dal sigillo, che non funge da scudo, ma allude al globo del potere universale: il vecchio lo sosteneva da sotto, come si vede in una delle copertine dipinte dei registri contabili senesi — le cosiddette “biccherne” — che nel 1344, forse per mano di Ambrogio stesso, ripropone l’immagine (10). Ma all’iconografia imperiale riconduce anche il fatto che il Comune (come già quello di Giotto, una volta recuperata la sua dignità), sieda fra le virtù “politiche”: una compagnia che, fin dall’epoca carolingia, è contrassegno di sovranità (11).

A fugare ogni dubbio sul fatto che il Comune “giudice” sia pensato, al tempo stesso, con i tratti d’un sovrano, interviene una rivelazione dell’ultimo restauro: in un primo momento, il vecchio non portava il copricapo di vaio dei giuristi, ma la corona d’alloro dei trionfatori e dei Cesari (sostituita, peraltro, già in corso d’opera) (12). Ma anche il tema delle “signorie di terre”, della conquista e del controllo del territorio, legittimati dall’esercizio della giustizia — tema che, già celebrato nella serie dei castelli, culmina nella contigua panoramica della terra ben governata, ricca di tratti senesi — ha un intenso sapore romano ed imperiale: basti dire che già nel 1223 uno dei primi libri ufficiali del Comune s’apriva ricordando ai Senesi l’esempio dei romani, che avevano sottomesso “orbem universum”, il mondo intero (13). E che a queste aspirazioni universali la Siena dei Nove fosse, a livello di elaborazione ideologica e d’immagine, tutt’altro che estranea, lo vedremo a proposito dell’ultima opera di Ambrogio, il Mappamondo; ma parla in questo senso anche la sostituzione del globo del potere universale col sigillo comunale.

Dunque il Comune, pur optando infine per il cappello del giudice (che ha il vantaggio di enfatizzare il carattere pienamente legittimo del suo governo), presenta innegabili contrassegni di sovranità. Merita, allora, ricordare che in quegli anni la cultura giuridica della città stava andando nella stessa direzione. Nei nuovi statuti, esattamente coevi al Buon Governo — tanto da far sospettare un’intenzionale “sinergia” del documento pittorico (centrato sul tema della giustizia!) e di quello giuridico — è stata riconosciuta un’inedita insistenza sulla sovranità del Comune, e per contro l’assenza di riconoscimenti al diritto imperiale e l’esclusione d’ogni potere superiore. Siena “sembra voler eguagliare […] Roma […] non ha bisogno di legittimazioni terrene […] è “sibi princeps”, direbbe Bartolo [da Sassoferrato, massimo teorico dell’autonomia comunale]: è Stato sovrano, diremmo noi” (14). Ne segue, per inciso, che il consigliere di Ambrogio (se fu uno solo) fu quasi certamente, come più tardi sarà per Taddeo di Bartolo, un giurista: ciò non sorprende, in una città provvista d’un illustre studium giuridico.

Culmina qui, dunque, un tema già intravisto nella Maestà. Resta il fatto che la sola sovrana cui l’iconografia politica senese rende omaggio è la Madonna: di lì a poco (1340), lo stesso Ambrogio la dipingerà nella loggia superiore del Palazzo: è l’affresco, già ricordato, oggi staccato e ridotto a una larva […]. E qui, mentre il Bambino — che nella Maestà raccomandava di amare la giustizia (“Diligite iustitiam”) — inviterà alla concordia (“…ut diligatis invicem”), la Vergine sarà accompagnata, come il Comune del Buon Governo, dalle Virtù civiche: un altro modo per enfatizzare — come aveva già fatto Simone — il suo status di vera, e sola, sovrana di Siena; e il globo del potere, nelle sue mani, sarà, come quello del Comune, un orbis senensis: bianco e nero come l’insegna della città.

Maria Monica Donato

 

 

Note:

(1) A partire dall’Etica Nicomachea, V, 5 e sgg.

(2) Per la normativa sulle misure, cfr. A. LISINI, Il Constituto del Comune di Siena volgarizzato nel 1309-1310, L. LAZZERI, Siena, 1903, vol. I, rr. CCXL-CCXLI; vol. II, rr. CXXXIV e CLXX. Ho argomentato questa lettura dei due aspetti della giustizia — questione molto dibattuta, decisiva per l’identificazione delle fonti dottrinali del ciclo (cfr. anche oltre, p. 247 e n. 87) — in Testi, contesti, immagini politiche nel tardo Medioevo: esempi toscani. In margine a una discussione sul Buon governo, in “Annali dell’Istituto storico italo-germanico in Trento”, XIX, 1993, pp. 335-340 (305-355).

(3) È questo il clou di un’accesa discussione, che investe l’intero significato delle pitture. Dopo N. RUBINSTEIN, Political ideas in sienese art: the frescoes by Ambrogio Lorenzetti and Taddeo di Bartolo in the Palazzo Pubblico [Idee politiche nell’arte senese: gli affreschi di Ambrogio Lorenzetti e Taddeo di Bartolo nel Palazzo Pubblico], in “Journal of the Warburg and Courtauld Institutes”, XXI, 1958, pp. 189-207, (Comune – Ben comune), Q. SKINNER, Ambrogio Lorenzetti: the artist as political philosopher [Ambrogio Lorenzetti: l’artista come filosofo della politica], in “Proceedings of the British Academy”, LXXII, 1986, pp. 1-56, ha interpretato il vecchio come incarnazione della magistratura ideale delineata dalla manualistica podestarile. A riprova di una certa confusione, R. STARN, The republican regime of the Sala dei Nove in Siena, 1338-40 [Il regime repubblicano della Sala dei Nove in Siena, 1338-40], in R. STARN, L. PARTRIDGE, Arts of power. Three halls of state in Italy, 1300-1600 [Arti del potere. Tre sale di governo in Italia, 1300-1600], University of California Press, Berkeley-Los Angeles-Oxford, 1992, pp. 11-80, qui p. 50 e n. 134 vi vede “a combination of ruler, saint, and seated magistrate” [“una combinazione di legislatore, santo, e magistrato assiso”].

(4) Per ragioni che spiegherò fra poco, c’è una C di troppo: C.S.C.C.V.

(5) Per gli antichi “restauri” cfr. oltre, p. 249 e n. 90. Sull’incidenza del rifacimento nell’economia visiva e iconografica dell’affresco cfr. R. GIBBS, In search of Ambrogio Lorenzetti’s Allegory of Justice: changes to the frescoes in the Palazzo Pubblico [Alla ricerca dell’Allegoria della Giustizia di Ambrogio Lorenzetti: cambiamenti agli affreschi in Palazzo Pubblico], in “Apollo”, CLIX, 447, 1999, pp. 11-16.

(6) Per questa denominazione E. CARTERSOUTHARD, Ambrogio Lorenzetti’s frescoes in the Sala della Pace: a change of names [Gli affreschi di Ambrogio Lorenzetti nella Sala della Pace: un cambiamento di nomi], in “Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz”, XXIV, 3, 1980, pp. 361-365.

(7) L’ha notato J.K. GREENSTEIN, The vision of Peace: meaning and representation in Ambrogio Lorenzetti’s Sala della Pace cityscape [La visione della Pace: senso e rappresentazione nel panorama urbano della Sala della Pace di Ambrogio Lorenzetti], in “Art history”, XI, 1988, pp. 492-510.

(8) Così — cito un pronunciamento specialmente esplicito fra molti, anche recenti — E. CECCHI, Trecentisti senesi, Valori plastici, Roma, 1928, p. 110.

(9) La metafora del “tirar tutti ad una fune”, a indicare il comune tendere dei cittadini al bene, è diffusa nella poesia e nella trattatistica politica bassomedievale; cfr., ad esempio, R. STARN, The republican regime, cit., pp. 35 e sgg.

(10) L’osservazione si deve a C. FRUGONI, Una lontana città. Sentimenti e immagini nel Medioevo, Einaudi, Torino, 1983; edizione riveduta ed ampliata: A Distant City, Images of Urban Experience in the medieval World [Una lontana città, Immagini dell’esperienza urbana nel mondo medievale], traduzione di W. McCuaig, Princeton University Press, Princeton, 1991, p. 142; per la biccherna cfr. Le biccherne. Tavole dipinte delle magistrature senesi (secoli XIII-XVIII), a cura di L. BORGIA ET ALII, Le Monnier, Firenze, 1984, pp. 96 e sgg., n. 28.

(11) Cfr. ad esempio A. KATZENELLENBOGEN, Allegories of Virtues and Vices in mediaeval art from early Christian times to the thirteenth century [Allegorie delle virtù e dei vizi nell’arte medioevale dal primo periodo cristiano al tredicesimo secolo], Warburg Institute, London, 1939, pp. 30 e sgg., e Giovanni Pisano a Genova, a cura di M. SEIDEL, SAGEP, Genova, 1987, pp. 90 e sgg.

(12) La prima versione esibiva già, sopra la testa, la sigla C.S.C.V.; quando alla corona si sostituì il cappello, l’ingombro maggiore obbligò a disporla ai lati, più spaziata; la C “di troppo” è un resto della prima stesura, riemerso per caduta dell’azzurrite dello sfondo. Della “prima versione” ho dato notizia, sulla scorta delle cortesi indicazioni del direttore del restauro, A. BAGNOLI, in Ancora sulle ‘fonti’ del Buon governo di Ambrogio Lorenzetti: dubbi, precisazioni, anticipazioni, in Politica e cultura nelle repubbliche italiane dal Medioevo all’età moderna. Firenze — Genova — Lucca — Siena — Venezia, atti del convegno, Siena, 1997, a cura di S. ADORNI BRACCESI, M. ASCHERI, Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, Roma, 2001, p. 62. Una diversa interpretazione, in base a una diversa lettura delle evidenze fisiche, propone M. SEIDEL, Vanagloria. Studien zur Ikonographie der Frescken des Ambrogio Lorenzetti in der Sala della Pace [Vanagloria. Studi per un’iconografia degli affreschi di Ambrogio Lorenzetti nella Sala della Pace], in “Städel Jahrbuch”, XVI, 1997, pp. 35-90.

(13) L. BANCHI, Il Memoriale delle Offese fatte al Comune e ai cittadini di Siena ordinato nell’anno 1223, in “Archivio storico italiano”, serie III, XXII, 1875, pp. 224-225; e cfr. P. CAMMAROSANO, Il comune di Siena dalla solidarietà imperiale al guelfismo: celebrazione e propaganda, in Le forme della propaganda politica nel Due e nel Trecento, relazioni tenute al convegno internazionale, Trieste, marzo 1993, a cura di P. CAMMAROSANO, Ecole française de Rome, Roma, 1994, pp. 458 e sgg.

(14) M. ASCHERI, Legislazione, statuti e sovranità, in Antica legislazione della Repubblica di Siena, a cura di M. ASCHERI, Il Leccio, Siena 1993, pp. 18 e sgg.

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