Gli ebrei nella «finis Austriae» e oltre: una recensione di «Conspirators» di Michael André Bernstein

Alleanza Cattolica 16 anni fa
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Massimo Introvigne, Cristianità n. 324 (2004)

 

Quando i critici letterari americani — a partire da quello del New York Times — scomodano Thomas Mann (1875-1955), Robert Musil (1880-1942) e Marcel Proust (1871-1922) per istituire paragoni con l’opera prima di un giornalista — infatti scrive sullo stesso New York Times — che si trasforma in romanziere, vale la pena di prestare attenzione: anche se poi il successo di critica non si è trasformato in un successo di pubblico, e Conspirators di Michael André Bernstein (1) non ha raggiunto le vette della classifica dei best seller, come molti pronosticavano e l’editore certamente sperava. Ma i tempi sono quelli che sono, e 505 pagine scoraggiano molti lettori, a meno che non si tratti di un thriller. L’opera di Bernstein non è un romanzo giallo: che a pagina 471 vi saranno degli assassini sulla piazza della Cattedrale di una mai identificata città galiziana ai confini orientali dell’Impero Austro-Ungarico, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, lo sappiamo già dall’introduzione, che c’informa anche su almeno uno dei due gruppi di persone giustiziate per questi e per altri crimini. Dunque, il tema di Conspirators non è il complotto: è la finis Austriae, e stupisce che nessun recensore abbia proposto il paragone con Joseph Roth (1894-1939) e, soprattutto, con Franz Werfel (1890-1945), dal 1940 vissuto negli Stati Uniti d’America e deceduto nel 1945 a Beverly Hills.

Benché molti temi comuni emergano nell’enorme romanzo — la nostalgia dell’Impero nell’introduzione, dove un commediografo ebreo va alla ricerca di vecchi fatti che in parte hanno coinvolto i suoi due migliori amici, la precisione e insieme la corruzione dell’amministrazione delle province imperiali — la sua originalità, anche se non si tratta di una novità assoluta, consiste nel mettere in scena la finis Austriae dal punto di vista delle sue comunità ebraiche. Il plurale non è casuale: neppure nella città di provincia dove si svolgono i fatti, per non parlare di Vienna, vi è una sola comunità di ebrei. A prescindere dal governatore, il corrotto e filosofo conte Wiladowski, i personaggi principali sono tutti ebrei: il ricchissimo finanziere Moritz Rotenburg — evidentemente ricalcato sulla famiglia Rothschild — e il figlio comunista Hans; Jakob Tausk, espulso da una scuola rabbinica per le sue idee iconoclaste e diventato capo della polizia di Wiladowski; Asher Blumenthal, un piccolo impiegato affetto da manie di grandezza pronto a vendersi al migliore offerente; il misterioso aspirante messia Brugger, che predica la redenzione del popolo ebraico tramite l’antinomismo — libero amore compreso — e la violenza salvifica; l’agitatore sindacale Nathan Kaplanski, disposto a trattare con l’odiato capitalista Rotenburg pur di fermare Brugger, di cui sa che le violenze non potranno che scatenare il più reazionario antisemitismo; la sionista Batya Demetz che, dopo aver rotto con Hans Rotenburg, sposa contro il volere della famiglia il compagno di rivoluzione di Hans e aristocratico cristiano conte Ernst von Alpsbach, e diventa dopo la morte del marito in guerra la potente — ma a stento tollerata per le sue origini dai nuovi antisemiti — contessa von Alpsbach.

Nonostante la presenza di numerose controtrame, il romanzo si lascia raccontare abbastanza facilmente. Nel clima della finis Austriae due complotti diversi pensano di scatenare, in occasione della festa che celebrerà l’anniversario della cattedrale, una violenza rivoluzionaria e redentrice: i seguaci del messia Brugger e i comunisti guidati da Hans Rotenburg. Nessuno dei due gruppi è abbastanza smaliziato per non farsi scoprire dal capitalista Moritz Rotenburg e dal capo della polizia Jakob Tausk, entrambi con enormi risorse a loro disposizione e capaci di utilizzare personaggi ambigui quale Asher Blumenthal come loro spie. Quanto a Brugger, tutti coloro che contano qualcosa in città sono d’accordo nell’eliminarlo, soprattutto dopo che i suoi seguaci cominciano a passare all’azione assassinando il rebbe di Buczacz, il rabbino che guida un movimento hassidico rivale, e i suoi seguaci. Ma, all’ultimo momento, l’ex studente di una yeshiva — una scuola rabbinica ortodossa ma non hassidica — Jakob Tausk rimane impressionato dai poteri apparentemente miracolosi di Brugger e non se la sente di ucciderlo, limitandosi a rimandarlo oltre il confine russo e a riferire ai suoi padroni — quello ufficiale, Wiladowski, e quello ufficioso, Moritz Rotenburg — che è morto e che le voci secondo cui è ricomparso in Russia sono tipiche leggende messianiche. Hans Rotenburg sembra eliminarsi da solo quando la bomba che sta costruendo gli scoppia in mano: Tausk alimenta la voce che è morto, ma il rivoluzionario dilettante è in realtà in una clinica di Zurigo, dove rinuncia al suo marxismo e si riconcilia con il padre che sta a sua volta morendo di cancro.

Fine dei complotti, dunque? Niente affatto perché un gruppo di aristocratici marxisti, che crede Hans morto, ritiene suo dovere portare avanti il progetto del suo capo che presume defunto, e nel giorno della festa apre il fuoco sulle autorità, uccidendo diversi dignitari fra cui il fratello di Ernst von Alpsbach. Quest’ultimo, insieme alla fidanzata ebrea Batya, era uscito dalla cellula rivoluzionaria considerando inutili la violenza e il terrorismo. Tausk, malato, è tanto meno responsabile degli eventi in quanto aveva per tempo avvertito che il pericolo non era passato, e sarebbe venuto da rivoluzionari aristocratici, non dai sindacalisti alla Kaplanski né dai seguaci di Brugger ormai privi del loro capo. Tuttavia — dopo aver portato di fronte alla corte marziale i responsabili degli assassini, che sono giustiziati insieme ai principali seguaci di Brugger, confondendo così, agli occhi dell’opinione pubblica, due complotti diversi — è costretto a dimettersi, così come si dimette Wiladowski.

Non di tutti i protagonisti l’autore — neppure tramite l’introduzione, dove mette in scena il commediografo di successo Alexander Garber, un tempo amico di Tausk e di Blumenthal, che va alla ricerca di vecchie carte per scrivere un’opera sugli assassini della cattedrale — ci riferisce la sorte dopo la Grande Guerra (1914-1918). Blumenthal, che sa troppe cose, è spedito in Palestina a spese dei Rotenburg. Tausk, un tempo funzionario asburgico e persecutore di comunisti, ricompare a Mosca, come braccio destro di Felix Edmundoviã Dzeržhinskij (1877-1926) alla guida della temibile polizia politica bolscevica. Morto il padre, Hans Rotenburg guida l’impero di famiglia da Londra. Ma qui — a conclusione del romanzo — compie l’unica azione morale della sua vita: avendo compreso — siamo ormai nel 1925 — che la sua vecchia fiamma Batya, ora contessa von Alpsbach, è tutt’altro che sicura in Galizia a causa delle sue origini ebraiche, la nomina a sorpresa erede di tutte le sue ricchezze e le cede la sua casa di Londra. Batya, santa laica del romanzo, sessualmente libera e femminista ma anche l’unica persona che pensa di combattere la povertà degli ebrei non a suon di proclami o di bombe ma distribuendo pane ai poveri del quartiere ebreo più miserabile e aiutando la causa dell’emigrazione in Palestina, finisce così per essere non solo l’unico personaggio positivo di Conspirators ma anche lo strumento della redenzione di Hans, che giocando alla rivoluzione ha mandato i suoi amici in parte a morire nell’attentato della cattedrale e in parte sul patibolo.

Difficile arrivare alla fine? Forse, ma il romanzo di Bernstein ha in sé una lezione con cui molti storici sarebbero d’accordo. Gli antisemiti — e anche alcuni ebrei maneggioni e patetici come Asher Blumenthal — immaginano l’esistenza di un “complotto ebraico” dove tutti gli ebrei sono d’accordo fra loro: il padre Rotenburg capitalista, il figlio Rotenburg marxista, Tausk, i sionisti, i sindacalisti, gli ebrei riformati del circolo Mendelssohn, quelli hassidici che frequentano il rebbe di Buczacz, gli ortodossi non hassidici che hanno espulso Tausk, Brugger che vuole redimere Israele con l’antinomismo e la violenza, sarebbero tutti strumenti di uno stesso disegno, verosimilmente rivolto a permettere alla grande finanza ebraica rappresentata da Moritz Rotenburg d’impadronirsi dell’Austria se non dell’Europa o addirittura del mondo. La stessa voce popolare, cui appunto crede anche qualche ebreo ingenuo, immagina che il cristiano — ma corrotto — Wiladowski sia della partita in quanto massone e legato ai Rotenburg da rapporti “giudeo-massonici”.

Tuttavia, non solo Wiladowski non è massone, ma la voce popolare s’inganna. Non vi è un grande complotto perché ce ne sono troppi, non vi è nessuno che li coordina, e chi pensa di sorvegliarli tutti — Tausk, Moritz Rotenburg, lo stesso Wiladowski — a stento riesce a salvare la pelle. Per quanto sia un rivoluzionario dilettante, Hans Rotenburg vuole veramente provocare la rivoluzione comunista, e ci scapperanno anche i morti, anche se sarà poi un professionista, l’agente segreto e poliziotto Tausk, a saltare sul carro marxista giusto, quello bolscevico in Russia. I sindacalisti ebrei non hanno nessuna intenzione di favorire Rotenburg, i sionisti avversano i non sionisti, gli ortodossi odiano i riformati, e il misterioso Brugger odia semplicemente il mondo intero. A chi gli parla di messaggi di pace e di convivenza fra opinioni religiose diverse nella Bibbia, l’aspirante messia risponde che “o le differenze religiose hanno un significato interiore cruciale o tutta la nostra storia [di ebrei] è un lungo e macabro scherzo” (p. 198). Ma certamente non sono d’accordo con lui i sindacalisti o i marxisti — che vogliono unire la classe operaia a prescindere dalle differenze di religione —, né Rotenburg, né i riformati borghesi del circolo che s’ispira al padre dell’Illuminismo ebraico Moses Mendelssohn (1729-1786). Così, 505 pagine non sono troppe se servono a ricordare questa semplice verità: già prima della Grande Guerra non vi era un solo ebraismo, ve n’erano molti in conflitto fra loro, e immaginare che fossero tutti parte di un’unica realtà unitaria, di un’unica conspiration era solo il sogno o l’incubo in cui l’Europa stava piombando, e da cui non si sarebbe più risvegliata fino all’Olocausto.

Massimo Introvigne

 

Note:

(1) Cfr. Michael André Bernstein, Conspirators, Farrar, Straus and Giroux, New York 2004. Tutte le citazioni sono tratte da quest’opera e i rimandi posti fra parentesi nel testo.

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