(Ri)costruire la nazione in Iraq. Lezioni dall’esperienza britannica degli anni 1918-1932. Una recensione di “Inventing Iraq” di Toby Dodge

Alleanza Cattolica 15 anni fa
Prima pagina  /  Cristianità  /  Articoli e note firmate  /  (Ri)costruire la nazione in Iraq. Lezioni dall’esperienza britannica degli anni 1918-1932. Una recensione di “Inventing Iraq” di Toby Dodge

Massimo Introvigne, Cristianità n. 327 (2005)

 

Il conto dei morti occidentali in Iraq si è fatto pesante. L’opinione pubblica del paese che paga il più forte tributo di sangue è in fermento. Nonostante le istituzioni internazionali abbiano incoraggiato una lunga permanenza di un numero adeguato di soldati occidentali in Iraq, si fa strada l’idea di ridurre le truppe e di ritirarle entro pochi anni. Il piano di cui si sussurra — ritiro in tre anni, accompagnato dalla pubblica dichiarazione secondo cui il governo iracheno è ormai in grado di cavarsela da solo — è popolare, ma potenzialmente disastroso. Fra tre anni l’Iraq non sarà affatto pronto a fare a meno dei soldati occidentali: rischierà di allearsi con i nemici di quello stesso Occidente che lo ha abbandonato, e di cadere nuovamente preda di una serie di regimi totalitari uno peggiore dell’altro.

Washington 2005? No: Londra 1929. Un rapporto redatto dal professor Toby Dodge per il Centro per lo Studio della Globalizzazione e della Regionalizzazione dell’università di Warwick — dove insegna — e per l’Istituto Reale di Affari Internazionali di Londra, sottolinea le analogie fra i due scenari (1).

Dopo una Prefazione (pp. IX-XIX) che mette a fuoco appunto analogie e differenze fra gli anni 1920 e la situazione attuale, l’opera è organizzata in ordine non cronologico ma tematico, ed è costituita da un capitolo su Comprendere il Mandato in Iraq (pp. 2- 4), seguito da Il sistema del Mandato, la fine dell’imperialismo e la nascita dello Stato iracheno (pp. 5-41); su Come gli inglesi vedevano l’Iraq ottomano (pp. 45-61); sull’opposizione nell’immaginario britannico fra Iraq Rurale e urbano (pp. 63-81); su Usare gli Shaykh. L’imposizione razionale di una figura romantica (pp. 83-100); su Il significato sociale della terra (pp. 101-129); su L’imposizione dell’ordine: la percezione sociale e il potere “dispotico” degli aeroplani (pp. 131-156); e, infine, da una Conclusione: il passato dell’Iraq e i possibili futuri iracheni (pp. 156-171), seguita da Note (pp. 173-226), Bibliografia (pp. 227-247), Ringraziamenti (pp. 249-251) e Indice dei nomi (pp. 253-260).

È opportuno avvertire che l’opera si rivolge a un pubblico specialistico, e dà quindi per scontata una conoscenza preliminare delle grandi linee della storia irachena (2) e della situazione attuale del paese mediorientale. Il punto di partenza, richiamato dal titolo, è l’”invenzione” dell’Iraq, Stato artificiale creato a tavolino dal Regno Unito di Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord dopo la prima guerra mondiale (1914-1918) mettendo insieme tre province dell’Impero Ottomano smembrato dai trattati di pace, diverse per etnia — curdi al nord, arabi al centro e al sud — e religione, sunniti nel centro-nord, sciiti, — maggioritari nell’Iraq in generale — nel centro-sud. Durante la prima guerra mondiale i piani inglesi prevedevano la costituzione di una colonia, quanto meno limitata alla provincia meridionale di Bassora. Tuttavia la guerra segna la fine dell’egemonia economica e politica del Regno Unito, sostituita come massima potenza mondiale dagli Stati Uniti d’America, il cui presidente Woodrow Thomas Wilson (1856-1924) impone l’ideologia della de­colonizzazione e della fine degl’Imperi — ritenuti responsabili di tutte le guerre —, al cui servizio si pone la SDN, la Società delle Nazioni, fondata nel 1919. Prima della guerra, secondo idee del politologo canadese Robert H. Jackson, ampiamente riprese e applicate nello studio di Dodge, in base a un sistema che risaliva alla pace di Westfalia del 1648 […] occorreva guadagnarsi la sovranità. Per ottenere una personalità di diritto internazionale uno Stato doveva provare di essere effettivamente sovrano, di essere capace di controllare in modo stabile uno specifico territorio, di fornire beni politici ai suoi cittadini, e d’interagire internazionalmente con gli altri Stati su una base di uguaglianza e reciprocità” (3). Con la prima guerra mondiale, l’ideologia di Wilson, e la nascita insieme dell’egemonia statunitense e della SDN, il sistema che aveva retto il mondo dalla pace di Westfalia al 1918 cambia: […] la nozione di Stato sovrano diventa universalmente applicabile anche a quelle regioni e a quei popoli le cui storie erano sempre state vissute fuori dalla cornice statuale” (4). Non occorre più “guadagnarsi” la sovranità, che diventa un diritto per qualunque popolo, il che segna in teoria — anche se non ancora in pratica — la fine del colonialismo.

Peraltro, lo stesso Wilson e la SDN distinguono fra diritto alla sovranità e possibilità concreta del suo esercizio. Le nazioni che non hanno — ancora — conosciuto lo Stato moderno — e tanto più le nazioni artificiali come l’Iraq, “inventate” tracciando linee su qualche carta geografica — hanno anch’esse diritto — sempre secondo la cosiddetta Dottrina Wilson — alla sovranità. Tuttavia non sono ancora in grado di esercitarla e devono essere, per così dire, accompagnate passo dopo passo verso un’effettiva capacità di esercizio. Nasce qui — non, come spesso si crede, dopo la fine della seconda guerra mondiale (1939-1945) né dopo la fine del sistema imperiale comunista sovietico — l’espressione nation building, “costruzione della nazione”. Lo strumento che la SDN inventa per realizzare il nation building è il Mandato: un incarico, limitato nel tempo, affidato a uno Stato di provata solidità istituzionale perché accompagni una nazione ancora “immatura” guidandola a diventare uno Stato moderno.

L’Iraq diventa uno dei principali terreni di applicazione della Dottrina Wilson. Dopo avere cercato di mantenere l’idea della colonia, poi del protettorato, nel 1920 il Regno Unito si arrende alla nuova realtà internazionale e accetta dalla SDN il Mandato per l’Iraq, originariamente privo di limiti temporali. Il Mandato crea, di fatto, una doppia struttura: vi è un governo iracheno sotto forma di monarchia costituzionale il cui re Feisal I (1883-1933) è un arabo sunnita “straniero”, figlio dello sharif della Mecca, da sempre alleato del Regno Unito; lo stesso re nomina il primo ministro e gli altri componenti del Consiglio dei Ministri. Tuttavia, finché è in vigore il Mandato gli atti del re e del governo devono essere approvati da un Alto Commissario britannico; e gli atti di ogni singolo ministero da un “Consigliere”, Advisor, pure nominato dal Regno Unito. Vi è un esercito iracheno, addestrato da ufficiali inglesi, ma la sicurezza dell’Iraq è garantita anzitutto dalla presenza di truppe britanniche.

Fin dall’inizio del Mandato il Regno Unito si trova di fronte a due problemi: una serie di rivolte sanguinose — la prima scoppia all’annuncio del Mandato, nel 1920 — organizzate da diverse fazioni e con diverse motivazioni, che impongono un alto tributo di morti all’esercito britannico; e il costo del nation building, che pesa interamente sui contribuenti inglesi. Tanto più dopo la prima guerra mondiale, morti e tasse non sono precisamente quanto l’opinione pubblica britannica apprezza di più: nasce così un movimento trasversale, sostenuto principalmente dal Partito Laburista ma anche da correnti del Partito Conservatore, e da gran parte della stampa, che invita ad andarsene dall’Iraq al più presto possibile.

Peraltro, lo stesso studio di Dodge elenca una serie di specifici errori commessi dal Regno Unito negli anni del Mandato: cercare di governare basandosi esclusivamente sulle autorità tribali in campagna — gli shaykh, considerati uomini d’onore per definizione, sulla base di un’immagine letteraria e romantica spesso smentita dalla realtà — e sugli uomini d’affari in città, controllare il territorio non con una presenza capillare di truppe e polizia ma con i raid dell’aviazione intesi a bombardare e punire i villaggi ribelli — pensando di risparmiare così truppe e denaro —, non conservare nulla del sistema di amministrazione ottomano, certo difettoso, ma che una visione nata dalla propaganda di guerra considerava a torto sempre e solo oppressivo e corrotto, concedere tutto il potere ai sunniti e ignorare il “clero” sciita. Curiosamente, nota Dodge, l’ultimo fatale errore derivava dai pregiudizi anti-cattolici di Gertrude Margaret Lowthian Bell (1868-1926), una delle prime donne a conseguire la laurea in storia a Oxford e la prima a laurearvisi con il massimo dei voti. Alpinista e archeologa — a lei si deve la fondazione del Museo Nazionale dell’Iraq a Baghdad —, nel 1915 diventa agente dell’Intelligence Service britannico, quindi funzionario del ministero degli Esteri con rango di diplomatico. Ebbene, secondo l’opinione di questa principale ispiratrice della politica araba britannica negli anni 1920, gli sciiti stanno all’islam come i cattolici al cristianesimo: per lei gli sciiti — che, a differenza dei sunniti, hanno un “clero” e una gerarchia — erano “il diavolo stesso” (5) e i loro ayatollah “papi […] ancora attaccati al potere temporale” (6).

La SDN, con un rapporto approvato dalla sua assemblea nel 1926, aveva concluso che per costruire una stabile democrazia in Iraq consistenti truppe inglesi avrebbero dovuto rimanere nel paese per altri venticinque anni, cioè fino al 1951. Tanto sarebbe occorso per costruire le basi di ogni possibile governo — un’anagrafe, un catasto e un sistema politico —, reprimere le bande sediziose e sedare le tensioni interetniche. Ma le rivolte e i morti inglesi erano ormai troppo frequenti. Così nel 1929 il nuovo governo laburista, che ha prevalso, giocando sul pacifismo di elettori che non vogliono più mandare i loro figli a “morire per Baghdad”, in elezioni assai incerte — tanto che il suo leader, James Ramsay MacDonald (1866-1937), deve costituire un governo di minoranza sostenuto di volta in volta da voti conservatori —, fa votare dal parlamento — venendo meno alle precise indicazioni della stessa SDN — un piano di ritiro in tre anni. Dal 1932 re Feisal deve fare da solo. Le conseguenze saranno catastrofiche: i ministri di re Ghazi (1912-1939), succeduto a Feisal I nel 1933, poi del reggente Al-Amir Abd al-Ilah (1913-1958), tutore fino al 1953 di suo nipote, il re minorenne Feisal II (1935-1958), e pure personalmente “fortemente filo-britannico” (7), e — in particolare — il più volte primo ministro ed entusiasta ammiratore di Adolf Hitler (1889-1945) Rashid Ali al-Gaylani (1892-1965) — al cui proposito si segnalano le perplessità del regime fascista italiano, mentre era sostenuto senza riserve dalla diplomazia tedesca (8) — si alleeranno con la Germania nazionalsocialista, costringendo gli Alleati a riaprire nel 1941 un fronte iracheno. Non è privo di significato che un convinto filonazista come al-Gaylani, esiliato poco dopo il colpo di Stato repubblicano per la sua adesione alle idee del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser (1918-1970), considerato ostile al partito Ba’th al potere in Iraq, sia stato riabilitato e ammesso a tornare nel paese d’origine dal suo esilio libanese da Saddam Hussein (9). Dopo la guerra, caos e disordini porteranno alla caduta della monarchia e al massacro dell’intera famiglia reale nel 1958, e a una serie di regimi totalitari sempre più feroci, fino a quello di Saddam Hussein.

Dodge sostiene che, sebbene una vasta letteratura accademica abbia messo ripetutamente in luce gli errori compiuti dal governo britannico all’epoca del Mandato, alcuni sono stati ripetuti nel 2003 dagli stessi comandanti militari britannici in Iraq, che in parte sono partiti dalla medesima letteratura “romantica” sul paese mediorientale, che aveva ispirato i loro predecessori degli anni 1920. Così, secondo lo studioso inglese, si è accordata eccessiva fiducia agli shaykh tribali e agli uomini d’affari nelle città, esattamente come ottant’anni prima, senza considerare — fra l’altro — che il totalitarismo di Saddam Hussein era ben altra cosa dal governo ottomano: i capi tribali e i cosiddetti imprenditori iracheni, dopo ventiquattro anni di Saddam, o erano legati a filo triplo al regime oppure erano finiti al cimitero. Questi difetti sembrano comunque minori a Dodge rispetto al rischio di ripetere l’errore catastrofico del 1929, ritenendo ancora una volta che due o tre anni e l’impiego di truppe relativamente ridotte bastino per un nation building in grado di resistere nel tempo.

Se l’idea d’ignorare i grandi ayatollah sciiti come Ali Sistani a favore di politicanti laicisti ma senza seguito, un tempo coltivata da alcuni consiglieri dell’attuale amministrazione statunitense, sembra ora felicemente superata, la tentazione britannica del 1929 si ripresenta infatti nel 2005: dichiarare frettolosamente che il governo iracheno è in grado di camminare da solo dopo le elezioni. Dodge, che non risparmia critiche — forse in parte ingiuste — ai consiglieri neo-conservatori americani del presidente George Walker Bush, ritiene che la partita irachena possa ancora essere vinta dall’Occidente. Purché si comprenda che “la rimozione di Saddam Hussein è stata l’inizio, non la fine, di un processo di riforma molto lungo e incerto” (10). “Se avrà successo, questo processo potrà risultare in un modello coerente per le relazioni internazionali del dopo-Guerra fredda nel mondo intero” (11). Se fallirà, potrebbe rappresentare per lo studioso inglese addirittura la fine dell’egemonia occidentale sul resto del mondo. Come nel 1929, occorrono però più — non meno — truppe, e una loro permanenza in Iraq più lunga, non più breve, di quanto inizialmente previsto. Vi sarà certo, purtroppo, un prezzo da pagare in morti, non solo in denaro. Ma il messaggio dello studio di Dodge è che se il Regno Unito non avesse abbandonato l’Iraq nel 1932 avrebbe certo avuto ancora vittime in attentati negli anni successivi: ma i caduti, anche solo da parte britannica, sarebbero stati di meno rispetto a quelli morti per sottrarre l’Iraq all’influenza nazionalsocialista nel 1941, per non parlare della Guerra del Golfo del 1991 e di quella del 2003 con i suoi postumi. Resistere ai calcoli miopi di un’opinione pubblica agitata dalla propaganda pacifista è così oggi, per i governanti dell’Occidente, la vera “resistenza” che può salvare l’Iraq: e, forse, non solo l’Iraq.

Massimo Introvigne

 

 

Note:

(1) Cfr. Toby Dodge, Inventing Iraq. The Failure of Nation Building and a History Denied, Columbia University Press, New York 2003.

(2) Cfr. la storia dell’Iraq fino alla caduta della monarchia nell’opera di riferimento di Pierre-Jean Luizard, La Formation de l’Irak contemporain. Le rôle politique des ulémas chiites à la fin de la domination ottomane et au moment de la construction de l’État irakien, CNRS, Parigi 2002 ; dello stesso autore, giunge fino al 2002 uno studio di carattere più divulgativo: cfr. Idem, La Question irakienne, Fayard, Parigi 2002 (trad. it. La questione irachena, Feltrinelli, Milano 2003).

(3) T. Dodge, op. cit., p. XIII, che sostanzialmente riassume la tesi principale di Robert H. Jackson, Quasi-States. Sovereignty, International Relations, and the Third World, Cambridge University Press, Cambridge 1993.

(4) T. Dodge, op. cit., p. XIII.

(5) Gertrude Bell, appunti e lettere cit. ibid., p. 68.

(6) Ibid., p. 69.

(7) Edmund A. Ghareeb, Historical Dictionary of Iraq, The Scarecrow Press, Lanham (Maryland)-Oxford 2004, p. 103.

(8) Cfr., come riferimento essenziale, di Renzo De Felice (1929-1996), Il fascismo e l’Oriente: arabi, ebrei e indiani nella politica di Mussolini, il Mulino, Bologna 1988.

(9) Cfr. E. A. Ghareeb, op. cit., p. 132.

(10) T. Dodge, op. cit., p. XIX.

(11) Ibidem.

Categorie:
  Articoli e note firmate, Cristianità
Autore

 Alleanza Cattolica

  (2701 Articoli)

Alleanza Cattolica è un’associazione di laici cattolici che si propone lo studio e la diffusione della dottrina sociale della Chiesa. Il motto dell’associazione è “Ad maiorem Dei gloriam et socialem”, “Per la maggior gloria di Dio anche sociale”. Lo stemma di Alleanza Cattolica è costituito da un’aquila nera con un cuore rosso sormontato dalla croce. L’aquila è l’animale simbolico dell’apostolo san Giovanni e testimonia la volontà di essere figli di Maria, come l’Apostolo prediletto che ha riposato sul Cuore di Gesù. Circa il cuore, dice Pio XII che “è […] nostro vivissimo desiderio che quanti si gloriano del nome di cristiani e intrepidamente combattono per stabilire il regno di Cristo nel mondo, stimino l’omaggio di devozione al Cuore di Gesù come vessillo di unità, di salvezza e di pace”. Circa la croce sul cuore, cfr. il Cantico dei Cantici (8, 6): “ponimi come sigillo sul tuo cuore”.