Introduzione a «Il segreto ammirabile del Santo Rosario» di san Louis Marie Grignion de Montfort

Marco Tangheroni 16 anni fa
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Marco Tangheroni, Cristianità n. 321 (2004)

Introduzione a Louis Marie Grignion de Montfort, Il segreto ammirabile del Santo Rosario, trad. it. dello stesso Tangheroni, Edizioni Cantagalli, Siena 2000, pp. 7-28. Titolo, inserzioni fra parentesi quadre e note redazionali.

 

1. La vita

Quando ci si trova di fronte ad un santo viene spontaneo domandarsi quale sia il suo ruolo nel divino piano di redenzione; domanda legittima, opportuna anche, pure se senza sicura risposta. Domanda, ancora, che non esclude, anzi sottintende la ricerca storica. Anche nel caso di san Luigi Maria Grignion de Montfort, forse particolarmente per questo santo, il momento e l’ambiente nel quale operò, con una profonda e rara consapevolezza di situazioni ed esigenze, possono fornire gli elementi indispensabili alla risposta.

Secondo dei diciotto figli di Giovan Battista Grignion, Luigi Maria nacque il 31 gennaio 1673 a Montfort, in Bretagna. La sua vita fu breve, se si possono adottare i normali criteri di valutazione, e ardente, come la sua Preghiera infuocata: morì il 28 aprile del 1716. La sua vita, così, si iscrive quasi perfettamente entro i limiti cronologici (1680-1715) del periodo trattato da Paul Hazard nella sua opera, ormai giustamente classica, sulla crisi della coscienza europea (1). È l’epoca in cui matura e si scatena l’attacco contro le credenze tradizionali; in Francia, figlia primogenita della Chiesa, prima e più che altrove. È l’epoca dei razionalisti e dei libertini, del giansenismo e del deismo; nasce, per dirla col titolo di un altro libro famoso, quello di Bernhard Groethuysen, lo spirito borghese in Francia (2).

L’avere intuito che esisteva un’unità di fondo di queste varie correnti e tendenze fu grande merito, o, meglio, fu uno dei carismi di Montfort. Egli sapeva che credere — o dire di credere — in modo diverso a Dio avrebbe portato a non più credervi. Egli volle reagire a queste tendenze, chiarendo progressivamente a se stesso il senso di una vocazione precocemente maturata e mai tradita: la conquista missionaria delle anime.

I particolari sull’infanzia, sull’adolescenza e sulla giovinezza del santo sono numerosi nelle biografie settecentesche, delle quali particolarmente importante per la comprensione della sua personalità è quella del canonico Blain [Jean-Baptiste (1674-1751)], amico affezionato, anche se troppo inferiore, di Luigi Maria. Questi fino ai dodici anni rimase in famiglia, a Iffendic, dove il padre si era trasferito. Poco sappiamo sui suoi studi elementari, ma possiamo immaginarceli facilmente. Più importa, invece, sottolineare la devozione precocemente manifestata alla santa Vergine, provata anche dal fatto che volle aggiungere a quello di Luigi il nome di Maria al momento della Cresima.

In effetti egli non fu di quei santi che passano da uno stato di peccato, di indifferenza o di tiepidezza al fervore religioso; egli mostrò sempre una viva religiosità e una carità ardente. Così nel periodo trascorso al collegio San Tommaso Becket di Rennes, tenuto dai gesuiti, alcuni dei quali di notevole levatura spirituale e culturale, quello che colpiva quanti lo avvicinavano e lo conoscevano era la sua devozione, veramente filiale, verso Maria; una devozione che, come disse il suo amico Blain, aveva mostrato “fin dalla culla”. Tra le amicizie del collegio si deve anche ricordare quella con Claudio Poullart des Places [1679-1709], più tardi fondatore della Congregazione dello Spirito Santo.

Si era intanto precisata nell’animo di Montfort la vocazione sacerdotale, per seguire la quale, nel 1693, si recò a Parigi. Partì con un vestito nuovo e la modesta somma di dieci scudi, ma, ben presto, dette tutto a un povero. È uno di quegli atti di carità che si leggono così frequentemente nelle biografie del santo. Qui, nelle poche pagine concesse ad una rapida introduzione ad una sua opera, non è possibile riportare largamente questi episodi; ma, rimandando a più ampie narrazioni, desideriamo sottolineare l’importanza di questi episodi, dall’apparenza aneddotica e che, peraltro, sono la chiave per meglio comprendere e penetrare l’animo e la santità di Montfort.

A Parigi rimase otto anni studiandovi la teologia, seguendo in un primo tempo i corsi della Sorbona mentre entrava, grazie ad una borsa di studio, nel seminario di San Sulpicio. Anche in questo periodo egli si distinse immediatamente per il rigore ascetico della sua vita, per la devozione a Maria, per i gesti di carità. I superiori dovevano preoccuparsi di moderarne gli slanci, mentre non mancavano i primi segni di ostilità da parte dei mediocri. Per quanto riguarda i suoi studi, accanto al normale studio di san Tommaso [d’Aquino (1225 ca.-1274)], sappiamo di un suo grande amore ai Padri della Chiesa, come anche di numerose letture di libri di pietà e di autori spirituali del suo secolo.

Il 5 giugno 1700, a ventisette anni, ricevette l’ordinazione sacerdotale: il periodo di preparazione era finito, bisognava ora trovare la via migliore per obbedire alla vocazione missionaria. In un primo tempo egli credette che la cosa migliore fosse quella di dedicarsi alla salvezza degli infedeli. Ma la Provvidenza aveva altri piani e Montfort stesso capirà a poco a poco che anche la Francia, anche la sua Bretagna erano terre di missione; il suo compito si preciserà come il riscatto spirituale del popolo, la rianimazione della fede, la difesa delle credenze e delle pratiche tradizionali contro gli attacchi dei giansenisti e dei razionalisti.

Adempiendo a questo compito egli incontrò difficoltà e persecuzioni di ogni genere. Le ostilità non mancarono già nei primi anni della sua attività sacerdotale, da quando si stabilì a Poitiers, dove era giunto, more solito, senza un soldo, avendo dato tutto a un povero. In questa città fu nominato cappellano dell’ospedale, dove si preoccupò di porre ordine, spiritualmente e materialmente, in quella “povera Babilonia”, stimolando riforme e dando l’esempio: chiedeva l’elemosina in strada per i suoi poveri, che poi serviva personalmente; lavava i piatti e rifaceva i letti; curava i malati affetti dalle infermità più ripugnanti. Le ostilità e le resistenze furono però tali che più volte e, ad un certo momento, definitivamente dovette lasciare l’ospedale, nonostante l’affetto e la gratitudine dei malati, dimostrati anche in modo clamoroso. Era rimasto all’ospedale di Poitiers quasi quattro anni, con degli intervalli cui si è accennato. In questo periodo fece anche due viaggi a Parigi, subendo dure prove, sia per la miseria materiale che sperimentò, sia per gli attacchi che i giansenisti, e i novatori in generale, cominciarono a rivolgergli, colpiti dalla devozione che aveva e che cercava di suscitare verso la Madonna.

Costretto a lasciare, definitivamente, l’ospedale, Montfort si trattenne a Poitiers e vi fece i primi tentativi missionari nei quartieri di Montbernage e San Saturnino; già nella sua attività di quel periodo (1705-febbraio 1706) troviamo alcuni elementi fondamentali delle sue missioni successive, come le solenni processioni e il rinnovamento delle promesse battesimali. Chiara era anche già la coscienza che occorreva riparare ai danni causati dal giansenismo.

Ma anche si moltiplicavano le difficoltà, così che, nuovamente, provò il desiderio di dedicarsi alle missioni di oltremare. Con quest’intenzione si recò a Roma. Nella capitale della Cristianità fu ricevuto in udienza (6 giugno 1706) da Papa Clemente XI [1700-1721], il quale lo dissuase dal disegno concepito e lo invitò a restare in Francia, raccomandandogli di curare particolarmente l’insegnamento del catechismo e il rinnovamento delle promesse battesimali. A rendere più autorevole la posizione di Montfort veniva a lui ufficialmente data la dignità di missionario apostolico ed indulgenze erano concesse ad un suo crocifisso.

I dieci anni successivi al suo viaggio a Roma e precedenti alla sua morte furono tutti occupati da una serie di missioni. La Bretagna e la Vandea sono il teatro della sua azione e della sua predicazione. Tra il 1706 e il 1711, in particolare, lo troviamo all’opera nelle diocesi di Rennes, Saint Malò, Saint Brieuc e Nantes.

Di queste missioni, che egli aveva posto sotto la protezione della Vergine e di san Michele Arcangelo, non è qui il caso di indicare le tappe e i tempi. Conviene, piuttosto, ricordare i tratti essenziali e costanti del suo metodo.

Fedele alla consegna che gli era stata data a Roma dal Papa Clemente XI, il santo consacrava la sua predicazione alla catechesi, ricordando e spiegando i dogmi e le verità morali che formano la base del cristianesimo. La sua parola era semplice, eppure ardente. Essa trascinava le folle dei paesi visitati all’entusiasmo e al pianto. I suoi discorsi erano, si è detto, semplici, ma non erano semplicisti o banali dal punto di vista teologico. Forti di una base soprattutto biblica, essi non erano improvvisati; ci restano, anzi, molti appunti presi dal santo in preparazione ad essi.

La sua parola. Ma non soltanto quella, s’intende. Non è assolutamente comprensibile il successo delle sue missioni se non si tiene presente la vita che egli conduceva, tutta fatta di preghiera, di penitenza, di povertà. Ciò aveva innanzitutto il valore dell’esempio e dava, agli occhi di tutti, forza e credibilità alle sue parole. Ma aveva anche, certamente, molto valore agli occhi di Dio; e la Vergine mostrò di gradire i sacrifici e le preghiere di colui che aveva posto tutta la sua azione sotto la Sua protezione.

Un altro aspetto delle sue missioni, quello in cui, per così dire, se ne concretizzava il felice esito, era quello costituito dalle varie, quasi clamorose, manifestazioni di culto esterno. Montfort ne fu un grande organizzatore, a ciò spinto da due esigenze. In primo luogo egli sapeva bene come visualizzare certe verità della fede ed esprimere esternamente e collettivamente certi sentimenti fosse quanto mai opportuno per radicare gli effetti positivi della sua parola e, magari, per scuotere i più induriti. Inoltre egli prendeva così una chiara posizione contro giansenisti e novatori in genere, i quali attaccavano proprio queste manifestazioni, in nome e sotto pretesto di una religiosità più intima e austera.

Così, numerose erano le processioni pubbliche, la più importante e solenne delle quali culminava nel rinnovamento da parte dei partecipanti delle promesse battesimali. Un’altra processione solenne era dedicata invece all’innalzamento, in un luogo eminente, della croce della missione.

Dobbiamo infine ricordare i canti, dal santo stesso composti, in gran quantità, destinati ad un tempo a commuovere e ad insegnare, a toccare i cuori e ad educare le menti (3).

Ma se grande fu il suo successo, grandi furono anche le ostilità incontrate e le prove che, perciò, dovette affrontare. Così, per esempio, fu denunciato al vescovo di Saint Malò [mons. Vincenzo Francesco Desmarets (1657-1739)], il quale, malato di simpatie gianseniste, in un primo tempo gli proibì ogni predicazione, poi, ritirato questo drastico ordine, limitò comunque la possibilità di azione di Montfort.

Ancora più dolorosa dovette essere la prova che lo aspettava nella diocesi di Nantes. Qui, vicino a Pontchâteau, progettò di costruire un grande Calvario, consistente in tre crocifissi innalzati su una collina artificiale. L’opera, pur ardua ed imponente, fu completata in quindici mesi, sotto la personale direzione di san Luigi Maria, grazie al concorso di una moltitudine di persone di ogni sesso, di ogni età, di ogni condizione sociale. Il santo stesso doveva benedirla il 14 settembre, festa dell’Esaltazione della Croce, del 1710. E da tutta la regione una gran folla stava accorrendo, come un canto, composto da Montfort per l’occasione, diceva: “Oh! Que de gens y viendront en voyage! / Que de processions!” (4).

Ma, proprio il pomeriggio della vigilia della grande festa che si preparava, giunse a san Luigi Maria l’ordine del vescovo di Nantes [mons. Egidio de Beauveau (1653-1717)] che proibiva la benedizione. Il santo partì, immediatamente, a piedi, di notte, per Nantes, ma il vescovo non recedette dalla sua posizione. Così l’inaugurazione si fece senza benedizione e senza la presenza di colui che aveva voluto e promosso l’opera.

Non era questo che l’inizio delle umiliazioni. Presto gli venne l’ordine di cessare ogni predicazione nella diocesi. Ritiratosi in una casa di gesuiti, fu qui raggiunto dalla notizia (che il vescovo non aveva avuto il coraggio di dargli a voce) che il Calvario di Pontchateau doveva essere distrutto per ordine di Luigi XIV [di Borbone (1638-1715)], il quale aveva dato credito all’accusa, mossa da nemici di Montfort, secondo la quale il Calvario era una possibile fortezza che avrebbe potuto favorire un eventuale sbarco degli Inglesi in Bretagna.

Pur profondamente addolorato, com’è facile immaginarsi, il santo pensò soltanto a rendere gloria a Dio anche per questa umiliazione e cominciò poi gli esercizi di sant’Ignazio. Il padre Préfontaine, che lo seguì in essi, ci ha lasciato una testimonianza preziosa che vale la pena di ricordare: “Lo ricevetti senza mostrare che sapevo che gli era accaduto qualcosa di spiacevole. Egli mi parlò come d’abitudine, senza mostrare la minima emozione nella voce, né nei discorsi, né nell’aspetto. Poiché l’ordine del re fece molto rumore a Nantes, noi lo conoscemmo subito. Parlai di quello al signor Montfort ed egli mi confermò quello che si diceva, però senza che gli sfuggisse una parola di lamento o di disgusto nei confronti di coloro che con ragione sospettava aver provocato un ordine così definitivo ed inatteso. Questa pace, questa uguaglianza d’animo mai smentita un solo istante durante otto giorni mi sorprese: lo ammiravo” (5).

Il Calvario, ricostruito, fu una seconda volta distrutto dalla Rivoluzione francese. Oggi, nuovamente ricostruito, è un centro di pietà ed una meta di pellegrinaggi.

Per tre mesi Montfort rimase ancora a Nantes, senza poter né predicare né confessare, tutto dedito ad opere di misericordia, in qualche caso, come in occasione di un’inondazione della Loira, anche in modo eroico. Poi, quasi a divina ricompensa della carità, umiltà ed obbedienza dimostrate, gli si aprì finalmente davanti la possibilità di svolgere la sua attività missionaria senza ostacoli; fu chiamato nelle loro diocesi dai vescovi di Luchon [mons. Jean-François de Valdèries de Lescure (1644-1723)] e di La Rochelle [mons. Etienne de Champ-flour (1647-1724)], che erano tra i pochi vescovi di Francia non simpatizzanti del giansenismo, anzi ad esso decisamente e pubblicamente contrari.

Gli ultimi cinque anni della sua vita furono così di più tranquillo lavoro missionario. Ma furono anche gli anni in cui, concretizzando disegni prudentemente concepiti, Montfort si volse alla fondazione della Compagnia di Maria. Per reclutare i primi sacerdoti che ad essa aderirono si recò a Parigi, al seminario dello Spirito Santo, dove fu accolto con segni di onore e di stima, ma ancora trovando anche voci contrarie e calunniose. Pure sviluppo ed attuazione di un vecchio progetto fu la fondazione delle Figlie della Saggezza. Anche in questo caso all’insegna della persecuzione. Recatosi, infatti, a Poitiers per parlarne con la sua figlia spirituale prediletta, ricevette l’ordine di lasciare la città entro ventiquattro ore.

Fu durante una missione, a San Lorenzo di Sèvre, che si manifestò il male che doveva rapidamente finire di consumare quel corpo così provato dalle fatiche e dalle penitenze che il suo amico di gioventù, Blain, solo a stento, incontrandolo, lo aveva riconosciuto. Morì a quarantatrè anni e tre mesi, come un autentico soldato di Cristo, al suo posto di battaglia.

2. Dopo la morte

Luigi Maria Grignion de Montfort fu proclamato beato, cinquant’anni dopo l’inizio della causa di beatificazione, il 22 gennaio 1888 da Papa Leone XIII [1878-1903]. Pio XII [1939-1958] lo proclamò santo il 20 luglio 1947. Già il Signore aveva dimostrato la grande fecondità dell’opera del Grignion.

Le sue fondazioni, infatti, al momento della sua morte, erano apparentemente poco consistenti e potevano sembrare destinate a non durare. Cinque erano le Figlie della Saggezza e senza una casa loro; soltanto due, e giovani ed inesperti, i sacerdoti della Compagnia di Maria. Pure, lo sviluppo di queste fondazioni monfortane fu notevole.

Fu uno sviluppo, a somiglianza di quella che era stata la vita del fondatore, contrassegnato da quelle prove, ma anche misteriosi segni del favore divino, che sono le persecuzioni. Tanto le religiose quanto i religiosi — le prime dedite all’insegnamento e all’assistenza negli ospedali, i secondi continuatori di san Luigi Maria — furono infatti perseguitati dalla Rivoluzione francese, a partire dal momento in cui la Costituzione civile del clero li pose davanti ad una scelta di fronte alla quale non esitarono. E già nei decenni precedenti non erano mancati gli attacchi da parte di giansenisti e razionalisti, dei quali, dopo la soppressione dei gesuiti, erano divenuti il bersaglio preferito.

Se le Figlie della Saggezza ebbero, dopo aver dato molte martiri, già sotto Napoleone [Bonaparte (1769-1821)], che ne aveva apprezzato l’opera assistenziale all’ospedale di Brest, una certa tregua, la Compagnia di Maria si trovò all’inizio del XIX secolo, a causa del tributo di sangue pagato, ridotta a pochissimi membri. Ripresasi, grazie soprattutto all’opera del padre Deshayes [Gabriel (1767-1841)], ebbe a subire nuove persecuzioni ad opera della terza massonica repubblica francese; ma esse furono anche stimolo ad una vigorosa espansione fuori di Francia.

Ma un bilancio di quanto “costruito” da Montfort non può limitarsi a questi sviluppi diretti delle sue iniziative. L’opera missionaria sua e dei suoi successori costituì infatti la preparazione spirituale della resistenza vandeana e brettone ai rivoluzionari; i sacerdoti della Compagnia furono le guide spirituali di quei coraggiosi improvvisatisi soldati per Dio, per la Francia e per il re; i canti composti da Montfort si contrapposero a quelli rivoluzionari e furono sulle labbra delle figlie spirituali di san Luigi Maria mentre esse salivano sul patibolo.

Se la storia non può trascurare questo rapporto tra l’opera missionaria di Montfort e dei monfortani e la Vandea, esso è anche un tema di meditazione.

3. Gli scritti

Tutta la vita di san Luigi Maria Grignion de Montfort fu, come abbiamo visto, consumata alla luce di un’ardente carità missionaria. Anche le sue opere vanno in ciò inquadrate. Sia perché, in genere, traggono direttamente e indirettamente origine da finalità missionarie, sia perché sono quella carità e quello slancio che troviamo nella sua predicazione e nella sua vita ascetica che ne determinano lo stile e la tensione caratteristica.

È singolare che nessuno degli scritti monfortani sia stato stampato fino al 1842, anno in cui fu pubblicato per la prima volta il Trattato della vera devozione (6), il cui successo e la cui influenza furono considerevoli e favorirono la progressiva pubblicazione delle altre sue opere. Solo a poco a poco, dunque, il suo pensiero si è diffuso ed è stato conosciuto da cerchie meno ristrette di lettori. E, finalmente, anche le sue qualità di scrittore appaiono chiaramente in contrasto con l’estenuato classicismo e l’arido razionalismo di molti suoi contemporanei. Numerose traduzioni, poi, lo hanno fatto conoscere ai lettori di lingua non francese.

Prima di dare un elenco dei suoi scritti e di indicarne, sommariamente, il contenuto, è bene sottolinearne alcune caratteristiche comuni.

Il santo non aveva ambizioni di scrittore, né andava in cerca della fama che il mondo può dare. Scriveva a un tempo per dar sfogo al fuoco d’amore che gli ardeva dentro (amore per Cristo, amore per Maria) e per aiutare la propria azione di missionario e di fondatore. Non ci si deve pertanto stupire del fatto che attingesse, in misura maggiore o minore secondo le varie opere, a scritti di autori che lo avevano preceduto e che gli sembrava opportuno utilizzare.

Nella maggior parte dei casi, comunque, anche le pagine riprese da altri acquistano, o per lo schema in cui sono inserite, o per la vicinanza con altre pagine tipicamente monfortane, come un sapore nuovo. Così che il santo ci appare scrittore, oltre che efficace, originale.

Delle sue opere indicheremo gli schemi, ma ad essi poi Montfort non sempre si atteneva rigidamente. La nostra mente di lettori troppo logici trova infatti, a volte, una certa difficoltà nel seguire le pagine monfortane senza perdere il filo del ragionamento. Il fatto è che Montfort, simile in questo a quei Padri della Chiesa che aveva tanto amato e tanto letto, procede a volte per associazione di idee, secondo una logica interna che è in fondo più alta e più vera di quella solo formale ed esteriore.

Sembra ormai accertato che la prima opera da lui scritta sia stata L’amore della Saggezza eterna (7), forse tra la fine del 1703 e l’inizio del 1704, in un suo soggiorno parigino, tutto umiliazioni e miseria. Ma era, del resto, un tema centrale, e da tempo, nella spiritualità monfortana. Si tratta della Saggezza vera e profonda, cioè di quella consistente nell’unirsi a Cristo e alla sua Croce, che Montfort oppone alla sapienza superficiale e salottiera, astratta e filosoficheggiante, che dominava la cultura francese, anche, in buona parte, quella cattolica, del suo tempo.

Una preghiera alla divina Saggezza serve da dedica e da introduzione. Già in essa sono numerose le citazioni bibliche, che si trovano poi continuamente in questo più che negli altri scritti del santo, il quale, comunque, aveva evidentemente nella Bibbia, magari letta per lo più attraverso il Breviario (ciò che potrebbe spiegare il testo di certe citazioni), la sua lettura più assidua ed importante.

Nei primi capitoli san Luigi Maria insiste sulla necessità di cercare ed amare la divina Saggezza, vista nei grandi momenti della Storia della Salvezza: tra la creazione e la caduta, tra la caduta e l’Incarnazione, dopo l’Incarnazione fino al trionfo della Saggezza per mezzo della Croce. Negli ultimi capitoli sono invece indicati i mezzi per acquistare la Saggezza eterna, cioè il desiderio ardente e la fervente preghiera, la mortificazione totale e la vera devozione mariana.

La parte finale dell’opera, così fortemente cristocentrica, ci rimanda direttamente alle successive opere mariane del santo brettone.

Stampato integralmente soltanto nel 1898, Il segreto di Maria (8) conta oggi trecentocinquanta edizioni in venticinque lingue diverse. Di piccola mole, quest’operetta è come un compendio dell’opera più famosa di Montfort, il Trattato della vera devozione alla santa Vergine. Anche questo scritto mira a diffondere un “segreto”. Si rivolge agli umili, ai poveri in spirito, ai semplici.

Montfort stesso lo dice nel corso dell’opera, così come attesta anche che quelle pagine sono il frutto di quanto per anni aveva, a voce, predicato nelle sue missioni. Come le sue missioni, il Trattato ha lo scopo di scoprire e rivelare il ruolo della Vergine nell’economia della salvezza dell’umanità secondo il piano divino e, di conseguenza, il posto che la pietà mariana deve avere nella vita spirituale del cristiano. Pietà mariana in funzione di Gesù Cristo, come la definizione che san Luigi Maria dava di queste pagine meglio indicava: Preparazione al regno di Gesù Cristo. Il titolo corrente non è di Montfort, ma dei primi editori.

L’opera, anch’essa ricca di citazioni o reminiscenze bibliche, è una consapevole difesa della devozione mariana. Con perfetta intuizione teologica e storica, mostrando di ben comprendere gli sbocchi fatali delle polemiche protestanti e gianseniste, afferma risolutamente che attaccare questa devozione significa “rovesciare le fondamenta del cristianesimo” (9).

E le prime pagine sono infatti consacrate alla dimostrazione della necessità della devozione mariana per la nostra salvezza e ad inquadrare il ruolo di Maria, Corredentrice e Madre di grazia. Individuate poi alcune forme di falsa devozione ed indicate quelle vere, scopre la più vera di tutte le devozioni, cioè la consacrazione totale. Consacrazione perfetta e totale a Gesù attraverso Maria, santa amorosa schiavitù.

Non è qui il caso di dare maggiori particolari, bensì è doveroso rivolgere a tutti i lettori di queste pagine l’invito ad accedere direttamente al mirabile trattato monfortano. L’opera, lodata e utilizzata da molti teologi nei secoli successivi fino ai nostri giorni, fu cara anche a quasi tutti i pontefici. Basterà qui ricordare come Pio X abbia personalmente dichiarato che il Trattato è fonte ispiratrice della sua enciclica mariana Ad diem illum (10). Dove peraltro lo stile di Montfort raggiunge la sua perfezione e la massima efficacia, trascinando impetuosamente ed elevandosi ad un’altezza di tono mirabilmente mantenuta per tutto lo scritto, è, ci pare, nella Preghiera infuocata, che recentemente Gianni Vannoni ha tradotto nuovamente in italiano, con una breve ma illuminante presentazione (11). Il prodigioso, e sotto certi aspetti imprevedibile, sviluppo delle fondazioni monfortane dopo la morte gloriosa del santo mostra che il Memento Domine congregationis tuae quam possedisti ab initio (12), che la Preghiera infuocata lancia verso il cielo, è stato ascoltato.

Di Montfort ci restano anche, oltre alle regole date alle sue fondazioni (13), trentaquattro lettere (14), alcune delle quali di interesse non soltanto storico. Ci sono momenti di più intimo abbandono, di dolore, di tristezza, che ci fanno vedere il santo nel suo intimo e ce ne mostrano le piaghe e le sofferenze, senza, tuttavia, che la sua serenità ne esca mai, nemmeno in un solo momento, minimamente scalfita. Commoventi le lettere in cui appare la paterna sollecitudine per le sue figlie spirituali, testimonianze di umile sottomissione quelle indirizzate al suo direttore spirituale, utili anche ai lettori di oggi per i consigli di vita interiore che contengono; esse sono caratterizzate da un sereno ottimismo di fondo, nonostante tutte le tribolazioni e le incertezze materiali, che si manifesta in alcune tipiche formule di saluto come “Viva Gesù, viva la sua croce!” (15) o “Il puro amore di Dio regni nei nostri cuori” (16).

Infine i canti, del cui importante ruolo nelle missioni già si è detto. Montfort se ne serviva per insegnare, commuovere, entusiasmare. “Sachez qu’un cantique sacré / Rend nostre esprit plus éclairé, / Chasse du coeur toute humeur noire / Et met Dieu dans notre mémoire” (17). Così nel primo di essi, dedicato appunto ad illustrare l’importanza e l’utilità dei canti.

Ben centosessantaquattro sono i canti da lui composti, sui più svariati temi: a illustrare le bellezze delle varie virtù cristiane, a mettere in guardia contro il mondo, a mettere in rilievo il valore di certe feste; di preghiera a Maria (molti), all’angelo custode, allo Spirito Santo, per le anime del purgatorio e per i vari giorni della settimana, etc.

Anche se la raccolta completa fu stampata solo nel 1929, il santo stesso curò già nel 1711 un’edizione di alcuni canti. Essi conobbero, d’altronde, come si è detto, un grande successo e una grande diffusione, e, se furono ausiliari formidabili della predicazione missionaria di Montfort, mantennero le loro radici nel popolo della Vandea e della Bretagna e divennero gli inni della Contro-Rivoluzione cattolica tre quarti di secolo dopo la morte di colui che li aveva composti.

4. Il segreto ammirabile del Santissimo Rosario

Nelle pagine precedenti abbiamo cercato di indicare il ruolo che nella spiritualità monfortana aveva la devozione mariana. Si comprenderà facilmente anche l’importanza del Rosario, la più popolare fra le varie pratiche di pietà esteriore nei confronti della Vergine, che il santo consigliava nelle altre opere e quella anche che maggior rilievo aveva nella sua stessa attività missionaria.

Ad essa è del resto legato questo stesso scritto, sia nella finalità sua principale, che è quella di spingere i predicatori a farsi apostoli della diffusione del Rosario e di fornire loro il materiale per bene predicarlo, sia nelle esperienze cui attinge in vari suoi passi.

Peraltro, pur così strettamente legato alla spiritualità e all’attività missionaria di Montfort, il tema del Rosario è trattato in gran parte attingendo ad opere precedenti, così che si può senz’altro dire che questo scritto è il meno originale. In particolare, un gran numero di capitoli sono ripresi integralmente dal Rosier mystique del domenicano Antonin- Thomas [nome di religione di Pierre Drugeon (1631?-1701)], opera che bene rispondeva alle esigenze di Montfort, che vi trovava numerosi racconti di miracoli legati all’istituzione o alla pratica della devozione del Rosario. Attraverso il libro di Antonin-Thomas poi egli risaliva al grande apostolo del Rosario, Alano della Rupe (Alain de la Roche [O.P. (1428-1475)]).

Tuttavia, non mancano le pagine scritte ex novo da san Luigi Maria; sono quelle che più chiaramente caratterizzano l’opera e i suoi fini. In particolare sono da notare le frequenti e vivaci polemiche contro certe correnti religiose alla moda, ostili e sprezzanti verso quella devozione.

Interessante, in questo senso, è soprattutto la quinta decina, in cui, anzi, troviamo alcune delle pagine più brillanti e vivaci che Montfort abbia scritto a questo proposito. Si legga, per esempio, il paragrafo 148, nel quale sono riportate le argomentazioni che si ritrovano sulla bocca degli spiriti forti, dei sapienti, dei pietisti, di quanti, insomma, oppongono alla pratica del Rosario le ragioni di un razionalismo che si ammanta degli ipocriti veli di una pietà, a parole, più profonda e raffinata.

Contro di loro il santo riafferma la validità e l’eccellenza di una devozione che non è e non deve essere riservata alle femminette e agli spiriti semplici, come con disprezzo si affermava (e si afferma) da parte di molti. Gli esempi della storia lo testimoniano; ma il santo lo sapeva anche per la sua esperienza personale e ne parla in più passi, ricordando come il Rosario avesse contribuito non soltanto ai frutti delle sue missioni, ma anche al loro consolidamento.

Dalla esperienza fatta come missionario e come confessore derivano anche i consigli di carattere pratico, rivolti a procurare una maggiore concentrazione nella preghiera e a fuggire le tentazioni che sottilmente da essa tendono a distogliere. Si tratta di pagine che, nutrite di una penetrazione psicologica notevole, hanno una validità perenne e, ne siamo certi, riusciranno gradite ed utili ai lettori di questo volumetto.

Con queste finalità il santo preparò anche diversi metodi per la recitazione del Rosario (18), che offrono una serie di meditazioni bibliche, teologiche o morali e che riprendono i temi trattati nel Segreto ammirabile, compresi quelli polemici, tanto che in uno di questi metodi la meditazione sui misteri di una decina torna ad elencare gli argomenti portati da “eretici, libertini, critici, negligenti ed ignoranti” (19) contro il Rosario.

È bene precisare che riproponiamo l’opera di san Luigi Maria Grignion di Montfort come un “classico” di estrema attualità. In una lettera del 1970 suor Maria del Cuore Immacolato, cioè Lucia di Fatima, ha scritto: “L’attuale scadimento del mondo è senza dubbio frutto della mancanza dello spirito di preghiera. È stato in previsione di questo disorientamento che la Madonna ha raccomandato con tanta insistenza la recita del Rosario. È proprio perché la preghiera del Rosario è, dopo la sacra Liturgia Eucaristica, la più propizia per conservare ed aumentare la fede nelle anime che il demonio ha sollevato contro di essa la sua campagna: sfortunatamente noi vediamo quali rovine ha causato… La preghiera del Rosario è indispensabile per molte anime. Se non recitano il Rosario che preghiere faranno? e senza la preghiera chi si salverà?” (20).

Il Segreto ammirabile, dunque, non soltanto come testimonianza del passato, ma come strumento per diffondere e perfezionare la pratica della recita del santo Rosario. Esso serve mirabilmente allo scopo. Se leggiamo le encicliche che più volte i Sommi Pontefici hanno dedicato alla pia pratica e gli altri documenti del loro magistero, o anche il recente Documento di base sul rinnovamento del Rosario (21) steso da una commissione speciale, vediamo sostanzialmente ripresi gli argomenti di Montfort per sottolineare l’eccellenza della ormai plurisecolare devozione. Ne viene infatti esaltato il carattere di preghiera semplice e universale, biblica e cristocentrica.

Naturalmente, oggi sono più approfondite le nostre conoscenze sull’evoluzione storica del Rosario e occorre ricordare che è soltanto con Alano della Rupe che esso prende tabilmente la forma attuale. Tuttavia, si tende ad ammettere, contro gli ipercritici per partito preso, che san Domenico [di Guzmán (1170 ca.-1221)], il cui legame soprannaturale con Maria è certo, dovette dare un forte impulso alla formazione di un “Salterio della Beata Vergine”.

In realtà, certo ipercriticismo è dettato da una sorda avversione per il Rosario. Lo stesso ci pare si possa dire per il disprezzo verso la figura del beato Alano e le sue rivelazioni.

La Madonna, questo è certo, ci richiama al Rosario; e Le fa eco la Chiesa docente, anche nella persona del Pontefice felicemente regnante, pur se le sue parole cadono troppo spesso nel vuoto. Né pensiamo che possano giovare proposte di “rinnovamento”, consistenti in mutilazioni e semplificazioni, sotto veste di ritorni alle origini (come sempre!).

Non nuove tecniche di propaganda, studiate da sociologi magari coll’ausilio di inchieste di massa e di elaborazioni dei computers, ma preghiere e sacrifici potranno portare ad un “rilancio” del Rosario e, di conseguenza, alla sconfitta del nostro nemico, Satana. Checché se ne dica, ci vuole un nuovo spirito di crociata, cioè di riconquista cristiana del mondo.

Come ai tempi di Montfort, in nome di un falso ecumenismo, di un falso perfezionamento e di una falsa spiritualizzazione della nostra religiosità si attaccano gli eccessi della devozione mariana. Non si può non vedere in questo genere di discorsi, e nella diffusione che purtroppo hanno anche tra i cattolici e nel clero stesso, l’efficace azione del demonio. Il quale ben sa che, come san Luigi Maria Grignion de Montfort ci insegna, il Rosario è un’arma formidabile per la salvezza delle anime e per il riscatto del mondo.

Mi sia consentita, in chiusura, una nota di carattere personale. Avevo terminato la traduzione e mi accingevo a scrivere queste modeste pagine introduttive quando un attacco del male col quale combatto da anni mi procurò un arresto cardiaco, dall’apparenza decisiva. Mia moglie mi mise in mano una coroncina del Rosario e mi ripresi. Forse, la Vergine ascoltò le mie preghiere. Così, nel momento della morte, voglia Ella concedermi di stringere la corona tra le mani e di invocare l’ultima volta il Suo nome, con la speranza di rivederLa, Regina dell’universo, in cielo, nella gloria dei santi e degli angeli.

Infine, un caro ringraziamento agli amici Giovanni Cantoni e Rodolfo Gordini e a padre Valfredo Zamperini, Missionario di Maria, che hanno fraternamente insistito per la realizzazione di questo lavoro.

Pisa, Ottobre 1973

Nel terzo centenario della nascita di san Luigi Maria Grignion de Montfort e nel quarto centenario dell’istituzione della festa del Rosario.

Marco Tangheroni (1946-2004)

 

 

Note:

(1) Cfr. PAUL HAZARD (1878-1944), La crisi della coscienza europea, trad. it., Il Saggiatore, Milano 1983.

(2) Cfr. BERNHARD GROETHUYSEN (1880-1946), Origini dello spirito borghese in Francia, Il Saggiatore, Milano 1977.

(3) Cfr. SAN LUIGI MARIA DA MONTFORT, Opere, volume II, Cantici, Edizioni Monfortane, Roma 2002.

(4) IDEM, Cantico 164, Il Calvario di Pontchâteau, trad. it., ibid., pp. 884-887, strofa 10, p. 885: “E quanti andranno poi in pellegrinaggio, / e quante processioni”; testo ibid., pp. 1704-1707 (p. 1705).

(5) Cit. in JOSEPH GRANDET P.S.S. (1646-1724), La vie de Messire Louis-Marie Grignion de Montfort, Prêtre Missionaire Apostolique, Centre International Montfortain, Saint-Laurent-sur-Sèvre 1994, pp. 242-246 (p. 245).

(6) Cfr. SAN LUIGI MARIA DA MONTFORT, Trattato della vera devozione a Maria. Preparazione al regno di Gesù Cristo, trad. it., in IDEM, Opere, volume I, Scritti spirituali, Edizioni Monfortane, Roma 1990, pp. 343-527.

(7) Cfr. IDEM, L’amore dell’eterna Sapienza, ibid., pp. 95-241.

(8) Cfr. IDEM, Segreto di Maria, ibid., pp. 295-341.

(9) IDEM, Trattato della vera devozione a Maria. Preparazione al regno di Gesù Cristo, cit., n. 163, p. 458: “scuotere le basi del cristianesimo”.

(10) Cfr. SAN PIO X (1903-1914), Enciclica “Ad diem illum” nel 50° anniversario del dogma dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, del 2-2-1904, in Enchiridion delle Encicliche, vol. 4, Pio X. Benedetto XV (1903-1922), pp. 40-69.

(11) Cfr. GIANNI VANNONI, La preghiera infuocata di S. Luigi Maria Grignion di Montfort a trecento anni dalla sua nascita: 31 gennaio 1673, in Rassegna di Ascetica e Mistica “S. Caterina da Siena”, anno XXIV, n. 2, Firenze aprile-giugno 1973, pp. 138-153; cfr. pure SAN LUIGI MARIA DA MONTFORT, Preghiera infocata, trad. it., in IDEM, Opere, volume I, Scritti spirituali, cit., pp. 543-557.

(12) SAN LUIGI MARIA DA MONTFORT, Preghiera infocata, cit., p. 543: “Ricordati, Signore, della tua comunità che ti sei acquistato fin dai tempi antichi” (Sal. 74, 2).

(13) Cfr. IDEM, Regole dei sacerdoti missionari della Compagnia di Maria, ibid., pp. 559-585; IDEM, Regole della Figlie della Sapienza, ibid., pp. 609-682; IDEM, Regolamento delle quarantaquattro vergini, ibid., pp. 701-702; e IDEM, Regolamento dei Penitenti bianchi, ibid., pp. 703-704.

(14) Cfr. IDEM, Lettere, ibid., pp. 1-78.

(15) Ibid., pp. 63, 65, 68, 71, 73, 76 e 80.

(16) Ibid., pp. 8, 10, 13, 16, 21, 24, 26, 29, 32, 38, 44, 46, 48, 50, 52, 58 e 60.

(17) IDEM, cantico 1, Utilità dei cantici, trad. it., in IDEM, Opere, volume II, Cantici, cit., pp. 3-8, strofa 17, p. 5: “È vero: un sacro cantico / più luminoso rende il nostro spirito, / scaccia dal cuore l’umore nero / e fa presente Dio nel pensiero”; testo ibid. pp. 895-900 (p. 897).

(18) Cfr. IDEM, Metodi per recitare il Rosario, in IDEM, Opere, volume I, Scritti spirituali, cit., pp. 845-892.

(19) IDEM, Quinto metodo, ibid., pp. 877-887, n. 45, p. 885.

(20) Cfr. Lettera di suor Lucia a Madre Maria José Martins (m. 1972), sua compagna di noviziato a Tuy, del 16-9-1970, da Coimbra, in Lucia racconta Fatima. Memorie, lettere e documenti di suor Lucia, con presentazione e note di António Maria Martins S.J. (1918-1997), 5a ed. aggiornata, trad. it., Queriniana, Brescia 2003, pp. 168-169 (p. 169): “Così, il rosario, è dopo la sacra liturgia eucaristica, l’orazione che più ci riporta allo spirito i misteri della fede, della speranza e della carità. Essa è il pane spirituale delle anime; chi non prega, intristisce e muore. […].”
[…]
“Perciò il demonio gli ha fatto tanta guerra! Il peggio è che è riuscito a illudere e a ingannare anime piene di responsabilità per la carica che occupano! …Sono ciechi che guidano altri ciechi! …E vogliono appoggiarsi al concilio e non vedono che il sacro concilio ha ordinato che siano conservate tutte le pratiche che nel corso degli anni sono state praticate in onore della immacolata Vergine madre di Dio e che la recita del santo rosario o di una terza parte è una delle principali a cui, tenendo conto di quello che è stato ordinato dal sacro concilio e dal sommo pontefice, siamo obbligati, cioè che dobbiamo conservare”.

(21) Cfr. Documento base sul rinnovamento del Rosario, del 17-4-1972, redatto da una commissione speciale a conclusione della X Settimana Nazionale di Studi Mariani per il Clero (Bologna 5-12 settembre 1970), in DON ANGELO BONETTI, Celebriamo il Rosario, Queriniana, Brescia 1972, pp. 102-119.

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 Marco Tangheroni

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