La forza dell’identità per l’Europa e per l’Occidente

Alleanza Cattolica 15 anni fa
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Marcello Pera, Cristianità n. 329 (2005)

L’Europa e l’Occidente nella riflessione di un “non credente”, di un “laico non laicista”. Testo del discorso pronunciato dal sen. Marcello Pera, presidente del Senato della Repubblica Italiana, nella sede della FAES. Fundación para el Análisis y los Estudios Sociales, a Navacerrada, presso Madrid, il 4 luglio 2005, presentato dall’ex premier spagnolo José María Aznar López, e pubblicato con la cortese autorizzazione dell’autore. Titolo originale: La forza dell’identità.

 

 

1. L’Europa

Ho scelto di dedicare questo mio intervento alla forza dell’identità perché questa forza oggi ci manca e perché sono convinto che questa mancanza sia all’origine delle nostre difficoltà. Cercherò di dare risposta a tre domande. A chi manca la forza dell’identità? Perché manca la forza dell’identità? Come si conquista la forza dell’identità?

Entro sùbito in argomento e comincio con la risposta alla prima domanda. Il primo soggetto a cui manca la forza dell’identità è l’Europa.

Consideriamo la situazione prima dell’attuale fallimento della Costituzione europea. L’Europa aveva davanti a sé due strade. Una era quella di diventare una grande area di libero mercato con le minime istituzioni economiche necessarie a farla funzionare. L’altra strada era quella di diventare una grande forza geopolitica. Le due strade non sono necessariamente incompatibili, perché una grande forza geopolitica è anche una grande forza economica. Ma le due strade non sono necessariamente convergenti, perché possono esistere grandi aree economiche senza grande peso politico.

L’Europa oggi è esattamente questo caso, perché non ha imboccato nessuna di queste due strade.

Non ha imboccato la prima strada, perché l’Europa di oggi è sì un’area di elevato benessere economico, ma non è competitiva rispetto ad altre aree. Non è competitiva con l’America che continua ad avanzarla, e cresce meno della Cina e dell’India. Quando si rese conto di questa situazione, l’Europa si dette un’agenda, l’agenda di Lisbona 2000. Se uno la rileggesse e confrontasse quanto lì è scritto con la situazione di oggi, difficilmente si sottrarrebbe all’impressione di trovarsi di fronte ad uno di quei famosi piani decennali con cui l’Unione Sovietica, prima di scomparire senza che lo sapesse, si riprometteva di lì a poco di superare gli Stati Uniti. In quel documento si stabilì che, in dieci anni, l’Europa sarebbe diventata “la società basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, capace di crescita economica con più e migliori posti di lavoro e più coesione economica”.

Guardiamoci attorno e tratteniamoci dall’ironia. La strada indicata a Lisbona l’Europa non l’ha imboccata. Ha detto pochi giorni fa, il 23 giugno, il premier Tony Blair a Strasburgo: “Ditemi: che tipo di modello sociale è quello in cui ci sono venti milioni di disoccupati in Europa, che fa calare i tassi di produttività sotto quelli americani, che produce più laureati in scienze in India che in Europa?”. Più di un anno fa, il premier José Aznar, intervistato da Le Monde, aveva dichiarato la stessa cosa: “Non c’è da vantarsi di un modello che produce milioni di disoccupati”.

Ma l’Europa non ha preso neppure la seconda strada. Una grande potenza geopolitica è una potenza che assume su di sé, da sola o assieme ad altre, responsabilità politiche internazionali. È un soggetto mondiale con compiti mondiali. Non può stare chiusa in casa, né può stare alla finestra a guardare i suoi problemi sperando che passino e siano risolti da altri. Invece, questo è proprio ciò che ha fatto l’Europa. L’ha fatto con la guerra in Iraq, e continua a farlo con Israele, il Medio Oriente, l’Iran, e tutte quelle crisi in cui l’Europa si astiene dal prendere posizione o intervenire. Come se essa non fosse interessata, come se potesse fare da spettatrice, come se potesse delegare all’America — salvo poi a criticare l’America — le proprie responsabilità e decisioni.

Ritengo che sia stato un errore pensare di costruire l’Europa come un “contrappeso” dell’America o aver cercato di allargare l’Oceano atlantico opponendo una “visione europea” a una diversa e opposta “visione americana”. Su questo punto, condivido ciò che José Aznar dichiarò a La Vanguardia nel gennaio 2003: “Mi sembra assolutamente ingiusto da parte degli europei accusare gli Stati Uniti di unilateralismo e allo stesso tempo rifiutare di assumere responsabilità in materia di sicurezza”.

Ora che questo disegno ha mostrato i suoi limiti e la Costituzione europea — un macigno di diritto e un monumento di velleità — è fallita, trovo inutile spargere eurolacrime, così come prima mi sembrava vacuo spargere euroretorica. Dobbiamo piuttosto partire da capo. In due modi. Con le riforme economiche e sociali senza le quali l’Europa è grossa ma non grande, e cioè la flessibilità, la competitività, la riduzione dello stato sociale, le liberalizzazioni, le privatizzazioni, l’innovazione tecnologica, la ricerca scientifica. Ma, in primo luogo, cominciando a chiederci in che cosa consista la nostra identità. Perché solo chi ha identità è un soggetto che ha obiettivi.

2. L’Occidente

L’altro soggetto cui manca o rischia di mancare la forza dell’identità è l’intero Occidente.

Il senso di identità nasce spesso, negli individui e nei popoli, per contrasto, quando le circostanze della storia o della vita ci costringono a distinguere “noi” dagli “altri”. In Occidente, ciò sarebbe potuto accadere di fronte al fenomeno della rinascita islamica. Ma non è accaduto, o è accaduto raramente e prevalentemente in America.

In un agghiacciante comunicato diffuso dopo il massacro di Madrid dell’11 marzo 2004, si dice che “oggi Al Qaeda, qualunque denominazione locale assuma, ha distrutto negli occidentali, educati dai loro media a ritenere ormai minimizzato il pericolo del terrorismo, il loro senso di sicurezza”. In centinaia di altri comunicati si proclama la “jihad contro ebrei e crociati”. Ciò significa che noi diventiamo bersaglio, in quanto occidentali, non per quello che facciamo, ma per quello che siamo. La nostra colpa non è l’agire, ma l’essere. In altri termini, per i terroristi, la nostra colpa è la nostra identità.

Come abbiamo reagito? Abbiamo forse rivendicato la nostra identità di ebrei e crociati? Ne abbiamo provato orgoglio? Il contrario. Di fronte al fondamentalismo e al terrorismo islamico, si è sparso per l’Occidente un senso di rassegnazione, di rimozione e anche di resa.

Il pensiero medio e diffuso è stato più o meno il seguente. Se ci sono fondamentalisti e terroristi che ci definiscono “il Grande Satana”, che ci considerano una civiltà degradata, che ci dichiarano la jihad, allora deve esserci una ragione. Se c’è una ragione, essa deriva da un’ingiustizia. Se c’è un’ingiustizia, qualcuno l’ha provocata. Se qualcuno l’ha provocata, allora è l’Occidente ricco che è colpevole. E se l’Occidente è colpevole, alla fine la jihad è la ricompensa dei suoi misfatti.

Alcuni leader europei hanno ragionato più o meno così, pensando all’America. Milioni di pacifisti occidentali li hanno seguiti. Molti intellettuali li hanno guidati. Noam Chomsky, ad esempio, ha sostenuto che gli Stati Uniti sono “uno Stato guida del terrorismo”. José Saramago ha scritto che “Israele deve ancora imparare parecchio se non è capace di comprendere le ragioni che possono portare un essere umano a trasformarsi in una bomba”. Accanto a tanti che hanno preso le difese o sostenuto le ragioni dei fondamentalisti, non è mancato chi ha fatto di tutta l’erba un solo fascio occidentale. Nel suo libro Al Qaeda e che cosa significa essere moderno (2003), il professor John Gray della London School of Economics ha scritto: “il comunismo sovietico, il nazionalsocialismo e il fondamentalismo islamico sono stati tutti descritti come assalti all’Occidente. In realtà, ciascuno di questi tre disegni si capisce meglio se lo si intende come un tentativo di realizzare un moderno ideale europeo”.

Ecco come si presenta oggi l’Occidente: come una terra di penitenti che si battono il petto ogni volta che qualcuno gli sferra un colpo.

3. Il relativismo

Perché? Siamo con ciò alla seconda questione che mi sono posto: qual è la ragione di questo indebolimento della nostra identità?

A questa ragione ho dato più volte un nome: relativismo culturale. È noto di che cosa si tratta. Si tratta dell’idea che le tradizioni, le culture, le civiltà, sono sistemi autonomi e chiusi, ciascuna con propri criteri di valore, procedure, istituzioni. Si tratta dell’idea correlata che questi sistemi chiusi sono tra loro non commensurabili, per cui non può esistere una scala comune lungo la quale collocarle e misurarle tutte in termini di superiorità, desiderabilità, attrattività, bontà, giustezza, eccetera. Alla fine, si tratta dell’idea che questi sistemi hanno tutti la stessa dignità etica, politica, sociale, sono tutti da rispettare, sono tutti uguali. Tutti: i fondamentalisti come i democratici, i fanatici come i liberali, i violenti come gli umanitari, gli intolleranti come i dialoganti.

Quello che oggi, in Occidente, si chiama “linguaggio politicamente corretto” è il linguaggio del relativismo. Esso è una sorta di “neolingua” orwelliana con cui in apparenza si descrivono le cose con parole educate, ma in sostanza si usano le parole per nascondere le cose sgradite.

Guardate gli effetti di questa “rieducazione linguistica”. Fra noi, in Occidente, possiamo dirci molte cose e fissare molte gerarchie. Ad esempio, possiamo dire che Gaudí è migliore di Le Courbusier, o che il Rioja è migliore della Coca Cola, o che la Sacher torte è migliore del Turron. Ma degli altri o delle cose degli altri non possiamo dire altrettanto. E se qualcuno cerca di dirlo, scatta la censura linguistica e la scomunica politica. Così accade, ad esempio, quando volessimo dire che una democrazia occidentale è migliore di una teocrazia islamica, che una costituzione liberale è migliore della sharia, che la libera società civile è migliore della umma, che la sentenza di un tribunale indipendente è migliore di una fatwa, e così via.

Torna la domanda: perché? La mia risposta è: perché l’Occidente, affetto da relativismo, pensa che se affermasse i propri princìpi e valori e mostrasse la forza della propria identità, allora sarebbe un Occidente arrogante, sprezzante, protervo. E siccome l’Occidente intende invece essere aperto e dialogante con tutti, ecco che, piuttosto che difendere se stesso, indebolisce e nasconde la propria identità. Samuel Huntington, che è stranamente considerato il fautore dello scontro fra civiltà mentre invece ne è un esorcizzatore, ha scritto: “la fede occidentale nella validità universale della propria cultura ha tre difetti: è falsa; è immorale; è pericolosa”.

Se questo è il pensiero occidentale, se davvero si crede che la parità fra uomo e donna valga solo per noi, che la democrazia sia un costume nostro, che la libertà della società civile sia valida fra le nostre mura, che le libere istituzioni siano buone solo per noi, insomma, se davvero si crede che tutto ciò che vale per noi non vale per gli altri, allora non c’è da meravigliarsi che noi storciamo il naso quando si parla di esportazione o diffusione della democrazia, o arrossiamo quando si discute di diritti umani, o ci blocchiamo quando si deve stendere una lista di organizzazioni terroristiche, o ci nascondiamo quando vediamo rinascere l’antisemitismo.

4. La forza dell’identità

Sono all’ultimo punto. Come invertire la rotta della perdita progressiva della nostra identità? Gli aspetti del problema sono molti e qui desidero richiamarne uno, quello dei valori, in particolare dei valori cristiani.

Non sono un credente, sono un laico. Ma una precisazione è fondamentale: non sono un laicista. Laico è colui che non aderisce ad una religione o confessione specifica, laicista è colui che, nel nome della laicità dello Stato e della politica, impone una propria religione di Stato e una propria religione politica. Faccio qualche esempio. È laicista quello Stato che vieta il velo nelle scuole alle ragazze musulmane. È laicista quello Stato che vietasse il crocefisso o le preghiere nelle scuole o nei luoghi pubblici. È laicista quello Stato che proibisse agli uomini di chiesa di predicare la propria missione o di prendere posizione su questioni pubbliche. Ed è laicista quello Stato che fa sulla società esperimenti di ingegneria per cambiare o cancellare con la forza della legge istituti fondati su valori della religione e della tradizione, come la famiglia e il matrimonio.

In Italia il pensiero laicista ha imposto un referendum al Paese contro una legge di compromesso approvata dal Parlamento su materie delicatissime come la procreazione assistita e la manipolazione degli embrioni per la ricerca medica. In quel referendum il laicismo è stato sconfìtto in modo clamoroso grazie ad una alleanza niente affatto clericale tra la Chiesa, il sentimento profondo dei cittadini, e una minoranza di laici non laicisti. Questa alleanza aveva tutti contro: i grandi giornali, il ceto intellettuale, attori del cinema, divi della scienza, quasi tutta l’area politica cosiddetta “progressista” e “illuminista”. Costoro hanno perso non perché gli italiani siano diventati clericali o oscurantisti o medievali, ma perché si sono ribellati all’arroganza del pensiero elitario laicista e si sono preoccupati di porre limiti all’onnipotenza della scienza in nome della tutela della vita.

In Spagna le cose sono andate diversamente. Qui l’attacco è stato mosso all’idea stessa di matrimonio con una manovra a tenaglia: da un lato il divorzio lampo, dall’altro il matrimonio omosessuale. Così una bella fetta della nostra identità se ne è volata via. Come evolverà la situazione non posso dire. Una cosa per me è chiara: è falso che si tratti di “conquiste civili” o di misure “contro le discriminazioni” o di “estensione dell’uguaglianza”; si tratta piuttosto del trionfo di quel laicismo che pretende di trasformare i desideri, e talvolta anche i capricci, in diritti umani fondamentali.

Questo laicismo a me sembra antistorico e anche pericoloso. L’Europa in particolare ne è vittima. Quella stessa Europa che, nella sua Costituzione, vieta la “clonazione riproduttiva”, aprendo la strada a quella terapeutica e, con essa, a qualunque esperimento sugli embrioni. O quell’Europa che, sempre nella sua Costituzione, riconosce “il diritto di sposarsi e di costruire una famiglia”, senza precisare chi con chi, legittimando così, anche da defunta, legislazioni come quella spagnola. Oppure quell’Europa, che, nel preambolo generale alla sua Costituzione, afferma di ispirarsi alle sue “eredità culturali, religiose e umanistiche”, e, nel preambolo alla seconda parte della stessa Costituzione, parla del suo “patrimonio spirituale e morale”, ma senza specificare mai quali religioni e quale religione in particolare.

Credo che nascondere la nostra tradizione cristiana sia, oltre che un omaggio al laicismo, anche un passo falso. Coloro che più lo hanno compiuto oggi più ne pagano il prezzo. A fronte alla crisi dell’Europa, e al senso di incertezza., insicurezza, diffidenza, paura che si diffonde fra i nostri cittadini, rinasce prepotente un sentimento del sacro, un bisogno di fede, una voglia di spiritualità. E così ciò che si è voluto espungere dalle carte europee riemerge nelle famiglie, nelle piazze, nelle chiese, fra la gente. È una richiesta di identità, che è pericoloso sfidare, e che invece dobbiamo comprendere, indirizzare, governare.

Noi, compresi noi laici non credenti, esclusi naturalmente i laicisti, siamo cristiani. Siamo cristiani per i valori che professiamo e i princìpi in cui crediamo. Siamo cristiani anche quando proclamiamo la separazione fra Stato e Chiesa e fra politica e religione. Siamo cristiani o, più precisamente, siamo giudaico-cristiani per storia anche quando non lo siamo per fede.

È vero, siamo anche una mescolanza. Siamo figli di Atene e di Gerusalemme, di Roma e di Betlemme, e di tante altre cose ancora. Ma ovunque si cerchi la nostra genealogia più profonda, comunque si cerchi la nostra identità, si finisce sempre lì, al Sinai e al Golgota. È lì che abbiamo avuto la legge ed è lì che ci siamo scoperti uguali o fratelli.

Chi nega questa realtà rischia la fine dell’apprendista stregone: prima si indebolisce poi diventa vittima. Noi invece questa realtà dobbiamo ritrovarla. Non per diventare protervi custodi di un’unica verità, ma per affermare la nostra e riscoprire noi stessi. Fallibili, aperti a chi vuole parlarci, disponibili a chi vuole incontrarci, ma sempre noi stessi, con la forza della nostra identità.

Marcello Pera

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