Democrazia è libertà? In difesa dell’Occidente

Alleanza Cattolica 15 anni fa
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Marcello Pera, Cristianità n. 330-331 (2005)

Dopo La forza dell’identità per l’Europa e per l’Occidente (cfr. Cristianità, anno XXXIII, n. 329, maggio-giugno 2005, pp. 3-6), continua la riflessione del sen. Marcello Pera, presidente del Senato della Repubblica Italiana, un “non credente”, un “laico non laicista”, sull’Europa e sull’Occidente. Di lui crediamo si possa dire — con fondata analogia storica — quanto l’apologista cartaginese Quinto Settimio Florenzio Tertulliano (160-220 ca.) diceva del filosofo e scrittore, latino di origine iberica, Lucio Anneo Seneca (4 a.C.-65 d.C.): “saepe noster” (De anima, 20, 1), “spesso nostro”, cioè “spesso condivisibile”; “spesso”, dunque non “sempre”, ma tale che le divergenze — soprattutto di giudizio storico — sono tanto evidenti da non necessitare di essere segnalate. Testo del discorso pronunciato il 21 agosto 2005, a Rimini Fiera, in apertura del Meeting dell’Amicizia fra i Popoli sul tema La libertà è il bene più grande che i cieli abbiano donato agli uomini, introdotto dal professor Giancarlo Cesana, docente di Medicina del Lavoro presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca, e pubblicato con la cortese autorizzazione dell’autore.

 

 

1. Tre domande

La questione che mi è stato chiesto di affrontare — la democrazia è libertà? — è una. Ma poiché democrazia e libertà sono conquiste dell’Occidente e poiché l’Occidente oggi è percorso da una crisi interna e sotto l’attacco di nemici esterni che gli hanno dichiarato una “guerra santa” perché, come scrivono i fondamentalisti e terroristi islamici, è “giudeo e crociato”, le domande sono in realtà tre. E cioè: Prima domanda: come rendere solido e inscindibile, non solo praticamente ma anche concettualmente, il legame fra democrazia e libertà? Seconda domanda: come trovare un fondamento alla democrazia e alla libertà, cioè alle nostre democrazie liberali? Terza domanda: come e perché difendere l’Occidente dai suoi nemici interni ed esterni? Nel cercare di dare risposte a queste domande, ho uno scopo, che dichiaro fin dall’inizio: mostrare che non solo è possibile ma necessario un colloquio — e anche un’alleanza seria e salda, cioè non banale o occasionale — fra laici e credenti per riaffermare e salvare la nostra identità occidentale, democratica e liberale. Papa Ratzinger ha esortato le “minoranze creative” a svolgere il loro ruolo. I tempi cambiano in fretta: considerando tanti segnali, non sono sicuro che siamo o resteremo minoranze. Comunque, dobbiamo accettare la sfida e fare la nostra parte.

2. La crisi di identità dell’Occidente e l’Europa

Che l’Occidente sia il teatro dei nostri problemi, lo si comprende riflettendo su due fatti. Primo fatto. Come entità economico-politica, l’Occidente è una zona di alto benessere materiale, caratterizzato da elevato tenore di vita, larga produzione di beni e servizi, ampia ricerca scientifica, imponente progresso tecnologico, fenomeni di espansione e globalizzazione dei mercati. Ma questo benessere economico dell’Occidente non è un elemento indipendente da altri; esso è legato a modi specifici di convivenza civile, ordinamenti giuridici, costituzioni politiche, codici, carte o dichiarazioni dei diritti. La forma istituzionale tipica che la combinazione di questi elementi assume è quella che si chiama democrazia liberale o liberaldemocrazia. Secondo fatto. Come entità etico-spirituale, l’Occidente è una civiltà, precisamente la civiltà caratterizzata da quei valori e princìpi che oggi le liberaldemocrazie affermano. Sotto questo profilo, le cose vanno diversamente. L’Occidente è da tempo avvolto in un ciclo di crisi ricorrenti. Le liberaldemocrazie si sono scontrate nella prima guerra mondiale; rinate dalla strage, produssero nel loro seno fascismo, nazismo, comunismo; risorte dal massacro della seconda guerra mondiale e vinta la guerra fredda, oggi si trovano alle prese con un indebolimento o una perdita della propria identità culturale, soffocata dall’opulenza materiale oltre che minacciata dal fondamentalismo islamico.La combinazione di questi due fatti produce una contraddizione. Mentre come entità economico-istituzionale l’Occidente si espande, come entità etico-spirituale si contrae. Per un verso propone, per un altro s’interroga sulla bontà di ciò che propone. In questa scissione tra progresso materiale e crescita spirituale, risiede precisamente la crisi dell’Occidente. Dico “Occidente”, ma la questione riguarda in particolare l’Europa. Perché è in Europa che i segni della crisi sono più allarmanti. Guardiamoci attorno e abbiamo il coraggio di dire ciò che si vede. L’elenco degli allarmi è lungo. In Europa si evita di menzionare in un progetto, poi abortito, di Costituzione le nostre radici giudaico-cristiane, e solo dopo tanti sforzi ci si richiama genericamente e banalmente alle “eredità culturali, religiose e umanistiche”. In Europa si condanna un politico — mi riferisco al “caso Buttiglione” — perché, in fatto di omosessualità, afferma i suoi convincimenti morali cristiani anche se si dichiara rispettoso della legge pubblica. In Europa si perde il senso religioso dei nostri costumi e della nostra tradizione e si impedisce o si rende precaria l’esibizione pubblica di simboli di identità religiosa, compreso la nostra — e qui mi riferisco alla legge francese sul velo e alla sentenza della nostra Corte costituzionale sul crocifisso. In Europa rinasce l’antisemitismo e sono più le critiche allo Stato di Israele — la cui esistenza continua ad essere negata da alcuni Stati islamici — che gli atteggiamenti di comprensione, salvo adesso qualche ripensamento tardivo e timido sulla politica del premier Sharon. In Europa si approvano leggi che disgregano la famiglia e si mettono con arroganza e protervia al voto popolare i valori della persona e della vita — il riferimento, chiaramente, è alla legge spagnola sulle coppie omosessuali e al referendum italiano sulla fecondazione assistita. In Europa si diffonde l’idea relativistica che tutte le culture hanno la stessa dignità etica, nessuna è migliore di un’altra, tutte sono buone e giuste. In Europa si pratica il multiculturalismo come diritto di identità irriducibile di tutte le comunità, non importa se genera apartheid, risentimenti e terroristi di seconda generazione. In Europa si alzano le bandiere arcobaleno anche quando si è massacrati, e si ritirano le truppe dal fronte della guerra contro il terrorismo anche quando il terrorismo fa vittime in casa nostra — il riferimento è alle marce della pace contro l’America e alla decisione spagnola sull’Iraq. In Europa la popolazione diminuisce, si apre la porta all’immigrazione incontrollata, e si diventa “meticci”. E così via, di allarme in allarme. Questa crisi è grave, perché riguarda la nostra tradizione, la nostra identità, i nostri valori. Ecco perché dobbiamo cercare un fondamento alla democrazia liberale dell’Occidente e darle un senso che vada oltre la sua mera efficacia di strumento di benessere materiale.

3. Questioni preliminari

Poiché le tre domande che mi sono posto potrebbero non apparire a tutti — e di fatto non appaiono a tanti intellettuali — rilevanti e importanti, è opportuno rifletterci sopra. Per cominciare, relativamente alla prima domanda, mi si potrebbe chiedere: perché democrazia e libertà dovrebbero essere inscindibili? La mia risposta è: può darsi che lo Stato liberaldemocratico non sia la forma ultima delle nostre istituzioni. Nessuno però oggi sarebbe disposto a rinunciare, in qualunque altra forma futura, alla libertà personale e alla partecipazione alle decisioni pubbliche. Ciò significa che noi consideriamo libertà e democrazia come valori in solido, dunque inscindibili. Relativamente alla seconda domanda, mi si potrebbe domandare: perché le nostre democrazie liberali dovrebbero avere un fondamento, e quindi poggiare su qualcosa che o è più solido, e sta alla base di esse, o è di maggior pregio, e ne sta oltre e fuori? Non è la democrazia liberale autosufficiente? Non basta il suo successo a giustificarla? La mia risposta è: no, non basta. Se la democrazia liberale è un valore, allora, come ogni valore, ha bisogno di una giustificazione, un’argomentazione, una teoria, o — perché no? — una fede che la sorregga. Democrazia e libertà non fanno eccezione. Lasciarle a se medesime, senza presupposti solidi, significa sperare nel buon Dio che ce le conservi. Non mancano intellettuali che la pensano diversamente. Uno — cimentatosi nell’impresa difficile di rendere chiaro un pensiero di Jürgen Habermas — ha scritto che “lo stato liberale è autosufficiente e indipendente da tradizioni religiose o metafisiche di ogni genere”. Ma questa non è soltanto mancanza di cultura storica e filosofica, è anche assenza di immaginazione. Basta un piccolo esperimento mentale per capirlo. Provate a toccarglielo — questo Stato liberale che è stato conquistato anche a loro beneficio, sebbene con pochi loro sforzi — e vedrete che questi intellettuali si ricrederanno presto. Provate a chiedergli come lo difenderebbero — se mai dovessero e volessero difenderlo — e vedrete che, alla fine, anch’essi finirebbero per appellerarsi a fondamenti metafisici, morali o religiosi, come la “ragione”, la “natura umana”, i “diritti universali”, lo “stato di natura”, la “religione della libertà”, il “velo d’ignoranza”, eccetera. Infine, riguardo alla terza domanda, mi si potrebbe chiedere: perché l’Occidente dovrebbe essere difeso? Non si difende da sé, con i suoi successi, il suo benessere? Anche qui la mia risposta è: no. Come ho già detto, l’Occidente attraversa una crisi morale. Oggi, la cultura diffusa in Occidente è un pericolo per l’Occidente stesso. Il caso più preoccupante è quello del relativismo, la dottrina che tutte le culture sono uguali, che non si possono comparare, e non si possono porre su alcuna scala per giudicare l’una migliore dell’altra. C’è chi ancora crede, e sono in tanti, che la democrazia sia la faccia istituzionale del relativismo morale. Questo è un errore pericoloso, su cui più di una enciclica di Papa Wojtyla — dalla Centesimus annus (1991) alla Veritatis splendor (1993) alla Evangelium vitae (1995) — hanno posto l’accento. Una democrazia relativista è vuota, ci fa perdere identità collettiva e ci priva di qualunque senso obiettivo del bene. Basterebbe votare secondo le procedure convenute e il risultato del voto della maggioranza del momento diventerebbe un bene di per sé. Non importa se questa maggioranza temporanea decidesse, poniamo, che la pena di morte è giusta o che il feto non è persona o che l’embrione non è vita o che la famiglia può essere anche omosessuale. I relativisti scherzano col fuoco. Abolire il linguaggio della verità, ignorare l’esigenza dei fondamenti, dire “io sono democratico perché relativista” o, per converso, “io sono relativista e perciò democratico” equivale più o meno ad accettare ciò che passa il convento. Questo è un lusso che gli intellettuali relativisti si consentono perché il convento — sui giornali, alla televisione, nelle università, nelle piazze — è oggi molto generoso con loro. Ma, anche qui, facciamo un semplice esperimento mentale. Provate a togliergli qualche agio, a questi intellettuali relativisti, e vedrete che cominceranno a pensare che il relativismo non è poi così giusto. Provate ad approvare, in modo democratico, qualche misura che li riguardi — magari, finalmente, una riforma dell’università — e vedrete che passeranno agli strilli, ai girotondi, e magari alla resistenza. Insomma, i problemi che questo Meeting pone esistono e sono gravi. O si trova un modo per venirne a capo, oppure la crisi dell’Occidente si aggraverà. Cominciamo dunque nell’addentrarci nelle nostre domande.

4. La teoria liberaldemocratica

Per farlo analiticamente, dovrei compiere un giro lungo di filosofia politica, ma cerco di accorciare la strada. In dottrina, la soluzione più promettente dei nostri problemi sembra una teoria che ha tanti nomi quanti i suoi fautori ma che possiamo chiamare a buon diritto liberaldemocratica. Secondo questa teoria, la vera libertà non è quella da (dalla violenza, dalla forza, dal potere, dallo Stato, ecc.) o quella di (di essere istruiti, di avere le risorse economiche, di essere uguali politicamente, ecc.), ma l’autonomia. Libero è l’individuo che si autodetermina, cioè che determina la propria volontà con leggi che egli dà a se stesso. Un individuo autonomo è libero da, perché non è costretto da nessuno fuori che da sé, e libero di, perché ha in sé le risorse per autodeterminarsi. Con ciò sembra che abbiamo trovato la soluzione ai nostri problemi. Al primo: la democrazia è libertà? La risposta è: , libertà e democrazia sono inscindibili perché i valori democratici sono mezzi per aumentare la vera libertà degli uomini, che consiste nell’autonomia. Al secondo problema: esiste un fondamento della liberaldemocrazia? La risposta ugualmente è: , esiste, esso è la ragione universale, perché autonomia propriamente significa sottomissione ad una legge che ciascuno dà a sé e dunque una legge che deve riguardare tutti gli uomini. Ma se questa legge riguarda l’intera umanità, non può che essere la ragione o la razionalità, nella quale si esprime l’essenza della natura umana. Infine, sembra che abbiamo trovato la soluzione anche al terzo problema: perché dobbiamo difendere l’Occidente? La risposta è: dobbiamo difenderlo perché la coniugazione di libertà e democrazia che vige in Occidente non è una questione locale, ma riguarda l’essenza della natura umana. Ho definito questo tentativo di risolvere i nostri problemi “il più promettente” perché in effetti esso promette parecchio. La teoria liberaldemocratica ha tre caratteristiche importanti. In primo luogo, è armonica: se l’autonomia è il fine e tutti gli altri valori — l’uguaglianza, la partecipazione politica, la giustizia sociale, ecc. — sono dei mezzi, allora tra mezzi e fini, e dunque fra tutti i valori, non può esserci conflitto. In secondo luogo, la teoria liberaldemocratica è universalista, dato che la vera autonomia è sottomissione alla ragione universale. Infine, in terzo luogo, la concezione liberaldemocratica è migliorista: se esistono degli ostacoli alla realizzazione dell’autonomia, essi possono essere superati, perché la ragione, anche se lentamente, alla fine prevale. Se uno desidera comprendere perché tanti liberaldemocratici occidentali sono impegnati contro la povertà, contro le ingiustizie, contro le discriminazioni, contro la mancanza di diritti, e a favore della democrazia, delle opportunità, delle uguaglianze, prima fra tutte fra uomo e donna, è a questa idea ottimistica dell’autonomia e della ragione universale che deve fare riferimento. I tanto detestati politici e pensatori “neoconservatori” sono precisamente dei liberaldemocratici con questa fede nell’autonomia degli individui, non solo americani. La differenza, cruciale rispetto agli altri, è che essi hanno studiato la storia, non si nascondono dietro gli ideali, e sono realisti. In termini biblici, direi che è tutta gente che ha mangiato all’albero della conoscenza: qui sulla terra, il paradiso è lontano, se non proprio perduto. La domanda che ora dobbiamo porci è: funziona e soddisfa questa teoria liberaldemocratica? La risposta, purtroppo, è che, come tutte le cose promettenti, anch’essa non mantiene abbastanza. Cerchiamo di capire perché.

5. Limiti della teoria

Intanto, cominciamo col dire che, dopo la seconda guerra mondiale, la teoria ha funzionato benissimo. Se noi, qui in Occidente, siamo cresciuti tanto, se abbiamo garantito così tanti diritti a così tante persone, se siamo un modello di convivenza migliore di tutti i precedenti e attraente per quei tanti che ancora ne sono esclusi, se abbiamo assicurato benessere, conquiste politiche, progresso sociale, pace, è perché da noi la libertà si è meglio accomodata con l’uguagliaza, e l’autonomia con la convivenza. Ma se parlo di “accomodamento” — cioè compromesso, equilibrio, modus vivendi — non parlo di teoria. L’accomodamento è pratico, vale caso per caso e di volta in volta, è precario e provvisorio. La teoria invece dovrebbe essere stabile e sicura. E purtroppo la teoria liberaldemocratica dell’autonomia sicura non lo è. Ha almeno tre limiti, uno per ciascuna delle sue tre caratteristiche. Il primo limite è che la teoria liberaldemocratica non considera l’esistenza di conflitti fra valori irriducibili, perché è armonica. Per questa teoria, tali conflitti non solo non esistono, non possono neppure esistere, perché, se esistessero, ne confuterebbero l’armonia. Purtroppo, invece essi esistono. I casi della bioetica sono oggi i più tipici. Nella ricerca sulle cellule staminali embrionali, si deve anteporre il valore della vita o quello della ricerca scientifica? Nel caso dell’aborto, si deve anteporre il valore della persona del feto o il valore della salute della madre? Nel caso della fecondazione assistita, si deve anteporre il valore del figlio desiderato o il valore della famiglia? Nel caso dell’eutanasia, deve prevalere il valore della dignità della morte o il valore della vita? Nel caso delle nozze fra omosessuali, è più importante il valore della felicità di due persone o quello del matrimonio? Pensare che problemi come questi si possano risolvere con una teoria unitaria come quella liberaldemocratica, o si possano scansare, è illusorio e ingenuo. Talvolta ci troviamo di fronte a contrasti che derivano da autentici dilemmi morali e che richiedono scelte morali. Ma quando si sceglie, si sacrifica. Come ho già avuto occasione di dire in occasione delle discussioni sulla fecondazione assistita, i valori non si possono “sforbiciare” senza una perdita morale oggettiva. In verità, tanti laicisti — liberali, socialisti, azionisti, comunisti e anche qualche cattolico cosiddetto “adulto” — ci hanno provato lo stesso a dare un violento colpo di forbici ai valori, ma sono ancora lì che si accarezzano la guancia per lo schiaffo ricevuto al referendum. Sembra che non gli basti e cercano rivincite. Dicono che ci sarebbe la crisi dell’ora di religione a scuola, che ci sarebbe il calo delle vocazioni, che Benedetto XVI sarebbe più adatto alle biblioteche che ai cuori, perché non conquisterebbe — cioè, perché non gli concedono — le prime pagine dei giornali. Per carità, non ditegli che al Meeting siete così tanti e che tantissimi hanno seguito il Papa: vi risponderanno che, in realtà, volevate fare baldoria a Rimini o profumarvi con l’acqua di Colonia in Germania! Il secondo limite della teoria liberaldemocratica deriva dalla sua caratteristica razionalistica: essa non considera l’esistenza del male quale dato essenziale e ontologico. Anche qui, non solo il male non esiste, neppure può esistere, perché se autonomia significa sottomettersi alla ragione universale, per una ragione siffatta non possono esserci cadute, se non per mancanze soggettive o condizioni esterne. Il male, al più, è un male sociale, come sosteneva Rousseau. E questo è un autentico errore. Il male esiste, negli individui e nel mondo, e chi volta lo sguardo dall’altra parte per non vederlo lo fa a proprio rischio e pericolo, sia nelle relazioni interpersonali che in quelle internazionali. Contro questi miopi ottimisti, io credo che abbiano fatto bene a richiamare al realismo il presidente Reagan e l’attuale presidente Bush quando hanno parlato di “asse del male” e di “stati canaglia”. Se ci sono, non è colpevole non dirlo, o magari dire che tutti gli Stati sono canaglie? Infine, il terzo limite della teoria liberaldemocratica deriva dal suo migliorismo: così come nega i conflitti di valore e il male, essa non considera la possibilità del regresso. Ma anche questo è un errore. Il progresso dell’autonomia degli individui non ci pone al riparo dai regressi della libertà della società. Le catastrofi della nascita di fascismo, nazismo, comunismo dal cuore stesso delle democrazie liberali illustrano tragicamente proprio questo caso. Ho parlato di tre limiti della teoria liberaldemocratica, ma ce n’è un altro che li riassume tutti ed è il più serio di tutti. Si tratta di questo. Quali che siano i compromessi pratici che, di volta in volta, instaura fra libertà e democrazia, la teoria liberaldemocratica privilegia ora la libertà ora la democrazia rispetto al bene. Perciò essa parla di “società aperta”, “società libera”, “società equa”, ma mai di “società buona”. Questa è una vera mancanza, perché ciò che noi desideriamo non è soltanto una polis che sia equilibrata, è anche una polis che sia virtuosa. Ciò che cerchiamo non è solo la democrazia del consenso, ma una democrazia del senso. Non ci lamentiamo perché l’Occidente è poco liberale o poco democratico, dacché, in realtà, è molto liberale e molto democratico. Ci lamentiamo perché è poco virtuoso. Ci lamentiamo della decadenza dei nostri costumi, della mancanza di una tensione morale collettiva. La teoria liberaldemocratica crede che la felicità di ciascuno, come singolo, conduca di per sé alla felicità di tutti, come società. E perché? Perché, l’abbiamo visto, la teoria liberaldemocratica pone alla base dell’autonomia degli individui un fondamento metafisico, la ragione universale come essenza della natura umana. Ma un fondamento metafisico non conduce alla società buona o giusta. Per arrivare lì, occorre un altro tipo di fondamento, un fondamento morale. E il problema ora è: come e dove trovarlo questo fondamento morale?

6. Stato laico, religione e politica

Prima di tentare una risposta, permettetemi di indicare due casi che mostrano che la teoria liberaldemocratica non riesce a trovare un fondamento morale: lo si vede da come concepisce lo Stato laico e quale ruolo attribuisce alla religione nella vita pubblica. Lo Stato laico è una grande conquista dell’Occidente. È quello che assicura a me e a voi la libertà religiosa, la libertà di culto e anche la libertà di non credere. Ed è quello che evita il fanatismo religioso. Confrontato col Sacro impero di ieri, in cui vigeva il connubio fra trono e altare, e con le teocrazie islamiche di oggi, nelle quali o non sei credente oppure non sei cittadino o sei un dhimmi — o sei una donna! — cioè un cittadino con pochi diritti, lo Stato laico è quello che ci assicura più libertà. Grazie perciò ai teorici liberali che questo Stato lo hanno inventato e grazie ai politici liberali che lo hanno costruito. Ma attenzione alle conseguenze che oggi si traggono da questo concetto. Stato laico significa Stato non confessionale. Non significa Stato neutrale rispetto ai valori morali, perché quando lo Stato — in particolare l’odierno Stato sociale che vuole proteggerci “dalla culla alla bara” — legifera, sceglie, e se sceglie adotta qualche valore. Stato laico non significa neppure Stato indifferente ai valori religiosi. La dignità, la persona, la vita, il matrimonio, ad esempio, sono valori religiosi prima di essere princìpi secolari. “Non uccidere” o “ama il tuo prossimo come te stesso” o “non testimoniare il falso” sono comandamenti divini prima che norme dello Stato la cui violazione è sanzionata da codici penali. Se vogliamo difendere lo Stato laico ed evitare lo Stato etico e il totalitarismo che gli è connesso, la risposta corretta è quella di uno Stato ridotto, il quale sia strumento di una società civile autonoma. Più l’autonomia della società è ampia, meno invasivo e coercitivo sarà lo Stato. Non era questa la lezione di don Giussani, quando esaltava la funzione delle “opere”? O quando affermava il “primato della socialità di fronte allo Stato”? Lo stesso vale per il ruolo della religione. Per assicurare più libertà a ciascuno e meno conflitti alla società, i liberaldemocratici hanno posto la religione nel privato e l’hanno tolta dalla sfera pubblica. E anche questo ha prodotto un bene in termini di convivenza. Ma fino a quanto si può relegare la religione nel privato, isolarla dalla politica, confinarla nella “gabbia della soggettività”, secondo l’espressione di Papa Ratzinger? Fino al punto di togliere i crocifissi dalle scuole? Fino al punto di impedire l’esibizione di simboli religiosi nei luoghi pubblici? Insomma, fino al punto di trasformare lo Stato laico in Stato laicista, quello che non solo ghettizza la religione ma fa delle proprie norme e scelte religione a se stesso? No. Fino a quel punto non si può arrivare. Senza un senso collettivo, senza l’adesione ad una fede, senza un credo comune — dunque, senza un fondamento morale — una società si indebolisce, scolora, perisce. Questo è il vero problema oggi dell’Occidente. Intenderlo e risolverlo è compito tanto dei laici quanto dei credenti.

7. Noi e gli altri

Torniamo allora al punto. So di aver navigato su acque profonde. Mi sono avventurato — e così riassumo quanto ho detto — a parlare di irriducibilità dei valori ultimi; di fondazione morale della democrazia liberale; del bene collettivo; del ruolo dei valori, anche religiosi, nella vita pubblica. Ho messo in questione lo Stato laico come oggi è inteso. Ho messo in questione la separazione, come oggi è praticata, della politica dalla religione. Insomma, ho messo in questione la mia stessa bussola laica e liberale. E ora mi trovo ad affrontare il problema dei fondamenti morali. Come e dove trovarli? I fondamenti morali — questa è la mia risposta alla prima questione — non si definiscono in astratto, a tavolino, li fornisce la storia, sul campo. I fondamenti morali li offrono le tradizioni. E qui non intendo spendere una parola in più rispetto a quanto ho detto tante volte. La nostra storia, la storia dell’Europa e dell’Occidente, è storia giudaico-cristiana e greco-romana. Scendiamo da tre colline: il Sinai, il Golgota, l’Acropoli. E abbiamo tre capitali: Gerusalemme, Atene, Roma. Questa è la nostra tradizione. Da qui sono nati i nostri valori. Senza le leggi di Mosé, senza il sacrificio del Cristo, non avremmo quel sentimento morale che ci fa sentire tutti — credenti e non — fratelli, uguali, compassionevoli. Senza la ragione dei greci e il diritto delle genti dei romani, non avremmo quelle forme di pensiero che sorreggono le nostre istituzioni pubbliche. Lo so che, scesi da quelle colline, lasciate quelle capitali, abbiamo fatto tanto cammino grazie anche a tanti altri apporti. Ma lo abbiamo fatto a partire da lì, nutriti con ciò che abbiamo imparato lì, convinti che il senso della strada fosse ancora lì. Chi rinnega queste origini tradisce la propria storia e perde la propria identità. Noi non dovremo consentirlo. Già, ma “noi” chi? “Noi” non siamo soli. Come rapportarci agli “altri”, quando, immigrando, vogliono entrare nella nostra comunità? E come difenderci dagli “altri”, quando, violando le nostre leggi, ci vogliono distruggere? Sul problema della convivenza e dell’integrazione, l’Europa ha dato una risposta sbagliata e una risposta ingenua. La risposta sbagliata — più democratica che liberale — è quella del multiculturalismo, cioè la protezione delle culture e delle comunità anziché degli individui. Il risultato di questa politica è stato quello di gruppi etnici che, nel migliore dei casi, si ignorano, e, nel peggiore, si dimostrano ostili. Dopo l’assassinio del politico Fortuym e del regista van Gogh, anche l’Olanda sta facendo marcia indietro rispetto a questo modello. E lo stesso accade in Inghilterra dopo gli attentati terroristici del 7 luglio. La risposta ingenua — più liberale che democratica — è quella della tolleranza. Con un grave malinteso: che la tolleranza, così come è intesa e praticata da noi, è una virtù passiva, che confina con l’indifferenza e la sopportazione. Dopo tanti fallimenti delle nostre politiche di integrazione, questo equivoco dovrebbe essere eliminato. Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno non è la tolleranza così concepita, ma, l’ho detto più volte, il rispetto, che, a differenza della tolleranza, è una virtù attiva. Ma il rispetto comincia da casa nostra. Non possiamo chiedere rispetto, e nessuno ci rispetterà, se non cominciamo a rispettare noi stessi. Se, alla domanda: “sei tu ebreo e cristiano?”, rispondiamo come Pietro, che rinnegò. O se, alla domanda: “credi nel valore della tua tradizione?”, ci atteggiamo come Pilato, che non se ne curò. Non c’è altra strada: o ci impegniamo ad integrare gli altri facendoli diventare cittadini della nostra civiltà — con la nostra educazione, la nostra lingua, la conoscenza della nostra storia, la condivisione dei nostri princìpi e valori — oppure la partita dell’integrazione è perduta. Ma che cosa dobbiamo fare quando l’altro non concede la reciprocità del rispetto e ci dichiara guerra, come oggi fa il terrorista islamico che addirittura ci combatte con una “guerra di religione”? La mia risposta, anche questa detta tante volte, è: ci difendiamo. Ci difendiamo con la diplomazia, la politica, la cultura, i commerci, i negoziati, gli accordi. Ci difendiamo offrendo rispetto e chiedendo rispetto. E alla fine ci difendiamo con la forza delle armi. Quando sia arrivata questa “fine” è materia di prudenza politica. Importante è che sia veramente alla fine. Ancora più importante è che la fine non sia mai. Se così fosse, ci arrenderemmo in partenza. Noi non vogliamo né guerre di civiltà né guerre di religione. Siamo democratici e liberali anche per questo. Ma saremmo irresponsabili se girassimo lo sguardo quando queste guerre ci sono. E saremmo colpevoli se, quando ci sono, non sollevassimo un interrogativo. Dopo averlo pensato tante volte da solo, non saprei come meglio esprimere questo interrogativo se non ricorrendo alle parole di un grande storico italiano. Ha scritto Roberto Vivarelli: “Nessuno ha diritto di giudicare una fede religiosa in quanto tale, ma si ha non solo il diritto ma il dovere di giudicare la condotta di ciascuno. E quando alcuni fedeli, per giustificare azioni di per sé barbare, dichiarano di conformare la loro condotta ai precetti di una religione, i casi dovrebbero essere due: o quella pretesa è infondata, e allora essa dovrebbe essere fermamente condannata dagli altri correligionari; oppure ci sono buoni motivi per ritenere che quella fede è inaccettabile”. Ora ho finito. Ho parlato in scienza, poca, e coscienza, tutta quella che ho. Ho messo in discussione le mie stesse idee di laico liberale. Ho esposto i limiti della mia filosofia preferita. Insomma, mi sono messo in questione. È vero, ho deluso i giornalisti, anche se spero di non aver deluso voi: non ho parlato di partito unico, di premiership, di primarie, di neocentrismo, e simili. Ma l’ho fatto deliberatamente. Penso che tutte queste cose siano importanti e dovranno essere affrontate. Ma dopo, non prima. Prima dobbiamo definire la nostra identità. Fissare in quale luogo vogliamo vivere, con chi e come. Affermare una cornice intellettuale e morale entro cui agire. Capire in che cosa siamo diversi dai nostri avversari politici. Insomma, prima dobbiamo aver chiari i contenuti che, dopo, i contenitori dovrebbero contenere.Temo che chi antepone il dopo al prima non avverta la richiesta di identità, il bisogno di senso, la voglia di basi morali e di fede che milioni di uomini e donne stanno sollevando in Italia, in Europa, nel mondo. Un partito politico, specie se nuovo o unico o unitario, deve ascoltare questo bisogno di identità, deve rappresentarlo e tradurlo in programma e azione politica. Ciò che qui ho cercato di fissare è proprio un contenitore culturale e politico per soddisfare questo bisogno. Non volevo convincere voi, volevo solo riflettere con voi e mostrare che tra laici e credenti si deve parlare e si può convenire specie quando si parla di identità. Ma non posso parlare da solo: la sfida riguarda anche i fedeli, che spesso mostrano una fede stanca, e riguarda anche la Chiesa, che deve rinnovare il senso del suo messaggio nel mondo e sollevarne le energie spirituali. Voi di Comunione e Liberazione siete nella migliore posizione per cimentarvi in questa impresa e state facendo del vostro meglio per svegliare laici e credenti. Per questo ho cercato un colloquio con voi. Se anche voi volete parlare con me — e con coloro che si sforzano come me — sarei lieto di fare tutta la strada che è possibile fare assieme a voi.

Marcello Pera

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