Solidarietà del Senato della Repubblica Italiana con Papa Benedetto XVI dopo gli attacchi seguenti la “lectio magistralis” all’università di Ratisbona, del 12 settembre 2006

Alleanza Cattolica 14 anni fa
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Cristianità n. 337-338 (2006)

Il 12 ottobre 2006 il Senato della Repubblica Italiana ha approvato, con sole 8 astensioni e nessun voto contrario, un ordine del giorno unitario, redatto a seguito della presentazione di varie mozioni seguenti al discorso di Papa Benedetto XV all’università di Ratisbona, del 12 settembre 2006. Vengono riportati il testo dell’ordine del giorno, gl’interventi nella discussione generale dei senn. Massimo Polledri, Luca Marconi e Laura Bianconi, la replica del ministro dell’Interno on. Giuliano Amato e gl’interventi per dichiarazione di voto dei senn. Alfredo Mantovano e Gaetano Quagliariello (cfr. Senato della Repubblica, XV legislatura, Assemblea-Resoconto stenografico, 52° seduta pubblica [antimeridiana], 12 ottobre 2006).

 

SENATO DELLA REPUBBLICA

— XV LEGISLATURA —

52a SEDUTA PUBBLICA

(Antimeridiana)

RESOCONTO STENOGRAFICO

GIOVEDÌ 12 OTTOBRE 2006

Presidenza del presidente MARINI

Ordine del giorno G2

Castelli, Cutrufo, D’Onofrio, Finocchiaro, Formisano, Matteoli, Palermi, Peterlini, Russo Spena, Schifani, Alberti Casellati, Gagliardi, Mantovano, Ripamonti, Polledri, Soliani, Barbato

Approvato

II Senato della Repubblica,

premesso che:

il 12 settembre 2006 il Pontefice Benedetto XVI ha tenuto presso l’Università di Ratisbona una lezione accademica dedicata al tema del rapporto tra ragione e fede, nel corso della quale il Pontefice ha citato un passaggio di un dialogo tra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo ed un dotto persiano sul rapporto tra Cristianesimo ed Islam;

un’interpretazione politica assolutamente impropria di quel discorso ha attribuito al Papa intenzioni denigratorie nei confronti dell’Islam, mentre la lettura integrale del testo dimostra in modo inequivocabile la sincera premura di Benedetto XVI per il dialogo tra le culture e tra le religioni;

le ripetute iniziative di incontro con i rappresentanti della religione islamica assunte da Benedetto XVI nei giorni successivi alla pronuncia del discorso di Ratisbona non possono che confermare la volontà del Pontefice di promuovere il dialogo interreligioso;

considerato altresì che:

il Parlamento italiano è impegnato a porre ogni attenzione affinché i propri atti siano esplicitamente orientati al massimo rispetto di tutte le fedi e di tutte le opinioni, oltre che a contrastare ogni forma di violenza;

al fine di scongiurare la prospettiva di uno scontro tra le civiltà e tra le identità culturali e religiose quale possibile e drammatico esito delle crisi culturali e spirituali del nostro tempo, il Parlamento italiano è prioritariamente impegnato a contrastare attivamente ogni forma di intolleranza e fanatismo,

impegna il Governo:

ad esprimere al Pontefice Benedetto XVI la piena solidarietà dell’Italia dopo gli ingiusti attacchi e le inaccettabili minacce che sono state rivolte contro la Sua persona e contro le istituzioni della Chiesa cattolica, e dopo le violenze mosse nei confronti di singoli fedeli e di comunità;

a proseguire nell’azione di prevenzione e di tutela, sinora efficacemente svolta dalle forze di polizia italiane, a salvaguardia della sicurezza della persona del Pontefice e dei luoghi di culto su tutto il territorio nazionale, nonché a garanzia dell’incolumità dei cittadini;

a rendersi promotore, nell’ambito dell’Unione europea e presso gli Organismi internazionali cui l’Italia partecipa, di iniziative volte a riaffermare i principi di libertà religiosa e di rispetto dei diritti civili, a favorire il dialogo tra i popoli e il dialogo interreligioso, che costituiscono parte integrante delle tradizioni comuni dell’Europa;

ad adoperarsi presso gli Stati europei, e nell’ambito della UE, al fine di ampliare il fronte di solidarietà contro le esortazioni alla violenza di esponenti del radicalismo islamico, peraltro espresse anche contro altre confessioni religiose e di fronte anche alle immotivate diffidenze manifestate da qualche Governo;

a dare continuità e rafforzare la politica estera italiana, con particolare riferimento alla cooperazione e alle relazioni economiche, per l’affermazione del diritto alla libertà religiosa e di parola, contro ogni persecuzione, in un’ottica di reciprocità. Per libertà religiosa si intende la libertà di praticare la propria fede, di cambiarla o di non averne alcuna.

Sen. Massimo Polledri
Lega Nord Padania

Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi: Gerusalemme, attentato suicida, il kamikaze era una donna, la prima a farsi esplodere in un bar. Questo bar lo ha scelto con cura, ha fatto la propria consumazione, ha pagato il conto, si è messa vicina a una carrozzina e si è fatta esplodere. Qualche mese più tardi un pensionato sale su un pulmino di bambini ebrei e si fa scoppiare. L’anno prima, a Beslan, dei bambini vengono uccisi da un gruppo di terroristi, alcuni bambini vengono violentati. Un imam parla di questi fanciulli dicendo che non sono bambini, ma figli di porci e di scimmie.

Ci chiediamo: ma che Dio è questo, nel nome del quale si compiono questi atti, queste barbarie? Ebbene, alcuni di noi rispondono che il motivo che determina l’affermarsi di questo nuovo jihadismo è nazionalistico, poiché manca la patria palestinese, altri sostengono invece che il motivo è economico, nasce cioè dalla povertà.

Noi abbiamo conosciuto una Guerra di liberazione importante, una guerra antifascista (una nostra collega è stata anche partigiana), ma nessuno di noi avrebbe mai pensato di giustificare o di immaginare soltanto che un partigiano potesse compiere un attentato su un pulmino dove c’erano figli di nazisti. E neanche l’ipotesi basata sulla povertà può essere convincente: Osama Bin Laden e Al Zarqawi sono ricchi e il fondamentalismo è diffuso nei Paesi ricchi, dove hanno un reddito più alto del nostro, come l’Arabia Saudita. Tra l’altro, molti kamikaze erano addirittura occidentali, cresciuti a casa nostra: la terrorista che si è fatta scoppiare era la piccola figlia di panettieri belgi.

Noi pensiamo che non sia un motivo economico o nazionalistico quello che spinge e alimenta il terrorismo nel nostro mondo. Del resto, anche altri Paesi devono affrontare il problema della terra da redistribuire e sono estremamente poveri, come il Mali o il Marocco, eppure lì nessuno si fa scoppiare.

C’è qualcos’altro, allora, e per questo credo ci sia bisogno di guardare all’insegnamento del Pontefice, di rivedere il rapporto e il ricatto che oggi lega politica e cultura e incominciare a ragionare sui due termini opposti, quello del laicismo, cioè della ragione senza fede, e quello del fondamentalismo, cioè della fede senza ragione, e trovare la via intermedia. In ciò crediamo sia il grande insegnamento del Pontefice, non solo in quanto tale, ma anche in quanto uomo di cultura.

Oggi questo Parlamento deve dimostrare la sua solidarietà, ma deve anche tracciare una linea netta. Non è possibile dialogare con il terrorismo, non è possibile dialogare con chi agisce con la forza e propugna un Dio di violenza. È incredibile che abbiano scandalizzato le parole del Pontefice, in cui egli criticava la direttiva di diffondere la fede per mezzo della spada. Oggi dobbiamo condannare questo tentativo, che non è solo minoritario ma, ahinoi è anche maggioritario e ha trovato addirittura sostegno in alcuni Governi, come quello pachistano e quello turco (anche se non tutto quello turco, per la verità).

Su queste voci di censura contro la libertà e contro l’Occidente questo Parlamento deve esprimersi con una pronuncia comune. È per questo motivo che chiediamo un voto ampio sulla mozione 1-00023. Crediamo che oggi il Parlamento debba dimostrare la propria solidarietà a un uomo, a un progetto, ma anche al nostro modo di intendere l’uomo e l’umanità, al nostro modo di pensare all’Europa, che potremmo esplicitare con questa affermazione: “Oggi credo che questa civiltà, con tutti i suoi pericoli e le sue speranze, possa essere dominata e condotta alla sua grandezza solo se essa imparerà a riconoscere le sorgenti della sua forza, se riusciremo di nuovo a vedere quella grandezza in modo che restituisca l’orientamento e l’importanza alla possibilità di essere uomo, così minacciata, se riusciremo di nuovo a gioire del fatto di vivere in questo continente, che ha determinato le sorti del mondo, nel bene e nel male.

Proprio per questo noi abbiamo il dovere costante di riscoprire la verità, la purezza, la grandezza e di determinarne il futuro, per porci quindi in maniera nuova, e magari migliore, al servizio dell’umanità”. Ciò dichiarava Papa Benedetto XVI, in un’intervista del 15 agosto 2005.

Noi ci sentiamo di condividere quest’affermazione sull’Europa; noi pensiamo a un’Europa che con le sue radici cristiano-giudaiche abbia portato del bene all’umanità, noi siamo orgogliosi di questa Europa; siamo orgogliosi di esserne figli; siamo orgogliosi dei suoi diritti, frutto della ragione e della nostra storia; siamo orgogliosi della parità tra uomo e donna; siamo orgogliosi del diritto di poter vivere in pace; siamo orgogliosi del diritto garantito a chiunque di potersi esprimere con libertà. Difenderemo questi diritti contro il fondamentalismo islamico e li difenderemo come una nostra conquista, come il sangue dei nostri figli.

Per questo riteniamo che questa mozione sia un momento importante e crediamo che debba contagiare addirittura i Parlamenti europei; pensiamo anche che dobbiamo essere stanchi di vivere il nostro essere europei come un senso di colpa, di vederci ancora come quei cattivi che hanno seminato odio in giro per il mondo o che sono la causa di tutti i mali.

L’odio per gli ebrei oggi non nasce dall’Europa; oggi l’odio per gli ebrei nasce nel continente arabo. All’articolo 7 dello statuto di Hamas, trattando una dichiarazione del profeta, è scritto: “L’ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e i musulmani non li uccideranno e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero e la pietra e l’albero diranno: “O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto, vieni e uccidilo””. Questo è lo Statuto di Hamas. (Applausi del senatore Amato). Questo, Presidente, è lo statuto del partito a cui qualche volta molte forze del nostro Parlamento si rivolgono con fare condiscendente.

Nessuno sconto a chi vuole distruggere le nostre vite, nessuno sconto a chi vuole distruggere la nostra civiltà. (Applausi dai Gruppi LNP e Forza Italia. Congratulazioni).

Sen. Luca Marconi
Unione dei Democraticicristiani e di Centro

Signor Presidente, onorevoli colleghi, prima di qualsiasi premessa e di qualsivoglia considerazione nel merito, vorrei riprendere le parole del Santo Padre, già ricordate da altri colleghi, nella parte che tanta inutile polemica hanno suscitato.

L’imperatore Manuele II si rivolge al suo interlocutore persiano semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”. L’imperatore spiega poi, minuziosamente, le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole: “La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima. Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell’anima e non del corpo”.

In questo punto è chiaro che il Papa vuole evidenziare l’inutilità e l’assurdità della violenza come strumento per la diffusione delle fedi religiose; vuole altresì affermare l’assoluto primato della ragione, quella che il Papa successivamente chiamerà logos, spiegando l’indiscusso legame tra la cultura greca e il cristianesimo.

Mi chiedo, allora, che cosa ci sia stato di offensivo nelle parole del Papa: la sua accusa verso la violenza e la negazione della ragione, sia che queste provengano dal fanatismo islamico, sia che provengano da radicalismo laicista. In verità tutta la sua lezione all’Università di Ratisbona è un omaggio alla ragione, proprio perché più volte il Pontefice afferma che non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio.

Di fronte a tutto ciò, onorevoli colleghi, appare evidente l’ignoranza, o forse anche la malafede, di chi si è scagliato contro il Papa senza aver letto, con retta intenzione, le sue parole e senza voler riconoscere il senso vero della storia.

Abbiamo forse qualche difficoltà a riconoscere che l’Islam si sia diffuso con la violenza? Abbiamo forse qualche difficoltà ad ammettere che l’Islam ha cancellato fisicamente quasi tutte le stupende e storiche comunità cristiane del Nord Africa e del Medio Oriente? Abbiamo forse difficoltà ad ammettere che se i cristiani europei, a partire dal Medioevo, non si fossero opposti con forza alla violenta invasione prima araba o poi turca, oggi tutta l’Europa sarebbe ancora sotto regimi totalitari, teocratici e dittatoriali di stampo islamico? Abbiamo forse difficoltà ad ammettere che comunque nel cristianesimo, con tutti i suoi errori e degenerazioni, alla fine è sempre riuscita a prevalere la centralità della persona umana, la libertà per tutti, la democrazia e la pace?

In realtà, il Papa cerca nel suo discorso tutte le ragioni del dialogo e non dello scontro; anzi, individua nel laicismo il vero e unico nemico del dialogo, perché il laicismo impone che solo la ragione positiva e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali.

Una cultura occidentale, quindi, che nega dignità alle culture religiose considerandole delle sottoculture sfida apertamente l’Islam.

Il vero pericolo per i nostri vicini islamici non è certo il Papa, ma chi nega apertamente l’esistenza di Dio e si mostra intollerante verso ogni regola morale e comportamento etico.

È comprensibile perciò che quasi nessuno in Europa abbia levato la propria voce insieme a quella del Santo Pontefice che — ripeto — non aveva bisogno di alcuna difesa ma di un semplice riconoscimento delle verità che da sempre proclama.

Come potevano quei laicisti intolleranti, pronti a negare in ogni occasione la libertà di parola della Chiesa cattolica, pronunciarsi a favore del Papa? Non mi meraviglio di questo: è la conseguenza logica di comportamenti e mentalità ostili alla fede e, naturalmente, intolleranti. Mi meraviglio invece per il silenzio di tanti, troppi cristiani, compresi taluni esponenti politici italiani, che hanno taciuto o si sono accomodati, accodati alle proteste dicendo che il Papa aveva sbagliato.

Finalmente nell’Aula del Senato questa mattina abbiamo l’occasione di fare chiarezza su tutto ciò cercando ampie convergenze su questa materia e accogliendo un invito finale formulato dal Santo Padre al termine del suo discorso. “Il coraggio di aprirsi” — dice Benedetto XVI — “all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza”. È questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica entra nella disputa del tempo presente.

“Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”, ha detto Manuele II partendo dalla sua immagine cristiana di Dio all’interlocutore persiano. È a questo logos e a questa vastità della ragione che invitiamo, nel dialogo delle culture, i nostri interlocutori. Ritrovare il senso della vastità della ragione è il solo modo di far vivere l’Europa e la sua vera radice culturale, altrimenti condannata ad un arido pragmatismo o ad un assurdo fanatismo che finisce per rinunciare all’indispensabile ricerca della verità. (Applausi dai Gruppi UDC, Alleanza Nazionale e FI. Congratulazioni).

Sen. Laura Bianconi
Forza Italia

Signor Presidente, onorevoli colleghi, “datemi lo scritto di chiunque e vi assicuro che isolando una frase dal contesto sarò in grado di inviarlo al patibolo”. Queste erano le parole di Joseph Fouchè, ministro della polizia sotto Napoleone. Ed è quello che è accaduto poche settimane fa. Infatti, mentre da noi non si riuscivano a placare le polemiche, sono bastati due giorni al presidente dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad per assumere una nuova posizione che esprimeva rispetto per il Papa, suggerendo lui che le parole di Sua Santità fossero state riportate da molti in maniera scorretta.

Non potremo facilmente tornare indietro, comunque, rispetto alle grandi parole pronunciate dal Pontefice in terra di Germania, certamente non per l’umiliante polemica che ne è seguita, alimentata ad arte dai media occidentali, ma per la sfida che il Papa ha lanciato alla modernità e riguardo all’uso e alla concezione della ragione. Il Papa non è andato in Germania per una missione diplomatica in cui ogni singola parola è resa asettica dalle esigenze di adeguarsi alle regole oggi imperanti della politica corretta. Ogni sua tappa è stato un pellegrinaggio alle sorgenti della fede.

Quando ha parlato a Ratisbona era pienamente consapevole di non parlare in un talkshow ma stava svolgendo una lectio magistralis e l’ha affrontata sapendo di parlare a saggi sul tema delicatissimo del rapporto tra fede e ragione e, in un certo senso — ripeto — in un certo senso, ha posto sullo stesso piano Islam e Occidente, affermando che il rapporto tra fede e ragione è entrato in crisi per entrambi nel momento in cui ci si è distaccati da quel tramite straordinario, la filosofia greca, che meglio di qualsiasi altra esperienza aveva proprio avvicinato e fatto dialogare questi due elementi. È importante allora riannodare questo rapporto strappato tra fede e ragione perché se la ragione si separa da Dio perde la sua naturale tensione all’infinito e se la fede rinuncia alla ragione o si affida ad un Dio irragionevole genera violenza.

Esprimiamo la nostra solidarietà al Papa perché ci dobbiamo sentire tutti minacciati dall’assenza di ragione… (Applausi dal Gruppo FI)… e dall’insorgere di un integralismo irragionevole che attacca a testa bassa tutto ciò che, anche da lontano, richiami alle certezze di una parola che forse qui non è ritenuta politicamente corretta ma che oggi voglio usare, cioè la verità. Non l’incontrovertibile realtà dei fatti, perché quella è la realtà, ma l’incontrovertibile realtà dei valori che si fondano sul diritto naturale. E quando parlo di verità so di non offendere la sensibilità e la laicità di tanti colleghi non credenti, che però non rifiutano la realtà del diritto naturale, sia pure a cielo chiuso, cioè senza Dio, perché ben sanno che parlo di verità costantemente illuminata da tutti i passaggi della ragione. So invece di offendere l’ottusità laicista di un relativismo etico a tutti i costi, che ci impone di considerare tutto uguale al contrario di tutto.

E se anche qui riecheggia, più o meno velatamente, uno scontro di civiltà che certamente non abbiamo voluto noi, di certo l’incontro è tra persone; le identità sono importanti, ma solo se dietro c’è la persona, con i suoi diritti e la sua libertà di esprimere il proprio bisogno di religione, con la libertà di cambiarla o di non averne alcuna.

Ed allora difendiamo il diritto di parola del Papa perché è anche il nostro diritto e permettetemi di concludere con le parole riportate dal Papa in un breve discorso di Manuele II partendo dalla sua immagine cristiana di Dio all’interlocutore persiano, sostenendo che “non agire secondo ragione (con il logos) è contrario alla natura di Dio”.

È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi, sempre di nuovo, è il grande compito e la grande sfida dell’umanità. (Applausi dai Gruppi FI, AN, LNP, UDC e Democrazia Cristiana-Partito Repubblicano Italiano-Indipendenti-Movimento Per l’Autonomia).

On. Giuliano Amato
ministro dell’Interno

Signor Presidente, onorevoli senatori, ho ascoltato con grande interesse il dibattito che si è svolto sinora.

Nel leggere il testo delle mozioni dalle quali inizialmente la discussione aveva preso le mosse, mi domandavo, davanti ad un tema così difficile e delicato come questo (tanto difficile e delicato da farmi dubitare, a volte, della pertinenza di questa sede, il Senato della Repubblica, nel valutare dall’interno le parole del discorso di un Pontefice), che cosa sarebbe successo se al termine del dibattito mi fosse stato chiesto quale mozione il Governo preferiva su questo argomento.

Oggi su tale tema si esprimono il Governo ed il Parlamento; il modo migliore di farlo, comunque, è che non vi sia il problema della scelta e che su questioni come queste vi sia una convergenza di sentimenti e di posizioni che vedo, fortunatamente e utilmente, essersi realizzata nell’approntamento di un ordine del giorno che possa essere approvato da tutti.

È infatti molto delicato discutere di questi temi ed è altrettanto delicato dividersi su di essi. Sono, in realtà, temi fondamentali per il nostro futuro, per la nostra stessa civiltà, per il rapporto di questa civiltà con altri; vanno al limite e al di là di quello che ciascuna delle nostre istituzioni può fare da sola.

Condivido quanto diceva il senatore Procacci, in uno degli interventi iniziali e avverto un certo disagio nel dovere io, in quanto Governo, esprimermi su un discorso di Sua Santità, quando questo discorso non riguardi i rapporti tra Stato e Chiesa in Italia. E quindi è bene che, nonostante la struttura del dibattito parlamentare, in ragione di Regolamento, porti a formulare documenti che prevedono impegni per il Governo, su questo tema ciascuno di noi impegni se stesso; il Governo, naturalmente, per la sua parte.

È evidente che siamo alle prese con un tema che va al di là del dato meramente istituzionale: il rapporto fra culture e civiltà, la libertà di religione, la libertà di ciascuno di esprimere la propria fede religiosa, le differenze che tuttora esistono tra quello che chiamiamo Occidente e quello che viene chiamato Oriente, il rapporto fra fede e ragione, il rapporto tra fede e fanatismo. Tutti temi su cui, se troppo possono i Governi, vuol dire che sono mal risolti e mal affrontati. È bene, quindi, discuterne in modo aperto; è bene che ciascuno si assuma le proprie responsabilità.

Voi avete trattato poco la questione direttamente, anche se indirettamente molto, ma devo dirvi, e lo faccio apertamente, che per me è stato fonte di disagio, a dir poco, e di inquietudine ricevere da Governi di altri Paesi la richiesta di chiedere delle scuse per ciò che aveva detto il Santo Padre, percepire il bisogno che tali scuse fossero espresse in ragione non di una profonda convinzione religiosa, ma — lo dico senza peli sulla lingua — in ragione della paura: non eccitare una tigre che può portare ad atti di terrorismo nei nostri confronti, non eccitare, nei Paesi i cui Governi richiedevano di chiedere delle scuse, movimenti che possono costare a quei Governi il posto alle elezioni successive.

Allora, che facciamo? Chiediamo scusa, i moti si placano e diciamo che questo è dialogo tra le civiltà e dialogo tra le religioni? Non è dialogo tra le civiltà e dialogo tra le religioni; è espressione di parole caute dettate dalla paura, che però non sono dialogo e non debbono sostituire il dialogo, ma debbono essere superate da qualcosa che permetta un giorno al mondo di superare questa assurda situazione nella quale vi sono moti violenti e si mettono a repentaglio vite umane in ragione di cose che vengono dette e che attengono, sia pure, alla materia religiosa.

Accetto che vi siano sentimenti religiosi che si esprimono decisamente in culture diverse. Noi siamo abituati a un Dio che, evidentemente, non si offende se ogni tanto lo facciamo apparire in qualche vignetta. Ho provato a far ridere amici islamici con una vignetta che mi è molto piaciuta, e che avrete visto anche voi perché era pubblicata su uno dei nostri giornali, in cui il nostro Dio — perché quando è rappresentato con un triangolo è il nostro Dio — dice: “Che cosa mai mi è venuto in mente quando ho inventato le religioni?”. L’ho trovata pertinente perché, in qualche modo, inventando le religioni Dio ha inventato una capacità di lite tra gli esseri umani che probabilmente non era nelle sue intenzioni.

Capisco che altri possano ritenere questo un modo irriverente di trattare la divinità. Non comprendo, tuttavia, e non posso accettare che, in ragione di tale irriverenza, possano scatenarsi dei moti violenti che addirittura mettono a repentaglio la vita di chi la pensa diversamente e accetta tutto questo.

Allora, sono pronto a dire, come altri hanno detto nel nostro e in altri Paesi europei, che non dobbiamo limitarci a chiedere scusa per sedare i tumulti momentaneamente. Però, tutti noi dobbiamo intenderci — mi ha fatto piacere constatare che in quest’Aula si vada chiaramente in quella direzione — su che cosa dobbiamo fare al di là di questo, su come dobbiamo impostare il rapporto con chi la pensa diversamente da noi per evitare che ciò accada in futuro, per far in modo che ragione accompagni sempre le manifestazioni di fede.

È evidente che dobbiamo renderci conto e prendere atto di qualcosa che ci riguarda profondamente e cioè del rapporto che storicamente c’è stato tra noi e altri che oggi ci vedono in un certo modo. Se c’è una cosa che dobbiamo fare, è saper storicizzare noi stessi, rendendoci conto che la contemporaneità ha fatto convivere, l’uno a fianco dell’altro, nello stesso tempo, Paesi, culture, civiltà che in realtà vivono tempi diversi. In chi vive fuori del cosiddetto Occidente vi è ancora l’immagine dell’Occidente che è stato, non di quello che noi giustamente pensiamo di essere.

Esiste un filone di studi, tanto occidentali quanto orientali, che si autodefinisce “studi post coloniali”, che mette bene in evidenza le radici di quel sentimento di umiliazione che si prova spesso in Paesi nei quali noi siamo stati poteri coloniali davanti a ciò che noi, ancora oggi, siamo e facciamo e la percezione di ciò che noi siamo e facciamo come modi per affermare una nostra superiorità.

Ho parlato non con politici, ma con filosofi del mondo arabo che considero moderati, i quali sono tuttora pronti a identificare nostre posizioni dottrinali (non politiche) come espressione di un modo, per noi, di affermare la nostra superiorità. Il che genera un sentimento di costante frustrazione nei nostri confronti che proietta su di noi un’immagine negativa figlia di un’immagine passata.

L’idea dell’Occidente come male e corruzione, che ha tante pezze d’appoggio in taluni modi di vita della nostra civiltà occidentale, è largamente figlia dell’immagine della città in cui si insediava il potere coloniale e della corruzione, prostituzione, pessimo uso del danaro che in questa città coloro che vi vivevano prima vedevano come portato dai colonialisti occidentali.

Leggete quanto scrive un grande autore moderato qual è Avishai Margalit sulla città corrotta e vedrete che buona parte di quello che il mondo islamico attribuisce a noi, in termini di corruzione dei costumi e della vita, è figlio della visione della città in cui si era insediato il potere coloniale.

C’è un’arretratezza di costumi con la quale dobbiamo fare i conti? So bene, come è stato detto dal collega che ha parlato per primo a nome della Lega, che noi ai tempi della Resistenza non facevamo cose che vengono fatte oggi, ma tre o quattro secoli fa le facevamo, anche se da noi non c’è mai stato il fenomeno terrificante del kamikaze che uccide sé stesso per uccidere altri.

La comparazione storica non è tra noi, com’eravamo cinquant’anni fa, ed altri Paesi: la comparazione, in realtà, affonda nei secoli, perché questa è la verità e a questo nodo dobbiamo andare.

Buona parte del mondo islamico vive oggi una fase di arretratezza storica, ma anche di dogmatismo oscurantista nel leggere la propria religione, non molto lontana da quella che noi, in secoli passati, abbiamo vissuto. Abbiamo recuperato un rapporto tra fede e ragione, che era probabilmente alle origini del logos che stava in principio, dopo secoli nei quali l’abbiamo storicamente negato.

L’odio verso gli ebrei che si legge nei libri di Hamas è un odio che la cristianità ha malamente alimentato, violando i princìpi fondamentali del suo Vangelo, contro gli ebrei vittime dei pogrom in tanti dei nostri Paesi, nei secoli passati. Di ciò dobbiamo essere consapevoli; dobbiamo sapere che nella storia i messaggi religiosi sono stati affidati a uomini di poca o di pessima fede, che ne hanno fatto uso per brandire la religione in nome dell’odio, e non in quello dell’amore.

Noi condanniamo la Jihad. Noi oggi affermiamo che la guerra santa non è ammissibile e molti di noi sostengono che la guerra non è mai ammissibile, santa o non santa che sia. Tuttavia, in nome della cristianità sono state fatte le guerre sante in passato, sono stati benedetti labari, truppe e quant’altro. Noi abbiamo il beneficio storico di averlo superato, ma altri non lo hanno ancora fatto.

Se ci manca questa consapevolezza, se ci manca la capacità di chiedere scusa non per un discorso di Regensburg, ma per il nostro passato; se ci manca il coraggio che ebbe sua santità Giovanni Paolo II, andando davanti a quel Muro a chiedere scusa per gli errori passati, sarà difficile riuscire ad intraprendere il dialogo necessario con coloro che sono pronti a dialogare.

A mio avviso, pertanto, storicizzare diventa assolutamente fondamentale da parte nostra, sapendo riconoscere l’errore. Noto, infatti, che spesso nei nostri Paesi si rischia di creare un conflitto manicheo tra due errori: quello di brandire la nostra religione contro altri e quello di ritenere che tutto, in nome della correttezza politica, sia ammissibile in quanto proviene da altri, e che quindi tutto dobbiamo accettare come espressione di un’altra civiltà. Questi due errori sono simmetrici.

Noi abbiamo il diritto-dovere di reagire contro la violenza in nome di una qualunque religione. Non dobbiamo ritenere che quella violenza sia espressione di una civiltà che abbiamo il dovere di rispettare. Allo stesso tempo, dobbiamo evitare di attribuirci una superiorità precostituita, quasi che fossimo, o fossimo sempre stati, immuni da errori. Se saremo in grado di riconoscere che, nella sua storicità, qualunque religione, compresa la nostra, può essere stata tradita, saremo meglio in grado di capire che anche l’Islam viene tradito e saremo meglio in grado di cooperare con coloro che nel mondo islamico lo considerano tradito.

Se c’è una cosa che trovo culturalmente inammissibile, oltre che politicamente nefasta, è la domanda frequente: dov’è l’Islam moderato? Ecco, l’Islam moderato, tanto per cominciare, lo abbiamo in casa. Lo si ritrova nelle migliaia e migliaia di donne che sono venute come immigrate in Italia, che non sono ancora cittadine italiane e che sono quindi tuttora soggette alle leggi del loro Paese, che desiderano ardentemente poter essere come noi, che desiderano ardentemente non essere assoggettate ad una potestà maritale arbitraria, che desiderano poter non essere segregate in casa, dove spesso i loro mariti finiscono per rinchiuderle. Loro sono islamiche e sono orgogliose di esserlo; considerano il loro essere islamiche più che compatibile con l’affermazione dei diritti della persona e della donna e più che compatibile con la negazione dell’uso violento del potere maschile che coincide, in più casi, con l’uso violento della religione.

Mi sono battuto in silenzio insieme a molti altri per un amico, un intellettuale iraniano, che frequentava noi, gli Stati Uniti e il Canada, affinché venisse liberato dalle galere iraniane nelle quali era stato rinchiuso verso la fine di aprile in quanto islamico moderato. Non ho visto molti scaldarsi per la sua causa. Ora, questo professore è nuovamente libero e può continuare insieme ad altri a lavorare per un dialogo tra le civiltà. Ce ne sono tanti altri come lui pronti a lavorare per un dialogo tra le civiltà: questo dev’essere il nostro scopo. Dobbiamo fare in modo che in quel mondo chi eccita alla violenza venga progressivamente messo nella condizione di risultare minoritario e isolato.

Questo è il mondo del quale abbiamo bisogno, non di uno nel quale i nostri eserciti, nel nome del nostro Dio, combattano i loro. Certo, dobbiamo contrastare il terrorismo; è un nostro dovere e lo stiamo compiendo, ma guai a noi se dovesse giungere il giorno in cui attribuissimo all’Islam la colpa di essere la fonte vera del terrorismo.

È nostro compito ritornare ad una lettura dei testi religiosi che sia tale da farne — come possono essere — il fondamento della pace. Permettetemi di dire — visto che ormai in quest’Aula parliamo di simili argomenti — che il messaggio cristiano o è di amore o cessa di essere cristiano.

A volte leggo troppo odio nel modo in cui si leva la voce nel nome della cristianità e sento in ciò il tradimento di quel messaggio che oggi — l’ho sostenuto — dà alla cristianità una posizione preminente nel mondo, proprio perché fede e ragione hanno trovato in essa una capacità di connettersi che storicamente e non in linea di principio altri hanno incontrato o stanno incontrando difficoltà a stabilire allo stesso modo e nella stessa misura. Ciò è avvenuto perché la cristianità ha appunto in questo senso dell’amore per l’altro e del riconoscimento dell’altro, quale che sia la condizione in cui l’altro si trova, la sua caratterizzazione fondamentale.

Per questo va difeso il Papa; per questo bisogna non chiedere scusa per ciò che ha detto; ma per questo bisogna non rompere, bensì costruire legami con chi possa non condividere la verità del Papa, ma condividere il senso di dialogo, e quindi di pace, che quello porta con sé.

Non arriveremo mai, in un mondo con più religioni, ad avere delle verità religiose condivise (questo mi sembra assolutamente ovvio), ma possiamo fare in modo che le religioni (ciascuna con la propria verità) concorrano ad un tessuto di pace e di riconoscimento reciproco.

Detto questo, mi limito ad aggiungere che il viaggio di Sua Santità sarà seguito da noi con la massima attenzione. Già oggi seguiamo con particolare attenzione — in questo caso parlo non a nome del Governo in generale, ma in particolare del Ministero dell’interno — ciò che accade lì intorno. In ogni caso quelle parole sono state pronunciate, quella citazione è stata fatta, quel tipo di reazione è intervenuta e può essere il serbatoio di quello che in gergo è definito attentato vendicativo.

E noi, consapevoli di questo, pur non avendo, ve lo posso assicurare, nessun segnale specifico in questo momento, stiamo molto attenti a che nulla possa accadere. Non possiamo seguirlo in Turchia. Qui non siamo competenti. È affidata principalmente alla polizia turca e allo stesso Vaticano la definizione dei termini che possono garantire la sicurezza di Sua Santità in quel viaggio, ma sono contento che lo faccia e penso che la sua scelta di mantenerlo in un Paese che si trova ai confini dell’Europa, ma che è anche quello di San Paolo, significhi qualcosa non so se per il futuro dell’Europa — me lo auguro — ma di sicuro per quello del dialogo tra le religioni.

In questo senso, signor Presidente, con la massima delicatezza che il tema trattato esige, dal punto di vista regolamentare, esprimo l’assenso del Governo all’ordine del giorno comune da ultimo predisposto. (Applausi dai Gruppi L’Ulivo, Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, Insieme con l’Unione-Verdi-Comunisti Italiani, Per le Autonomie, Misto-Italia dei Valori, Misto-Popolari-Udeur, FI, UDC, DC-PRI-IND-MPA e del senatore Giuseppe Valentino).

Sen. Alfredo Mantovano
Alleanza Nazionale

Signor Presidente, signor Ministro — che non vedo —, colleghe e colleghi, quella che stiamo svolgendo non è, né può essere, una discussione di carattere teologico. Come ben ricordava il senatore Buttiglione, non può essere neanche l’occasione per revisioni storiografiche. Al Ministro dell’interno vorrei dire che, se ne ha voglia, ci sono sedi diverse per approfondire la questione delle crociate o l’esegesi di locuzioni evangeliche.

Vorrei solo aggiungere in relazione al suo discorso — che mi sembra scritto più con il compasso che con la penna — (Applausi dai Gruppi AN e FI) che quanto accaduto a Poitiers nell’VIII secolo, a Lepanto nel 1571, sotto le mura di Vienna nel 1683 non è qualcosa di cui vergognarsi, ma è qualcosa di cui essere fieri come occidentali; non come “cosiddetti occidentali”, ma come occidentali ed eredi della tradizione cristiana (Applausi dai Gruppi AN, FI e LNP).

Infatti, in quelle come in altre circostanze, e come accade anche oggi, non era in gioco un’ingiusta aggressione di cui pentirsi, ma la difesa della civiltà. Se oggi non siamo un Paese islamico e se oggi tante colleghe contribuiscono in modo felice e determinante ai lavori anche di questo Senato invece di essere costrette a casa sotto un burqa, lo si deve anche al sacrificio degli eroi di Poitiers, di Lepanto e di Vienna. (Applausi dai Gruppi AN, FI e LNP).

Non possiamo e non dobbiamo esprimere valutazioni sulla lezione del Santo Padre a Regensburg, non ci compete. Questo voto non è né pro né contro il Pontefice; il suo tema centrale — che è anche l’oggetto principale dalla mozione — è quello della libertà religiosa. Su questo vorrei spendere qualche parola perché sul tema delicato dei rapporti tra religione, cultura e politica il dibattito pubblico sembra quasi bloccato. Sembra che esistano solo due posizioni: da un lato il laicismo e dall’altro il fondamentalismo, quando invece le opzioni sono quantomeno tre.

Vi è certamente l’opzione laicista del potere tecnico fine a sé stesso, per la quale conta esclusivamente il know-how, e la religione è ridotta ad una dimensione esclusivamente privatistica, sicché tra fede, cultura e politica esiste un muro invalicabile. Vi è, certamente, l’opzione fondamentalista, tipica oggi del radicalismo islamico, per la quale religione, cultura e politica coincidono. Vi è, tuttavia, una terza ipotesi, quella dell’et et, che non conosce una separazione netta e radicale tra fede, cultura e politica, ma riconosce loro una opportuna distinzione.

Si tratta di quella che è stata chiamata la laicità positiva, per la quale ci sono princìpi di diritto naturale riconoscibili da chiunque, sui quali si fonda il nostro vivere civile, ma che sono negati sia dal fondamentalismo laicista, sia da quello di altre confessioni religiose. Questi diritti sono riconoscibili con l’uso di ragione e in questo la nostra cultura differisce dal radicalismo islamico. Tali diritti includono quello a professare liberamente la propria fede; includono, cioè, la libertà religiosa.

Quando in Stati con i quali abbiamo intensi scambi economici e commerciali la fede diventa elemento di discriminazione e di persecuzione, il tema acquista una drammatica concretezza e perde ogni connotato di astrattezza. Dovremmo disinteressarci, come ha fatto il Presidente del Consiglio nel suo recente viaggio in Cina, della sorte di migliaia di fedeli cinesi di svariate confessioni religiose: dai protestanti ai musulmani, dai buddisti ai tibetani, dal Falun Gong fino ai cattolici? (Applausi dai Gruppi AN, FI e del senatore Polledri).

Dovremmo ignorare, sullo stile del presidente Prodi, la lista interminabile di vescovi e di sacerdoti, talora ultraottantenni, arrestati, detenuti, torturati o comunque impediti nel loro ministero? La lettura dei nomi dei religiosi che solo in Cina sono stati fatti scomparire senza lasciare tracce farebbe superare abbondantemente i dieci minuti oggi a mia disposizione. Non parlo ovviamente di ciò che accade nei Paesi a maggioranza musulmana perché è troppo noto e le condanne a morte delle ultime settimane lo confermano.

Comunque, non è necessario andare così lontano perché quando un altro Parlamento, come quello europeo, considera ostativa per l’incarico di Commissario europeo un’opinione frutto di un’impostazione etica ed, in ultima analisi, religiosa — è il caso del collega Buttiglione — vuol dire che c’è qualcosa di cui preoccuparsi anche dalle nostre parti! (Applausi dai Gruppi AN, UDC e FI). Ciò può apparire paradossale, ma è significativo.

Radicalismo islamico e fondamentalismo laicista convergono nel perseguire i medesimi risultati di marginalizzazione della religione dalla nostra vita quotidiana. Sul rifiuto del riconoscimento della libertà religiosa si fonda la reazione irrazionale e fanatica alle parole del Santo Padre a Regensburg: si fonda cioè sull’irrazionale rifiuto di constatare che la religione non ha soltanto un’intima dimensione privata, ma ha anche un importante spazio pubblico.

Ciò spiega la mozione presentata dal Gruppo Alleanza Nazionale, poi confluita nell’ordine del giorno unitario che voteremo: si vuole impegnare il Governo a rendersi promotore nelle istituzioni europee di iniziative che tutelino la libertà religiosa.

Siamo lieti che il Senato nella sua interezza voti questo importante documento; siamo lieti che ciò avvenga su iniziativa delle forze politiche della Casa delle libertà. Abbiamo soltanto il rammarico di non averlo potuto fare tempestivamente, visto che qualche settimana fa, nell’imminenza dei fatti gravi, il Senato con un solo voto di scarto ci ha impedito la possibilità di discuterlo. Non è mai, però, troppo tardi!

Con questo ordine del giorno si vuole impegnare il Governo ad impedire che il richiamo religioso sia strumentalizzato per atti di violenza o di intimidazione: deve farlo, però, non in modo generico o astratto, ma con misure concrete; deve farlo, signor Presidente, senza condividere la formula attribuita di recente al primo ministro spagnolo José Luis Rodrìguez Zapatero, secondo cui oggi la religione è il tabacco del popolo.

Si tratta di una formula che fa pensare, perché in qualche misura aggiorna l’espressione “oppio del popolo”. Mentre l’equivalenza marxista tra religione ed oppio riflette ancora un approccio violento al fatto religioso, il tabacco evoca invece un tratto a metà tra il divieto e la tolleranza: il tabacco è escluso da qualsiasi spazio pubblico, scuole, parlamenti e luoghi di lavoro; se proprio qualcuno si ostina a voler accendere la sigaretta deve farlo in luoghi appartati, deve stare a distanza dal suo prossimo, deve evitare la propalazione del fumo passivo, deve portare in giro pacchetti pieni di scritte contro il fumo.

Se è valida l’analogia, sostituite al tabacco la religione intesa in senso ampio. Nell’accezione laicista va trattata alla stessa maniera: la religione — e più in generale ogni discorso relativo a princìpi o a richiami etici — andrebbe tenuta a distanza dai luoghi pubblici, andrebbe etichettata come gravemente nociva alla salute, ne andrebbe vietata la propaganda soprattutto ai minori ed andrebbe scongiurato il rischio di un proselitismo anche indiretto, cioè passivo.

Allora, lungi da me — e concludo il mio intervento, signor Presidente — l’idea di violare la cosiddetta legge Sirchia. Credo, però, costituisca un nostro preciso impegno di italiani, di europei, di occidentali — e non di “cosiddetti occidentali” — e di eredi di una tradizione che anche per chi non crede è una tradizione cristiana, impedire che la cosiddetta legge Sirchia sia estesa alla religione e a quei princìpi per i quali vale la pena di lottare e di impostare anche l’impegno politico. (Applausi dai Gruppi AN, FI e LNP. Congratulazioni).

Sen. Gaetano Quagliariello
Forza Italia

Signor Presidente, comprendo che le conclusioni di questo dibattito, che giudico molto positive, abbiano fatto venire più di qualche mal di pancia ad alcuni colleghi senatori; per questo vi è stato il tentativo di gettarla chi in accademia, chi in sagrestia, chi infine perfino in goliardia. Ma vorrei che noi stessimo al punto politico di questo dibattito, quello che evidentemente più ci compete.

La mozione, nella sua prima parte, dà un’interpretazione del discorso di Ratisbona del Santo Padre. Su questo concordo con la collega Brisca Menapace: ne avremmo potuto fare a meno, se non altro per motivi di stile. Chiunque conosca i canoni della retorica medievale ai quali quel discorso si rifà, sa che Benedetto XVI non aveva fatto sue le parole dell’imperatore bizantino, dalle quali il suo discorso aveva solamente retoricamente preso le mosse. Ma non è questo il punto. Il punto è un altro: e se anche le avesse condivise quelle parole? (Applausi dal Gruppo FI).

Avremmo potuto ritenere inopportuno il suo comportamento, lo avremmo potuto criticare dal punto di vista diplomatico, ma mai avremmo dovuto ritenerlo responsabile delle violenze che il suo discorso ha scatenato e che hanno portato alla morte di Suor Lionella (applausi dal Gruppo FI) e alla distruzione di alcune chiese.

Questo è il vero punto politico. Questo episodio, si dirà, si inserisce nel quadro di un più lungo attacco nei confronti della cristianità e dell’Occidente, che in particolare si è acuito dopo l’11 settembre 2001. Questa volta, però, vi è stata una circostanza in particolare che deve preoccupare e che giustamente la mozione unitaria richiama.

Prima di richiamarla, mi sia concessa una considerazione riferita all’intervento del ministro Amato. Nell’ascoltare il suo invito a storicizzare e i suoi richiami alla responsabilità del colonialismo occidentale mi è venuto prepotente il richiamo — mi permetta, lo dico senza offesa — al titolo di un libro di Popper che dovrebbe esserle caro: “La miseria dello storicismo”. (Applausi dal Gruppo FI).

Perché quelle argomentazioni dal punto di vista storico, e non storicista, non hanno alcun tipo di sostanza e fondamento. Il problema sarebbe piuttosto indagare cosa è successo nel mondo islamico dagli anni Ottanta ad oggi e come la fine del bipolarismo mondiale abbia portato alla saldatura tra due estremismi, uno di matrice laica e l’altro di matrice religiosa. (Applausi dal Gruppo FI).

Non è questo il punto politico. Così come non lo sono i cosiddetti “islamici moderati”. Sappiamo, e non abbiamo bisogno di lezioni in questo senso, che il mondo moderato islamico, semmai, è una parte sotto attacco come noi, visti gli attentati terroristici che ha dovuto subire. Proprio per questo, ministro Amato, piuttosto che richiamare la condizione delle donne islamiche che vivono segregate nel nostro Paese — e la pregherei di considerarle anche nel momento in cui c’è da discutere di immigrazione, essendo un po’ meno indulgente nei confronti degli schemi del multiculturalismo che costringono quelle donne a una condizione di segregazione (applausi dal Gruppo FI), perché riconoscono i diritti della comunità prima dei diritti della persona — mi preoccuperei, e questo è il punto politico del quale la mozione giustamente si preoccupa, dell’atteggiamento che in questo caso hanno assunto alcuni di quei Governi islamici che in passato avevano sempre ricercato un contatto con l’Occidente.

Questo è stato un segno di pericolosità che dovrebbe far suonare un campanello di allarme e ci dovrebbe far ricordare quanto sia stato importante nella storia, in particolare in quella dei totalitarismi, il ruolo delle minoranze attive. Sappiamo che le masse islamiche non sono masse fanatiche o estremiste, ma sappiamo anche che ci sono minoranze attive, che, se non contrastate, possono prendere il sopravvento su di esse.

Per questo la mozione che come Forza Italia avevamo presentato non concedeva nulla al giustificazionismo, bensì reagiva ad ogni limitazione preventiva al diritto della libertà religiosa e soprattutto alla libertà di espressione.

Questo significato non è stato smarrito dall’ordine del giorno presentato congiuntamente: ci siamo trovati insieme per difendere con più efficacia la libertà di espressione. Per noi non è mai stato in discussione se fosse opportuno chiedere scusa. (Applausi dei senatori Amato e Rebuzzi). Era e resta in discussione come reagire al cospetto dell’insopportabilità di ogni atteggiamento che lede la possibilità di esprimersi.

Credo che in questo emiciclo molti colleghi, anche dell’altra parte, si siano accorti che non a caso, dopo il discorso di Ratisbona, è stato censurato Mozart e penso si siano chiesti, come me, quando verrà censurato Dante e verranno posti i puntini sospensivi in luogo di alcune espressioni usate dal sommo poeta. (Applausi dai Gruppi FI, LNP, UDC e AN).

Allora, se tutto ciò è vero, questo ordine del giorno è un invito che il Senato della Repubblica rivolge a tutti a non aver paura. È un testo che non fa accademia; non è la ricerca affannosa di una terza via. Vuole invece essere un aiuto concreto ai tanti cristiani che si trovano a testimoniare il loro impegno in zone difficili del mondo, un’esortazione ad andare avanti.

Credo che questo sia il significato più vero dell’ordine del giorno presentato unitariamente, e per questo il Gruppo Forza Italia voterà a favore. (Applausi dai Gruppi FI, LNP, UDC e AN. Molte Congratulazioni).

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