Gli Esercizi spirituali ignaziani e le nostre ordinarie comunicazioni
di Aurelio Carloni
Immaginate di spegnere il cellulare e di riporlo per cinque giorni interi, i primi del nuovo anno, nel cassetto di una stanza singola di un convento nella campagna romana bagnata da una pioggia battente. La prima sensazione è di vuoto e di paura. Come farò, che cosa accadrà, come gestirò la mia vita in questo periodo, senza sentire nessuno e senza collegamento telefonico e digitale verso l’esterno?
Poi un po’ alla volta, quello strumento di solito onnipresente diviene sempre più un’ombra silente e senza vita. Un oggetto utile, ma non indispensabile. E il pensiero, accompagnato dalla predicazione, da parte del moderatore dell’Opus Mariae Matris Ecclesiae, degli Esercizi cinquecenteschi di sant’Ignazio, si stacca dalle preoccupazioni e dalle ansie inutili per concentrarsi sull’essenziale: la vita terrena, il suo senso, il suo fine ultimo e la sua fine con il passaggio inevitabile a quella eterna. È un distacco difficile dal superfluo che dà spazio via via a consolazioni e a desolazioni spirituali che si rincorrono e si susseguono l’una all’altra.
La mano di tanto in tanto automaticamente ancora cerca il cellulare e la mente il suo schermo, che si ricorda pieno di video e notizie non collegate tra loro e spesso false e inutili. Dopo cinque giorni, si esce dagli Esercizi spirituali, stanchi come alla fine di una lunga gara di canottaggio sul Po in inverno, per rientrare nel mondo in cui, pieni di risorse nuove e fresche, si ha fretta di riprendere la buona battaglia culturale per un mondo migliore e una società che veda in Cristo e in Maria, un re e una regina per i quali vale la pena di combattere fino alla morte.
Mercoledì, 14 gennaio 2026
