Il grande candelabro pasquale della basilica romana di S. Paolo fuori le Mura, capolavoro della scultura medievale: un Preconio fatto marmo
di Michele Brambilla
Il cero pasquale, come è noto, è la candela di grandi dimensioni che viene accesa durante il lucernario della Veglia pasquale. Normalmente è conservato accanto al battistero, essendo il Battesimo un’immersione nel mistero pasquale di Cristo, ma nei 50 giorni che compongono il Tempo di Pasqua (e questo è il Sabato dentro l’Ottava) il cero troneggia accanto all’altare, oppure, più appropriatamente, accanto all’ambone, luogo dal quale è stato solennemente proclamato l’Exultet o Preconio, ovvero l’Annuncio pasquale.
Se nel rito ambrosiano il cero non è immediatamente segno di Cristo risorto e prevalgono nelle prime parti della Veglia delle simbologie veterotestamentarie (nella preghiera di benedizione del fuoco si cita il volto di Mosé, che diveniva raggiante quando entrava nella Tenda-Tempio a parlare direttamente con Dio, e nel Preconio si allude alla colonna di fuoco che guidava Israele nell’Esodo, verso «le acque che danno salvezza»), non c’è dubbio che nel rito romano esso abbia immediatamente una valenza cristologica, esplicitata dall’inserimento dei cinque grani di incenso che corrispondono alle cinque piaghe derivate dalla Crocifissione e dal triplice canto «Lumen Christi» all’ingresso nella chiesa.
Per un cero dal significato tanto denso ci vuole una degna collocazione. In alcuni luoghi, accanto all’ambone medievale, si sono conservati altissimi candelabri scolpiti, realizzati appositamente per sostenere il cero pasquale. Ovviamente anche il loro apparato scultoreo è in tema. Famosissimo il candelabro che si conserva tutt’ora nella basilica di S. Paolo fuori le Mura a Roma. Esso non solo è tra i più antichi pervenutici dal passato, ma ha anche la fortuna di conservare intatta la sua decorazione. Partendo infatti dalla base, si vede un lussureggiare di vitigni, figure simboliche e scene bibliche. Sono tutte opere degli scultori Pietro Vassalletto (1154-1186) e Nicolò d’Angelo (XII sec.). Sebbene la datazione ufficiale sia attorno al 1170, molte parti potrebbero essere più antiche (X-XI secolo).
Gli episodi biblici cercano di offrire un compendio, molto stringato ma efficacissimo, della storia della Salvezza. La base del candelabro è formata da un capitello rovesciato su cui è incisa la figura della Babilonia apocalittica, circondata da mostri per metà umani e per metà animali. Rappresenta la caduta di Lucifero e ne preannuncia la sconfitta definitiva (Ap 18,2: «E’ caduta, è caduta Babilonia la grande»). Segue, nella prima fascia, l’Eden, con un viticoltore (Adamo) che sta vendemmiando: la vocazione dell’uomo era per il bene e la custodia del creato, ma è stata pervertita dal serpente.
Sopra questi due episodi, che richiamano l’Antico Testamento, si corre subito alla Passione di Cristo. Ecco allora il Getsemani, la condanna da parte di Pilato, la flagellazione, la crocifissione, tutti momenti rappresentati caricando i volti dei nemici di Gesù di espressioni feroci al limite della caricatura, ad indicare l’imbarbarimento a cui il male conduce l’essere umano. C’è anche spazio per una punta di sadico antigiudaismo, laddove si vede un povero ebreo travolto dalla foga dei soldati romani che accorrono a deridere Gesù flagellato.
Eppure, proprio nel pannello della flagellazione, abbiamo il primo accenno di vittoria del Bene. Gesù è infatti raffigurato non alla colonna, ma intronizzato su un vero trono e con in mano il rotolo della legge nuova, ovvero il comandamento di amarci gli uni gli altri come Egli ci ha amato (Gv 13,34). Appena sotto il vertice del candelabro si vede la risurrezione di Gesù, che è rappresentato di nuovo con attributi regali, cioè con scettro cruciforme e globo, mentre emerge da un sarcofago sormontato da un arco.
Lo smoccolatoio del candelabro, ovvero il ripiano che raccoglie la cera che cola, ripropone la simbologia mostruosa della base, ma in posizione sottomessa. Il male è stato vinto e risplende la luce «che mai si spegne» (Preconio pasquale romano). L’albero edenico della vita, foriero di morte una volta compiuto il peccato originale, si è trasformato nella croce vittoriosa di Cristo. Un’iscrizione latina esplicita il senso di tutta la composizione: Arbor poma gerit. Arbor ego lumina gesto. Porto libamina. Nuntio gaudia sed die festo. Surrexit Christus. Nam talia munera praesto (L’albero porta I frutti. Io, l’albero, sostengo la luce. Porto offerte al sacrificio. Annuncio la felicità nell’unico giorno di festa. Cristo è risorto. Perciò offro i doni corrispettivi).
L’altezza del candelabro rende faticoso scorgerne la sommità, ma anche questo è voluto. Non canta forse l’Exultet romano che il cero deve quasi confondersi «con le stelle del cielo», nell’esultanza cosmica, fino ad incontrare «la Stella del mattino, quella che non conosce tramonto»? Il canto del diacono è stato preso alla lettera.
Sabato, 11 aprile 2026

