Abramo? Lo ha chiamato Dio, che ha chiamato all’esistenza anche la Chiesa, innestandola sul tronco della fede ebraica
di Michele Brambilla
Il secondo capitolo della Lumen gentium, dice Papa Leone XIV all’udienza dell’11 marzo, ha come contenuto principale il fatto che «Dio, che ha creato il mondo e l’umanità e che desidera salvare ogni uomo, compie la sua opera di salvezza nella storia scegliendo un popolo concreto e abitando in esso. Per questo, Egli chiama Abramo e gli promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia del mare (cfr Gen 22,17-18). Con i figli di Abramo, dopo averli liberati dalla condizione di schiavitù, Dio stringe un’alleanza, li accompagna, se ne prende cura, li raccoglie ogni volta che si smarriscono. Perciò, l’identità di questo popolo è data dall’azione di Dio e dalla fede in Lui». In base alla promessa ricevuta, il popolo ebraico è destinato, con l’avvento del Messia, a diventare «come un faro che attirerà a sé tutti i popoli, l’intera umanità (cfr Is 2,1-5)»: è quanto avvenuto nel corso dell’evangelizzazione dei popoli pagani.
Infatti «il Concilio afferma che “tutto questo però avvenne in preparazione e in figura di quella nuova e perfetta alleanza che doveva concludersi con Cristo, e di quella più piena rivelazione che doveva essere trasmessa dal Verbo stesso di Dio fattosi uomo”( LG, 9). È infatti Cristo che, nel dono del suo Corpo e del suo Sangue, raccoglie in sé stesso e in modo definitivo questo popolo»nuovo da ogni lingua, popolo e nazione. Il ruolo del popolo ebraico, però, non cessa del tutto, come voleva certa teologia della sostituzione di cui si occuperà, pochi anni dopo la Lumen gentium, la Nostra aetate: la nostra fortuna, come ex-pagani, è proprio quella di poter essere accolti, tramite Cristo, sotto le stesse benedizioni date ad Abramo.
Il nuovo popolo che nasce da questo particolare connubio «è fatto ormai di gente proveniente da qualunque nazione; è unificato dalla fede» in Cristo Risorto, culmine dell’intero itinerario abramitico. Comprendiamo quindi che si parla della Chiesa, «il popolo di Dio che trae la propria esistenza dal corpo di Cristo e che è esso stesso corpo di Cristo», insiste il Pontefice. «Si tratta di un popolo messianico, proprio perché ha per capo Cristo, il Messia. Quanti ne fanno parte non vantano meriti o titoli, ma solo il dono di essere, in Cristo e per mezzo di Lui, figlie e figli di Dio. Prima di qualunque compito o funzione, dunque, ciò che conta davvero nella Chiesa è l’essere innestati in Cristo, essere per grazia figli di Dio. Questo è anche l’unico titolo onorifico che dovremmo ricercare come cristiani» di fronte al mondo, essendo noi nella Chiesa «per ricevere incessantemente la vita dal Padre e per vivere come suoi figli e fratelli tra di noi. Di conseguenza, la legge che anima le relazioni nella Chiesa è l’amore, così come lo riceviamo e lo sperimentiamo in Gesù; e sua meta è il Regno di Dio, verso il quale essa cammina insieme a tutta l’umanità».
Riconoscibili come coloro che sono di Cristo, i cattolici «la Chiesa non può mai essere ripiegata in sé stessa, ma è aperta a tutti ed è per tutti». Il Santo Padre ribadisce, quindi, il compito missionario che è richiesto a tutti i battezzati. Nel n.13 di Lumen gentium si sottolinea che la stessa natura umana è ordinata a Cristo, perché Dio «vuole radunare insieme i suoi figli». Ad impedirglielo è il peccato degli uomini stessi, che crea divisione tra Creatore e creatura. «Anche chi non ha ancora ricevuto il Vangelo è perciò, in qualche modo, orientato al popolo di Dio e la Chiesa, cooperando alla missione di Cristo, è chiamata a diffondere il Vangelo ovunque e a tutti (cfr LG, 17), perché ciascuno possa entrare in contatto con Cristo. Questo significa che nella Chiesa c’è e deve esserci posto per tutti, e che ogni cristiano è chiamato ad annunciare il Vangelo e a dare testimonianza in ogni ambiente in cui vive e opera. È così che questo popolo mostra la sua cattolicità, accogliendo le ricchezze e le risorse delle diverse culture e, al tempo stesso, offrendo loro la novità del Vangelo per purificarle ed elevarle (cfr LG, 13)», ribadisce Leone XIV citando Henry de Lubac (1896-1991): «Arca unica della Salvezza, deve accogliere nella sua vasta navata tutte le diversità umane. Unica sala del Banchetto, le vivande che distribuisce sono attinte da tutta la creazione. Veste senza cuciture di Cristo, essa è anche – ed è la stessa cosa – la veste di Giuseppe, dai molti colori» (Cfr H. de Lubac, Cattolicismo. Aspetti sociali del dogma, Milano 1992, 222).
In un contesto storico segnato drammaticamente da molte guerre, essere cattolici significa essere anche «missionari dell’unità e della pace, testimoniando l’amore di Dio per l’umanità». Il Pontefice si concentra in particolare sul Libano, ricordano che «si celebrano oggi a Qlayaa, in Libano, i funerali di Padre Pierre El Raii, parroco maronita di uno dei villaggi cristiani nel sud del Libano, che in questi giorni stanno vivendo, ancora una volta, il dramma della guerra». Il Papa specifica che «in arabo “El Raii” significa “il pastore”. Padre Pierre è stato un vero pastore, che è rimasto sempre accanto al suo popolo, con l’amore e il sacrificio di Gesù Buon Pastore. Non appena ha sentito che alcuni parrocchiani erano rimasti feriti da un bombardamento, senza esitazione è corso ad aiutarli» ed è stato colpito dal secondo lancio di bombe.
Accogliendo la Fiaccola Benedettina, portatagli da una folta delegazione di fedeli con a capo l’arcivescovo di Norcia, mons. Renato Broccardo, e i sindaci dei luoghi legati alla biografia del Patriarca dei monaci occidentali, il Santo Padre spera che «la sua luce possa ispirare i governanti e i cittadini a costruire una società basata sui valori della solidarietà e della concordia, seguendo l’esempio di San Benedetto, messaggero di pace».
Giovedì, 12 marzo 2026
