L’esercito russo ha deportato centinaia di bambini ucraini per indottrinarli e farli adottare da famiglie ideologicamente “impeccabili”. La Santa Sede lotta da ormai 4 anni per riportare tutti i bambini resi prigionieri dalle truppe occupanti alle loro famiglie
di Roberto Cavallo
La Santa Sede prosegue nello sforzo affinché i bambini ucraini ritornino alle loro famiglie, anche «attraverso l’impegno dell’inviato speciale del Santo Padre per le questioni umanitarie in Ucraina, il cardinale Matteo Zuppi», e affinché siano rilasciati i prigionieri di guerra. È quanto riferiva – come riportato dall’Osservatore Romano dello scorso 4 dicembre 2025 – la missione di Osservazione permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite che, nel corso di una sessione dell’Assemblea generale, ha rinnovato l’incoraggiamento alle parti coinvolte nel conflitto in Ucraina, così come alla comunità internazionale, «a continuare a lavorare» per il rientro dei piccoli e dei prigionieri.
A distanza di poco più di tre mesi dalla dichiarazione della delegazione vaticana presso le Nazioni Unite, il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU pubblica il rapporto A/HRC/61/CRP.8, datato 9 marzo 2026, con cui ricostruisce e stigmatizza duramente l’atteggiamento russo nella questione dei bambini ucraini deportati.
Il Documento (Conference Room Paper) si concentra sulle conclusioni della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente sull’Ucraina, nominata il 4 marzo 2022 dallo stesso Consiglio per i Diritti umani dell’ONU.
Il rapporto – nonostante l’ostilità della Federazione russa a collaborare – è l’esito delle indagini svolte in questi ultimi 4 anni e riguarda la deportazione o il trasferimento di 1205 bambini. Nelle sue indagini, la Commissione si è basata su 232 interviste, su oltre 2.000 documenti esaminati, su 41 atti ufficiali delle autorità russe e/o di quelle che collaborano nelle regioni ucraine occupate. Dunque un lavoro a dir poco complesso e difficile, probabilmente in linea con le su menzionate aspettative della Missione vaticana presso le Nazioni Unite. Non a caso le conclusioni della Commissione d’inchiesta sono state pubblicizzate soprattutto dai media cattolici.
Venendo alle indicazioni offerte dal documento, in esso si legge che le prove raccolte hanno portato la Commissione d’inchiesta a concludere che le autorità russe hanno commesso i crimini di deportazione e trasferimento forzato (crimini contro l’umanità), nonché di sparizione forzata di bambini. La Commissione conferma, inoltre, che le autorità russe hanno deportato e trasferito illegalmente bambini e hanno ritardato il loro rimpatrio senza alcuna giustificazione (crimini di guerra).
La differenza fra deportazione e trasferimento forzato consiste nel fatto che nel primo caso il collocamento finale dei bambini è stato in Russia (quindi oltre il confine internazionale), mentre nel secondo caso il collocamento è avvenuto in altre zone dell’area, interna all’Ucraina, occupata dai Russi.
Delle migliaia di bambini deportati e trasferiti, la Commissione finora (ma il suo lavoro continua) ha confermato ufficialmente la deportazione/trasferimento di 1205 minori, respingendo la giustificazione russa secondo cui lo spostamento sarebbe stato adottato solo per sottrarre i minori dalle aree di guerra e per metterli in sicurezza. Il diritto umanitario internazionale, infatti, impone che le evacuazioni debbano essere assolutamente temporanee, mentre a distanza di 4 anni, l’80% dei bambini deportati o trasferiti non è più tornato, rendendo quasi disperate le ricerche di genitori e parenti.
Inoltre la Commissione, realizzando una mappa molto particolareggiata, ha delineato il processo logistico di deportazione/trasferimento, che si è avvalso dell’uso di appositi database delle adozioni. La responsabilità ultima va individuata nel Presidente in capo Vladimir Putin e nella cerchia dei suoi più stretti collaboratori. Alcuni dei quali – si legge nel rapporto ONU – hanno addirittura adottato in prima persona i piccoli ucraini. Da San Pietroburgo a Mosca, fino alle regioni più orientali della Russia, la mappa testimonia la dispersione dei minori a migliaia di km di distanza dalle loro case e dalle loro famiglie.
La mamma di un bambino provvidenzialmente restituito alla famiglia (come detto, anche grazie agli sforzi e agli appelli della Santa Sede) ha rivelato che suo figlio aveva dimenticato l’ucraino e ormai cantava canzoni dell’Armata Rossa. Ma altre madri ancora stanno cercando. Per questo il Rapporto dell’ONU s’intitola Sto ancora cercando mia figlia.
Venerdì, 20 marzo 2026
