Il Papa prende la danza sotto il temporale, nella prigione di Bata, come emblema del suo lungo viaggio in Africa, che dovrebbe insegnare a tutta la Chiesa cosa significhi appartenere con gioia al popolo santo di Dio
di Michele Brambilla
L’udienza del 29 aprile è dedicata, come vuole la tradizione, alla “rendicontazione” del lungo viaggio apostolico appena realizzato in Africa. Papa Leone XIV stesso ricorda il duplice scopo di quell’itinerario, tra Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale: «incontrare e incoraggiare il popolo di Dio», ma anche lanciare un «messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale».
Quel messaggio, secondo il Pontefice, è stato il viaggio stesso, in cui «la Provvidenza ha voluto che la prima tappa fosse proprio il Paese dove si trovano i luoghi di Sant’Agostino, cioè l’Algeria. Così mi sono trovato, da una parte, a ripartire dalle radici della mia identità spirituale e, dall’altra, ad attraversare e consolidare ponti molto importanti per il mondo e la Chiesa di oggi: il ponte con l’epoca fecondissima dei Padri della Chiesa; il ponte con il mondo islamico; il ponte con il continente africano», ricevendo fin da subito «un’accoglienza non solo rispettosa ma cordiale, e abbiamo potuto toccare con mano e mostrare al mondo che è possibile vivere insieme come fratelli e sorelle» anche nella diversità religiosa, calcolando il fatto che in sant’Agostino, stimato in tutta l’Africa, vediamo un esempio di ricerca instancabile della Verità, che ci parla «con la sua esperienza di vita, i suoi scritti e la sua spiritualità».
Di fronte alle masse dell’Africa subsahariana, che accorrevano da ogni dove per vedere il Vicario di Cristo, «ho sperimentato anch’io, come i miei Predecessori, un po’ di quello che accadeva a Gesù con le folle della Galilea: Lui le vedeva assetate e affamate di giustizia, annunciava loro: “Beati i poveri, beati i miti, beati gli operatori di pace…” e, riconoscendo la loro fede, diceva: “Voi siete sale della terra e luce del mondo” (cfr Mt 5,1-16)». E’ quel che si è reso particolarmente evidente nella prigione di Bata, dove «i detenuti hanno cantato a gola spiegata un canto di ringraziamento a Dio e al Papa, chiedendo di pregare “per i loro peccati e la loro libertà”», unendosi poi, sotto la pioggia battente, alle parole del Padre nostro. Leone XIV confessa di non aver mai visto nulla di simile: in effetti, non si riesce a trovare un’immagine più nitida della sete di Dio e del suo perdono che alberga nel cuore di ogni uomo.
«Questa speranza esige un impegno concreto, e la Chiesa ha la responsabilità, con la testimonianza e con l’annuncio coraggioso della Parola di Dio», di porlo in atto di fronte alle autorità civili e nel conteso specifico di ogni popolo. Il viaggio papale ha permesso alla voce degli africani di esprimersi, di raggiungere le orecchie degli altri continenti, sollecitando una risposta premurosa da parte della comunità internazionale e insegnando molte cose ai cattolici di altre parti del mondo, che spesso esasperano i propri problemi, da cui si lasciano scoraggiare. La vera lezione dell’Africa è «la gioia della fede, radicata in una speranza tenace nonostante le vicissitudini della vita», come dice il Santo Padre ai pellegrini di lingua francese.
Parlando ai pellegrini polacchi, il Papa rammenta che il 29 aprile si ricorda la liberazione del lager nazionalsocialista di Dachau, dove furono internati molti sacerdoti cattolici. Da tempo questo giorno è diventato in Polonia «la Giornata del Martirio del Clero Polacco durante la Seconda Guerra Mondiale». Leone XIV usa il plurale “totalitarismi”, comprendendo quindi anche le vittime del comunismo. Spronati da questi esempi, come dalla ricorrenza di santa Caterina da Siena, patrona d’Italia e d’Europa, i giovani si riscoprano «innamorati di Cristo», protesi alla scoperta della propria vocazione per seguire Gesù «con slancio e fedeltà».
Giovedì, 30 aprile 2026
