Sono i due parametri che, secondo Leone XIV, devono guidare ogni azione liturgica nella Chiesa, tendendo sempre alla piena comunione tra tutti i fedeli cattolici
di Michele Brambilla
Per introdurre l’udienza del 27 maggio, Papa Leone XIV cita il servo di Dio Pio XII: «La Chiesa è un organismo vivente, e perciò, anche per quel che riguarda la sacra liturgia, ferma restando l’integrità del suo insegnamento, cresce e si sviluppa, adattandosi e conformandosi alle circostanze e alle esigenze che si verificano nel corso del tempo» (Mediator Dei I,V).
«In piena continuità con questo principio, il Concilio Vaticano II nel Proemio della Costituzione Sacrosanctum Concilium (SC) riconosce come “suo dovere interessarsi in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia” (n. 1). L’assise conciliare era stata riunita, infatti, con lo scopo “di far crescere sempre più la vita cristiana tra i fedeli, di meglio adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti, di favorire tutto ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo e di rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa” (ibid.)», e questo il concilio ha tentato di mettere in pratica.
Leone XIV ricorda nuovamente che la riforma liturgica veniva da lontano. «Grazie al Movimento liturgico era maturata la convinzione, espressa in seguito da San Giovanni Paolo II, che “esiste un legame strettissimo e organico tra il rinnovamento della liturgia e il rinnovamento di tutta la vita della Chiesa. La Chiesa non solo agisce, ma si esprime anche nella liturgia e dalla liturgia attinge le forze per la vita” (Lett. Dominicae Cenae, 13). Per favorire l’accesso dei fedeli alla ricchezza dei doni di grazia dispensati dalla sacra liturgia, la Costituzione Sacrosanctum Concilium indica dunque con una formula molto efficace la direzione da seguire: “conservare la sana tradizione e aprire a un legittimo progresso” (SC, 23)», evidenzia il Papa, indicando con questa espressione i parametri a cui si sarebbe attenuta la riforma conciliare e a cui dovrebbe fare riferimento il singolo celebrante in ogni comunità ecclesiale. Si tratta di riformare nella continuità: non a caso, la citazione successiva è di Benedetto XVI, laddove sosteneva che «il “programma di riforma” dei Padri conciliari» era «“in equilibrio con la grande tradizione liturgica del passato e il futuro”, notando come “non poche volte si contrappone in modo maldestro tradizione e progresso”, mentre, “in realtà, i due concetti si integrano: la tradizione include essa stessa in qualche modo il progresso. Come a dire che il fiume della tradizione porta in sé anche la sua sorgente e tende verso la foce” (Discorso ai partecipanti al Convegno nel 50° anniversario di fondazione del Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo, 6 maggio 2011)».
Si è quindi di fronte ad un nuovo rifiuto della logica binaria, assolutamente di natura ideologica, maturata da decenni all’interno della Chiesa, con grave danno della comunione ecclesiale. Le forme esterne del culto possono modificarsi nel corso del tempo, preservando sempre la «parte immutabile, perché di istituzione divina» (ad esempio il numero e la materia dei Sacramenti) e riformando le «parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stessa liturgia, o si fossero rese meno opportune» (Sacrosanctum Concilium, n.21), basti pensare al caso, quanto mai emblematico, dei nuovi testi per la preghiera universale del Venerdì Santo.
Il Papa insiste sul fatto che «mutamenti di questo genere sono avvenuti costantemente lungo i secoli al fine di consentire ai fedeli una fruttuosa partecipazione, per mezzo delle azioni rituali, al mistero pasquale di Cristo, fondamento della fede cristiana. Il culto della Chiesa si è dunque “incarnato” nelle forme culturali di ciascuna epoca ed è stato capace di influire su di esse e addirittura di trasformarle. La liturgia è stata così, per secoli, un motore di evangelizzazione. Oggi occorre rinnovare questa energia in continuità con l’autentica e viva tradizione cattolica, cioè secondo una dinamica volta a introdurre i credenti alla pienezza della verità» cattolica.
Per questo motivo non tutti i cambiamenti sono opportuni, soprattutto quando fatti in maniera arbitraria dal celebrante. E’ sempre il Pontefice a richiedere, Sacrosanctum Concilium alla mano, che «la revisione dei riti, quando corrisponde a “una vera e accertata utilità della Chiesa», sia sempre compiuta “con l’avvertenza che le nuove forme in qualche modo scaturiscano organicamente da quelle esistenti” (SC, 23). Per il bene di tutta la Chiesa, ogni riforma dev’essere sempre “preceduta da un’accurata ricerca teologica, storica e pastorale” (ibid.). Il Magistero conciliare, in questo modo, invita a evitare il disorientamento dei fedeli, dissuadendo chiunque dall’aggiungere o togliere o modificare qualcosa, in materia liturgica, di propria iniziativa (cfr SC, 22)».
Gli abusi liturgici nascono dalla disobbedienza latente o palese e costituiscono, quindi, un grave attentato alla comunione nella Chiesa. «Esorto pertanto tutti coloro che sono chiamati a preparare la celebrazione dei divini misteri, in particolare i sacerdoti che esercitano il ministero della presidenza liturgica, a custodire sempre quel rispetto dei testi e degli ordinamenti della liturgia che nasce dall’atteggiamento interiore di disponibilità e di affidamento a Dio, manifestando umiltà davanti alla sua grandezza e fedeltà sincera alla comunione ecclesiale»: la soluzione agli abusi non è quindi un atto di disobbedienza radicale (in altre parole, una rivoluzione) “di segno contrario”, ma ancora una volta rimanere umilmente nella Chiesa applicando fedelmente le sue prescrizioni.
Lo conferma sempre il Papa invocando lo Spirito Santo sui pellegrini di lingua francese (cioè la lingua nativa di mons. Marcel Lefebvre e quella ufficiale del cantone svizzero in cui si trova il seminario tradizionalista da lui fondato), «affinché un rinnovamento liturgico, fedele all’autentica Tradizione, rafforzi la comunione ecclesiale e la piena partecipazione dei fedeli» all’unica Chiesa di Cristo. La Chiesa, con il rinnovamento conciliare, non ha mai inteso abdicare alla sua dottrina e ai suoi valori, come testimonia ancora una volta l’esortazione ai pellegrini polacchi a proteggere «nella vostra patria la vita di ogni persona – dal concepimento alla morte naturale».
Il Santo Padre si sofferma pensoso anche sulla «guerra in Ucraina, che conosce in questi giorni una forte intensificazione. Desidero esprimere la mia vicinanza a quanti soffrono a causa dei recenti attacchi, compiuti anche contro civili». Il Papa ribadisce che «la guerra non risolve i problemi, ma li aggrava; non costruisce sicurezza, ma moltiplica la sofferenza e l’odio. Dove cadono missili e droni, cadono anche le speranze, si distruggono case e luoghi di preghiera, si spezzano vite innocenti».
Giovedì, 28 maggio 2026
