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Un inno alla regalità sociale di Cristo

8 Giugno 2026 by Michele Brambilla

In Plaza de Cibeles si riprende la scena la Spagna autentica, che riconosce le sue radici nel Cattolicesimo gioiosamente e pubblicamente praticato. La processione del Corpus Domini deve essere per tutti il rinnovarsi di una fedeltà spesso oscurata al giorno d’oggi, anche nella stessa Spagna, a cui primariamente è rivolto il monito dell’omelia papale

di Michele Brambilla

Il 7 giugno Papa Leone XIV presiede la Messa e la processione del Corpus Domini a Madrid, in Plaza de Cibeles, nota per aver ospitato, nel 2011, la Messa di apertura della XXVI^ Giornata Mondiale della Gioventù. Anche questa volta il colpo d’occhio è meraviglioso, con oltre un milione di fedeli di tutte le età assiepati e partecipi della grande celebrazione, che si è svolta alla presenza, anche, della famiglia reale spagnola. Memorabile nel puro senso della parola vedere il Vicario di Cristo portare il SS. Sacramento tra ali di folla (spesso lodevolmente inginocchiata), preceduto dagli stendardi delle confraternite, dai bambini della Prima Comunione che gettano petali di rose e scortato dalle guardie reali in alta uniforme.

Come detto dallo stesso Papa nell’omelia, «siamo radunati attorno all’Eucaristia, il dono della presenza viva di Cristo in mezzo a noi. Egli, che ha voluto offrirci la sua vita per farci entrare nella comunione del Padre e renderci suoi figli è qui, come pane vivo disceso dal cielo, che ci sfama con la stessa vita di Dio, con un amore più forte della morte». Una verità di fede che è sempre stata centrale nella coscienza dei popoli iberici e di quelli che essi hanno convertito a Cristo, ovvero l’America Latina, come Leone XIV non manca di puntualizzare. «Questa memoria del Signore presente nel Pane eucaristico è al cuore della vostra fede e della storia del vostro popolo», dice infatti il Santo Padre, che subito dopo aggiunge una frase molto significativa: «Qui a Madrid, ma anche in tantissimi altri luoghi della Spagna, il Corpus Domini non è una delle tante feste del calendario liturgico, ma un ritornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio.

Le solenni processioni di questo giorno», infatti, «hanno plasmato per secoli la pietà, l’arte, la musica, l’architettura e la vita del popolo spagnolo e, ancora oggi, esprimono e manifestano il sentimento spirituale di questo Paese anche attraverso la bellezza e l’eleganza dei tappeti floreali, degli altari nelle strade, della cura degli ostensori e degli espositori, dei canti e dei paramenti». Il Pontefice puntualizza che «non si tratta di una manifestazione esteriore, di una sopravvivenza folkloristica o di un semplice ornamento estetico: qui si tratta della fede nella presenza del Signore Risorto, che è vivo e passa ancora in mezzo a noi, che si fa pane per la nostra fame di vita e visita gli angoli del nostro cuore e della nostra storia, anche quelli più oscuri».

La Spagna autentica ha sempre ritenuto pilastri indiscutibili della sua identità, anche nei momenti più bui della sua storia, la Settimana Santa, il Corpus Domini, l’Immacolata. Come è altrettanto noto, esiste una Spagna che, da trecento anni a questa parte, ha fatto di tutto per distruggere queste radici profonde. Nell’attuale frangente storico, questa seconda e falsissima Spagna è pure al governo del Paese con un premier socialista, ma nel contesto della celebrazione papale ha avuto almeno il buon gusto di defilarsi (visti anche i numerosi scandali che la travolgono), lasciando il primo piano alla Chiesa e alla monarchia borbonica. Il Papa non entra nella stretta attualità partitica, ma coglie l’occasione per ricordare che, «se nella Celebrazione eucaristica Cristo si dona come alimento, la processione dice che Egli non rimane chiuso nel tempio ma, anzi, esce incontro a noi. Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana, come il Dio vicino che cammina con il suo popolo, come il Signore della storia» che vuole concretamente regnare. «Non si tratta solo di portare fuori un ostensorio, quanto di lasciarci noi stessi portare fuori dall’egoismo, dall’indifferenza, da una fede comoda e privata, per rispondere al suo invito alla conversione, a cambiare sguardo, accogliendo la sua presenza che ci cambia e ci rende costruttori di un mondo nuovo», afferma molto esplicitamente il Pontefice.

«Perciò, la memoria storica delle processioni del Corpus Domini non si lascia imprigionare da un ricordo nostalgico; essa diventa invece un invito per l’oggi, per la nostra vita personale, per le nostre relazioni, per la società, per la costruzione del futuro. In questa ottica va compreso l’invito a “ricordare” che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto”, ricordati di come quando avevi fame ti ha nutrito con la manna; si tratta di “ricordare” proprio per non dimenticare chi è il Signore, perché non cadere nella tentazione di affidarsi ad altri idoli e nutrirsi di un pane che non sazia»: siamo quindi di fronte ad un monito per la Spagna e per l’Europa contemporanee.

«La religiosità che da secoli anima questo Paese non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi. Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello; una scuola che ci insegna la gratuità dell’amore che si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo; una scuola da cui apprendiamo che Dio è presenza reale e anche noi siamo chiamati ad essere presenti nelle situazioni e nelle sfide della società, a non fuggire, a impegnarci in prima persona per la costruzione del bene comune», elenca in maniera ancora più esplicita il Papa, che cita alcuni santi spagnoli particolarmente legati al culto eucaristico, a partire da «san Manuel González, il vescovo spagnolo dei tabernacoli abbandonati. La sua vita ricorda che l’Eucaristia non può essere onorata soltanto nelle grandi celebrazioni o in modo occasionale, ma anche nella fedeltà silenziosa di chi accompagna il Signore quando sembra dimenticato e in un’amicizia umile e discreta che si alimenta di giorno in giorno; ma vorrei ricordare anche i versi poetici di san Giovanni della Croce:  “Ben conosco quella fonte che scorre e zampilla, anche se fonda è la notte” (Canto dell’anima che si rallegra di conoscere Dio per mezzo della fede)».

Gesù Eucaristia deve tornare ad essere la fonte per nulla nascosta della civiltà iberica e della stessa civiltà europea: «Torniamo a Lui con amore sincero. Apriamoci all’incontro con Lui, lasciamo che Egli disseti le aridità del nostro cuore, per uscire poi sulle strade della vita e della storia e portare tra la gente questa corrente di acqua fresca, corrente di amore, di pace, di giustizia e di gioia. Abbeveriamoci di nuovo da questa fonte eucaristica, che non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare i fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno perduto la speranza. La grazia eucaristica ci trasforma, ma ci rende anche protagonisti della trasformazione della storia e segno di speranza per coloro che incontriamo».

Lunedì, 8 giugno 2026

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