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Tolkien, l’enciclica di Papa Leone XIV e i Palantir

11 Luglio 2026 by Susanna Manzin

La lettura delle opere di Tolkien può essere occasione di riflessione e meditazione sulle grandi verità della vita, con spunti molto interessanti anche a proposito dell’intelligenza artificiale.

di Susanna Manzin

I commentatori dell’enciclica di Papa Leone XIV Magnifica humanitas hanno accolto con stupore la presenza di una citazione di Tolkien: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare.”[1] Siamo soggetti alla tentazione di pensare che i problemi siano troppo grandi e che le nostre scelte non servano più di tanto a cambiare la situazione. Ma il Papa ci insegna che «La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione.»[2]

Tolkien era un cattolico romano, come lui stesso amava definirsi[3]; scriveva ad un amico sacerdote: «Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica. L’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo»[4]. La lettura del suo capolavoro e di tutta la sua amplissima produzione letteraria può essere occasione di riflessione e meditazione sulle grandi verità della vita, spunto per leggere il reale in un’ottica di fiducia nella Provvidenza. I personaggi della saga rappresentano compiutamente l’umanità, nel bene e nel male. La narrazione letteraria offre una ricca e suggestiva rappresentazione del reale: ci sono le tentazioni che subiamo nella vita, le virtù che possiamo praticare, la vocazione e la caduta, l’orgoglio e l’umiltà, il tradimento e l’amicizia. La frase citata dal Papa è pronunciata dal saggio Gandalf ad Aragorn e ai cavalieri che si apprestano all’ultima decisiva battaglia, per spronarli ad avere coraggio e a fare la loro parte, anche in un contesto drammatico nel quale umanamente sembra non esserci speranza.

L’Anello di Sauron, che rende sottomessi e indebolisce, che riduce all’insignificanza ed alla pusillanimità, che semina discordia e divisione, suggerisce un parallelismo con la schiavitù che potrebbe soggiogare l’uomo contemporaneo attraverso le nuove tecnologie, in particolare l’intelligenza artificiale. Senza legami autentici, reali e non solo virtuali, senza una adeguata formazione spirituale e dottrinale, senza una rete di relazioni che ci accompagna e ci consiglia, rischiamo di essere preda di un’informazione distorta e fuorviante. «Un Anello per domarli, un Anello per trovarli, un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli»[5]. Il fatto che Peter Thiel, cofondatore di PayPal efinanziatore di alcune delle più importanti startup della Silicon Valley, abbia fondato un’azienda chiamata Palantir, per Padre Paolo Benanti: «non è una coincidenza. È un programma.»[6] I Palantir nell’epopea tolkieniana sono sfere che permettono visioni lontane nel tempo e nello spazio, ma che mostrano a chi guarda dentro di esse solo ciò che chi le controlla decide di lasciar vedere. Saruman guarda nella sfera che custodisce nella torre di Orthanc e viene soggiogato dal potere di Sauron, Denethor perde la speranza vedendo dentro la pietra solo l’immensa potenza del nemico, Pipino ne è irresistibilmente attratto e rivela a Sauron la presenza di un hobbit a Isengard, ma Gandalf interviene in tempo a risolvere la situazione. Per Padre Benanti «si scontrano due visioni dell’essere umano radicalmente incompatibili. La prima, che informa il modello Thiel e più in generale il transumanesimo della Silicon Valley, è un’antropologia del potenziamento illimitato: l’essere umano è tanto più forte quanto più vede, prevede, controlla. La seconda visione – quella tolkieniana, ma anche quella delle grandi tradizioni filosofiche dell’Occidente, da Aristotele ad Arendt, da Jonas a Heidegger – riconosce nel limite la condizione costitutiva della libertà. Non si è liberi perché si vede tutto, ma perché si sceglie come agire nel campo di ciò che si conosce, con gli strumenti dell’intelligenza pratica e del giudizio morale. Sapere non sostituisce il giudicare. Vedere non sostituisce il decidere bene.»

Gandalf all’inizio dell’avventura, per incoraggiare Frodo a fare la sua parte, nonostante i comprensibili timori, gli dice: «Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato.»[7] La Magnifica humanitas è un invito a custodire la persona umana, nella speranza e nell’affidamento alla Provvidenza. Il Signore degli Anelli ci insegna che alla fine dell’avventura saranno i piccoli hobbit, cercando il bene, la giustizia e la verità, custodendo l’amicizia, praticando le virtù, in particolare l’umiltà, la misericordia e la capacità di perdonare, a salvare la Terra di Mezzo.

Sabato, 11 luglio 2026


[1] J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, Il ritorno del Re, cap. IX, pag. 160, Rusconi 1993.

[2] Magnifica humanitas, n. 213

[3] Lettera a Deborah Webster, 25-10-1958, in La realtà in trasparenza, Milano 1990, pag. 325.

[4] Lettera a Robert Murray, 2-12-1953, in La realtà in trasparenza, Milano 1990, pag. 195.

[5] J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, La compagnia dell’Anello, pag. 83, Rusconi 1993.

[6] Padre Paolo Benanti, Il palantir globale: vedere tutto o custodire l’umano? Articolo pubblicato al link: https://it.linkedin.com/pulse/il-palantir-globale-vedere-tutto-o-custodire-lumano-paolo-benanti-igb0f

[7] J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, La compagnia dell’Anello, pag. 84, Rusconi 1993.

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