Salvatore Calasso, Cristianità n. 437 (2026)
Gli episodi di violenza urbana, scatenati a Torino da parte di gruppi «antagonisti» di estrema sinistra provenienti da tutta Europa per protestare contro lo sgombero del centro sociale autogestito Askatasuna, hanno riportato al centro dell’attenzione questo mondo, fatto di zone franche in cui si vive e si sperimenta una società alternativa, incentrata sull’odio sociale e sul rifiuto delle regole del comune vivere civile.
Il centro sociale Askatasuna è noto per la sua lunga storia di occupazione e di attivismo politico rivoluzionario. Nato nel novembre del 1996, quando una sessantina di militanti dell’area dell’Autonomia occupò un edificio abbandonato in corso Regina Margherita, rappresenta un simbolo delle lotte autonome nella città di Torino. Il termine «Askatasuna» in basco significa «libertà» e richiama nel nome l’organizzazione armata terroristica indipendentista basca dell’ETA, Euskadi Ta Askatasuna, sciolta nel 2018. L’azione violenta è una delle caratteristiche precipue di questo centro sociale, coinvolto in eventi come i tafferugli del 1º maggio 1999(1) e gli scontri al G8 di Genova nel 2001(2), e in numerose e violente proteste legate a temi quali No TAV, antifascismo e sostegno agli anarchici. Askatasuna ha partecipato attivamente agli assalti contro i cantieri dell’Alta Velocità, utilizzando petardi, razzi e armi improprie per sabotare i lavori e causando feriti tra la polizia e danni alle infrastrutture. Nel 2023, durante le mobilitazioni per il terrorista anarchico Alfredo Cospito, attivisti legati al centro sociale devastano il centro di Torino, dando fuoco a cassonetti, ferendo poliziotti e distruggendo vetrine e auto in sosta.
Queste azioni violente rappresentano forme di espressione del conflitto tipiche della situazione del Torinese, secondo l’ideologo dell’Askatasuna, Guido Borio, storico militante dell’autonomia torinese con origini nei Nuclei Comunisti Territoriali degli anni 1970: «Si davano forti esplosioni di lotta con una partecipazione di massa estesa e poco controllabile che poi rifluivano, in un muoversi sotterraneo delle tensioni e delle forme d’insubordinazione»(3).
Il centro sociale Askatasuna si inserisce nella lunga tradizione di lotte e di violenze che hanno avuto luogo nel capoluogo piemontese e che ha il suo snodo cruciale nei fatti di Piazza Statuto del 1962. Essi furono originati dallo sciopero indetto per il 7 luglio di quell’anno da FIOM e FIM — le federazioni dei lavoratori metalmeccanici, rispettivamente aderenti alla CGIL comunista e alla CISL catto-socialista, allora alleate fra loro unitamente alla UIL, socialdemocratica — per solidarietà alle lotte portate avanti negli stabilimenti automobilistici della FIAT dall’inizio di giugno. Nella maggior parte delle fabbriche i picchetti bloccarono completamente la produzione, alcuni dirigenti vennero malmenati e fu impossibile per la polizia mantenere la situazione sotto controllo davanti ai cancelli.
L’8 luglio, a Torino, in Piazza Statuto oltre seimila dimostranti si radunano per protestare contro l’accordo separato che la UIL e la SIDA, Sindacato Italiano Dell’Auto, avevano raggiunto con la dirigenza della FIAT e per dare l’assalto alla sede della UIL. Per due giorni la piazza è teatro di violenti scontri fra manifestanti e forze dell’ordine: i primi, armati di fionde, bastoni e catene, rompono vetrine e finestre, disselciano la piazza e spaccano gli enormi e pesantissimi blocchi di granito dei marciapiedi per lanciarli contro la polizia, erigono rudimentali barricate, caricano più volte i cordoni istituiti dalle forze dell’ordine; queste rispondono inondando di gas lacrimogeni la piazza, lanciando a folle velocità le jeep e picchiando i dimostranti con i calci dei fucili. Alla fine dei disordini gli arrestati sono un migliaio e parecchi i denunciati.
È importante evidenziare come la sinistra istituzionale di allora — il PCI e la sua emanazione sindacale, la CGIL — valutò lo svolgersi degli avvenimenti. Di fronte a uno scontro radicale e violento L’Unità, Organo del Partito Comunista Italiano liquidò l’accaduto definendo i violenti, «elementi incontrollati ed esasperati»(4), «piccoli gruppi di irresponsabili e provocatori professionali»(5), prendendone le distanze e operando un distinguo fra attori violenti e non violenti. Lo stesso copione si sta replicando con la guerriglia scaturita dalla manifestazione del 31 gennaio scorso.
Parto dagli avvenimenti di Piazza Statuto per spiegare ciò che è accaduto a Torino in questi giorni perché lì compare un nuovo attore politico, l’operaio-massa teorizzato dal filosofo «operaista» Mario Tronti (1931-2023), che si pone a sinistra delle strutture partitiche e sindacali del movimento operaio tradizionale e porta alle estreme conseguenze — senza bisogno di mediazioni — i discorsi rivoluzionari di trasformazione sociale(6). Come spiega Borio: «Si tendeva alla costruzione di forme organizzative che avessero una valenza di rottura col quadro istituzionale, con la politica dei partiti politici. Il fine di metatendenza era costruire un agire, un percorso organizzativo e anche un progetto che avesse dei caratteri rivoluzionari e anticapitalistici»(7). La piazza diventa il luogo in cui si manifesta lo scontro sociale che rompe ogni regola «democratica», dentro cui avvengono le diverse manifestazioni di contestazione e di lotta.
Piazza Statuto è l’antesignana in Italia del «lungo Sessantotto» che ha visto per un decennio la riproposizione di nuovi soggetti conflittuali, dai movimenti antagonisti extra-parlamentari alle organizzazioni terroristiche. Essi portano alla luce, secondo Enzo Peserico (1959-2008), di Alleanza Cattolica, «una diffusa situazione di insoddisfazione, soprattutto giovanile, derivante dalla disgregazione dei valori dominanti, progressivamente erosi da un modello di “società opulenta” incapace di rispondere ad attese di profilo diverso dall’innalzamento del livello materiale di vita, peraltro ottenuto attraverso un disordinato processo di industrializzazione e di allargamento artificioso dei consumi, che aveva portato rapidamente a una squilibrata espansione delle periferie urbane dell’Italia Settentrionale e allo sradicamento culturale di ampie fasce della popolazione.
«In questo humus sociale carico di insoddisfazione e insieme di attesa di un “mondo nuovo”, liberato da costrizioni e ingiustizie, cresce il rifiuto della new wave of life vagheggiata dalla cultura liberal-illuminista predominante in Occidente»(8). Questo rifiuto si manifestò nelle giovani generazioni in un desiderio di libertà dal mondo e dalle regole ereditate dai padri. Scrive l’archivista e storico contemporaneista Marco Grispigni: «Le inquietudini e le irrequietezze, presenti in larghi settori giovanili e testimoniati perfino dalle pagine delle riviste “per i giovani”, si accentuano fra alcuni ragazzi che fanno dell’incomunicabilità con la società adulta un assioma che li spinge ad allontanarsi definitivamente dai percorsi della socialità e dell’integrazione»(9). Nacque così «la cultura della contestazione» giovanile, che divenne il vero veicolo della «rivoluzione culturale». Essa inaugurò una nuova fase rivoluzionaria, che si espresse in Italia in due tendenze di fondo: «La prima può essere definita rivoluzione “in interiore homine”, che mostra il volto del Sessantotto a livello dei comportamenti individuali e collettivi; il tipo che la incarna è il rivoluzionario d’elezione: “La mia vita come rivoluzione”. Egli fa la rivoluzione rovesciando lo stile di vita dell’uomo naturale e cristiano, in un processo di progressiva distruzione di ogni legame vitale — con Dio, con gli uomini e con sé stesso — fino all’esito coerentemente drammatico dell’autodistruzione attraverso la tossicodipendenza o il suicidio. La seconda tendenza si manifesta nella rivoluzione politica, che mostra il volto del Sessantotto a livello macrosociale: il tipo antropologico che la incarna è il rivoluzionario di professione: “La mia vita per la Rivoluzione”. Egli realizza il suo progetto attraverso due vie: la lotta politica — anche violenta — e la lotta politica armata, cioè il terrorismo»(10).
L’Italia di quegli anni visse drammaticamente questa fase rivoluzionaria con scontri di piazza, attentati, sequestri di persona e azioni terroristiche, tese a rovesciare l’ordinamento democratico. «A Torino — ricorda Borio — ci sono stati tre cicli di lotta importanti: il primo nel ‘69 dalla primavera all’inverno, il secondo nel ‘73 culminato con l’occupazione dei cancelli di Mirafiori, l’ultimo nella primavera-estate del ‘79 quando ci sono stati i blocchi delle merci e i presidi nei corsi e nelle zone intorno ai grandi insediamenti industriali dell’auto. […] Si stava fisicamente là dove c’erano i picchetti, gli scioperi, le manifestazioni, i cortei, gli scontri. Allora la politica la intendevamo soprattutto come una presenza continua di agitazione e di aggregazione collettiva nelle scuole, nei quartieri della periferia e ai cancelli della Fiat»(11).
La sconfitta del terrorismo e della lotta armata porta il movimento politico extra-parlamentare di sinistra a ripensare la sua azione e a concentrarsi sulla creazione di spazi alternativi, fuori dalle istituzioni, in cui vivere «la rivoluzione»: è l’affermazione del «rivoluzionario di elezione», che diventa stile di vita e diffonde dappertutto. Come avevano anticipato i Circoli Proletari Giovanili milanesi, «è in atto una rivoluzione che è più radicale dei tradizionali “bisogni materiali”, è antropologica e culturale, è “filosofica”, nel senso che va a modificare i ruoli sociali, le abitudini, le idee, i punti di vista di milioni di persone, che ha per soggetti forze sociali uscenti da secoli e millenni di congelamento e sottomissione»(12). Questa rivoluzione si esprime con la nascita dei Centri Sociali Occupati Autogestiti, di cui l’Askatasuna di Torino è fra i più noti, insieme al Leoncavallo di Milano. Il confronto fra il Leoncavallo e l’Askatasuna rivela due modelli diversi di centro sociale, sviluppatisi in contesti storici e geografici differenti.
Il Leoncavallo, nato nel 1975, rappresenta una delle più longeve esperienze di centro sociale autogestito in Italia, con cinquant’anni di attività, interrotta con lo sgombero dell’agosto 2025. L’Askatasuna è più giovane ma fortemente radicato nelle lotte territoriali contemporanee ed erede di una lunga tradizione di scontri e conflitti sociali. Il Leoncavallo si concentra sull’elaborazione di una controcultura urbana, offrendo spazi per musica, arte e aggregazione sociale, capace di creare una nuova antropologia rivoluzionaria post-moderna, fondata sul collettivismo individualista. L’Askatasuna è fortemente impegnato nelle lotte ambientali e territoriali, particolarmente nella resistenza No TAV in Val di Susa, in provincia di Torino. Il Leoncavallo privilegia l’occupazione di spazi urbani e la creazione di alternative culturali nel tessuto metropolitano, capaci di veicolare una concezione alternativa dell’uomo. L’Askatasuna sviluppa una «resistenza» che non disdegna l’uso frequente della violenza, combinando azione diretta ed espressioni radicali di odio sociale.
Entrambi rappresentano modelli significativi di centro sociale, capaci di proporre al loro interno un modello alternativo di società, basato sull’individualismo esasperato coniugato con il collettivismo egualitario. Essi uniscono organizzazione e spontaneità. Come spiega Borio «[…] non c’è separazione tra organizzazione e spontaneità, dipende, in quel momento particolare, su quale tasto e dimensione bisogna spingere di più perché ci sia uno sviluppo dell’accumulazione della forza, del conflitto e via dicendo. Quindi, non esiste progettualità nella mera spontaneità, non esiste conflitto nella mera organizzazione: il mettere insieme questi due elementi è l’essenza del processo rivoluzionario, se no questo non si dà»(13).
Eredi dell’anticapitalismo e dell’anti-imperialismo, senza più una guida sovietica, i centri sociali sono nemici di qualsiasi ordine e vedono nell’Occidente il nemico da abbattere, senza sostituirvi nulla in cambio, se non le Zone Temporaneamente Autonome(14). Chiarisce ancora Borio: «Se io dovessi usare una metafora per descrivere un processo rivoluzionario userei quella del cancro, che mi sembra la più adeguata per quanto riguarda il fronte della distruzione. Nel cancro, infatti, avviene che determinate cellule mutano di stato, cambiano e non rispondono più a quelle che sono le esigenze sistemiche. Quando è letale un cancro? Quando il proliferare di queste cellule aggredisce degli organismi e delle parti indispensabili di un corpo; invece, un cancro può tranquillamente convivere con una persona se si colloca in organi che non sono vitali. Il processo rivoluzionario è un qualcosa di questo genere qui: è proprio il fatto che si diffondano all’interno della società delle individualità che si aggregano in una dimensione collettiva e diventano un elemento di destabilizzazione e di rottura degli equilibri, fino a quando la società non è talmente non solo destabilizzata ma destrutturata da arrivare al collasso e alla morte del sistema dominante. Allora, se il problema è quello della distruzione e dell’uscita dal capitalismo, la questione della rivoluzione è proprio questa, cioè della capacità di essere distruttiva per il sistema attuale. […] Questa metafora qui la dice lunga anche su un altro aspetto: perché muoia un essere vivente non è certo necessario che il 51% delle sue cellule siano contaminate o cambino, basta che ce ne sia una piccolissima parte rispetto alla globalità che però è collocata in punti particolari, capace di rompere gli equilibri, di fare un “danno” tale che gli equilibri diventano insostenibili»(15). In questo frangente storico questa metafora spiega chiaramente l’azione rivoluzionaria delle forze che a essa si ispirano e di cui i centri sociali sono le avanguardie violente e «creative».
Salvatore Calasso
Note:
(1) Cfr. Angelo Conti, 1° maggio di guerriglia a Torino, in La Stampa, 3-5-1999.
(2) Cfr. Maurizio Tropeano, I centri sociali: «Entreremo nella zona rossa», ibid., 18-7-2001.
(3) Conricerca, Intervista a Guido Borio del 27 ottobre 2001, nel sito web <https://www.autistici.org/operaismo/borio/2_1.htm>, consultato il 27-2-2026).
(4) Paolo Spriano, La sconfitta di Valletta, in L’Unità. Organo del Partito Comunista Italiano, 9-7-1962.
(5) I fatti di Torino: una provocazione preordinata, ibidem.
(6) Cfr. Mario Tronti, Operai e capitale, DeriveApprodi, Roma 2006.
(7) G. Borio, Intervista cit.
(8) Enzo Peserico, Il Sessantotto italiano (1968-1977), in IDIS, Istituto per la Dottrina e l’Informazione Sociale, Voci per un «Dizionario del Pensiero Forte», a cura di Giovanni Cantoni (1938-2020), Presentazione di Gennaro Malgieri, Cristianità, Piacenza 1997, pp. 221-222.
(9) Marco Grispigni, Angeli fottuti. La gioventù senza «3M», in Gianni De Martino(a cura di), Capelloni & ninfette. Mondo Beat 1966-1967. Storia, immagini, documenti, con Prefazione di Matteo Guarnaccia e Introduzione di M. Grispigni, Costa & Nolan, Milano 2008, p. 14.
(10) E. Peserico, op. cit., pp. 222-223.
(11) G. Borio, Intervista cit.
(12) Circoli proletari giovanili, Sarà un risotto che vi seppellirà. Materiali di lotta dei circoli proletari giovanili di Milano, Squilibri, Milano 1977, p. 64.
(13) G. Borio, Intervista cit.
(14) Su cui cfr. il mio Centri Sociali. Zone di IV Rivoluzione, in Cristianità, anno XXV, n. 265-266, giugno 1997, pp. 3-15.
(15) G. Borio, Intervista cit.
