A proposito della ascesa del dollaro

Massimo Introvigne 35 anni fa
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Massimo Introvigne, Cristianità n. 119-120 (1985)

 

Punti di contatto e punti di divergenza tra la dottrina sociale della Chiesa e la cosiddetta reaganomics, messi in evidenza dalla straordinaria escursione della divisa americana.

 

Considerazioni di fatto e di principio

A proposito della ascesa del dollaro

 

L’8 febbraio 1985 il dollaro ha superato per la prima volta la soglia delle 2000 lire; il 22 febbraio è salito oltre quota 2100. Anche l’osservatore più distratto si è reso conto, a fronte di questi sviluppi, che qualche cosa di fuori del comune sta accadendo sui mercati valutari internazionali. Economisti e giornalisti si sono affannati a fare previsioni sempre più difficili, in una situazione dove molto dipende dalle reazioni imprevedibili degli investitori non istituzionali e dove quindi, come ha scritto Antonio Martino, «qualsiasi previsione sul corso del dollaro nell’immediato vale poco più delle profezie di una fattucchiera» (1). Sembra interessante, al di là delle previsioni e delle profezie, proporre qualche elemento di meditazione su alcune cause delle oscillazioni del dollaro e indicare linee per una possibile valutazione di quanto, nei recenti accadimenti economici, è suscettibile di un giudizio morale alla luce della dottrina sociale della Chiesa.

1. Nell’attuale sistema di cambi flessibili – diverso da un possibile sistema di cambi fissi decisi dalle autorità monetarie – anche le valute sono soggette alla legge della domanda e dell’offerta. La domanda straordinaria di una determinata valuta dipende – oltre che da un numero elevato di variabili secondarie, che perturbano il quadro e rendono difficili le previsioni – principalmente da due ordini di cause: lo stato di salute particolarmente buono della economia di un paese e una contemporanea domanda di capitali stranieri, che raggiunga in quel paese dimensioni fuori dal consueto. Le due cause devono verificarsi insieme: i paesi che si sforzano di attirare capitali stranieri, ma che contemporaneamente non danno garanzie di stabilità economica, non riescono a fare apprezzare le loro monete sui mercati valutari. Negli Stati Uniti le due condizioni si verificano in sincronia, provocando la straordinaria ascesa del dollaro.

2. «I mercati dei cambi votano», e oggi «il sistema monetario internazionale vota la sua fiducia nell’America di Reagan» (2). Sotto il puro profilo della efficienza i princìpi della reaganomics – bassa fiscalità e minimo possibile intervento statale sulla economia -, piaccia o no, hanno assicurato alla economia statunitense un invidiabile successo. Del tutto diverso è il problema di morale sociale, se una particolare configurazione efficiente della economia sia anche giusta. La dottrina sociale cattolica insegna che la efficienza non è il solo criterio di giudizio sui sistemi e sui programmi economici, «poiché l’economia e la produzione sono per il bene dell’uomo e non l’uomo per l’accumulazione del capitale» (3). Ma la dottrina sociale della Chiesa, a differenza delle ideologie astratte, non si disinteressa del «grado di benessere di cui gode […] la società» e mette in luce gli aspetti positivi dei beni e dei servizi necessari «alla prosperità e al progresso della Comunità», che fra l’altro «sarebbe impensabile senza la figura dinamica dell’imprenditore» (4). Non è stata la dottrina sociale, ma piuttosto un malsano complesso di inferiorità nei confronti delle ideologie, a diffondere anche presso molti cattolici il sospetto verso le economie efficienti e l’idea schematica quanto ingenua di una necessaria opposizione tra efficienza e giustizia. Non vi è vero sviluppo senza giustizia; ma sviluppo e giustizia possono e devono essere perseguiti insieme. Giovanni Paolo II ha ripetutamente indicato nella lotta alla disoccupazione un obiettivo di giustizia oggi primario, mentre la reaganomics è stata a lungo accusata di disinteressarsi dei disoccupati e dei «nuovi poveri» che restano esclusi dai benefici della ripresa. Non è però inopportuno ricordare che, contro la disoccupazione, esistono terapie di breve e di lungo periodo, e che la ripresa economica negli Stati Uniti – il cui avvio ha coinciso, in effetti, appunto con un aumento della disoccupazione – comincia ora a creare nuovi posti di lavoro: questo dovrebbe fare riflettere chi ritiene, un poco semplicisticamente, che occupazione ed efficienza siano obiettivi oggi incompatibili. Questo non significa, d’altra parte, che tutte le premesse di filosofia sociale della reaganomics possano essere condivise da chi fa riferimento alla dottrina sociale della Chiesa. Una felice formula della dottrina sociale cattolica richiede «tanta libertà quanta è possibile, tanto Stato quanto è necessario» (5), e dunque vi è una quantità di Stato necessaria, mentre Robert Nozick, uno dei principali ispiratori filosofici della economia reaganiana, proclama la necessità di avere «meno Stato possibile» (6). Il criterio dei limiti all’azione dello Stato non è quantitativo, ma qualitativo in termini di libertà e di giustizia: i «nuovi poveri» esistono (7), e la solidarietà anche pubblica non può disinteressarsi di loro in nome del dogma nozickiano dello «Stato minimo», la cui interpretazione rigida e dura sembra il lato meno condivisibile della reaganomics.

3. La seconda ragione dell’ascesa del dollaro è la richiesta straordinaria di capitali stranieri che viene oggi dagli Stati Uniti. In parte la richiesta viene dalla industria privata, che chiede finanziamenti per potenziare le sue strutture soprattutto a fronte della rinnovata sfida giapponese. Ma le domande principali vengono dal budget federale, il cui deficit annuale di oltre 200 miliardi di dollari costringe il governo di Washington a ricorrere al mercato finanziario internazionale, attirando capitali stranieri con elevati tassi di interesse. Si tratta di cifre preoccupanti, che hanno indotto l’attuale direttore del Fondo Monetario Internazionale a chiedersi «per quanto tempo gli Stati Uniti potranno continuare a dipendere dal risparmio straniero» (8), nonostante la loro riconosciuta solidità. Anche a proposito del deficit pubblico si pone un quesito di giustizia: è giusto che la spesa pubblica di uno Stato assuma dimensioni così gigantesche? La risposta non può essere univoca. Ci sono «bisogni finanziari», insegnava Pio XII, che dipendono dalla «estensione smisurata della attività dello Stato, […] dettata troppo spesso da ideologie false o malsane», mentre altri bisogni dipendono da vere necessità o da «complicazioni o tensioni internazionali» (9). Le dimensioni anomale della spesa pubblica americana non sembrano dipendere da politiche statalistiche ma piuttosto, in massima parte, dal budget militare, che prevede per il 1985 una spesa di 259 miliardi di dollari (10). Mentre il come lo Stato spende è decisivo nel giudizio sulla spesa pubblica – e quindi sulla fiscalità – nella dottrina sociale della Chiesa, i teorici dello «Stato minimo» chiedono «meno tasse possibili» comunque, e pertanto oggi si oppongono ad aumenti fiscali per sostenere il bilancio della Difesa, che viene anch’esso alimentato dal ricorso al risparmio straniero. Si tratta di una situazione pericolosa, che deriva sia da una mentalità consumistica che ha visto ridurre negli ultimi anni la capacità di risparmio delle famiglie americane (11), sia dalla filosofia individualistica e relativistica che sta dietro alle teorie dello «Stato minimo», che giustamente sottolineano il dovere dello Stato di non invadere la sfera di autonomia dei privati, ma meno giustamente dimenticano il dovere di solidarietà dei privati nei confronti delle legittime funzioni dello Stato. Certo, le cifre del bilancio militare americano non sono gradevoli, e può essere giusto chiedersi se certa industria statunitense non induca il suo governo a spese non realmente necessarie, anche se si tratta di problemi complessi, su cui pochi sono gli specialisti veri e meno ancora gli specialisti indipendenti. Ma la demagogia del disarmo unilaterale giova soltanto all’aggressività sovietica, le cui responsabilità cruciali nella corsa agli armamenti – e quindi, oggi, nella crisi monetaria – non possono essere ignorate, favorita anche dalla demagogia più raffinata dei circoli mondialistici che invitano a spendere per la cooperazione con l’Est una parte delle somme destinate agli armamenti. Quando si affrontano questi problemi non si può dimenticare che, di fronte alla «presenza massiccia della violenza nella storia umana», è il senso della realtà […] che impone il mantenimento del principio di legittima difesa» (12). Come pure «è importante discernere le cause ultime di questa situazione di conflitto, che rende la pace precaria ed instabile […] [e] distruggere le radici che causano questi effetti. E tali cause ultime sono da ricercare specialmente nelle ideologie che hanno dominato il nostro secolo e continuano a dominarlo» (13). Il dominio delle ideologie è la radice profonda della crisi mondiale in tutti i suoi aspetti, non escluso quello monetario: ridurre la presa delle ideologie sul mondo significherà, allora, ridurre anche le tensioni monetarie internazionali e promuovere insieme la vera pace e il vero sviluppo.

Massimo Introvigne

 

Note:

(1) ANTONIO MARTINO, Chiedetelo al Mercato, in il Giornale, 9-2-1985.

(2) Ibidem.

(3) GIOVANNI PAOLO II, Discorso agli imprenditori e operatori economici a Milano, del 22-5-1983, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. VI, 1, p. 1336.

(4) Ibid., p. 1333. Sembrano recepire questo insegnamento pontificio alcune recenti riflessioni di Alberto Falck, presidente della UCID, l’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti, esplicitamente sviluppate a partire dal discorso del Papa nel 1983 alla Fiera di Milano. «È vero – dichiarava recentemente Falck a Il Sabato (anno VIII, n. 8, 23-2-1985, p. 4) -. Finora solidarismo di frequente è stato l’altro nome del paternalismo. Ora per i cattolici è giunto il momento di cambiare. Efficienza e solidarietà insieme. Se no si distribuiscono solo gli ossi. […] Non bisogna mettersi nell’ottica di difendere i posti vecchi, bensì di creare quelli del futuro».

(5) JOHANNES MESSNER, Etica social, politica y económica a la luz del Derecho natural, trad. spagnola, Rialp, Madrid 1967, p. 338.

(6) ROBERT NOZICK, Anarchy, State and Utopia, Basic Books, New York 1974, p. 53.

(7) La categoria dei «poveri» non deve tuttavia essere letta in chiave ideologica: cfr. MONS. SANDRO MAGGIOLINI, Vescovo di Carpi, I poveri e i nuovi poveri, Piemme, Casale Monferrato 1985.

(8) JACQUES DE LAROSIÈRE, Discorso del 29-11-1984 a New York di fronte al Council on Foreign Relations, in Bulletin du FMI, 17-12-1984.

(9) PIO XII, Discorso ai partecipanti al Congresso dell’Istituto Internazionale di Finanze Pubbliche, del 2-10-1948, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. X, p. 239.

(10) Cfr. US Statistical Abstract, Washington 1984, p. 120.

(11) Il tasso di risparmio – che corrisponde alla percentuale risparmiata del reddito disponibile al netto delle imposte – delle famiglie americane è caduto dal 6,7% del 1981 al 5% nel 1984: cfr. Le comportement insolite de l’épargne privée aux Etats-Unis, in Bulletin du FMI, 3-12-1984.

(12) GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la XVII Giornata Mondiale della Pace, dell’8-12-1983, n. 4.

(13) IDEM, Messaggio per la XVIII Giornata Mondiale della Pace, dell’8-12-1984, n. 1.

 

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