Al cuore della crisi attuale: la rivoluzione antropologica

Oscar Sanguinetti 6 anni fa
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Oscar Sanguinetti, Cristianità n. 372 (2014)

 

Le cronache quotidiane — forse sarebbe meglio dire le cronache «orarie», visto il diffondersi dei notiziari televisivi «24 ore su 24» — ci sommergono d’informazioni e di commenti più o meno ampi, in un autentico tsunami, il cui effetto ultimo, mediamente, è quello di frastornare, sconcertare e disorientare lo spettatore e l’ascoltatore. Non si tratta solo della quantità di dati e d’immagini che ci piovono addosso: è anche il «taglio» con cui essi vengono confezionati e la frequenza e la ripetitività con cui sono propagati. Di norma, a «bucare» la pagina o lo schermo sono le notizie più eclatanti per «magnitudine» o per lo status delle persone e delle autorità coinvolte: gli scandali e le «fughe in avanti» di qualunque tipo: morale, scientifico, erotico-sentimentale, legislativo, criminale, in una escalation che privilegia sempre l’eccesso, ciò che è orrido, clamoroso rispetto all’ordinario, trasgressivo se confrontato con il «normale». E in genere ciò che colpisce e che s’imprime con maggior forza sono i titoli, gli «strilli», i sottotitoli, piuttosto che i contenuti. Non è una novità che il male fa rumore, mentre il bene opera in silenzio: però, quello cui assistiamo è veramente una forma di censura — quando non di persecuzione — mediatica del bene e la simmetrica apoteosi di tutto ciò che è sordido, infimo, bruto, che smuove non le zone «nobili» della personalità umana, ma i suoi «bassifondi», là dove l’uomo razionale confina con l’uomo di Neanderthal e il vir con l’homo.

Vi è però da dire che non si tratta soltanto di una deformazione voluta, anche se per certo quanto accennato rientra in un disegno non casuale, alle cui radici il buon senso — e non letterature fantasiose — ci suggerisce stiano persone in carne e ossa, forse non «complottisti occulti», ma di sicuro circoli potenti interessati a far evolvere il mondo in un certo modo e in una determinata direzione, quella in cui non trovano più spazio visioni filosofiche, antropologiche e sociologiche di tipo teistico-organico come quelle che la civiltà cristiana ha conosciuto per secoli, anche se dal 1789 hanno iniziato a declinare.

È la condizione reale e concreta del nostro popolo e delle nostre società, a Occidente come a Oriente, a Nord come a Sud, a essere profondamente malata e a produrre quegli epifenomeni negativi che poi vanno ad affollare in maniera abnorme le cronache.

Una condizione di meccanico scivolamento lungo un piano inclinato che ai nostri giorni sta assumendo caratteri di rotolamento, se non di frana e di valanga. Non che questo slittamento, come avviene in natura, non produca moti di segno contrario: tuttavia i riflussi, i coaguli in senso contrario al mainstream, che si creano ai margini, sono forse in grado talora di rallentare la corrente, ma non di bloccare, né, tanto meno, d’invertirne il trend.

Non è questione di vedere le cose in maniera pessimistica — il pessimista è colui che vede solo e sempre gli aspetti negativi di una situazione — né d’indossare i panni di quei «profeti di sventura» (1) criticati da Papa san Giovanni XXIII (1958-1963) nel discorso di apertura del Concilio Vaticano II (1962-1965). Si tratta invece di essere realisti, di prendere atto, sulla base di una informazione oggettiva e non esigua, di quello che accade veramente, di come si configura in concreto la condizione presente e di valutarla razionalmente e serenamente, confrontandola con uno standard di normalità che riflette non quello che ci piace di più, né situazioni idealizzate — «quando ero piccolo» o «quando ero giovane»… —, bensì con un insieme di princìpi e di valori che «si addicono» alla creatura umana nella prospettiva del suo sviluppo armonico, come persona e come collettività, e del suo destino ultimo e trascendente.

* * *

Proviamo allora a vedere «che ora è», quali sono i problemi «dell’ora presente» e a descrivere i caratteri principali del momento attuale.

Per poterlo fare occorre come prima cosa ricollegarsi al «quadro grande», a quel quadro storico più ampio che le categorie della cultura conservatrice — intesa non in senso fissistico, ma in quello della «riforma nella continuità», per rifarsi all’eccellente formula di cui ci ha fatto dono Papa Benedetto XVI (2005-2013) (2) — consentono di dipingere.

La civiltà occidentale da qualche secolo è attraversata da fenomeni riconducibili all’irruzione della modernità — in specie della sua versione autoreferenziale, radicale, secolaristica e antimetafisica — nel contesto del mondo tardo-medievale. La mentalità «nuova», germinata allora, a poco a poco è divenuta cultura dominante e i suoi paradigmi, a passi, e anche a «strappi», successivi, si sono incarnati nelle cose, nelle leggi, nelle istituzioni e i suoi ultimi sviluppi, le sue ultime «conquiste», stanno per essere raggiunte proprio nei nostri anni.

Il processo di abbandono delle forme di pensiero e di vita che avevano regnato per almeno dieci secoli nell’Occidente cristiano e di edificazione di un modo di convivenza umana diametralmente opposto a esse, un mondo da cui Dio è assente — perché non esiste o non conta — e fra poco anche l’uomo — nel senso latino di vir — lo sarà, dove alcuni ultrapotenti regneranno su una massa anomica e indifferenziata d’individui, un po’ come nelle tragiche profezie «laiche» protonovecentesche di George Orwell (1903-1950) (3), di Aldous Huxley (1894-1963) (4) e di don Robert Hugh Benson (1871-1914) (5) — particolarmente apprezzato da Papa Francesco (6) —, non esenti da elementi di escatologia cristiana.

A questa dinamica, a questo sforzo studiato e reiterato di emanciparsi dal passato e di costruire in ultima analisi l’utopia intramondana, alcuni associano il nome di «Rivoluzione»: lo leggono cioè come un moto, un rivolgimento, che investe tutte le sfere dell’esistenza umana e che scaturisce dalle zone oscure dell’animo umano, dove le passioni sono regine, e che si sviluppa nel tempo attraversando fasi successive e distinte. In esso distinguono un primo momento in cui predomina il motivo religioso, ed è la Rivoluzione protestante del secolo XVI, che spacca la Cristianità e introduce l’individualismo e la democrazia nella società religiosa; quindi, una fase «politica», che si apre con la Rivoluzione francese del 1789, che attacca l’autorità organica e sussidiaria a favore dell’uguaglianza e della legge astratte; ancora, un terzo stadio, in cui la Rivoluzione, dominata dall’idea di eguaglianza, non solo nei diritti ma nelle cose, diventa rivoluzione sociale; e, «infine» — almeno per il momento, ma forse definitivamente, in prospettiva ideativa —, un quarto livello di profondità, dove la de-costruzione e la dissoluzione di quanto viene dal passato colpisce non più le macrostrutture esterne all’individuo, ma l’individuo medesimo, la sua interiorità, deformandone soprattutto la sfera relazionale, in nome non più di un principio, ancorché pervertito, ma contro ogni principio o in assenza tout court di princìpi. Quattro momenti «logici» e cronologici, dunque, che non si succedono meccanicamente, ma in modo intersecato e intrecciato, sì che ognuno di essi ha la sua dominante, ancorché in esso le dominanti dei periodi precedenti e successivi — anche la Rivoluzione religiosa conosce momenti di comunismo — sono tutt’altro che assenti (7).

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Oggi siamo alla fine, agli esiti ultimi, della quarta fase e forse ultima di questo processo, una fase che si è aperta con l’affiorare del nichilismo individualistico e del decostruttivismo filosofico e sociale negli anni intorno al 1968 (8). Ed è segnata pesantemente dal tramonto dell’ideologia comunista, all’interno della quale certe tendenze nate in quegli anni avevano cercato collocazione fra il 1970 e il 1980. Alla fine degli anni 1980, di fronte alla caduta del consenso delle «masse» all’ideologia vetero- e neo-marxista e al crollo della «casa-madre» sovietica (9), il processo rivoluzionario ha continuato a operare, enfatizzando al massimo il portato «libertario» e anarchico della quarta fase, cercando di utilizzare al massimo le non esigue virtualità dissolutrici — basta osservare il percorso dell’Olanda e del Belgio — che la declinazione radicale del trinomio rivoluzionario «libertà, uguaglianza, fraternità» offre.

L’obiettivo della Rivoluzione oggi non è più la società senza classi, né il suo metodo la violenza «levatrice della storia» (10), ma, attraverso le istanze democratiche a tutti i livelli, una società sempre più «modernizzata», piegata viepiù ai canoni più radicali ed eversivi della modernità secolaristica. Ripiegate le bandiere rosse, la «lotta per i diritti civili» è divenuta la forma espressiva della dinamica rivoluzionaria, che non attacca più le strutture della società, limitandosi a eroderle, ma colpisce tutto ciò che in essa sopravvive come presidio della libertà individuale autentica e come frutto di una concezione della natura e della vita sociale ispirata al realismo. Ciò che più caratterizza gli ultimi anni — più ancora dell’esplodere del terrorismo islamico e della crisi economico-finanziaria manifestatasi nel 2008 — è il tentativo generalizzato, dal Québec all’Irlanda, dall’Australia all’Italia, d’istituzionalizzare, in senso sociologico, cioè di far diventare leggi e organi pubblici, quell’esplosione di desideri irrazionali manifestatasi intorno al Sessantotto, quando si cominciò ad abbandonare la morale individuale e si rimisero in discussione i rapporti fra generazioni, fra sessi, fra doveri e libertà, fra piaceri individuali e salute.

Ai nostri giorni tutto quello che è desiderio individuale, vero o presunto, benefico o nocivo al singolo, favorevole al bene collettivo od ostile, viene trasformato in diritto e, quindi, in leggi, indipendentemente dal fatto che quel desiderio appartenga a una minoranza, talora insignificante, e che metta a repentaglio istituti essenziali per la vita sociale o vada a discapito dei diritti delle maggioranze.

Ma questo moto ai nostri giorni assume connotati specifici e in certa misura innovativi. Lasciando fuori per motivi di spazio gli scenari, tutt’altro che statici, della politica internazionale, proviamo a vedere quali sono.

* * *

In primis, il declino della presenza del dato religioso nello spazio pubblico si è spinto ormai quasi ovunque allo stadio dell’insignificanza. La duplice pressione del laicismo scatenato e vistoso — come nella Francia governata dai socialisti, dove un filosofo liberale, Pierre Manent, ha parlato di «guerra civile» (11) esplicita fra potere repubblicano e Chiesa cattolica transalpina, come ai tempi della Vandea — oppure «strisciante», come in Italia, agevolata dalle tendenze autodemolitrici, autocensorie o automologanti che percorrono il mondo cattolico odierno, producono punte di autentica desertificazione: oggi, in alcune regioni dell’Europa centrale e settentrionale, una frequenza alla messa domenicale intorno al 5-7 per cento è ormai la normalità. Un po’ ovunque si colpisce la presenza della fede nella sfera pubblica attenuandone la visibilità, eliminando o celando i suoi emblemi esterni e censurando i simboli religiosi personali. L’influsso nel sistema formativo è contrastato da programmi statali volti a insegnare catechisticamente la laicità come valore di progresso e come alternativa alle «vecchie» credenze religiose.

Soprattutto, però, la religione è combattuta attaccandone le radici dottrinali «pre-rivelazione», per così dire. La Chiesa presume, in quanto organismo che continua nel tempo la presenza di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, di essere anche la tutrice — e la «vindice», come si diceva una volta — della legge naturale, di cui è autore il medesimo Dio che essa adora nel Salvatore. E oggi non è più nel programma delle agenzie dell’anticristianesimo — anche se il movimento femminista Femen non si fa scrupolo d’irrompere nelle chiese urlando oscenità e blasfemie durante le messe — di attaccare il dogma o il culto: si preferisce invece soffocare l’insegnamento della morale naturale di cui la Chiesa è ora sempre più solitaria portavoce. In materia sessuale si statalizza la diffusione delle pillole contraccettive-abortive e si moltiplicano e s’impongono manu militariprogrammi di educazione sessuale nelle scuole anche dell’infanzia: specialmente, però, dando spazio e «ufficializzando» con il peso delle istituzioni la teoria del gender (12), secondo la quale il sesso non è inscritto nel bios umano, ma è frutto di una totalmente libera e reversibile scelta individuale.

In materia matrimoniale, si banalizza sempre più il legame coniugale con i progetti di divorzio «breve» e si promuovono giuridicamente unioni coniugali «alternative». In campo familiare si propongono modelli «multipli» — la cosiddetta «famiglia patchwork» — e più o meno fantasiosi di famiglia, equiparando le famiglie di fatto e i figli naturali alle famiglie vere e ai figli concepiti all’interno del matrimonio, rifiutando ogni sussidio pubblico o sgravio fiscale a chi lavora ed è padre o madre. Quanto al diritto alla vita del non-nato, si allarga sempre più il concetto e lo spazio del presunto «diritto di aborto», semplificandone le procedure e combattendo l’obiezione di coscienza; inoltre, si promuove l’abolizione di ogni freno alla manipolazione degli embrioni, accentuando le prassi eugenetiche e attaccando attraverso le sentenze le leggi che, come in Italia la legge n. 40 del 2004, pongono qualche argine al Far West procreativo. Infine — ma solo per ora —, si promuove, sotto forme mascherate o esplicite, il cosiddetto diritto all’eutanasia e al suicidio assistito. Il «solvente» utilizzato per instaurare tutti questi «diritti» è sempre il medesimo: la libertà-uguaglianza intesa in senso radicale.

E tutto ciò comporta non solo una erosione del ruolo della Chiesa nella società, ma anche un danno certo alla società civile medesima. Se si banalizza il matrimonio, se si promuove l’aborto procurato, se si sostiene che anche l’unione omosessuale va «coperta» con forme giuridiche matrimoniali, l’impatto sulla convivenza collettiva è devastante, e non solo per i cattolici ma per tutta la popolazione.

* * *

L’altro dato che affiora è che tutto ciò avviene in un contesto di dilatazione della sfera pubblica e di «asciugatura» o d’irrigidimento delle normali prassi democratiche.

Sotto il primo aspetto, non si può non osservare come lo Stato avanzi ovunque a danno della società. Lo fa piuttosto con l’espansione della regolamentazione ope legis dei rapporti sociali, inclusa l’area dei rapporti economici, dove non bisogna lasciarsi ingannare da tante presunte «privatizzazioni» di oggi e di ieri. E lo fa altresì aumentando la pressione fiscale, una pressione che sta raggiungendo limiti talmente surreali e adottando una meccanica così proterva quale mai si sono conosciuti negli Stati moderni. Forse solo nei Paesi excomunisti, dove lo Stato era tout court la società, il «peso» dell’apparato pubblico si è ridotto realmente.

Nel contempo — secondo punto — le regole democratiche sono sempre più spesso violate o forzate tanto da soluzioni governative dirigistico-tecnocratiche, quanto dalla protervia di maggioranze parlamentari fittizie create dalle regole elettorali. Oggi l’elettorato di quasi tutti i Paesi, europei e non, è spaccato in un 50 per cento di elettorato grosso modo progressista e «di sinistra» e un 50 per cento conservatore o moderato: tuttavia i meccanismi elettorali più diffusi — nonché i non pochi «buchi» nelle carte costituzionali, come in quella italiana, che per alcuni sarebbe «la più bella del mondo» — consentono, pur con eccezioni, come nell’ultima legislatura berlusconiana, di dar vita facilmente e con sempre minor dibattito a «governi tecnici» o d’imporre a tutto il corpo sociale leggi a misura di minoranze ideologizzate e aggressive.

Ovviamente ciò accade specialmente negli ambiti dove i governi progressisti rischiano di meno e il controllo è assai differito «a valle»: un errore in materia di politica economica può segnare la fine di un esecutivo, mentre un eccesso libertario in materia bioetica di norma si conclude con qualche protesta sporadica di gruppi cattolici, ormai ridotti a infime minoranze, e i suoi effetti nocivi si rilevano magari decenni dopo.

Qualche segnale di controtendenza si può rilevare nella montante protesta non violenta, guidata in Francia da Manif pour Tous, contro le politiche del governo della Republique presieduta dal socialista François Hollande in materia di matrimoni omosessuali, banalizzazione dell’aborto, eutanasia e invasione dell’ideologismo «giacobino» della scuola. Oppure nelle manifestazioni silenziose — come quelle organizzate dal gruppo delle Sentinelle in Piedi, che si autodefinisce«una resistenza di cittadini» (13) —, che in Italia cercano di arrestare la legge cosiddetta «antiomofobia» (14), che in realtà criminalizza ogni manifestazione di opinione a favore della famiglia naturale. Ma, al momento, anche a causa dell’inerzia dei corpi più titolati a reagire, si tratta di una reazione di testimonianza, poco in grado di scalfire la fanatica volontà progressista di «portare a termine la Rivoluzione francese».

Chi gode del potere — e non solo della titolarità dell’esecutivo o di una semplice maggioranza in parlamento — tende sempre più di frequente a «saltare» o a coartare le regole della democrazia moderna, in quanto fattore di freno dei processi decisionali, per adire alle vie «brevi». Si tratta di governi, ma anche di altre entità: la Commissione Europea, le autorità finanziarie comunitarie, le corti di giustizia internazionali e nazionali o lo stesso parlamento di Strasburgo. Nessuno di questi organismi è retto da persone elette dal popolo o, quanto meno, elette a ragion veduta, sulla scorta di curricula e di programmi. Chi sa chi sono e che cosa andranno a fare a Strasburgo i candidati del proprio collegio alle prossime elezioni europee? Credo ben pochi.

Eppure le «indicazioni» e le «raccomandazioni» provenienti da tali corpi costituiti, che investono indifferentemente materie banali e materie delicate per le loro ricadute, divengono sempre più spesso cogenti o vincolanti. Clamoroso è stato il caso della modifica costituzionale attuata nel 2012 dal governo Monti per recepirvi il cosiddetto fiscal compact, cioè il limite del 3 per cento di sbilancio del budgetnazionale. Vi sono soggetti impersonali minori, emanazione di organi istituzionali, come l’UNAR, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, organo dipendente dalla presidenza del Consiglio, le varieauthority e le grandi agenzie burocratiche, che dettano leggi e impongono balzelli senza che il cittadino riesca a opporsi in alcun modo.

E, per inciso, queste «corporazioni» — senza alcuna confusione con quelle di «arti e mestieri» medioevali — vanno a costituire un blocco, un enorme coagulo refrattario a ogni cambiamento migliorativo, che va a saldarsi con i «poteri forti» privati, i grandi centri d’interesse finanziario ed economico, ai quali occorre, per vivere, il perpetuarsi di uno status quo in cui i propri privilegi siano salvaguardati. È quello che il politologo Angelo Panebianco ha denunciato qualche tempo fa, finalmente dando alle cose il loro vero nome, come «il partito trasversale del socialismo» (all’italiana)» (15): il vero problema del Paese è infatti quello di «uscire dal socialismo», da quel regime consociativo a tutti i livelli e segnato dalla presenza preponderante dello Stato nell’economia che è stata la Prima Repubblica. Ma non si vede come ciò possa avvenire. Gli Stati dell’ex «socialismo reale» ci sono riusciti a prezzo di enormi sacrifici; c’è riuscita la Gran Bretagna al costo di aspri conflitti sociali. Mentre l’America liberalstatalistica di Barack Hussein Obama vi si sta incamminando invece a passi sempre più veloci, anche se lì le reazioni sono più forti.

Tornando al tema, oggi la pretesa di discutere una legge, un programma politico, una nomina che coinvolga il mainstream del «politicamente corretto», che sia nell’agenda più o meno nascosta delle grandi agenzie internazionali, è accolta spesso con fastidio, come una perdita di tempo, come un affronto alla superiorità pregiudiziale di determinate tesi. Così pure ci si fa sempre meno scrupolo di violare la libertà di religione, di coscienza e di manifestazione del pensiero, che sono i cardini di tutte le costituzioni politiche dell’Occidente moderno, dagli Stati Uniti all’Italia. È un fatto che determinate forze progressiste, che hanno sfruttato il diritto-dovere della discussione a tutti i livelli per portare avanti le loro agende dissolutrici, oggi rifiutano il confronto e brigano presso i parlamenti per «blindare» le iniziative legislative da esse ispirate e per esentarle da ogni onere di confronto, mettendo al bando legalmente, criminalizzando cioè, le opinioni diverse e le visioni alternative.

E queste tendenze trovano alimento nella formidabile e drammatica manipolazione dell’opinione pubblica operata dall’apparato «mass-mediatico», che strepita quando si tratta di presunti «diritti civili» e poi tace od omette o deforma le notizie di sempre più frequenti violazioni, anche clamorose, dei diritti delle maggioranze. Un apparato prolisso, opportunistico, elusivo, deformante, nonché, in schiacciante maggioranza, colluso con le agende delle lobby progressiste.

A tutto ciò si affianca e si sovrappone la crisi generale che da qualche lustro affligge l’Occidente. A livello epifenomenico crisi finanziaria e crisi economica; ma, nel profondo, anche e soprattutto crisi antropologica e morale. Crisi che viene dal di fuori, ma che nasce anche dal di dentro, germina sul calo morale prodotto dall’azione ideologizzata e dalla carenza di responsabilità degli organi di acculturamento di massa, dal crescente secolarismo e dalla diseducazione religiosa ed etica delle nuove leve. L’esistenza di questa crisi antropologico-culturale, che affligge specialmente la gioventù, è arrivata fino alla consapevolezza e alla penna di un rinomato intellettuale liberale come Ernesto Galli della Loggia (16). Buona cosa, anche se il politologo romano sembra non accorgersi del peso che l’ideologia liberale ha avuto nel «preparare» il libertarismo sessantottesco e l’attuale «dittatura «del relativismo», ma anche, almeno nel secolo XIX, nella versione «hegeliana» prevalsa in Italia, la dilatazione della sfera dello Stato.

E la crisi è aggravata dall’azione senza scrupoli d’interessi economici ai limiti dell’immoralità, come la diffusione indiscriminata di centri e apparecchiature per il gioco d’azzardo e lo spaccio inarrestato di sostanze stupefacenti «leggere» e «pesanti», come pure il dilagare, ormai endemico e ambientale grazie alle nuove tecnologie «personali» e «mobili», della più degradante pornografia.

Non è un osservatore dominato dal pessimismo a comporre il quadro che ho tracciato e a trarne le conclusioni che ho tratto. Il recenteRapporto 2014 sull’Italia redatto dell’Eurispes — l’Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali, fondato e presieduto da Gian Maria Fara — esordisce con due righe relativamente scioccanti: «Un fantasma si aggira per il nostro Paese. È la sub-cultura del declino e della decadenza, figlia del nichilismo che sembra ormai pervadere le istituzioni e le coscienze dei nostri concittadini» (17). E prosegue così, per pagine e pagine, un narrative che non omette di citare i segni di speranza e i punti di forza, ma che non può non registrare, e lo fa puntualmente e in termini d’insolito vigore — e senz’altro corroboranti di una prospettiva come la mia —, un numero preponderante di sintomi che rivelano più di una patologia in atto.

* * *

Concludendo, dunque, quello in cui versano — e non da ieri — l’Italia e i Paesi dell’Occidente in generale non è un frangente dei più brillanti. Tutti i fenomeni sommariamente descritti concorrono a configurare una condizione di «vecchiaia» di tutto un mondo, che sta rapidamente avvicinandosi al suo esito estremo e fatale. Alla senescenza non si può porre rimedio: la si può solo mascherare, ma, in genere, lo spettacolo che ne risulta non è dei più attraenti. L’Occidente, rôso dalla modernità dissolutrice, muore. Davanti a questo epilogo, che coinvolge tutti, chi se ne rende conto può pregare e combattere doverosamente le battaglie che ancora si accendono, soprattutto però pensando al domani, cercando d’intercettare i segnali di rinascita, le aree di tessuto sociale ancora indenni — quegli spezzoni dell’«antico regime» ancora utilizzabili come materiali per la nuova costruzione, così come il Medioevo si è edificato utilizzando le rovine di Roma — oppure, per ragioni provvidenziali, rigeneratesi, vale a dire le persone per le quali la vita ha ancora un senso e un progetto, quindi, su queste «pietre di scarto», gettare le basi per la rinascita di una civiltà «a misura d’uomo e secondo il piano di Dio» (18) — come insegnava il santo Pontefice Giovanni Paolo II (1978-2005) —, che è già esistita e non occorre inventare — come insegnava un altro Pontefice santo, Pio X (1903-1914) (19) —, dove le derive suicide e omicide di una certa modernità autoreferenziale e dissolutrice non abbiano più cittadinanza.

Oscar Sanguinetti

Note:

(1) «A Noi sembra di dover dissentire da cotesti profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo» (Giovanni XXIII, Discorso nella solenne apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, dell’11-10-1962, in Enchiridion vaticanum, vol. 1, Documenti ufficiali del Concilio Vaticano II (1962-1965), testo ufficiale e trad. it., EDB. Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna 1993, pp. 32-55 [p. 39]).

(2) «[…] l’“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato»(Benedetto XVI, Discorso ai Cardinali, agli Arcivescovi, ai Vescovi e ai Prelati della Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi, del 22-12-2005, in Insegnamenti di Benedetto XVI, vol. I, 2005. (Aprile-Dicembre), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2006, pp. 1018-1032 [p. 1024]).

(3) Cfr. George Orwell (pseudonimo di Eric Arthur Blair), La fattoria degli animali, trad. it., Mondadori, Milano 2012; e Idem, 1984, trad. it., Mondadori, Milano 2013.

(4) Cfr. Aldous Huxley, Il mondo nuovo. Ritorno al mondo nuovo, trad. it., Mondadori, Milano 2013.

(5) Cfr. Robert Hugh Benson, Il padrone del mondo, trad. it., Fede&Cultura, Verona 2011.

(6) Cfr. Contro il «Padrone del mondo». Papa Francesco da Benson a Chesterton, in Cristianità, anno XLII, n. 371, gennaio-marzo 2014, pp. 31-34.

(7) Sulla nozione di Rivoluzione, sul suo carattere processuale e sulla compresenza delle dominanti delle sue fasi in ciascuna di esse, cfr. Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Edizione del cinquantenario (1959-2009) con materiali della «fabbrica» del testo e documenti integrativi, con presentazione e a cura di Giovanni Cantoni, Sugarco, Milano 2009.

(8) Per una lettura del Sessantotto, cfr., fra l’altro, Marco Invernizzi e Paolo Martinucci (a cura di), Dal «centrismo» al Sessantotto. Atti del convegno Milano e l’Italia dal «centrismo» al Sessantotto. La «preparazione» di una rivoluzione nella cultura e nel costume, Milano, 30-11/1°-12-2006, Ares, Milano 2007; nonché Enzo Peserico (1959-2008), Gli anni del desiderio e del piombo. Sessantotto, terrorismo e Rivoluzione, Sugarco, Milano 2008.

(9) Su questo evento-chiave del Novecento cfr. fra l’altro, G. Cantoni,L’impero socialcomunista fra crisi e «ristrutturazione», in Cristianità, anno XVIII, n. 177, gennaio 1990, pp. 3-6 e 12.

(10) Cfr. «La violenza è la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una società nuova» (Karl Marx [1818-1883], Il capitale, trad. it., 3 voll., Edizioni di Rinascita, Roma 1952, vol. III, p. 210).

(11) Pierre Manent, «In Francia c’è una guerra civile, République contro cristianesimo», intervista a cura di Giulio Meotti, ne Il Foglio quotidiano, Roma 31-1-2014.

(12) Cfr. una buona esposizione in Identità e genere, I Quaderni di Scienza&Vita, anno I, n. 2, Roma marzo 2007, scaricabile previa registrazione all’indirizzo Internet <http://www.scienzaevita.org/quaderni.php?&R_pagina=2> (gl’indirizzi Internet dell’intero articolo sono stati consultati il 28-4-2014); nonché Mauro Ronco, La tutela penale della persona e le ricadute giuridiche dell’ideologia del genere, in Cristianità, anno XXXIX, n. 359, Piacenza gennaio-marzo 2011, pp. 23-44.

(13) Cit. all’indirizzo Internet <http://sentinelleinpiedi.it>.

(14) Cfr. M. Ronco, Legge contro l’omofobia, violazione della libertà, inCristianità, anno XLI, n. 369, Piacenza luglio-settembre 2013, pp. 9-16.

(15) Angelo Panebianco, Mediare sempre decidere mai, in Corriere della Sera, Milano 2-2-2014.

(16) Cfr. Ernesto Galli della Loggia, Il linguaggio dell’inciviltà, inCorriere della Sera, Milano 3-2-2014.

(17) Prestare ascolto all’Italia che funziona, all’indirizzo Internet <http://www.eurispes.eu/content/comunicato-stampa-rapporto-italia-2014>.

(18) «La coerenza con i propri principi e la conseguente concordia nell’azione ad essi ispirata sono condizioni indispensabili per la incidenza dell’impegno dei cristiani nella costruzione di una società a misura d’uomo e secondo il piano di Dio» (Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al Convegno promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana sul tema «Dalla “Rerum novarum” ad oggi: la presenza dei cristiani alla luce dell’insegnamento sociale della Chiesa», del 31-10-1981, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. IV, 2, 1981. (Luglio-Dicembre), Libreria Editrice Vaticana, Roma 1982, pp. 519-523 (p. 523).

(19) Cfr. San Pio X, La concezione secolarizzata della democrazia. Lettera agli Arcivescovi e Vescovi francesi «Notre charge apostolique», nuova trad. it., Edizioni di Cristianità, Piacenza 1993, pp. 12-13.

 

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 Oscar Sanguinetti

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Oscar Sanguinetti, milanese, già ricercatore del CNR e docente di materie storiche all’Università Europea di Roma; saggista e articolista; autore di diversi volumi di biografia e di storia; membro del direttivo nazionale di Alleanza Cattolica .