Alla ricerca dell’unità perduta

Ignazio Cantoni 3 anni fa
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di Ignazio Cantoni, Cristianità n. 388 (2017)

 

Testo predisposto in una prima stesura per la relazione, avente medesimo titolo, al seminario dal titolo A 500 anni dall’inizio della Rivoluzione protestante: la storia, la teologia e un cammino di riconciliazione tra speranza e disillusione, organizzato dalla Scuola di Educazione Civile di Alleanza Cattolica nei locali di Casa Bovelli, a Ferrara, il 21 gennaio 2017. Rispetto alla prima stesura è stato ampiamente elaborato.

 

1. Premessa

Abbiamo ascoltato interventi molto utili sulla tematica della giornata di oggi. I relatori che mi hanno preceduto vi hanno tratteggiato un quadro della questione (1), illustrandone anche lo sfondo; mio desiderio è quello di darvi non un ulteriore pezzo di tale quadro, ma la cornice, il contesto di cui gl’interventi precedenti sono il testo.

Il gentile invito che mi avete rivolto mi ha portato a riflettere — nella mia sola e piena responsabilità — sugli insegnamenti e sulle suggestioni che mi provengono: dal Catechismo della Chiesa Cattolica, del 1992; dalla Breve storia della religione, fatta compilare da Papa san Pio X (1903-1914) per il Compendio della dottrina cristiana prescritto da Sua Santità Papa Pio X alle diocesi della provincia di Roma (2), del 1905; dalle catechesi sul peccato originale di Papa san Giovanni Paolo II (1978­-2005) tenute nelle udienze generali fra il 27 agosto e l’8 ottobre 1986 (3) e dal discorso alla Curia romana per gli auguri di Natale del 22 dicembre dello stesso anno (4); dal teologo domenicano san Tommaso d’A­quino (1225 ca.-1274) (5); dal cardinale francese Jean Daniélou S.J. (1905-1974) (6); dal diplomatico e pensatore savoiardo conte Joseph de Maistre (1753-1821) (7); nonché dal fondatore di Alleanza Cattolica, Giovanni Cantoni (8).

 

2. La creazione come opera unitaria

Leggere la Parola di Dio è pratica che la Chiesa loda anche per i semplici fedeli laici (9). All’interno di tale raccomandazione, la lettura frequente dei primi capitoli della Genesi è a mio avviso una prassi lodevolis­sima. Una cosa fra le tante che ho imparato da Papa san Giovanni Paolo II tramite la mediazione di Giovanni Cantoni è il costante riferimento a quell’«in principio» (Gn. 1,1), dove emergono — pur nascosti dietro «un linguaggio di immagini» (10) che nulla però toglie alla realtà di quanto narrato — con un’abbagliante chiarezza il disegno di Dio sull’uomo e sul creato, nonché gli attori, le forze e le dinamiche che contraddistinguono la storia dell’uomo dall’inizio alla fine del mondo.

Un primo aspetto che balza immediatamente agli occhi del lettore è l’unità del creato. Questa unità è radicale, pur nella sua articolazione nello spazio — i regni — e nel tempo, cioè la progressività della creazione nei sei giorni. Esso è infatti uno e molteplice, cioè, in una parola, è armonico. Tale consapevolezza non è solo cristiana: se ci volgiamo ai pagani a noi prossimi, vediamo che la totalità di ciò che esiste è dai greci indicato con il termine κόσμος (còsmos), il quale ha la medesima radice di «cosmesi» ed è correlato a «ordine» e «splendore». I latini, dal canto loro, lo chiamano universum, cioè «ciò che tende all’unità».

Se poi si volgono gli occhi all’uomo, tale unità emerge in modo ancora più forte: unità articolata delle membra; unità articolata delle potenze dell’anima cioè memoria, intelligenza e volontà; unità articolata fra corpo e anima; unità articolata con Dio, che prende il nome di grazia; unità articolata fra uomo e donna; unità articolata, infine, con il creato.

Questa meravigliosa armonia si concretizza: nei doni naturali, che riguardano le meravigliose qualità dell’anima e del corpo; in quelli preternaturali, che concedono all’uomo il perfetto dominio sulle proprie facoltà e sul mondo, tutti ordinati al bene sommo che è la gloria di Dio, la scienza infusa e l’esenzione dal dolore e dalla morte; e infine, soprattutto, in quello soprannaturale, la grazia cioè l’intima amicizia con Dio.

Pertanto, tutte le quattro relazioni fondamentali che contraddistinguono l’uomo — con sé stesso, con Dio, con gli altri e con le cose — sono in perfetta unione armonica.

 

3. La frattura del peccato

Ma Dio, uomo e donna, e creato non sono gli unici attori di questa storia. Vi è anche il diavolo, un angelo che ha scelto di non servire Dio e che pertanto è stato cacciato dal paradiso.

Invidioso della loro condizione, il diavolo — il cui nome in greco significa «divisore» (11) — tenta i progenitori, i quali decidono di essere dèi non in quanto figli di Dio, ma mettendosi al posto di Dio: «[…] quando l’angelo caduto, spoglio ormai di bellezza e di luce, vide nel paradiso l’uomo e la donna così puri, così luminosi e così belli nello splendore della grazia, colpito da profonda tristezza per il bene di cui essi godevano, si propose di trascinarli nella sua stessa dannazione, essendogli ormai impossibile uguagliarli nella gloria» (12).

«L’uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato dell’uomo. In seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà.

«Con questo peccato, l’uomo ha preferito se stesso a Dio, e, perciò, ha disprezzato Dio: ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione di creatura e conseguentemente contro il suo proprio bene. Creato in uno stato di santità, l’uomo era destinato ad essere pienamente “divinizzato” da Dio nella gloria. Sedotto dal diavolo, ha voluto diventare “come Dio”, ma “senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio”» (13).

Come la condizione paradisiaca è qualcosa che appartiene a una dimensione lontana dalla nostra esperienza, così la caduta ha conseguenze dalle caratteristiche misteriose. Per analogia con la montagna, la cima da cui siamo precipitati, nascosta da nubi, era altissima, e conseguentemente la caduta è una catastrofe di cui quelle naturali sono solo una pallida rappresentazione. L’anello a cui il meraviglioso lampadario di cristallo era ap­pe­so si trovava molto in alto, e una volta che la maglia si è spezzata que­st’ultimo è caduto e, con fragore assordante, è andato in mille pezzi (14).

Per inciso, Maistre propone di tale caduta una differente metafora di natura musicale: «Essendosi abbassata la nota tonica del sistema della nostra creazione, anche tutte le altre si sono proporzionalmente abbassate, obbedendo alle regole dell’armonia. “Tutti gli esseri gemono”» (15). «Non c’è che violenza nell’universo; […] il male ha tutto insozzato, e in un senso verissimo si può dire che “tutto è male”, poiché nulla sta al proprio posto» (16).

Per riprendere la nostra metafora della frattura, l’esito del peccato originale è che le quattro relazioni fondamentali «saltano», si spezzano. A causa del peccato originale, anzitutto, l’essere umano è privato dei doni soprannaturali e preternaturali, e i doni naturali sono ampiamente indeboliti (17). Perdendo la grazia santificante — ed è questo il danno più grave, essendo la perdita del dono fondamentale —, l’uomo diventa schiavo del peccato e perde l’adozione a figlio di Dio con l’eredità del Paradiso. A questa corruzione interna corrisponde anche una esterna, che si ma­nifesta con lo stato d’ignoranza, di soggezione al dolore e alla disgregazione fisica, ossia alla malattia e alla morte; infine, le potenze del­l’anima non sono più completamente padrone delle proprie capacità: la volontà non seguirà più obbligatoriamente la ragione, ma i desideri della carne; la ragione non sarà più in grado come prima di giungere facilmente alla verità, ma tale cammino è destinato a essere molto sofferto e ricco di errori; anche la memoria non ci permetterà più di ricordare ogni cosa e questo ci condannerà a ripetere sbagli già commessi.

Inoltre, «in conseguenza del peccato dei progenitori, il diavolo ha acquisito un certo dominio sull’uomo, benché questi rimanga libero» (18) e possa ostacolare con la propria volontà le sue tentazioni: egli è schiavo della triplice concupiscenza, che come insegna san Giovanni è «la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita» (1Gv. 2,16), ossia «dei piaceri dei sensi, della cupidigia dei beni terreni e dell’affermazione di sé contro gli imperativi della ragione» (19).

«Nelle narrazioni bibliche […] la rottura con Dio sfocia drammaticamente nella divisione tra i fratelli» (20). Come logica vuole, quando viene a incrinarsi il rapporto con Colui dal quale noi dipendiamo in modo assoluto, è ovvio che si produca «una lacerazione nel tessuto dei suoi rapporti con gli altri uomini e col mondo creato» (21). Venuta meno l’armonia interiore, viene meno anche l’armonia nei rapporti sociali: da ciò si producono tutte le discordie, tutte le guerre e tutte le ingiustizie che travagliano il mondo quasi dalla sua creazione: la mano assassina di Caino contro il fratello Abele, il male causa del Diluvio, Babele, e così via, fino ai nostri giorni, dove per trovare esempi non vi è che l’imbarazzo della scelta.

Questa condizione deficitaria dell’uomo si ripercuote inoltre in tutto il creato, che diviene ostile al principe degli esseri viventi. «All’uomo disse: “[…], maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba dei campi. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!”» (Gn. 3,17-19). Questa situazione di «difetto» della natura era avvertita dagli stessi antichi: significativo a questo proposito è il verso del poeta latino Tito Lucrezio Caro (99/96-55 a.C.) «tanta stat [natura] praedita culpa», «di così grandi difetti [la natura] è ricolma» (22).

Ciononostante Dio non ha smesso di interessarsi all’uomo e al suo destino: anche nei momenti di maggiore sconforto e allontanamento del­l’uomo da Lui, il Suo agire non è mai mancato per la salvezza di tutti: basti pensare che, nel momento drammatico della caduta dei progenitori, si apre già la speranza di un Redentore: «Io porrò inimicizia fra te [il serpente] e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gn. 3,15).

Veramente grande è l’amore di Dio, che prontamente consola gli uomini, quasi come un padre che avesse paura di essersi lasciato andare troppo nel rimproverare i suoi disubbidienti figli.

 

4. La tradizione primordiale e la sua corruzione

Nella Genesi viene detto che Dio parla ad Adamo ed Eva (Gn. 1,28 e ss), dà loro indicazioni su come trattare con animali e creato e di riprodursi. Addirittura si dice che Egli passeggiava nel giardino (Gn. 3,8): tale espressione, al di là del suo tenore letterale su cui non ho competenze per esprimermi, manifesta con le precedenti una situazione di vicinanza fra l’uomo e Dio. Questi inizia fin dall’origine a prendersi cura in modo diretto dell’uomo, a relazionarsi con lui.

Ciò che la Rivelazione ci narra è anche testimoniato da tutte le tradizioni dell’umanità — ed è, sia detto per inciso, una testimonianza con una validità apologetica a mio avviso troppo sottovalutata (23). In queste tradizioni troviamo «ovunque teofanie, incarnazioni divine, alleanze tra eroi e divinità […]. Ora, non bisogna mai dimenticare che sotto un certo aspetto le tradizioni umane, soprattutto le più universali, sono sempre vere, nel senso che pur ammettendo l’alterazione, l’esagerazione e altri ingredienti dell’umana debolezza — nonché, aggiungo io, l’interferenza diabolica —, il loro carattere generale resta inalterabile e necessariamente fondato sul vero» (24). In altre parole: questa o quella tradizione può essere vera o falsa per questo o quell’elemento, ma la testimonianza di tutta l’umanità nel suo complesso non può essere errata. Gli uomini davvero in principio passeggiano con Dio nel giardino e Dio parla loro, li ascolta, insegna loro un certo numero di cose: «discernimento, lingua, occhi, orecchi e cuore diede loro per pensare. Li riempì di scienza e d’in­tel­li­gen­za, e mostrò loro sia il bene che il male» (Sir. 17,5-6). Così, per esempio, si esprime il sacerdote roveretano beato Antonio Rosmini (1797-1855): «Era sommamente raccomandato agli antichissimi Padri di ammaestrare nella legge divina i loro figliuoli e di trasmetter loro le divine rivelazioni e le storie che al suo Creatore raggiungevano il genere umano: e fu mediante queste tradizioni che veggiamo in tutti i secoli e in tutte le nazioni sparsi i vestigi, sebbene alterati e contraffatti, delle stesse prime verità» (25).

Dio non smette di parlare e di relazionarsi all’uomo, anche dopo la caduta: si vede, per esempio, come Adamo ed Eva intreccino foglie per coprirsi le parti intime (Gn. 3,7), ma ricevano pure vesti fatte da Dio stesso con pelli di animali (Gn. 3,21). Anche qui le tradizioni dei popoli sono unanimi fra loro e con l’insegnamento della Sacra Scrittura: gli stessi elementi della civiltà materiale sono derivati dalla cura di Dio.

Tuttavia, avverte la Scrittura, viene un tempo in cui non si trova più nessuno che adora Dio: Egli guarda l’umanità e constata che ogni sua opera è malvagia (Gen. 6,5). Le ferite del peccato originale sono profonde e pian piano viene meno la verità, sia per la debolezza degli uomini, sia per la loro malizia. Il Diluvio Universale nonché la torre di Babele sono momenti forti di tale ulteriore allontanamento.

 

5. La provvidenza nel tempo di Avvento: elezione di Israele e cura delle genti

Dio, allora, decide di iniziare un processo partendo da una persona sola: Abramo. Egli è il destinatario delle promesse di Dio, in relazione al popolo eletto e alla terra promessa. Già fin dall’inizio, tuttavia, viene adombrato un disegno più grande, universale, che non riguarda solo un piccolo gruppo di uomini ma l’intera umanità: ad Abramo viene detto che in lui saranno benedetti tutti gli uomini: «Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra» (Gn. 22,18) (26). Il regno di Dio, tuttavia, come Gesù stesso insegna, è un processo, cioè ha un suo dinamismo di crescita e comincia da una sola persona. «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo» (Mt. 13,24); «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo» (Mt. 13,31); «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata» (Mt. 13,33). Il Regno si deve compiere a partire da piccoli eventi che lo innescano e lo fanno crescere, in quel costante dinamismo fra iniziativa amorevole di Dio e libera risposta dell’uomo che contraddistingue la vita spirituale dei singoli come delle nazioni.

Il compimento di tale progetto non esime Dio dal continuare, con sollecitudine provvidente, a occuparsi anche dei gentili. Le genti, cioè i pagani, vengono affidate alla cura degli angeli delle nazioni, versione «sociale» degli angeli custodi: nella Sacra Scrittura, Deuteronomio 32,8, la versione dei Settanta recita: «Quando l’Altissimo divideva i popoli, quando disperdeva i figli dell’uomo, egli stabilì i confini delle genti secondo il numero dei suoi angeli (27) [ὅτε διεμέριζεν ὁ ὕψιστος ἔθνη, ὡς διέσπειρεν υἱοὺς Αδαμ, ἔστησεν ὅρια ἐθνῶν κατὰ ἀριθμὸν ἀγγέλων θεοῦ]»; in Daniele 10 si parla dell’angelo della Persia e della Grecia (28), e Siracide 17,17 dice che Dio «su ogni popolo mise un capo», mentre si ribadisce che «porzione del Signore è Israele».

 

6. L’«ultima ora» e il compimento dell’unità in Cristo

«Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb. 1,1-2). Nella pienezza del tempo interviene in modo misteriosamente diretto nella storia dell’uomo. Il Figlio coeterno al Padre, Parola definitiva del Padre, seconda Persona della Santissima Trinità, assume la natura umana, ristabilendo, con il sacrificio della Croce, l’unità nell’ambito più importante in cui l’uomo, con il peccato, l’aveva perduta, ossia il rapporto con Dio. Tale innesto di Cristo sul «legno storto dell’umanità» (29) è un innesto misterioso (30) perché, lontano dall’essere l’innesto stesso avvelenato dalla pianta malata, in virtù del fatto di essere «primizia» (1Cor. 15,20) va a risanare, a giustificare l’umanità intera.

E «dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia» (Rm. 5,20): la Redenzione non solo ristabilisce l’unità fra Dio e l’uomo, ma lo fa in un modo che era al di là di ogni più ardita immaginazione e di ogni più rosea aspettativa: Dio diviene uno di noi, si fa uomo, è contemporaneamente vero Dio e vero uomo, in un’unione misteriosa delle due nature nella sua Persona. L’unità fra Dio e uomo viene ripristinata in un modo ancora più straordinario rispetto a com’era in origine.

È un mistero di unità — e conseguentemente di amore — talmente grande da strappare alla Chiesa, nella notte di Pasqua, quella grande esclamazione di gioia dell’Exsultet: «Felice colpa, che meritò di avere un così grande redentore!» (31).

Con il Suo Sacrificio, Gesù Cristo ha debellato una volta per tutte il male, tanto che ci ha inserito nell’«ultima ora» (1Gv. 2,18). Ciò significa che non può accadere più nulla, prima della fine del mondo, che possa costituire una novità paragonabile a Cristo incarnato, morto e risorto per noi: da qui al suo ritorno nella gloria possiamo solo dire con la Scrittura: «non c’è niente di nuovo sotto il sole» (Qo. 1,9). Il Regno di Dio è già presente sulla terra: basti a tal proposito considerare l’Eucaristia, il sacramento dove Cristo è presente ora con il corpo glorioso, cioè risorto per non morire più. Così afferma la Lettera agli Ebrei 9,24-28: «Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte. Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza».

Perché allora proseguire nella storia se non vi è più nulla di nuovo e tutto è compiuto (32)? Per riprendere una bella espressione del filosofo e storico della filosofia siciliano Michele Federico Sciacca (1908-1975): «[…] il tempo è compiuto, ma non ancora consumato» (33). Il tempo che viviamo è il tempo della missione, ossia il tempo in cui la salvezza di Cristo deve essere annunciata e propagata a tutti gli uomini, perché tutti la accolgano e diventino membra vive del corpo mistico di cui Egli è il capo.

Nostro Signore ha affidato alla Chiesa il compito di proseguire la sua missione anche dopo l’Ascensione, invitandola a essere «il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (34) in Cristo, cioè, nelle parole di san Paolo, di «[…] ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra» (Ef. 1,10).

Tale processo di conversione a Cristo prende il nome di inculturazione (35), cioè di annuncio del Vangelo perché esso, indipendente da qualsiasi cultura dal momento che le supera tutte e tutte giudica, divenga il metro di misura di tutti i giudizi e di tutti i comportamenti che definiscono le relazioni dell’uomo con le quattro dimensioni fondamentali della realtà; nello sforzo progressivo, e comunque mai dato una volta per tutte, di incarnare la Verità nella vita dei singoli e delle società.

Per rispondere a tale missione di annuncio e ricapitolazione la Chiesa si sparge su tutta la terra e, così facendo, viene a contatto con culture e civiltà che «nel frattempo», cioè nel periodo intercorrente fra la Caduta e l’Annuncio che configura un «Avvento delle genti», hanno proseguito, sempre sotto lo sguardo provvidente di Dio, con alterne vicende il proprio cammino, anch’esse perdendo facilmente, ma anche restaurando faticosamente grazie allo sforzo di uomini grandi (36), le verità ricevute con la tradizione primordiale.

Ma come trattare con tali uomini? Scrive il venerabile Papa Pio XII (1939-1958): «È stata norma sapientissima, costantemente seguita dalla Chiesa, dalle origini ai nostri giorni, che l’evangelo non dovesse distruggere né soffocare ciò che vi fosse di buono, di onesto e di bello nel­l’indole e nei costumi dei vari popoli che lo avevano abbracciato. La Chiesa nel condurre i popoli a una civiltà più elevata sotto l’influsso della religione cristiana, non si comporta come chi senza alcuna distinzione taglia, abbatte e distrugge una selva lussureggiante, ma piuttosto come chi innesta nuovi sani virgulti sui vecchi ceppi, affinché possano a loro tempo produrre e maturare frutti più squisiti e delicati» (37).

E così si esprime il Concilio Ecumenico Vaticano II: «L’attività missionaria non è altro che la manifestazione, cioè l’epifania e la realizzazione, del piano divino nel mondo e nella storia: con essa Dio conduce chiaramente a termine la storia della salvezza. Con la parola della predicazione e con la celebrazione dei sacramenti, di cui è centro e vertice la santa eucaristia, essa rende presente il Cristo, autore della salvezza. Purifica dalle scorie del male ogni elemento di verità e di grazia presente e riscontrabile in mezzo ai pagani per una segreta presenza di Dio e lo restituisce al suo autore, cioè a Cristo, che distrugge il regno del demonio e arresta la multiforme malizia del peccato. Perciò ogni elemento di bene presente e riscontrabile nel cuore e nell’anima umana o negli usi e civiltà particolari dei popoli, non solo non va perduto, ma viene sanato, elevato e perfezionato per la gloria di Dio, la confusione del demonio e la felicità dell’uomo» (38).

Il messaggio della Chiesa, consapevole di tale condizione, tende a salvaguardare tali «avanzi delle prime tradizioni» (39), tali frammenti di verità, tali «germi del Verbo» (40), questi «relitti di un naufragio», riconducendoli a quell’unità e compimento originari che, come dicevo sopra, la debolezza e la malizia degli uomini avevano perduto. Se, nelle parole di Maistre, «[…] le tradizioni antiche sono tutte vere; […] [allora] il Paganesimo tutto intero altro non è che un sistema di verità corrotte e fuori posto; […] basta, per così dire, pulirle e rimetterle al loro posto per vederle splendere con tutti i raggi» (41).

 

7. L’Europa fra unità e frattura

Quando gli uomini prendono sul serio il messaggio di Gesù, cioè si sforzano di vivere le quattro relazioni fondamentali alla luce del Vangelo, si ottengono dei cristiani; quando questi cristiani divengono sociologicamente rilevanti, cioè capaci di dare il tono caratteristico alle società dove nascono, vivono e muoiono, si creano società cristiane, e la loro storia è qualificabile come una civiltà cristiana.

Con riferimento all’Europa, la sintesi di cristianesimo con gli elementi romano e germanico ha dato origine alla straordinaria avventura della Cristianità occidentale (42), che i suoi detrattori chiamano Medioevo, o secoli bui — gli unici secoli bui che ci hanno dato capolavori come le cattedrali (43).

Ma tale sintesi è sempre precaria, cioè vive costantemente in un equilibrio dinamico: analogamente all’uomo, nessuna società può dire «non ho più bisogno di pregare e di fare penitenza, di convertire tutte le mie azioni continuamente a Cristo, perché sono un cristiano arrivato». L’Eu­ropa, a un certo punto, ha smesso di pensare e di agire alla luce del Vangelo: attraverso quattro fasi principali — Riforma protestante, del 1517; Rivoluzione francese, del 1789; Rivoluzione d’Ottobre, del 1917; e Maggio francese, del 1968 (44) — ha rivisto i giudizi che stavano alla base delle sue quattro relazioni fondamentali, estromettendo ogni motivazione e finalità religiosa da tutti gli ambiti della vita umana. È l’apostasia del­l’Oc­cidente (45), versione odierna della possibilità, sempre alla portata del­l’uo­mo, di allontanamento da Dio. Abbiamo così avuto, con una logica e una coerenza radicali, il rifiuto prima dell’autorità religiosa, poi dell’au­torità politica, quindi di quella economica, infine di quella genitoriale: una estromissione da ogni ambito della vita di coloro che, per il loro ruolo, rappresentano per ciascuno di noi l’ombra provvidente di Dio nella nostra esistenza.

E, seppur Martin Lutero (1483-1546) sia solo Martin Lutero — cioè ragionevolmente non abbia avuto coscienza piena di quale disastro plurisecolare stava innescando con il proprio comportamento (46) —, l’Occiden­te apostata è autenticamente «figlio di Lutero» (47). Nelle parole del filosofo danese — protestante — Søren Kierkegaard (1813-1855): «Lutero, tu hai una responsabilità enorme! Perché, se osservo la cosa più da vicino, vedo sempre più chiaramente che tu hai abbattuto il Papa… ma per mettere sul trono il “Pubblico”!

«Tu hai alterato il concetto del “martirio” del Nuovo Testamento insegnando agli uomini a vincere con la forza del numero» (48).

L’esito di tale processo è la fine della cristianità occidentale. Papa san Giovanni Paolo II, nel 1995, così per esempio si esprimeva: «Ora però non è più possibile farsi illusioni, troppo evidenti essendo divenuti i segni della scristianizzazione nonché dello smarrimento dei valori umani e morali fondamentali. In realtà tali valori, che pur scaturiscono dalla legge morale inscritta nel cuore di ogni uomo, ben difficilmente si mantengono, nel vissuto quotidiano, nella cultura e nella società, quando vien meno o s’indebolisce la radice della fede in Dio e in Gesù Cristo» (49). Alcuni hanno trovato un’espressione molto felice — nella sua drammaticità — per descrivere tale situazione: «catastrofe antropologica» (50).  L’uo­mo è stato lasciato da solo, fisicamente a fianco degli altri uomini ma esistenzialmente solitario, senza grazia, senza certezze, senza famiglia, senza capi, senza speranza, senza iniziativa, spesso senza casa e senza lavoro. Guardiamo la caduta di Adamo ed Eva come modello di tale crollo. È un autentico disastro: la casa è stata rasa al suolo, non rimane quasi pietra su pietra. La Chiesa, nel suo supremo Magistero, ci certifica quanto l’e­sperienza manifesta quotidianamente: non bastano più puntelli, iniezioni di cemento armato nel terreno, ancor meno stuccature, chiavi e vernice, o addirittura qualche cuscino e qualche vaso di fiori; «[…] il nostro non è il tempo della semplice conservazione dell’esistente, ma della missione» (51), ammonisce ancora san Giovanni Paolo II; e già in tempi non sospetti, il 1952 per la precisione, Papa Pio XII affermava che «è tutto un mondo, che occorre rifare dalle fondamenta, che bisogna trasformare da selvatico in umano, da umano in divino, vale a dire secondo il cuore di Dio»  (52).

 

8. Che fare? Alcune tracce

Che cosa fare dunque oggi? Senza avere la volontà di esaurire alcunché, vorrei richiamare la nostra attenzione su quattro tracce, di cui tutto quanto sopra detto vuole essere implicita preparazione.

1. «Pregare e studiare». Li nomino solamente, la loro importanza va semplicemente richiamata, non spiegata.

2. «Distinguere fra Lutero e i luterani», così come la Chiesa distingue nei pagani fra coloro che hanno corrotto la tradizione primordiale e chi in tale corruzione è nato. Prendiamo la parabola del Padre misericordioso: immaginiamo per un istante che il figlio non sia tornato a casa, ma sia invecchiato nel paese lontano, abbia anche convissuto more uxorio con una donna e lì abbia terminato i suoi giorni, si spera meglio di come li ha obiettivamente vissuti.

Ha avuto anche un figlio: abbiamo quindi il figliol prodigo e anche il nipote prodigo; uno si è allontanato dalla casa del Padre e ha compiuto un itinerario di allontanamento verso il paese lontano; l’altro nel paese lontano vi è nato. Ciò significa che vanno trattati in modo diverso. Di san Paolo, all’Areopago, ci viene detto che era indignato nel vedere le statue degli idoli riempire Atene: «[…] fremeva dentro di sé al vedere la città piena di idoli» (At. 17,16). Tuttavia fa forza sugli aspetti di verità, ancorché frammentati, per iniziare l’opera di evangelizzazione, tessendo una lode degli ateniesi per la loro religiosità, addirittura accostando il culto del Dio vero a un culto già praticato dagli ateniesi stessi: «Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi. Passando infatti e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: “A un dio ignoto”. Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annun­cio» (At. 17,22-23). Senza volermi addentrare in riflessioni teologiche per le quali non sono assolutamente attrezzato, ictu oculi questo mi pare un passo oltremodo significativo per chi rivendica di essere «[…] un Giudeo, nato a Tarso in Cilìcia, ma educato in questa città [Gerusalemme], formato alla scuola di Gamaliele nell’osservanza scrupolosa della Legge dei padri, pieno di zelo per Dio» (At. 22, 3).

3. «Avere presente la struttura della verità». Riprendiamo un attimo il discorso di Pio XII appena richiamato: «è tutto un mondo, che occorre rifare dalle fondamenta, che bisogna trasformare da selvatico in umano, da umano in divino, vale a dire secondo il cuore di Dio». La premessa di tale discorso è fondata sulla nota dottrina di san Tommaso d’Aquino, «gratia non tollit naturam, sed perficit» (53), «la grazia non elimina la natura, ma la porta a perfezione». Viene infatti tratteggiata dal Papa una progressione nella ricostruzione: da selvatico in umano, da umano in cristiano. «Non diversamente, in situazione analoga, si esprimeva Papa san Gregorio Magno (590-604) che, dettando istruzioni all’abate san Mellito (seconda metà del secolo VI-624), in Francia, per sant’Agostino di Canterbury (?-604), cioè a un missionario di una nuova evangelizzazione, quella presso gli angli, scrive: “Non c’è dubbio che alle menti rozze non è possibile tagliare tutto d’un colpo; colui che tenta di salire in un luogo molto alto si eleva con gradini e con passi, non con i salti”» (54).

Voi sapete che mio suocero Massimo esercita l’odontoiatria. Imma­giniamo che si presenti da lui una persona con un dente malato, al punto da essere pesantemente compromesso. Che cosa fa Massimo? Elimina la parte cariata abbassando e riducendo il dente fino al punto in cui è ancora sano, per poi ricostruirlo a partire da quella base. Non fresa poco né molto, giusto il necessario.

In un tempo dove l’identità di ciascun uomo è messa in crisi addirittura nei suoi aspetti biologici, l’evangelizzazione, che necessariamente deve rispondere a regole pedagogiche, non può saltare passaggi. Di fronte all’uomo selvatico, al barbaro, è necessario cominciare dalle virtù naturali — prudenza, giustizia, fortezza, temperanza (55) —, facendo dei richiami, se necessario, anche alle buone maniere; di fronte a chi già non ha dubbi sulle virtù cardinali, offrire quelle teologali — fede, speranza, carità (56) —; a chi già le ha accolte, ricordargli quanto dice san Giovanni Paolo II, che «una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» (57). È necessario che, di fronte a qualsiasi persona che Dio pone sul nostro cammino, rispondiamo alla domanda che Dio pone ad Adamo, il primo e più radicale esame di coscienza della storia: «Dove sei?» (Gn. 3,9). Sei selvatico? Sei umano? Sei cristiano? Solo così aiuteremo il prossimo ad avvicinarsi a Dio partendo da dove realmente si trova.

4. «Viviamo in terra di missione». Ciò significa che è necessario evangelizzare tutti a cominciare dai nostri prossimi più prossimi: il vicino di casa, il vicino di scrivania, il vicino di banco in chiesa. Troppe volte, per il fatto stesso che siamo in Chiesa, ci aspettiamo che i nostri vicini, cui stringiamo la mano al momento dello scambio della pace, abbiano le «spalle grosse», cioè siano attrezzati dal punto di vista dottrinale e/o morale. Questa aspettativa, ahimè spesso disattesa — ma molto meno, nella mia esperienza, di quanto alcuni dicono — porta poi alla delusione, madre di rabbia, amarezza, disimpegno, forse disperazione. Siamo tutti, chi più chi meno, figli di Lutero, e non dobbiamo mai dimenticarlo.

Gli uomini confusi che vediamo in chiesa sono anch’essi figli del loro tempo, del quale non portano la malizia dell’allontanamento volontario ma le ferite della lontananza: sono nati nel paese lontano, non vi hanno traslocato, come invece hanno fatto i loro padri.

Eppure, non certamente grazie ai loro padri — probabilmente nonostante i loro padri — essi sono in chiesa, voltàti come noi verso il Santissimo, della cui Presenza trasformante, forse, non hanno consapevolezza — noi sì, e quindi siamo più colpevoli se non la accogliamo pienamente. Ma chiedo, a voi come a me stesso: vi è un punto migliore da cui partire?

 

Note:

(1) Gli altri interventi del seminario sono stati: Una brutta storia… sia quella vera che quella raccontata, di Renato Cirelli, e Teologia di una ribellione, di padre Immacolato Acquali F.I.
(2) Cfr. san Pio X, Catechismo Maggiore, Edizioni Ares, Milano 1994, pp. 287-331.
(3) Cfr. san Giovanni Paolo II, Udienze Generali, 27 agosto, 3, 10, 17, 24 settembre, 1° e 8 ottobre 1986.
(4) Cfr. Idem, Discorso alla Curia romana per gli auguri di Natale, del 22-12-1986.
(5) Cfr. san Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, p. I, qq. 90-102.
(6) Cfr. card. Jean Daniélou S.J., Miti pagani, mistero cristiano, trad. it., Edizioni Paoline, Catania 1968; Idem, In principio. Genesi 1-11, trad. it., Morcelliana, Brescia 1963; Idem, Il mistero dell’Avvento, trad. it., Morcelliana, Brescia 1966; Idem, Saggio sul mistero della storia, trad. it., con premessa di Gianluigi Pasquale, Morcelliana, Brescia 2012; e Idem, Gli angeli e la loro missione secondo i Padri della Chiesa, trad. it., a cura di PierLuigi Zoccatelli, Gribaudi, Milano 1998.
(7) Cfr. Joseph-Marie de Maistre, Le serate di San Pietroburgo. Colloqui sul governo temporale della Provvidenza, trad. it., a cura di Carlo Del Nevo, Fede & Cultura, Verona 2014; Idem, Stato di natura. Contro Jean-Jacques Rousseau, trad. it., Mimesis, Milano-Udine 2013; e Idem, Chiarimento sui sacrifici, trad. it., con una Introduzione di Jean Louis Schefer, Edizioni Biblioteca del­l’Imma­gine, Pordenone 1993.
(8) Cfr. Giovanni Cantoni, Il mondo prima di Cristo, in Cristianità, anno XXXI, n. 320, novembre-dicembre 2003, pp. 15-22.
(9) Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 133.
(10) Ibid., n. 390.
(11) Il nome «diavolo» deriva dal verbo greco διαβάλλω (diabàllo), che significa, fra le altre cose, «pongo in mezzo» e quindi «metto male tra due», ma anche «dico menzogne contro qualcuno», «calunnio»; fondendo questi due significati si ottiene qualcosa come «metto male tra due dicendo menzogne». Cfr. sul diavolo Pietro Cantoni, L’Oscuro Signore. Introduzione alla Demonologia, Sugarco, Milano 2013.
(12) Juan Donoso Cortés (1809-1853), Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo, trad. it., Il Cerchio, Rimini 2007, p. 157.
(13) Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 397-398.
(14) Cfr. l’immagine in Gonzague de Reynold (1880-1970), La Casa Europa. Costruzione, unità, dramma e necessità, trad. it., presentazione e cura di G. Cantoni, D’Ettoris Editori, Crotone 2015, p. 165.
(15) J. de Maistre, Considerazioni sulla Francia, trad. it., con una Prefazione di Guido Vignelli, Editoriale Il Giglio, Napoli 2010, p. 53.
(16) Ibidem.
(17) Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 385-421.
(18) Ibid., n. 407.
(19) Ibid., n. 377.
(20) San Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale «Reconciliatio et paenitentia» circa la riconciliazione e la penitenza nella missione della Chiesa oggi, del 2-12-1984, n. 15.
(21) Ibidem.
(22) Tito Lucrezio Caro, La natura delle cose. De rerum natura, 5, v. 199, introduzione di Emanuele Narducci (1950-2007), Mondadori, Milano 1992, pp. 338-339.
(23) Il tradizionalismo di autentiche menti superiori, come il conte savoiardo Joseph de Maistre, il visconte francese Louis-Gabriel-Ambroise de Bonald (1754-1840) e il marchese spagnolo Juan Donoso Cortés di Valdegamas, è un approccio supportato dalla Rivelazione che si sviluppa comunque in modo genuinamente filosofico e storico. Esso segnala come l’uomo, razionale e capace di Dio, prima apprende le verità nella società, che è preesistente a ogni uomo — anche al primo, perché il primo uomo fa società con Dio —, e solo poi e nel limite del possibile le ricostruisce e le giustifica razionalmente; esso si confronta efficacemente con tutte le antropologie ideologiche che fanno dell’uomo e della sua cultura un istinto rarefatto, sublimato, esito più o meno apprezzabile di un percorso di evoluzione a partire da una presunta condizione «selvaggia». Esempio emblematico di tale approccio ideologico è la superficiale riconduzione della nascita della religione alla paura per i fenomeni naturali. Per non confondere questo tradizionalismo con altre inaccettabili posizioni che, ahimè, vengono an­ch’esse denominate «tradizionalismo», cfr. le sintetiche ma chiarificatrici note in P. Cantoni, Oralità e Magistero. Il problema teologico del magistero ordinario, D’Ettoris, Crotone 2016, pp. 77-98.
(24) Joseph de Maistre, Stato di natura. Contro Jean-Jacques Rousseau, cit., p. 52.
(25) Antonio Rosmini, Teodicea libri tre, l. I, nn. 114-115, in Opere edite e inedite di Antonio Rosmini, edizione nazionale promossa da Enrico Castelli (1900-1977), edizione critica promossa da Michele Federico Sciacca (1908-1975), a cura dell’Istituto di Studi Filosofici-Roma, e del Centro di Studi Rosminiani-Stresa, 47 voll., a cura di Umberto Muratore I.C., Città Nuova Editrice, Roma 1977, vol. XXII, pp. 7-570 (pp. 94-95).
(26) Cfr. sul passo sant’Agostino d’Ippona (354-430), La Città di Dio, introduzione, trad. it., a cura di Luigi Alici, Rusconi, Milano 1990, pp. 789-791.
(27) Cfr. l’intero capitolo II Gli angeli e la religione cosmica in card. J. Daniélou S.J., Gli angeli e la loro missione secondo i Padri della Chiesa, cit., pp. 22-32; cfr. pure le diverse esegesi del passo riportate da Cornelius a Lapide S.J. (1567-1637), Commentarii in Sacram Scripturam, 10 voll., Pelagaud et Lesne, Lione 1840, vol. I, pp. 1063-1064.
(28) Cfr. ibid.., vol. VI, 1842, pp. 1470-1474.
(29) Ricavo la bella immagine da Immanuel Kant (1724-1804) sicut litterae sonant, senza minimamente rivestire il significato, quale che fosse, attribuitogli dal filosofo; cfr. Immanuel Kant, Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, in Idem, Scritti di storia, politica e diritto, trad. it., Laterza, Roma-Bari 1995, pp. 29-44 (pp. 35-36).
(30) Cfr. Ger. 23,5.
(31) Veglia pasquale, Preconio pasquale («Exsultet»), in Messale Romano riformato a norma dei decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II e promulgato da Papa Paolo VI, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1983, pp. 166-168 (p. 167); cfr. pure la spiegazione contenuta in Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 412.
(32) Cfr. Gv. 19, 30.
(33) Michele Federico Sciacca, La libertà e il tempo, Marzorati, Milano 1965, p. 337.
(34) Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa «Lumen Gentium», del 21-11-1964, n. 1.
(35) Cfr. per esempio Commissione Teologica Internazionale, Fede e inculturazione, del 1989.
(36) Così si esprime ancora Rosmini per accidens nella Teodicea, seguendo un ragionamento su alcune verità conosciute dai pagani: «Le quali cose furono già vedute e pronunciate, sebbene alquanto confusamente, anche da’ filosofi antichi. O che questi abbiano ricevuto dalle antichissime tradizioni alcuni lumi, di cui noi non possiamo al tempo presente ben penetrar l’importanza; o che alcuni ingegni straordinari, rompendo le tenebre, onde gli uomini s’erano da sé medesimi circondati, s’ergessero di bel nuovo a travedere alcuni raggi delle più alte verità; o, come è probabile, che l’una e l’altra cosa intervenisse: certo egli è, che noi ritroviamo negli scritti di quegli studiosi uomini fino a noi pervenuti, orme di gran sapienza superiore a ciò che da que’ miseri tempi potremmo aspettare» (A. Rosmini, op. cit., l. II, nn. 293-298, pp. 200-202).
(37) Ven. Pio XII, Lettera enciclica «Evangelii Praecones» per un rinnovato impulso delle missioni, del 2-6-1951, n. 12.
(38) Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sull’attività missionaria della Chiesa «Ad gentes», del 7-12-1965, n. 9.
(39) A. Rosmini, op. cit., l. II, nn. 254, p. 179.
(40) Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sull’attività missionaria della Chiesa «Ad gentes», cit., n. 11.
(41) J. de Maistre, Le serate di San Pietroburgo. Colloqui sul governo temporale della Provvidenza, cit., p. 347.
(42) Cfr. per esempio G. de Reynold, op. cit., pp. 31-149; e Christopher Dawson (1889-1970), La formazione della Cristianità Occidentale, trad. it., a cura di Paolo Mazzeranghi, D’Ettoris Editori, Crotone 2009.
(43) Cfr. Régine Pernoud (1909-1998), Luce del Medioevo, trad. it., a cura di Marco Respinti, presentazione di Luigi Negri, contributi di Massimo Introvigne, M. Respinti, Marco Tangheroni (1946-2004), Gribaudi, Milano 2000, soprattutto pp. 236-248.
(44) Cfr. un’esposizione magistrale di tale itinerario in Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Edizione del cinquantenario (1959-2009) con materiali della «fabbrica» del testo e documenti integrativi, con presentazione e cura di G. Cantoni, Sugarco, Milano 2009.
(45) Cfr. per esempio, oltre all’opera citata nella nota precedente, anche G. de Reynold, op. cit., pp. 151-254; C. Dawson, La divisione della Cristianità Occidentale, trad. it., a cura di P. Mazzeranghi, presentazione di M. Respinti, D’Ettoris Editori, Crotone 2008; e Idem, La crisi dell’istruzione occidentale, trad. it., a cura di P. Mazzeranghi, presentazione di Lorenzo Cantoni, D’Ettoris Editori, Crotone 2011.
(46) Cfr. P. Corrêa de Oliveira, op. cit., pp. 61-62.
(47) Cfr. per esempio J. de Maistre, Il protestantesimo, trad. it., in Cristianità, anno XLV, n. 385, maggio-giugno 2017, pp. 28-51.
(48) Søren Aabye Kierkegaard, Diario, 3 voll., trad. it., a cura di p. Cornelio Fabro C.S.S. (1911-1995), Morcelliana, Brescia 1951, vol. III (1852-1855), p. 110.
(49) San Giovanni Paolo II, Discorso in occasione del III Convegno Ecclesiale della Conferenza Episcopale Italiana a Palermo, del 23-11-1995.
(50) Cfr. l’espressione di mons. Justo Mullor García (1932-2016), in Luigi Accattoli, E finalmente il Pontefice vola in Lituania, in Corriere della Sera, Milano 4-9-1993; e il concetto corrispondente, in san Giovanni Paolo II, Enciclica «Centesimus annus» nel centesimo anniversario della «Rerum Novarum», del 1°-5-1991, n. 27.
(51) San Giovanni Paolo II, Discorso in occasione del III Convegno Ecclesiale della Conferenza Episcopale Italiana a Palermo, cit.
(52) Ven. Pio XII, Radiomessaggio ai fedeli romani, del 10-2-1952.
(53) Cfr. per esempio san Tommaso d’Aquino, Super Sent., lib. 2 d. 9 q. 1 a. 8 arg. 3.
(54) G. Cantoni, Le radici dell’ordine morale e il loro riconoscimento nella vita politica grazie all’impegno e al comportamento dei cattolici, in Cristianità, anno XXXI, n. 315, gennaio-febbraio 2003, pp. 3-7.
(55) Cfr. di Josef Pieper (1904-1997), tutte trad. it., con prefazione di Giovanni Santambrogio, ed edite da Morcelliana-Massimo, Brescia-Milano, La prudenza, 1999; La giustizia, 2000; La fortezza, 2001; e La temperanza, 2001.
(56) Cfr. Idem, Sulla fede, trad. it., Morcelliana, Brescia 1963; Idem, Sulla speranza, trad. it., Morcelliana, Brescia 1970; e Idem, Sull’amore, trad. it., a cura di G. Santambrogio, Morcelliana, Brescia 2012.
(57) San Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al congresso nazionale del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale, del 16-1-1982.

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 Ignazio Cantoni

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