Altro che 25 Aprile

Una data prima ignorata, poi ideologizzata, quindi inutile. Molto meglio celebrare il 18 Aprile
Marco Invernizzi 4 mesi fa
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di Marco Invernizzi

Secondo un sondaggio svolto dall’istituto di ricerca Eumetra MR ripreso da il Giornale del 23 aprile, il 33% degli italiani non sa che cosa sia veramente accaduto il 25 aprile 1945. La notizia, se vera, induce a una riflessione.

L’ignoranza sul 25 Aprile riguarda soprattutto l’età di mezzo, quella che ha maggiormente subito la propaganda pubblica che ha posto il 25 Aprile come evento fondamentale per comprendere l’identità italiana attraverso un autentico bombardamento scolastico e mediatico. Ciò significa che questo evento non è penetrato nel corpo sociale, non ha attecchito. Ha cioè prodotto un’avversione a prescindere contro la Liberazione, come capita spesso quando la propaganda è troppo faziosa.

Ma che cosa ha rappresentato il 25 Aprile? In questa data viene celebrata la festa della Liberazione del Paese dall’occupazione dell’esercito tedesco dopo una guerra civile tra fascisti e antifascisti durata dal 1943 al 1945. L’Italia uscì quindi definitivamente dal regime costruito da Benito Mussolini (1883-1945) e ritornò a essere uno Stato democratico, in particolare una repubblica parlamentare basata sui partiti dopo il referendum istituzionale del 1946. Forse, visto che un italiano su tre non conosce cosa abbia rappresentato il 25 Aprile, vale la pena ricordarlo. Ma quello che certamente gli italiani conoscono molto meno è l’uso del 25 Aprile fatto nei decenni successivi a partire dagli anni 1950 da parte della propaganda governativa.

Fino ai governi di Centro-Sinistra degli anni 1960, il 25 Aprile era una data importante per la storia italiana, ma non fondamentale. Diventa invece il cuore dell’identità italiana con i governi di Centro-Sinistra e soprattutto dopo il 1968. Se prima il pericolo per la giovane democrazia italiana veniva dall’Unione Sovietica e dall’ideologia comunista, gli anni 1960 individuano il pericolo per la stabilità democratica nel neo-fascismo, supposto in crescita quanto a pericolosità. E allora la Resistenza partigiana diventa il modello di riferimento a livello politico con la grande alleanza antifascista aperta al Partito Comunista Italiano e chiusa invece alla destra, in nome dell’arco costituzionale al quale possono appartenere soltanto i partiti antifascisti. La Resistenza diventa però un modello non soltanto politico, bensì anche ideale. Dopo la fine della guerra civile che aveva diviso il PCI fra una componente minoritaria – che faceva capo a Pietro Secchia (1903-1973), dirigente del partito, e che voleva continuare la Resistenza fino alla Rivoluzione, anche armata – e chi adottò la svolta democratica imposta dal segretario del partito Palmiro Togliatti (1893-1964), con la benedizione di Stalin (Iosif Vissarionovič Džugašvili, 1878-1953). Evocare la Resistenza significava insomma richiamare la stagione dell’insurrezione armata e prendere le distanze dal PCI del compromesso con le istituzioni democratiche. Il mito della Resistenza, evocato così senza troppo riflettere sulle possibili conseguenze, portava alla violenza rivoluzionaria: se ne impossesseranno infatti le Brigate Rosse.

Alla Resistenza avevano partecipato molti che non erano comunisti, così come la maggioranza degli italiani fu estranea alla guerra civile, aspettando solo che finisse tanta violenza: ma dopo gli anni 1960 essere anticomunista venne fatto coincidere con l’essere fascista e agli anticomunisti vennero preclusi i più elementari diritti alla libertà nelle scuole, nelle università e nelle fabbriche, spesso nelle stesse strade delle principali città del Nord.

Ricordare il 25 Aprile dovrebbe comportare anche il ricordo di cosa quell’evento, divenuto un simbolo, abbia significato nei decenni successivi, altrimenti non si comprende un pezzo importante della storia italiana, peraltro uno dei più bui, dominato dal terrorismo e dalla sopraffazione, dal venire meno degli spazi di libertà, che ha generato un clima di intimidazione che ha spesso provocato una reazione violenta uguale e contraria, come bene spiega Enzo Peserico (1959-2008) in  Gli anni del desiderio e del piombo. Sessantotto, terrorismo e Rivoluzione (Sugarco, Milano 2008).

Personalmente, credo che la data che andrebbe ripresa e rivalutata sia invece il 18 aprile 1948. Soltanto tre anni dopo il 25 Aprile, gli italiani scelsero, attraverso elezioni libere, da che parte stare, si identificarono con la Chiesa Cattolica e con l’Occidente, e posero l’anticomunismo nel cuore della propria identità. Ma 20 anni dopo tutto sarebbe nuovamente cambiato.

Martedì, 24 aprile 2018

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 Marco Invernizzi

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