Pionieri giudaico-ellenistici dell’allegoresi biblica
di Leonardo Gallotta
Dopo la traduzione dall’ebraico al greco della Bibbia dei Settanta e la Lettera di Aristea a Filocrate (si veda in questa stessa rubrica il mio Dall’Ebraico al Greco: la Bibbia dei Settanta ad Alessandria d’Egitto nel III secolo a.C.), oltre a traduzioni più tarde[1] si segnalarono due autori che si posero come esempi dell’incontro tra la cultura ebraica e quella greca: Aristòbulo e Filone di Alessandria.
Aristòbulo (II secolo a.C.) era appartenente all’ambiente del giudaismo alessandrino e visse sotto Tolomeo IV Filomètore, il sovrano a cui dedicò un’opera che conteneva una interpretazione generale del Pentateuco. Di lui possediamo solo alcuni frammenti di esegesi biblica[2] che conosciamo attraverso due autori cristiani come Clemente Alessandrino (II – III sec. d.C.) ed Eusebio di Cesarea (III – IV sec. d.C.). Fu lui il primo autore che applicò il metodo dell’esegesi allegorica alla spiegazione del testo biblico. Dai frammenti veniamo a sapere che Aristòbulo sosteneva la derivazione dalla sapienza ebraica del pensiero di filosofi come Pitagora, Platone e Socrate.
Anche Filone di Alessandria (fine I secolo a.C. – prima metà del II secolo d.C.) apparteneva alla consistente comunità ebraica di Alessandria d’Egitto. Autore assai prolifico, di lui possediamo ben 35 trattati[3] che possono essere così suddivisi: a) scritti di carattere filosofico b) scritti di commento allegorico del Pantateuco o riguardanti problemi e soluzioni a quesiti biblici c) scritti di apologia del giudaismo d) Opere varie.
Due sono i termini che caratterizzano il pensiero e l’opera di Filone: eclettismo e allegoresi. Per ciò che riguarda l’eclettismo si deve dire che il dotto Filone si destreggia in modo sicuro tra i filosofi greci e pertanto, utilizzando concetti e metodi della filosofia greca, egli ha la fiducia di poter elaborare un pensiero che costituisca una originale sintesi tra filosofia classica e visione del mondo ebraica. Eclettico fu Filone non solo a livello filosofico, ma anche a livello culturale in genere, stanti le sue numerose opere che svariano su tematiche e generi diversi fra loro.
A livello teologico il Dio di Filone è del tutto trascendente, al di fuori del mondo intelligibile. Quella di Essere è l’unica definizione positiva, l’unica che l’uomo – si pensi all’espressione della Genesi “Io sono colui che è” – può dare. E i suoi attributi altro non sono che le perfezioni della sua essenza, ovvero caratteristiche che gli appartengono in modo esclusivo e quindi incomunicabili (si pensi ad esempio all’immutabilità, all’infinità, all’onnipotenza e all’onniscienza). È dunque impossibile giungere alla conoscenza di Dio? Secondo Filone la ragione umana non ha la capacità di acquisire una piena conoscenza di Dio che è tuttavia raggiungibile solo per mezzo della contemplazione estatica da Dio stesso esclusivamente concessa.
Il mondo intelligibile, come dice Filone nel trattato Sulla creazione del mondo, non è altro che il Logos di Dio nell’atto di formare il mondo. Ed è tramite il Logos che si crea un legame fra Dio e il mondo creato e ciò permette una visione provvidenziale degli avvenimenti storici, in particolare quelli del popolo ebreo narrati nella Bibbia.
Veniamo ora all’allegoresi, vale a dire lo strumento interpretativo della Bibbia mediante l’allegoria. Filone parte dal principio che laBibbia non va letta solo alla lettera, ma anche in modo simbolico, spirituale e morale per comprenderne il significato più autentico. Eccone alcuni esempi: l’Eden letteralmente è un giardino paradisiaco, ma allegoricamente rappresenta la mente umana e gli alberi ivi presenti (tra cui quello della conoscenza) simboleggiano la facoltà che gli uomini – rappresentati da Adamo ed Eva – possiedono di seguire la virtù o il vizio. Altro esempio è l’Arca di Noè. Letteralmente è l’imbarcazione costruita per sopravvivere al diluvio. Allegoricamente rappresenta l’anima in cerca di salvezza che si ritrae dal mondo peccaminoso, mentre gli animali a bordo simboleggiano le passioni che l’anima deve controllare. Nell’Esodo abbiamo l’esempio del roveto ardente che letteralmente rappresenta un cespuglio o meglio un insieme di cespugli in fiamme che non si spengono, ma allegoricamente è il simbolo dell’influenza della divinità sul mondo materiale, un fuoco spirituale che non viene distrutto dall’esistenza fisica.
A conclusione possiamo dunque dire che Filone, vedendo nei racconti biblici significati più profondi, ci presenta una Torah che, pur mantenendo la supremazia della rivelazione divina, si presenta come un testo filosofico-morale accessibile alla ragione umana.
Sabato, 24 gennaio 2026
Note
[1] Di traduzioni più tarde della Bibbia o di sue parti abbiamo notizie grazie ad Origene (II – III secolo d.C.) che nella sua opera intitolata Hexaplà affiancò in sei colonne parallele il testo ebraico, la sua traslitterazione in caratteri greci e quattro diverse traduzioni, fra cui quella dei Settanta. La più antica di queste traduzioni è attribuita a un certo Teodozione, di cui non sappiamo quasi nulla, un’altra fu compiuta da un ebreo di nome Aquila al tempo dell’imperatore Adriano (117 -138 d.C.) in ambiente palestinese. Infine, intorno al 165 d.C. fu Simmaco l’Ebionita a curare una traduzione che fu ampiamente lodata ai suoi tempi per il suo valore letterario. Di tale traduzione però non è rimasto nulla per tradizione diretta.
[2] Si deve tener presente che gli intellettuali del mondo pagano accusavano gli Ebrei di essere superstiziosi e creduloni. Aristòbulo, in un frammento a noi pervenuto, afferma che la discesa di Dio sul monte Sinai è veramente avvenuta, come dimostrerebbero i seguenti prodigi: la nube che coprì il Sinai per sei giorni, il roveto ardente e le trombe che si udivano senza che vi fossero i suonatori, fenomeni questi visti da tutti pur da zone molto lontane. Anche Filone prende in esame l’episodio del Sinai e difende la posizione di Aristòbulo dalle accuse di superstizione: vi fu effettivamente una discesa di Dio, ma “discesa senza spostamento” e questa altro non era che la teoria della dunamis theou così come era esposta nel De mundo attribuito ad Aristotele (Roberto Radice). Alla luce di tale dottrina la pretesa assurdità della discesa di Dio sul Sinai si dissolve, perché viene considerata come una “effusione” della sua potenza.
[3] Si segnalano qui, a titolo di esempio, alcune opere: a) Sull’eternità del mondo, Sulla provvidenza, Ogni uomo saggio è libero b) L’allegoria delle Leggi, Sulla confusione delle lingue, Sulla migrazione di Abramo c) Apologia per i Giudei, Contro Flacco d) Abramo, Giuseppe, Vita di Mosè.
