Armando Valladares, Contro ogni speranza. Dal fondo delle carceri di Castro, SugarCo, Milano 1987, pp. 400, L. 28.000

Marco Invernizzi 33 anni fa
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Marco Invernizzi, Cristianità n. 144-145 (1987)

 

Armando Valladares, Contro ogni speranza. Dal fondo delle carceri di Castro, SugarCo, Milano 1987, pp. 400, L. 28.000

 

Il 1 gennaio 1959 Fulgencio Batista y Zaldivar abbandona Cuba, della cui vita politica è stato — anche se con diverso rilievo — protagonista a partire dal 1933: la Rivoluzione ha vinto e il comandante Fidel Castro Ruz prende il potere in tutto il paese caraibico. Circa due anni dopo, il 28 dicembre 1960, uno studente universitario nato nel 1937, piccolo funzionario del governo presso la Cassa di Risparmio Postale, viene arrestato nella sua casa dell’Avana: comincia così la via crucis di Armando F. Valladares Pérez nelle carceri cubane, che sarebbe durata oltre ventidue anni. Venticinque anni dopo l’arresto e tre dopo la liberazione vedono la luce, in Spagna, le sue sconvolgenti memorie di prigionia (Contra toda esperanza. Mis memorias. Un testimonio de la realidad de las cárceles de Castro, Plaza & Janes, Barcellona 1985), subito tradotte in diverse lingue (sulla base della versione francese, cfr. la presentazione di Massimo Introvigne, Cuba, il GULag sconosciuto, in Cristianità, anno XIV, n. 132, maggio 1986). Finalmente anche il pubblico italiano ha la possibilità di accedere a questa straordinaria testimonianza, che viene edita con il titolo programmatico ed esplicito Contro ogni speranza. Dal fondo delle carceri di Castro e che serve, tra l’altro, da inquadramento «autentico» alle sue raccolte di poesie Desde mi silla de ruedas, El corazón con que vivo e Cavernas del silencio, fatte uscire rocambolescamente dalla prigione e che gli hanno valso l’interessamento mondiale che ha portato alla sua scarcerazione.

Quando viene arrestato, Armando Valladares è uno studente universitario impiegato presso l’amministrazione statale, che ha simpatizzato per il mutamento di governo, ma che è sufficientemente cattolico da rifiutare l’applicazione sulla scrivania dove lavora di un adesivo con lo slogan «Se Fidel è comunista, che mi mettano nella lista, sono d’accordo con Fidel» (p. 12). Tuttavia è ancora ben lontano dal comprendere dove lo possono portare la sua fede e la sua «avversione al marxismo» (p. 13). Le vicende successive all’arresto — gli interrogatori, la detenzione nella fortezza della Cabaña, la paura di fronte alle fucilazioni che si susseguono dentro il fossato che circonda la prigione — costituiscono una preparazione all’atteggiamento che decide di assumere per tutto il lungo periodo della carcerazione: «Molto presto cominciai ad avvertire un cambiamento sostanziale nella natura delle mie convinzioni. Mi avvicinai sempre più a Cristo, forse perché ero terrorizzato dal pericolo sempre incombente della fucilazione. Ma era un sentimento incompleto, egoistico: quando, annientato dal dolore, vidi quei giovani coraggiosi affrontare il plotone al grido di “Viva Cristo re!”, compresi subito, come una rivelazione improvvisa, che Cristo non serviva solo a implorarlo che non mi uccidessero, ma soprattutto a dare alla mia vita e alla mia morte — se doveva capitare — un significato morale che ne dimostrasse la dignità. Fu allora, credo, e non prima, che il cristianesimo si trasformò da pura fede religiosa in uno stile di vita, che nella mia situazione particolare poteva concretizzarsi solo nella resistenza, sì, ma con l’anima piena d’amore e di speranza» (pp. 22-23).

Così Armando Valladares diventa un combattente più consapevole, che non si lascia vincere dalla rabbia e dalla disperazione neppure dopo la condanna a trent’anni di prigione, a conclusione di un processo-farsa durante il quale non viene fornita nessuna prova relativa alle attività che gli vengono imputate. Ma, se prima dell’arresto il suo modo di combattere consiste nel mettere «in guardia quanti più potevo — come scrive — per evitare che la cortina rossa si chiudesse definitivamente intorno a Cuba» (p. 44), dopo aver visto — durante la detenzione alla Cabaña — i primi martiri che «avevano affrontato la morte gridando: Viva Cuba libera! Viva Cristo re! Abbasso il comunismo!», «provai vergogna — confessa — per essermi lasciato vincere dalla paura […] e mi sentii orgoglioso di essere uno di loro. Sentivo che quello era il mio posto, perché era un modo di combattere […]. Il mio cuore si rivolse a Dio e lo pregai con immenso fervore di aiutarmi a resistere. Sentii che Dio mi aveva ascoltato» (pp. 44-45).

Questo combattimento spirituale e questa conquista interiore hanno luogo mentre l’autore viene trasferito nella maggiore prigione di Cuba, situata nell’Isla de Pinos. E appunto quella a Isla de Pinos è una delle carceri in cui si svolgeranno molte battaglie di Armando Valladares. Appena arrivato comincia a organizzare la resistenza in collaborazione con molti altri detenuti: viene installata una rudimentale radio clandestina, che riesce a sfuggire alle continue e violente perquisizioni, e le notizie captate dalle emittenti straniere vengono trascritte in un bollettino intitolato Stampa libera, che circola fra i prigionieri. È il periodo della fallita invasione della Baia dei Porci, avvenuta il 17 aprile 1961 a opera di esuli cubani anticastristi; ne segue una spaventosa repressione, con cinquecentomila arresti in tutto il paese. Il penitenziario in cui si trova Armando Valladares viene minato con una quantità di esplosivo sufficiente — secondo prigionieri esperti, che riescono a verificarlo — a uccidere tutti i detenuti. In questo stesso periodo, l’autore — con alcuni amici — decide di preparare l’evasione, dal momento che sembra venire meno ogni speranza di abbattere il regime comunista con una rivolta. In quattro — Pedro Luis Boitel, Benjamin Brito, Ulises Yebra e Valladares stesso — riescono, con una preparazione meticolosa, a distruggere i1 mito della sicurezza delle carceri cubane, ma l’evasione fallisce per il mancato apporto dall’esterno. Ripresi e riportati in carcere, vengono rinchiusi in celle di rigore, da cui usciranno soltanto dopo parecchi mesi, grazie a uno sciopero della fame, che costringe le autorità carcerarie a rinchiuderli di nuovo nelle celle «normali». In seguito alla riuscita dello sciopero della fame da parte dei quattro evasi, i detenuti dell’Isla de Pinos decidono di proclamare uno sciopero della fame generale, per ottenere condizioni di detenzione più umane. Dopo parecchie settimane le autorità del carcere cedono perché non sanno ancora come reagire di fronte a questo genere imprevisto di protesta. Successivamente i dirigenti cubani cominceranno a importare nell’isola metodi di detenzione già sperimentati in paesi da più tempo comunisti e punteranno, attraverso la «riabilitazione politica», a ottenere il venir meno dei prigionieri politici e la loro equiparazione a quelli comuni: «La riabilitazione politica aveva come obiettivo iniziale la diminuzione della popolazione carceraria che manteneva un atteggiamento di rifiuto verso il governo. Perciò prometteva un trattamento migliore, visite frequenti dei familiari, corrispondenza, separazione dai detenuti ribelli, o addirittura una pronta liberazione e l’integrazione nella nuova società. In cambio le autorità esigevano la neutralità del prigioniero o la rinuncia ai suoi principi. Per il buon esito dell’operazione era indispensabile, oltretutto, la collaborazione del detenuto con la polizia politica; che si dessero informazioni e si facesse autocritica; che ci si pentisse del proprio passato controrivoluzionario e si confessasse quanto nascosto durante gli interrogatori. Inizialmente bisognava firmare dichiarazioni di appoggio al governo e contro gli Stati Uniti e la guerra in Vietnam.

«[…] L’obiettivo ultimo della riabilitazione era l’annullamento interiore del recluso, la distruzione dei suoi principi. Ridurlo a uno straccio sarebbe stata la vendetta suprema» (pp. 103-104).

Si svolge, allora, forse la più grande battaglia combattuta dagli anticomunisti cubani in carcere: migliaia di uomini rifiutano tale «riabilitazione politica» e dal luglio del 1967 non accettano di indossare l’uniforme azzurra che li equiparerebbe ai detenuti comuni: «Era questo l’obiettivo del governo, farci accettare l’uniforme azzurra per poterci diluire nella gigantesca massa dei centomila detenuti comuni allora esistenti. Volevano eliminare la categoria dei prigionieri politici, associandoci a quella dei delinquenti.

«Non importava se non avevamo accettato la riabilitazione. Migliaia di vestiti d’azzurro continuavano a rifiutarla, mantenendo un atteggiamento combattivo ma la loro destinazione ai campi di concentramento — chiamati eufemisticamente “fattorie” dai comunisti — rendeva possibile pubblicare la menzogna. L’uniforme azzurra, uguale per tutti, lo permetteva» (p.243). In conseguenza di questa scelta i detenuti subiscono violenze psichiche e fisiche inaudite, fra cui la completa nudità, la sospensione di ogni visita da parte dei familiari e del ricevimento della posta, i lavori forzati e il trasferimento nel carcere di Boniato, nelle cui celle murate vengono inaugurati esperimenti biologici e psicologici sui prigionieri politici, allo scopo di ottenere da parte loro appunto la richiesta di «riabilitazione». La determinazione a resistere da parte di Armando Valladares supera tutte queste prove, ma non il suo corpo che, afflitto da una paraplegia flaccida carenziale, viene costretto su una sedia a rotelle. Obbligato a immergersi in un’immonda laguna nera e a inghiottire escrementi, contrae la malaria ma, nonostante tutto, rifiuta ogni compromesso e come lui centinaia di altri prigionieri: ancora oggi, centocinquanta suoi compagni di sventura, che hanno fatto questa scelta, sopravvivono nelle carceri di Fidel Castro, nudi, fisicamente distrutti ma interiormente vittoriosi.

Dopo aver conosciuto la figlia di un suo compagno di prigionia, Benito Lopez Alonso, in occasione delle visite da parte dei familiari, e aver cominciato con lei una forma clandestina di corrispondenza, il 17 settembre 1969 Martha Lopez Alonso e Armando Valladares si sposano civilmente nella prigione della Cabaña, mentre il matrimonio religioso potrà essere celebrato soltanto il 18 dicembre 1982, a Miami, negli Stati Uniti, nella chiesa cattolica di San Kieran. La moglie, successivamente espatriata, porta all’estero il «caso Valladares» e quello dei prigionieri negli «oltre duecento penitenziari, tra prigioni di massima sicurezza, campi di concentramento, o le cosiddette fattorie e “fronti aperti”, dove i prigionieri sono costretti ai lavori forzati» (p. 9). E l’opera di denuncia trova un importante sostegno nelle poesie del marito, che continuano a pervenirle clandestinamente. Inizia così la vittoria pubblica di Armando Valladares, quasi coronamento di quella interiore: il governo comunista cubano è fatto oggetto di pressioni internazionali da parte di organismi e di personalità culturali e politiche ed è così costretto a liberarlo, non prima, però, di averlo ricoverato presso un ospedale ortopedico, per la riabilitazione degli arti, allo scopo di non mandarlo all’estero su una sedia a rotelle. Il 22 ottobre 1982, Armando Valladares sbarca a Parigi, accolto dalla moglie Martha.

«Essendo ormai stata decisa la mia scarcerazione — nota l’autore —, quei maneggi servivano a cancellare i segni delle torture che mi avevano condannato alla sedia a rotelle. Non c’era traccia di sollecitudine umanitaria o professionale nell’offrirmi il trattamento richiesto inutilmente per anni da organizzazioni internazionali, dai miei amici e da me stesso. Tutto obbediva a un interesse malvagio. Durante quell’anno e mezzo nessuno seppe più nulla di me, né quanto accadeva in quel settore chiuso da pareti e finestre oscurate. Non volevano far sapere della fisioterapia e nascondevano a tutti il loro segreto. Perché se si fosse saputo che mi stavano restituendo la capacità di camminare, nessuno si sarebbe sorpreso nel vedermi scendere da un aereo con le mie gambe invece che su una sedia a rotelle.

«L’Avana avrebbe detto che non ero invalido. Portavoce e agenti all’estero lo avrebbero ripetuto» (pp. 384-385).

Contro ogni speranza. Dal fondo delle carceri di Castro non è soltanto una splendida testimonianza di eroicità cristiana, ma — accanto alla lezione generale in essa contenuta — vi si possono trovare anche importanti insegnamenti specifici. Infatti, si evince con chiarezza che la determinazione a resistere a oltranza e la conseguente aggressività contro il regime comunista — attivi in Armando Valladares dal momento della decisione presa all’inizio della prigionia — sono elementi fondanti della sua esperienza, senza i quali sarebbe probabilmente potuto finire come molti internati che cominciano fingendo di accettare l’uniforme dei detenuti comuni — cosa apparentemente priva di conseguenze importanti — e giungono ad accettare realmente il punto di vista dei loro aguzzini: «Se l’uomo si vede costretto a mentire continuamente, rinnegando i suoi valori più sacri, l’umiliazione si fa ogni giorno più intollerabile e per sopportarla finisce per accettare realmente il punto di vista del suo aguzzino. Accade a molti che avevano accettato la riabilitazione politica: e, curiosamente, a persone del più alto livello intellettuale, come medici, studenti, ecc.» (p. 273). Perciò, se ci si chiede da dove è venuta ad Armando Valladares la forza di resistere, appare straordinariamente evidente appunto l’importanza di questi atteggiamenti, subordinatamente alla fede e alla fiducia in Dio e accanto alla solidarietà, espressa anche pubblicamente attraverso la propaganda, di parenti e di amici all’esterno del carcere e all’estero. Il tutto — come spiega l’autore — si realizza senza nessuna forma di risentimento verso i carnefici, sì che può giungere al termine della sua via crucis non distrutto dal rancore, ma vincitore anche dell’odio: «[…] per il Signore, e per quelli che lo amano e lo cercano, non c’è nulla di impossibile. Tanto più feroce era l’odio dei miei carcerieri, tanto più riempivo il cuore di quella fede che mi dava la forza di sopportare tutto; ma non con atteggiamento conformista o masochista, bensì pieno di gioia, libertà e pace interiore, poiché Cristo mi accompagnava nei labirinti di orrore e di morte»; «e tutti […] lottammo interiormente per riuscire in qualcosa di tanto arduo, ma anche tanto bello, come il perdonare i nemici» (pp. 329-330).

Marco Invernizzi

 

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 Marco Invernizzi

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Marco Invernizzi nasce a Milano nel 1952. Nel 1977 si laurea in filosofia all'Università Cattolica del Sacro Cuore con una tesi su Il periodico "Fede e Ragione" nell'ambito della storia del Movimento Cattolico italiano dal 1919 al 1929, relatore il professor Luigi Prosdocimi. Dopo gli studi universitari continua ad approfondire, in modo non puramente intellettualistico - dal 1972 milita in Alleanza Cattolica, della quale è stato responsabile per la Lombardia e per il Veneto fino al 2016-, le vicende del movimento cattolico in Italia. Ha pubblicato, fra l'altro, L'Unione Elettorale Cattolica Italiana. 1906-1919. Un modello di impegno politico unitario dei cattolici(Cristianità, Piacenza 1993); La Chiesa, la politica, il potere attraverso i secoli (contributo a Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia, a cura di Franco Cardini, Piemme, Casale Monferrato 1994); e, con altri, I Papi del nostro secolo, parte prima Da Leone XIII a Pio XII (Italica Libri/Editoriale del Drago, Milano 1991); e Guida introduttiva alla storia della Chiesa cattolica (Mimep-Docete, Pessano [Milano]). Collabora a Cristianità e ad altre riviste e quotidiani. Dal 1989 conduce a Radio Maria la trasmissione settimanale La voce del Magistero. Nella linea di quanto già edito si pone Il movimento cattolico in Italia dalla fondazione dell'Opera dei Congressi all'inizio della seconda guerra mondiale (1874-1939), un'opera di sintesi in cui viene ripercorsa la storia del movimento cattolico, con particolare attenzione alle sue espressioni politiche, dalla Breccia di Porta Pia alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Dal 28 maggio 2016 è Reggente Generale di Alleanza Cattolica. Facebook - Instagram - Cathopedia