Brasile, 7 settembre 1993: “referendum” istituzionale

Alleanza Cattolica 30 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 184-185 (1990)

Intervista con il principe imperiale don Bertrand di Orléans e Braganza

 

Mentre i mass media fanno ogni sforzo — più o meno coronato da successo — per presentare gli accadimenti dei nostri giorni come episodi di routine, non è necessario essere neppure l’asina di Balaam per rendersi conto che un intero mondo ha cominciato a cambiare. E fra i sintomi non ultimi di questo mutamento epocale si può certamente classificare il riferimento reiterato a esponenti delle famiglie reali quando siano in questione nuovi assetti politici ipotizzabili e concretamente ipotizzati nei paesi oltre la Cortina di Ferro.

Ma, se questi richiami sono quasi scontati, in quanto a loro modo prevedibili dove — forse — “è stato toccato il fondo”, il medesimo fatto è ancor più significativo quando si produce, per contingenze toto coelo divergenti, in un’area agli antipodi rispetto all’Europa Centrale e a quella Orientale, e con elementi di realizzabilità tutt’altro che trascurabili. Per esempio, il 7 settembre 1993, in Brasile, si svolgerà un referendum istituzionale previsto dall’Assemblea Nazionale Costituente, e S.A.I.R. don Bertrand di Orléans e Braganza, principe imperiale della Casa Imperiale brasiliana, cioè principe ereditario — capo della Casa e pretendente al trono è il fratello maggiore, S.A.I.R. don Luiz —, è venuto in Europa per fare stato della situazione brasiliana soprattutto — anche se non soltanto — dal punto di vista istituzionale, e per attirare tempestivamente l’attenzione della pubblica opinione, monarchica e non, sulla rilevante scadenza.

Ricordo che don Luiz di Orléans e Braganza — capo della Casa Imperiale del Brasile dal 5 luglio 1981, cioè dalla morte del padre, don Pedro Henrique — e don Bertrand sono eredi di una tradizione plurisecolare: infatti, gli imperatori del Brasile, come i re del Portogallo dal secolo XVII, appartengono alla dinastia dei Braganza, che risale, alla fine del secolo XIV, alla figura leggendaria del beato don Nun’Álvares Pereira; da parte di madre, la principessa donna Maria, si ricollegano alla Casa Reale bavarese, i Wittelsbach; attraverso il nonno, principe Gaston di Orléans, discendono dalla Casa Reale francese, quindi, in linea diretta, da Ugo Capeto e da san Luigi IX; e, sempre attraverso il principe Gaston di Orléans, anche da san Vladimiro il Grande, principe di Novgorod e granduca di Kiev, il diffusore del cristianesimo in Russia. Inoltre, a caratterizzare sia don Luiz che don Bertrand, segnalo che entrambi dedicano tutto il tempo libero dagli impegni propri del loro stato alla Sociedade Brasileira de Defesa da Tradição, Família e Propriedade, la TFP brasiliana, quindi alla propaganda degli ideali della civiltà cristiana (cfr. Bertrand di Orléans e Bragança, Considerazioni sullo svolgimento dell’istituto monarchico nell’Occidente cristiano dal Medioevo all’Evo Moderno, in Quaderni di “Cristianità”, anno I, n. 1, primavera 1985, pp. 76-81).

Il 19 luglio 1990, sulla via da Roma a Vienna, don Bertrand si è fermato a Piacenza, già visitata da suo fratello nel settembre del 1964, in occasione di una permanenza in cui fu ospite del conte Carlo Emanuele Manfredi: l’ho invitato a vedere — sia pure en passant, e mai termine è stato più appropriato — qualcosa della mia “piccola patria”, certo di fargli cosa gradita poiché, da quando ho avuto l’onore di essergli presentato, a San Paolo, in Brasile, nell’agosto del 1972, lo so cultore ed estimatore del passato cristiano del Vecchio Continente in genere e dell’Italia in specie. Avrei voluto mantenere il sua passaggio riservato, liberandolo — nella misura del possibile e almeno una volta — dagli oneri che gravano sull’uomo pubblico, ma la sua qualifica, la ragione del suo viaggio in Europa e l’orizzonte politico mondiale mi hanno indotto ad approfittare dell’incontro per intervistarlo, quasi per intervalla fra le visite al duomo e alla basilica di Sant’Antonino — dove sono venerate le reliquie del patrono della città, guerriero della Legione Tebea — e un’occhiata ai due capolavori della scultura barocca, le statue equestri di Alessandro e di Ranuccio Farnese fuse nel bronzo dal toscano Francesco Mochi, che con il Gotico, il palazzo civico dell’età comunale, delimitano la piazza principale e le danno il nome, appunto piazza Cavalli.

 

D. Qual è la situazione del Brasile relativamente al regime?

R. Il Brasile nasce come parte integrante della monarchia lusitana piuttosto che come colonia d’oltremare, e come tale vive fino al 7 settembre 1822, data della proclamazione d’indipendenza. Questa proclamazione non ha il carattere di una separazione violenta dalla madrepatria, ma deriva quasi come conseguenza coerente e prevedibile dalla presenza sul suo territorio della Casa Reale lusitana nella persona del reggente don João, che ha lasciato la penisola iberica per sfuggire all’invasione napoleonica e che rimane in Brasile dal 1807 al 1821 divenendo, nel 1815, con l’elevazione di questo territorio d’oltremare a regno, João VI. Poiché tale periodo è particolarmente infelice per la madrepatria portoghese, nella quale il 24 agosto 1820 esplode la rivoluzione liberale di Oporto, il 26 aprile 1821 don João VI è indotto a ritornare nel Vecchio Continente lasciando nel territorio d’oltremare il figlio maggiore, don Pedro, cui prima della partenza consiglia: “Pedro, se il Brasile si separa, sia piuttosto per opera tua, che mi devi rispetto, che di qualche avventuriero”. In questo modo, in Brasile i rischi di rivoluzione vengono per così dire “anticipati” per suggerimento — e quindi con il consenso — dello stesso re: dopo un breve periodo di reggenza, il 7 settembre 1822, sulle rive del piccolo corso d’acqua Ipiranga, a San Paolo, don Pedro proclama l’indipendenza, il 14 settembre, a Rio de Janeiro, è acclamato Imperatore Costituzionale e Difensore Perpetuo del Brasile, e il fatto è ufficializzato il 12 ottobre e seguito dall’incoronazione il 1° dicembre dello stesso 1822: è don Pedro I.

D. Dunque, indipendenza senza Rivoluzione…

R. Precisamente. Da allora il Brasile vive uno statuto particolare nel mondo latinoamericano, in quanto indipendente ma non per via rivoluzionaria, bensì quasi per emancipazione. E questo statuto si protrae fino al 15 novembre 1889 quando non una rivoluzione, ma un più modesto golpe abolisce l’istituto monarchico. Merita di essere segnalato che uno dei motivi di tale golpe è costituito dall’opposizione dei grandi produttori di caffè alla Lei Áurea, la “legge d’oro” con la quale la reggente, la principessa imperiale donna Isabel, il 13 maggio 1888 aboliva la schiavitù, forzando la mano al governo che voleva mantenerla. E lo fa in un momento “sbagliato”, cioè poco prima del raccolto del caffè, sì che ne segue un mezzo disastro economico, che aliena alla monarchia i grandi produttori di questo prodotto, la cui opposizione alla legge abolizionista era acuita dal fatto che il mercato versava in una gravissima crisi e il provvedimento di liberazione degli schiavi veniva ad aggravarla. Ma gli stessi golpisti sono sorpresi del risultato conseguito: la principessa ereditaria vorrebbe opporsi, ma don Pedro II era allora a Pétropolis, a circa cinquanta chilometri a nord di Rio de Janeiro. Malgrado i consigli del genero, il principe Gaston di Orléans, conte d’Eu, rifiuta di raggiungere l’interno del paese dove aveva più sostenitori. Si reca a Rio de Janeiro, e un pugno di cospiratori — fra cui un certo numero di militari — il 17 novembre 1889 fa imbarcare la famiglia imperiale su una nave: è l’esilio. L’imperatore non aveva pensato che la sedizione fosse grave, anche perché ancora nell’agosto dello stesso anno, cioè pochi mesi prima della fine della monarchia, il partito repubblicano — che era legale, dal momento che il regime era di monarchia parlamentare — contava soltanto due deputati! Ma fra i militari di allora il mito della Rivoluzione francese era molto forte, tutti gli Stati confinanti erano retti da regimi repubblicani e si pensava si trattasse del regime del progresso, dell’avvenire, e così via: erano idee diffuse fra la borghesia piuttosto che fra il popolo.

D. Senza base popolare, quale possibilità aveva il regime repubblicano di durare?

R. Si sarebbe dovuto trattare di una repubblica “provvisoria”, come si legge nel primo articolo del decreto degli stessi congiurati vincitori, emesso appunto il 15 novembre 1889; e l’articolo 7 prometteva un referendum. Invece, esiliano la nostra famiglia e vietano ogni azione politica filomonarchica prima con un “decreto tampone” del 23 dicembre 1889, poi con una clausola — la cosiddetta Cláusula Pétrea — contenuta nella prima Costituzione repubblicana del 1891, e mantenuta in quelle del 1934, del 1946 e del 1967. Le disposizioni relative all’esilio — la Lei do Banimento — sono revocate nel settembre del 1920, mentre quelle riguardanti la propaganda a favore di una restaurazione monarchica — la Cláusula Pétrea — sono state abolite il 17 marzo 1988. A quest’ultimo riguardo, le cose sono andate così: nel 1985, a conclusione del lungo processo di Aberdura — cioè del processo di passaggio dal regime militare allo Stato di diritto, iniziato nella seconda metà degli anni Settanta — nasce la cosiddetta Nova República; quindi, con la chiamata alle urne del 15 novembre 1986, viene eletta un’Assemblea Nazionale Costituente, che funge nello stesso tempo da parlamento; allora mio fratello don Luiz scrive una lettera — datata 7 settembre 1987 — ai membri di questa Assemblea, rilevando l’incoerenza del divieto di ogni propaganda a favore della restaurazione della monarchia, e tale organismo decide a grande maggioranza non solo di cancellare dalla nuova Costituzione quel divieto, ma il 2 giugno 1988 indice anche un referendum istituzionale prevedendolo per il 7 novembre 1993. Segnalo che a favore di entrambe le decisioni hanno votato pure i comunisti. Così, dal 1988 le disposizioni che vietavano ogni propaganda a favore della monarchia sono abrogate e si è aperta la concreta possibilità di una restaurazione.

D. Quali sono le possibilità che il referendum abbia un risultato favorevole alla restaurazione monarchica?

R. Non si tratta di una chimera: nel febbraio del 1989 un sondaggio, realizzato da un giornale di sinistra, indicava che il 21% dell’elettorato era favorevole alla monarchia. Oggi il risultato sarebbe migliore. Infatti, soprattutto nelle classi popolari è presente una nostalgia del regime monarchico: il ricordo della reggente donna Isabel, principalmente grazie alla Lei Áurea, è molto vivo, così come colpisce il fatto che dal 1822 al 1889 al Brasile siano stati risparmiati i disordini e i colpi di Stato a catena, caratteristici della vita politica latinoamericana dopo la “decolonizzazione”. Il tempo dell’Impero è stato per il Brasile un periodo di grande armonia sociale e di notevole progresso economico: basti ricordare che nel 1889 aveva la seconda marina da guerra del mondo ed era stato il secondo paese, dopo gli Stati Uniti d’America, a installare una rete telefonica. Su questa base è comprensibile che la gente si chieda con sempre maggiore insistenza se l’attuale situazione del paese non sia l’esito del sistema repubblicano e se non sia il caso di restaurare quel regime che ha dato così buoni frutti nel passato. Il popolo minuto capisce abbastanza facilmente che quello monarchico è un regime naturale, ricorda e ha nostalgia: agli osservatori non particolarmente informati sfugge, per esempio, che i costumi indossati nelle sfilate durante il carnevale di Rio sono quelli del periodo imperiale. Questa condizione è stata ben descritta in un’espressione di un uomo politico, giurista e letterato brasiliano, Ruy Barbosa, nato a Bahia nel 1849 e morto a Rio de Janeiro nel 1923, repubblicano e ministro del primo governo repubblicano, secondo cui “in ogni repubblicano dorme un monarchico”.

È un’osservazione importante, soprattutto se affiancata a una grande disponibilità della pubblica opinione, che cerchiamo di illuminare, di informare, e, a poco a poco, il risultato si ottiene. Il movimento monarchico, che si organizza nei Círculos Monárquicos e nella Juventude Monárquica do Brasil, si sviluppa molto rapidamente, soprattutto nelle classi popolari. I centri maggiori sono a Rio de Janeiro, a San Paolo e nel Nordeste. Non abbiamo fondato un partito perché un re non ha partiti, è sopra i partiti. Abbiamo simpatizzanti nei partiti esistenti e, anche per quanto riguarda il sostegno finanziario, sono più che sufficienti i mezzi che si possono reperire in Brasile, sì che abbiamo rifiutato quelli che ci sono stati offerti dall’estero.

D. Più che dal punto di vista politico, l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale è spesso interessata alla condizione economica del Brasile…

R. Dal 1889 a oggi, centouno anni di Repubblica si sono risolti in un fallimento: il Brasile ha avuto trentotto presidenti della Repubblica, di cui dieci eletti e che hanno portato a termine il loro mandato, sette eletti ma deposti, uno eletto e dimissionario, due eletti ma morti prima del loro insediamento, uno che si è insediato con la forza, due giunte militari, due vicepresidenti che hanno portato a termine i mandati di presidenti eletti, uno eletto e del quale è stato impedito l’insediamento, cinque interini, cinque militari, a capo di un regime dittatoriale, uno eletto che è diventato dittatore… insomma, quasi venti colpi di Stato e lunghi periodi di dittatura!

Nonostante tutto questo il Brasile è un paese che gode di ottima salute e lo dimostra giorno dopo giorno. Infatti, nonostante una gestione dissennata come quella repubblicana è ancora in grado di sopravvivere. Il debito estero del Brasile è impressionante, ammonta a centoventi miliardi di dollari, ma per un paese dalle enormi risorse naturali è una cifra ridicola: per esempio, la sola miniera di ferro di Carjas, nello Stato del Pará, è in grado di dare proventi pari a dieci volte l’ammontare del debito estero.

Quella brasiliana è una delle economie più disastrate del pianeta a causa dell’enorme e inutile peso della macchina statale: lo Stato spende più di quanto guadagni, e questo perché sopravvivono strutture dispendiose e inoperose che opprimono la libera iniziativa e vanno eliminate. Perciò, per così dire, la “ricetta” per risollevare la sorte dell’economia brasiliana comporta che venga favorita la libera iniziativa, garantita sempre più la proprietà privata, e inserito il principio di sussidiarietà come tassativo per la pubblica amministrazione, al momento eccessivamente accentratrice. Infatti, circa i tre quarti dell’economia brasiliana dipendono dallo Stato e questo paralizza la più grande nazione del Nuovo Continente, sì che si può sostenere che all’origine delle favelas sta il latifondo pubblico, di estensione pari a tutta la Comunità Europea, che impedisce la realizzazione di strade, di silos, insomma di ogni investimento produttivo.

D. Qual è l’ipotesi relativa alla struttura istituzionale a venire?

R. Non è ancora tutto definito, ma pensiamo che non si debba fare come ha fatto la Repubblica che ha copiato la Costituzione degli Stati Uniti, che non è adatta alla nostra mentalità. Dobbiamo ispirarci alle nostre tradizioni. Sarà una monarchia parlamentare, con quanto ha caratterizzato il regime imperiale ed è considerato da tutti i politologi come il tratto più originale del sistema, cioè con il “potere moderatore” del sovrano: i classici tre poteri — l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario — saranno affiancati da un quarto potere, appunto quello del sovrano, destinato a mantenere il coordinamento fra gli altri e a evitare quanto accade ovunque, cioè che uno di essi prevalga. Sotto l’Impero, in Brasile, questo non è accaduto. Infatti, poiché lo Stato moderno tende a intervenire in tutto e a invadere ogni settore della vita, sostituendosi alle responsabilità personali dei cittadini e delle famiglie, è indispensabile qualcuno che impedisca ai tre poteri classici di prevaricare e che vegli sul “bene supremo della nazione”, come diceva la Costituzione monarchica: piuttosto che un re che governa, si tratta di un re che influisce sul governo negli orientamenti generali, come fece appunto la reggente donna Isabel spingendo all’abolizione della schiavitù, e che identifica i suoi destini personali con quelli del suo popolo, incarnandone le virtù, difendendolo e in qualche modo simboleggiandolo

 

a cura di Giovanni Cantoni

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