Brasilianità lusitana e ispanica

Per comprendere storia e cultura del grande paese iberoamericano
Alleanza Cattolica 27 anni fa
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José Pedro Galvão de Sousa, Cristianità n. 222 (1993)

 

Brasilianità lusitana e ispanica


L’ultimo scritto del filosofo del diritto e giurista brasiliano José Pedro Galvão de Sousa (cfr. Cristianità, anno XXI, n. 213-214, gennaio-febbraio 1993), intitolato Brasilidade lusíada e hispânica, datato «San Paolo 1992», inedito in portoghese e tradotto in spagnolo in Vertebración. Revista del Instituto de Investigaciones Humanísticas de la Universidad Popular Autónoma del Estado de Puebla, in Messico (numero speciale del 1992, pp. 25-29). La traduzione dal dattiloscritto originale è redazionale.

 

1. Colonizzazione e non colonialismo

Il tipo di colonizzazione realizzata da spagnoli e da portoghesi ha dato ai popoli ispanoamericani le caratteristiche che li distinguono e che li rendono atti a svolgere nel terzo millennio dell’era cristiana un’opera rilevantissima, se non anche decisiva.

Questa colonizzazione non deve essere in nessun modo confusa con il colonialismo mercantilista e sfruttatore, che ha prodotto la segregazione razziale, l’odio degli autoctoni e l’arricchimento dei do­mi­na­tori dediti esclusivamente ai guadagni e ai vanti materiali da ricavare, senza attenzione per lo stato dei selvaggi, abbandonati a una emargina­­zione servile.

Spagnoli e portoghesi concepirono e realizzarono la colonizzazione nel senso di opera di elevazione cul­­turale, secondo il suo significato etimologico, da colere, «coltivare». Né poteva essere diversa­men­te, posto che l’impresa della conquista di nuo­vi mon­­di rispondeva a un superiore ideale di fe­de, espres­­so nelle parole di Luís de Camões, nel pri­mo can­­to di Os Lusíadas, quando fa riferimento ai «re che vennero dilatando la Fede e l’Impero» (1).

Quale testimonianza maggiore della nobiltà di queste intenzioni delle Leyes de Indias, della regina Isabella la Cattolica? Identici furono gli obbiettivi dell’infante Enrique il Navigatore, al quale si deve l’impulso ricevuto dai navigatori portoghesi nell’espansione marittima, e del re di Portogallo João III, che, nel Regimento de Almerim, mandava a dire al primo governatore generale del Brasile, Tomé de Sousa, che la ragione principale del popolamento delle nuove terre era la conversione dei gentili alla fede cattolica.

Se vi furono abusi, se talora la auri sacra fames corrompeva alcuni colonizzatori, se vi furono tentativi di schiavizzazione degli indigeni, tutto questo si verificava come un allontanamento da quelle direttive, e comportava la punizione dei colpevoli. E ovunque vi erano i missionari, a difendere il diritto naturale degli indios e le loro libertà, dal domenicano Francisco de Vitoria sulla cattedra di Salamanca fino al gesuita António Vieira sui pulpiti di Bahia o di Maranhão.

Lo storico inglese Arnold J. Toynbee, autore dei preziosi volumi intitolati A Study of History, facendo il confronto fra la colonizzazione di olandesi o di inglesi con quella di portoghesi o di spagnoli, ri­conosce in quest’ultima la superiorità dimostrata dallo spirito elevato dei conquistatori, che mangiavano alla stessa tavola dei colonizzati, si sposavano con loro e non avevano nessun pregiudizio razziale. Da ciò la mistione, che nell’America ispanica — proprio al contrario che nell’America inglese — ha dato origine alla razza cosmica di cui parla José Vasconcelos, e che poi ha abbracciato anche i discendenti di immigrati di altri popoli e di altre razze.

Lo stesso mette in risalto il card. Joseph Höffner, in Kolonialismus und Evangelium, un bello studio sulla morale della colonizzazione ispanica nel continente americano.

Poiché si aveva di mira la conversione dei gentili, se ne faceva derivare anche un regime di convivenza e di rispetto dei diritti, con l’estensione ai nativi dell’organizzazione giuridica che trasferiva, in terre americane, debitamente adattate alle condizioni locali, le istituzioni della Metropoli, come per esempio i municipi autonomi e i tribunali di giustizia, mentre alla Chiesa veniva affidata l’educazione, con la moltiplicazione delle scuole e con il sorgere delle prime università.

Si realizzava la parola del Vangelo: «Quaerite ergo primum regnum Dei et iustitiam eius et haec omnia adiicentur vobis» (2).

E un autore che nessuno può considerare sospetto, Rufino Blanco-Fombona, nel saggio interpretativo El conquistador español del siglo XVI, afferma che «la conquista si rivela opera di devozione e ha qualcosa della Crociata» (3).

Papa Pio XII, che tante volte ha elogiato quest’opera — come attualmente ha fatto Papa Giovanni Paolo II —, nel discorso diretto alla Missione Navale Spagnola, del 6 marzo 1940, ha dichiarato che «le provvidenziali caravelle della Spagna missionaria […] [furono] autentiche collaboratrici della Nave di san Pietro, […] [perché] con la civiltà d’Europa per prime portarono al Nuovo Mondo il tesoro incomparabile della fede in Gesù Cristo, e con la religione cattolica con­segnarono a tali immensi continenti la sublime e autentica civiltà delle anime» (4).

La Cristianità — la res publica christiana, l’ordine temporale delle società ispirato dal cristianesimo — era fiorita nel Medioevo ed era stata colpita nell’Europa oltre i Pirenei dal Rinascimento e dal protestantesimo, mentre continuava però a sussistere integra e unita nella penisola iberica. Da qui si è irradiata nel continente scoperto da Cristoforo Colombo e in tutte le parti del globo nelle quali si faceva sentire l’opera civilizzatrice di Portogallo e di Spagna.

2. La lusitanità brasiliana

I documenti ufficiali portoghesi, la legislazione, le istruzioni regie, riferendosi al Brasile, non usavano l’espressione colonia, bensì quelle di Stato o di provincia. Non esisteva uno statuto coloniale, che mettesse in una posizione di inferiorità la popolazione locale. Ai portoghesi residenti in Brasile e ai brasilindi venivano applicate le Ordenações do Reino, le cui disposizioni rispecchiavano le norme di diritto pubblico e di diritto privato del tempo. Si noti che l’ultimo testo di questa raccolta di leggi fu promulgato durante la dominazione spagnola, verificatasi dal 1580 al 1640, e iniziata da Filippo II. Portogallo e Spagna avevano lo stesso sovrano, che governava dai suoi domini castigliani, ma la legislazione e le istituzioni portoghesi erano conservate, applicate e rispettate dai re spagnoli. Non si trattava di una «unione reale», secondo la terminologia giuridica, ma di una «unione personale» delle due nazioni, sotto uno stesso governo, con la conservazione da parte di ciascuna del proprio regime e dei propri costumi. Una particolarità interessante è il fatto che le imbarcazioni portoghesi dovevano avere equipaggio portoghese. E, finalmente, bisogna segnalare che le Ordi­na­ções Filipinas furono vigenti in Brasile anche dopo l’indipendenza, proclamata nel 1822, per quanto concerneva il diritto civile, retto dalle loro disposizioni durante tutto l’Impero, cioè dal 1822 al 1889, e nei primi anni della Repubblica, proclamata nel 1889. Hanno cessato di essere vigenti a partire dalla promulgazione del codice civile nel 1917.

La lusitanità brasiliana, espressa in questo modo dalla legislazione, si manifestava anche nell’organizzazione politica, dai primordi della nazionalità. Poiché il Brasile era diviso in capi­ta­nie, più tardi con un governo generale a Bahia, la vita politica si con­centrava nel municipio, la cui Camera, con as­­sessori eletti, aveva relazioni dirette con il re di Portogallo. Quando Martím Afonso de Sousa giunge sul litorale di quello che è oggi lo Stato di San Paolo, nel gennaio del 1532, facendo attraccare la sua flottiglia nel porto di São Vicente, vi fonda la città omonima, cellula mater della grande nazione che si sta costituendo. Traccia il piano della città, fa erigere una cappella, ordina di costruire due fortini, sorgono i primi edifici, e la berlina, simbolo dell’autonomia municipale, indica fin da subito che il regime di consigli o municipi portoghesi sarà anche quello del Brasile. Nelle città più importanti, avranno grande potere i cosiddetti Senados da Câmara, che sono gli interlocutori dei governatori e che esercitano talora il governo del territorio e giungono a levare la propria voce di fronte alla Metropoli.

Quindi, come parlare di una semplice co­lonia? Inoltre, non bisogna dimenticare che il linguaggio fino ad allora consueto fu modificato dall’inglese Robert Southey, che fra il 1810 e il 1819 scrisse una storia del Brasile, traducendo i termini dei documenti portoghesi — fatti copiare nell’archivio della Torre do Tombo, a Lisbona — povoador, po­­vo­ação, povoamento e povoar, con colonist, co­lo­ni­za­tion e to colonize. Gli storici che lo hanno seguito non hanno trascuratamente corretto l’imprecisione e hanno lasciato che si generalizzasse una terminologia produttrice di equivoci.

Il Brasile, in quanto unità politica già costituita, non era propriamente una colonia, dal momento che questo termine viene usato per indicare l’occupazio­ne e lo sfruttamento di regioni incolte. Questa era la situazione di una parte del continente americano che si integrava nel regno di Portogallo, come l’Al­garve nella penisola iberica, quando si venne a co­stituire il Regno Unito, nel 1815, al tempo di Jeão VI.

E, su di un piano più ampio, Brasile e Portogallo facevano parte del mondo ispanico non soltanto grazie a rapporti internazionali fra potenze diverse, ma perché formavano una comunità culturale e storica.

La consapevolezza di un destino comune fra i po­poli iberici e celtiberi, rac­colti in quella che, nella lin­gua di Roma, si denominava Hispania, veniva da epo­che remote. Sant’Isidoro di Siviglia, nel secolo VII, ebbe il pre­sentimento di questa unità; la espresse chiaramente, nel secolo XVI, l’umanista André de Resende — «Hispani omnes sumus!» — e Luís de Camões la perpetuò nei suoi versi immortali, chia­mando i portoghesi «un fortissimo popolo di Spa­gna» (5). Si tratta di un’unità proclamata ai no­stri giorni da Ramiro de Maetzu e da Manuel García Mo­rente in Spagna, da Antonio Sardinha in Portogal­lo, da Gilberto Freyre in Brasile, oltre che da tanti altri.

Quest’ultimo, nell’opera O Brasileiro entre outros Hispanos. Afinidades e possíveis futuros nas suas inter-relações, mette in risalto il senso ispanico della formazione brasiliana, dal momento che si deve ri­cordare la convivenza di spagnoli e di portoghesi a San Paolo al tempo dei bandeirantes (6), la cui espansione oltre il limite fissato dal Trattato di Tordesillas diede al Brasile la grandezza territoriale poi riconosciuta dal Trattato di Madrid nel 1750.

Nell’espansione marit­ti­­ma e nella colo­niz­za­zio­­ne evange­lizzatrice e civilizzatrice — senza colo­nia­li­smo — spagnoli e portoghesi si identificarono pienamente negli stessi ideali della Comunità Ispa­ni­ca, al «servizio di Dio», come dichiaravano i suoi sovrani. In questo modo nacquero e si formarono le nazioni del Nuovo Mondo.

3. Il Brasile nel mondo ispanoamericano

È noto che queste nazioni, quando si separarono dalle loro Metropoli, passarono attraverso un trauma provocato dalla rottura con la tradizione e dall’adozione di regimi politici in contrasto con la loro storia, con l’indole del popolo e con le condizioni sociopolitiche che le caratterizzavano.

Relativamente al Brasile, Francisco José Oliveira Vian­na, interprete penetrante della sua formazione na­zionale, loda il senso dell’oggettività degli statisti del­la colonia diversamente da quelli dell’Impero e so­prattutto della Repubblica, questi ultimi formati in­tellettualmente secondo le idee francesi e sedotti dal­le istituzioni anglosassoni. Si trattava del mar­gi­­nalismo delle élite dirigenti e dell’idealismo uto­pistico, molto ben studiati dal sociologo citato (7).

La stessa problematica interessa i popoli che, in seguito alla disintegrazione dei vicereami spagnoli, che erano quattro, si frammentarono in diciannove repubbliche, con dispiacere dei vari Libertador — un Simón Bolívar, un José de San Martín —, che vedevano la propria opera deviata dai giuristi ideologi, autori delle Costituzioni, con la testa piena dei princìpi della Rivoluzione francese.

Presso due dei popoli iberoamericani, quello messicano e quello brasiliano, si fece il tentativo di conservare al­meno il regime mo­nar­chico, che rappresentava una forza di coesione, di unità e di or­dine.

Le cause che fecero fallire l’esperienza mo­nar­chica messicana sono ben note. Quanto al Brasile, le cir­costanze storiche l’hanno favorita. Jeão VI, re di Portogallo al momento dell’invasione francese di Napoleone Bonaparte, giunse in Brasile e vi fu il trasferimento della Corte a Rio de Janeiro; dovendo ritornare a Lisbona sotto la pressione delle forze politiche dirette dalla massoneria, il re lasciò in Brasile come reggente il figlio Pedro. João VI, pri­ma di tornare in Portogallo, previde quanto stava per accadere e disse al figlio di porsi la corona del nuovo regno sul capo prima che lo facesse qualche avventuriero: a Pedro toccò porsi alla testa dei patrioti brasiliani nel movimento per l’indipendenza, proprio contro le forze che, nella Costituente di Lisbona, volevano togliere ai brasiliani i diritti riconosciuti e i privilegi dati dal re.

L’insigne José Vasconcelos ha scritto: «Le nostre nazioni sono nate alla vita indipendente come i resti di un naufragio, non come opera della virilità e della maturità. Ogni nazione iberoamericana, fatta eccezione per il Brasile, appare piuttosto come un aborto che come un frutto».

La continuità monarchica e dinastica, perduta nell’America spagnola, assicurava al Brasile sessan­t’anni di pace interna, di ordine, di equilibrio politico — grazie al Potere Moderatore esercitato dall’imperatore, che liberava il paese dall’anarchia parlamentare e dalla partitocrazia (8) — e di stabilità economica.

Quindi non meraviglia che, mentre i popoli vicini e fratelli erano ondeggianti fra il caudillismo (9) e la demagogia, il Brasile riuscisse a sfuggire a questa instabilità e alle continue rivoluzioni e mutamenti di Costituzione, deposizioni del presidente e cambiamenti nel sistema di governo. La demagogia era una conseguenza dell’astrattezza democratica importata. Si dimenticava la lezione della storia, con istituzioni di autentica partecipazione popolare che erano esistite e che potevano essere rinnovate e attualizzate. E, di fronte al disordine irrompente, il caudillo era un Ersatz, un «sostituto», del re.

Ma anche per il Brasile giunse il momento di subire le conseguenze di una fatale deriva sto­rica. Dopo la proclamazione della Repubblica nel 1889, sostituite con un tratto di penna la forma di governo — la monarchia con la repubblica —, la forma di Stato — lo Stato unitario con lo Stato federale — e il sistema di governo — il parla­men­ta­rismo con il presidenzialismo —, che cosa accadde?

Rispondono le statistiche:

7 Costituzioni

17 atti istituzionali

19 rivolte militari

6 scioglimenti del Congresso

2 rinunce presidenziali

3 presidenti dei quali è stato impedito l’in­sedi­a­men­to

1 presidente suicida.

Senza parlare delle dittature, dichiarate o di fatto, de­gli stati d’assedio e dei vent’anni di un regime mi­litare cominciato con la migliore delle intenzioni, quel­la di salvare il paese dalla sovversione e dalla mi­naccia comunista, ma poi deviato dalle sue mete per mancanza di un pensiero politico ordinatore e di com­prensione della necessità di una riforma istituzionale.

La problematica dei popoli della vecchia America spagnola dall’Indipendenza è diventata anche la problematica del Brasile con la Repubblica. Il che non vuol dire che l’Impero sia stato esente dalle influenze ideologiche che hanno deviato i popoli iberoamericani dalla loro linea di formazione storica. Infatti queste influenze furono decisamente sensibili. Lo stesso regime parlamentare, ispirato all’Inghilterra, lo dimostra. Ma il Potere Moderatore, attribuito al re, era un correttivo a questo trapianto indebito: faceva persistere in Brasile quello che era stato il potere personale dei governatori. Ora si trat­tava del potere personale dell’imperatore, che Pedro II esercitò con criterio e con discrezione, con spirito di giustizia e con alto senso del bene comune.

Ma in ciò si manifesta già la mancanza di solidità del­la monarchia brasiliana, che dipese piuttosto dal va­lore per­sonale del re che non dal perfetto fun­zio­na­men­to di istituzioni decisamente adeguate. Orbene, Pe­dro II era stato educato più come letterato che co­me capo di Stato, contrariamente a suo padre, il fon­datore dell’Impero, deciso e impetuoso. L’onestà e la cultura dell’imperatore non erano accompa­gna­­te dall’energia sufficiente per respingere quanti minavano il trono, protetti dal liberalismo alla france­se.

La campagna contro il potere personale coincideva con la propaganda degli adepti della Federazione, con lo sguardo rivolto al modello nordamericano, senza cogliere che, per correggere la centralizzazione che si voleva combattere, non era il caso di imitare gli Stati Uniti d’America, popolo con una formazione così diversa da quella brasiliana. Ma bisognava conoscere, valorizzare e attualizzare elementi della tradizione lusitana e ispanica, rafforzando i municipi e i gruppi intermedi, espressioni della sovranità sociale di fronte alla sovranità politica dello Stato. Infatti, e per esempio, quanto ai municipi, Francisco José Oliveira Vianna mostra che, tanto nel regime unitario dell’Impero quanto nel regime federativo della Repubblica, il municipio ebbe meno autonomia che nel periodo portoghese: la Repubblica nacque per mettere fine alla centralizzazione imperiale, e relativamente ai municipi fu ancora più centralizzatrice, con un duplice centro di suzione, l’Unione e lo Stato.

Alla propaganda repubblicana, fomentata dalle società segrete, non venne opposta un’opera di formazione dottrinale che facesse conoscere le ragioni della monarchia. Per altro, si trattava di ragioni che erano state perdute e che gli stessi uomini politici del tempo avrebbero cercato invano nel costituzionalismo liberale delle assemblee francesi, delle Cortes di Cadice e della Costituente di Lisbona. Mancava loro la memoria storica. Fra l’asso­lu­ti­smo e il liberalismo optarono per il primo perché non vedevano altra via d’uscita, perché non sapevano più nulla della monarchia organica tradizionale.

In altre parole, i brasiliani ebbero una monarchia senza una coscienza monarchica. E questa fu la causa della caduta del trono, in seguito alla quale il Brasile passò ad avere gli stessi problemi cruciali dei paesi vicini. La questione grande per i popoli iberoamericani sta nel seguire il cammino sicuro per conservare l’identità nazionale, che deve essere pro­tetta in modo efficace con un regime politico radicato nella formazione storica e consentaneo ai sentimenti del popolo.

José Pedro Galvão de Sousa

 

Note:

(1) Luís de Camões, Os Lusíadas, canto I, 2 [non soddisfacenti sul punto le più recenti trad. it.: I Lusiadi, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1966; e I Lusiadi, Mursia, Milano 1972 (ndr)].

(2) «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e il resto vi sarà dato in sovrappiù» (Mt. 6, 33).

(3) Rufino Blanco-Fombona, El conquistador español del siglo XVII, Editorial Mundo Latino, Madrid 1928, pp. 210-211.

(4) Pio XII, Discorso a una Missione Navale Spagnola, del 6-3-1940, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. II, p. 21.

(5) L. de Camões, op. cit., canto I, 31 [trad. it., I Lusiadi, Mursia, Milano 1972 (ndr)].

(6) Bandeirante era chi faceva parte di una bandeira, cioè di una spedizione armata per esplorare l’interno del Brasile (ndr).

(7) Francisco José Oliveira Vianna ha trattato il tema in diverse opere assolutamente illuminanti, da O idealismo na evolução po­litica do Império e da República (Companhia Editora Nacional, San Paolo 1922) a Instituições Políticas Brasileiras (2 voll., José Olympio, Rio de Janeiro 1949). [Con il termine marginalismo il sociologo brasiliano indica un’erronea comprensione dei rapporti fra ideali giuridici e realtà sociale: «[…] sono giunto alla convinzione — scrive — che quanti costituiscono l’élite intellettuale del Brasile, non solo quanti hanno una preparazione giuridica, ma anche quanti hanno una preparazione letteraria e scientifica — i cosiddetti “uomini di pensiero” (insegnanti, propagandisti, idealisti, pubblicisti, e così via) — possono essere molto propriamente inquadrati all’interno della grande categoria degli “uomini marginali” (marginal men), della classificazione di Park. Infatti — come il tipo di Park — vivono tutti fra due “culture”: una, quella del loro popolo, che forma il loro subconscio collettivo; l’altra — quella europea o nordamericana, che fornisce loro le idee, le direttrici di pensiero, i paradigmi costituzionali, i criteri di giudizio politico» (Instituições Políticas Brasileiras, cit., vol. II, pp. 15-16). Con il termine idealismo utopistico lo stesso sociologo in­dica l’ideologia corrispondente al marginalismo, «[…] la cui presenza in un sistema costituzionale» è denunciata dalla «[…] disparità fra la grandezza e l’impressionante euritmia della sua struttura teorica e l’insi­gni­fi­canza del suo rendimento effettivo» (ibid., p. 21) (ndr)].

(8) Con il termine Potere Moderatore si intende un quarto potere, dopo quelli legislativo, esecutivo e giudiziario, che — in Brasile, nel periodo dell’Impero — attribuiva al sovrano la facoltà di intervenire, con funzione di sindacato, in determinati campi, propri degli altri poteri, garantendo, all’interno dei limiti costituzionali, il loro ne­cessario equi­librio (ndr).

(9) Caudillismo — il termine spagnolo è quello adottato nell’uso corrente e scientifico per riferirsi al fenomeno — indica il regime imperante nella maggior parte dei paesi dell’Iberoamerica nel periodo che va dai primi anni del definitivo consolidamento dell’indipendenza, intorno al 1820, fino al 1860. È caratterizzato dalla spartizione del potere fra capi locali, solitamente di origine militare, nati in gran parte dalla smobilitazione degli eserciti che combatterono le guerre di indipendenza dal 1810 in poi, capi che si avvalevano di un potere carismatico, esercitato in modo nello stesso tempo autoritario e paternalistico, con connotazioni spontaneistiche e senza contenuto ideologico(ndr).

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