Castighi di Dio?

Don Piero Cantoni 4 anni fa
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La Bibbia è un metodo. È il racconto della storia della salvezza, cioè della storia di come Dio ha preso per mano l’uomo, là dove si trovava, per condurlo pian piano, con infinita pazienza, a capire, accettare e partecipare al suo amore infinito. Tre sono le tappe di questo percorso: l’uomo in stato di natura, l’uomo istruito dalla legge comunicata a Mosè, infine l’uomo in stato di grazia nel tempo – tuttora in corso – della venuta di Gesù e della sua presenza nella storia per mezzo dello Spirito Santo. La Legge Nuova è lo Spirito Santo stesso: « La Legge nuova è la grazia dello Spirito Santo, data ai fedeli in virtù della fede in Cristo. Essa opera mediante la carità, si serve del Discorso del Signore sulla montagna per insegnarci ciò che si deve fare, e dei sacramenti per comunicarci la grazia di farlo » (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1966). Le conoscenze dello stato di natura vengono elevate dalla legge mosaica e portate a compimento dal Vangelo di Gesù Cristo: « La Legge evangelica “dà compimento” [Cf Mt 5,17-19 ] alla Legge antica, la purifica, la supera e la porta alla perfezione » (Ibid., n. 1967). « I cristiani, quindi, leggono l’Antico Testamento alla luce di Cristo morto e risorto. La lettura tipologica [i personaggi, gli avvenimenti e i riti sono un “tipo”, una “figura” degli eventi futuri] rivela l’inesauribile contenuto dell’Antico Testamento. Non deve indurre però a dimenticare che esso conserva il valore suo proprio di Rivelazione che lo stesso nostro Signore ha riaffermato [cfr. Mc 12,29-31 ]. Pertanto, anche il Nuovo Testamento esige d’essere letto alla luce dell’Antico. La primitiva catechesi cristiana vi farà costantemente ricorso [cfr. 1Cor 5,6-8; 1Cor 10,1-11]. Secondo un antico detto, il Nuovo Testamento è nascosto nell’Antico, mentre l’Antico è svelato nel Nuovo: “Novum in Vetere latet et in Novo Vetus patet” [Sant’Agostino, Quaestiones in Heptateucum, 2, 73: PL 34, 623; cf Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 16] » (Ibid., n. 129). Nella mentalità pagana ad ogni azione dell’uomo corrisponde una reazione proporzionata: se l’uomo sta male è dunque sempre colpa sua; ad un errore corrisponde una reazione di male e di sofferenza. « La dottrina del karman (dell’induismo e del buddismo) ha sistematizzato a modo suo questa sapienza da sempre insita nell’uomo e l’ha resa anche più grossolana […]. Tuttavia essa esprime una sapienza arcaica […]: un peccato che continua a ripercuotersi è un pezzo di me stesso, si riflette in me stesso ed è quindi pure una parte del mio costante assoggettamento al tempo, nel quale a causa mia degli uomini continuano a soffrire in un modo molto reale e che riguarda quindi anche me » (Joseph Ratzinger, Escatologia. Morte e vita eterna, Cittadella, Assisi 1979, p. 197). Questa visione delle cose entra in crisi, in Israele, con il libro di Giobbe dove appare chiaro che non sempre le disgrazie sono segno di un cattivo comportamento. L’Antico Testamento inserisce il permanere del male in un progetto provvidenziale di salvezza e lo mette in connessione con l’amore di Dio. Il male non è più concepito come l’inevitabile conseguenza di un’azione sbagliata, ma come il castigo e la correzione di un “tradimento”: « Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non aver a noia la sua correzione, perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto » (Pr 3,11-12; cfr Eb 12,5-6). Con il Vangelo ci è comunicato il lieto annuncio che il male è vinto da Gesù mediante la sua morte e risurrezione. La sofferenza rimane ancora nel mondo; non più però come punizione ma come via di salvezza. Il “castigo” non va più inteso come la punizione di Dio, ma come la manifestazione del suo amore infinito che – nella misura in cui non è accettato dal nostro orgoglio – rimane fonte di sofferenza. Come è possibile che l’amore sia fonte di sofferenza? Il fuoco dell’amore in fondo è lo stesso fuoco della giustizia. L’amore veemente di Dio è percepito come doloroso nella misura in cui si è orientati in senso contrario o difforme. Come una imbarcazione rispetto ad una fortissima corrente d’acqua o di vento. Se si naviga nel senso della corrente, ciò è molto profittevole e piacevole. Ma è altrettanto terribile se l’imbarcazione è mal disposta rispetto alla corrente. Così l’amore di Dio trasporta nel suo vortice beatificante chi è disposto a lasciarsi trasportare. Se lo rifiuta ha, si sarebbe tentati di dire – ma si cozza contro il mistero – suo malgrado, degli effetti devastanti. Sullo spirito innanzitutto, ma su tutto l’uomo – carne e spirito –, posto che è una unità sostanziale. Così si comprende anche in che senso si deve intendere la fisicità del fuoco dell’inferno. In fondo, due fenomeni in apparenza diversissimi, sono in realtà, dal punto di vista di Dio, la stessa cosa: l’inferno e quella dolorosa tappa della crescita mistica che san Giovanni della Croce ha chiamato «notte oscura». In entrambi i casi Dio si avvicina a chi è impreparato. L’amore di Dio, percepito da chi lo rifiuta radicalmente e definitivamente, è l’inferno. L’avvicinarsi di Dio a chi è impreparato perché al suo fondamentale atto di fede non corrisponde ancora una conversione di tutto il suo essere, carne e spirito, rappresenta dolore, nella carne (notte dei sensi) e nello spirito (notte dello spirito): qui l’amore è purificazione. Lasciamoci bruciare volentieri dall’amore di Dio. Sarebbe sciocco pensare che questo possa avvenire senza sofferenza, ma riflettiamo sul fatto che questa sofferenza è un cammino di gioia ineffabile! Una gioia talmente grande che, per essere percepita ed incendiare d’amore il nostro cuore, deve bruciare tutti i nostri attaccamenti. La sofferenza è sempre una chiamata ad unirsi a Gesù nella fede per amare con lui, perché « noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui » (1Gv 4,16). Non possiamo e non dobbiamo dire che il senso comune che cerca sempre un “errore” là dove c’è una sofferenza o l’Antico Testamento che vede spesso nella sofferenza un castigo di Dio siano “sbagliati”. Noi cristiani però dobbiamo andare con sicurezza e fiducia al Vangelo per cercare lì la spiegazione ultima della sofferenza nel mondo, che consiste nell’amore misericordioso ed infinito di Dio che si è manifestato nella Croce e nella risurrezione di Gesù. Altrimenti siamo rimasti pagani o non siamo ancora usciti dall’Antico Testamento. Allora è tutto facile! No! È tutto più difficile per gli orgogliosi, ma semplice per gli umili, i poveri e i semplici. In ogni caso è tutto più bello.
Don Piero Cantoni
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 Don Piero Cantoni

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Don Pietro Cantoni nasce a Piacenza il 19 aprile 1950. Autore di numerose pubblicazioni, è stato professore stabile di teologia presso lo Studio Teologico Interdiocesano “Mons. Enrico Bartoletti” di Camaiore (LU). Fondatore della Fraternità san Filippo Neri nella diocesi Massa Carrara – Pontremoli, è membro del capitolo nazionale di Alleanza Cattolica e guida Esercizi ignaziani dal 1975.