
La differenza tra sapienza e superbia sta nel riconoscere nella prima lo stesso Cristo, unica via verso il Padre
di Michele Brambilla
«Il Vangelo della liturgia odierna (Mt 11,25-30) ci invita a condividere la lode che Gesù eleva al Padre», dice Papa Leone XIV nell’introduzione all’Angelus del 5 luglio. «Il Figlio di Dio, fatto uomo, manifesta il suo amore coinvolgendo ogni creatura in questo rendimento di grazie», concetto che sta alla base della visione cattolica del creato e dell’atteggiamento che i cattolici devono avere nei confronti degli altri uomini.
Il Signore ha a cuore soprattutto i “piccoli”, mentre disdegna quei “dotti” che «sono talmente pieni delle proprie idee che non riconoscono la presenza di Cristo, il Messia che visita il suo popolo. L’umana sapienza diventa allora arroganza e la dottrina degrada in superbia». «La vera sapienza di Dio si rivela invece nell’umiltà della carne e il suo insegnamento si rivolge a quanti fanno più fatica», ma non per fornire loro una facile consolazione. Infatti «andare da Gesù significa corrispondere al suo amore e condividere la sua vita fino alla croce, come ci ha spiegato Egli stesso: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24). Proprio il dono di sé per amore è il “giogo” di Gesù (cfr Mt 11,29), cioè la sintesi del suo insegnamento, il cuore della sua sapienza, ardente di carità verso tutti».
Il Vangelo definisce il giogo della croce «“leggero” e “dolce”»: come è possibile, visto che anche per lo stesso Gesù non fu uno scherzo trascinarlo fino al Golgota? Proprio «perché il Signore lo porta per primo e con tutti noi, senza mai lasciarci soli in ciò che ci abbatte. Da autentico maestro, Gesù si fa carico dell’umanità ferita dal male, per prendersene cura. La sapienza che Egli ci dona è allora un annuncio di salvezza e il suo giogo ci solleva da ogni caduta». Quella autenticamente cattolica «non è dunque un’ascesi che mortifica» le possibilità di riscatto umano dando un valore eccessivo al dolore, ma «è una scuola di libertà, che prende sul serio il dramma della storia e ne illumina sempre il senso, soprattutto nei momenti più oscuri. Difatti, solo nella croce di Gesù il male viene redento: solo nella sua passione la nostra stanchezza mortale trova conforto e riscatto» nella tenacia di un Dio fatto uomo pronto a morire per noi.
«Nella schiavitù, Cristo è liberazione. Sotto il flagello della guerra, Cristo è speranza. Nell’ora del peccato, Cristo è perdono», specifica il Papa, per il quale «questa è la vera sapienza, cioè la via che vogliamo percorrere insieme, uniti come discepoli nel suo nome. Gesù ce la insegna da Figlio, diventando nostro fratello: con la forza dello Spirito Santo, Egli stesso manifesta alla Chiesa la verità di Dio e dell’uomo, perché “nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” (Mt 11,27)».
Dopo la preghiera mariana il Pontefice ricorda che «giovedì scorso, 2 luglio, nel Santuario di Tac Say in Vietnam, è stato beatificato il sacerdote Francesco Saverio Tru’o’ng Bǚu, ucciso nel 1946 in odio alla fede. In un contesto di prevaricazione e di violenza, si pose come difensore dei diritti della gente e non abbandonò i suoi parrocchiani» in un momento particolarmente difficile, legato alla de-colonizzazione del Vietnam francese, in cui spuntarono sette e movimenti politici anticristiani e antioccidentali. «La sua intercessione e la sua preghiera sostengano gli operai del Vangelo che anche oggi si trovano in situazioni di persecuzione» in non poche parti del mondo.
Parlando in spagnolo «al Coro de la Universidad de Mérida, en Venezuela», presente in piazza S. Pietro, Leone XIV rinnova la sua preghiera per l’intero popolo venezuelano, «que el Señor lo sostenga en este momento tan difícil».
Lunedì, 6 luglio 2026
