Commercianti e artigiani in legittima difesa

Alleanza Cattolica 35 anni fa
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Maurizio Dente, Cristianità n. 117 (1985)

 

La risposta unitaria e solidale di rilevanti gruppi sociali delusi dalla classe politica e demonizzati dalla stampa di regime.

 

Contro la «persecuzione fiscale»

Commercianti e artigiani in legittima difesa

 

Che cosa è accaduto il 23 ottobre 1984? E che cosa si è ripetuto il 26 novembre e il 13 dicembre (1)? Le saracinesche abbassate dei commercianti e degli artigiani hanno reso visibile a tutti un fenomeno tante volte anticipato e descritto dai militanti di Alleanza Cattolica in conferenze pubbliche e in conversazioni private: l’avanzata del socialcomunismo, legge dopo legge, provvedimento dopo provvedimento, genera la reazione delle categorie colpite. Commercianti e artigiani non sono le prime categorie a farlo, anzi. Ma hanno scelto una forma di protesta particolarmente evidente. Di che tipo di reazione si tratta, però, e quali ne sono i limiti? Qui va fatta chiarezza: è una reazione «spontanea, ma non autonoma» (2), cioè una reazione che si produce, certamente, in maniera più o meno visibile per l’osservatore superficiale, ma che, per svilupparsi, deve trovare dei capi, una leadership, oppure è destinata a essere «recuperata» e a diventare sterile. Sotto questo profilo la cronaca-storia di questi anni è ricca di episodi di reazione ignorati, sottovalutati dalle potenziali leadership, talora traditi.

Che spessore ha avuto la reazione dei commercianti e degli artigiani e contro chi, realmente, era diretta? Sul primo punto basta richiamare alla memoria le immagini delle città italiane in quella giornata del 23 ottobre (3). E basta citare l’Unità: «La serrata indetta dalla Confcommercio ha avuto un innegabile successo» (4); la Repubblica: «Totale la serrata dei commercianti contro il piano Visentini […] quasi tutti i negozi sono rimasti chiusi, con punte del 99% nelle grandi città come Roma, Milano, Torino» (5); Paese Sera: «La clamorosa riuscita della serrata dei commercianti» (6), per limitarsi agli organi di stampa che, nei giorni precedenti la serrata dei commercianti del 23 ottobre, più si erano distinti in una campagna tesa a demonizzare, a confondere e a dividere la categoria. E si deve parlare di una riuscita al di là delle previsioni, anche delle previsioni degli stessi organismi di rappresentanza: «le strade della città, ieri, avevano l’aria di un giorno domenicale, di festa […] gli esercenti hanno chiuso, scavalcando di un colpo indicazioni differenti, diversità d’impostazione», ha dovuto ammettere, parlando di Bologna, l’Unità (7). Vale la pena, piuttosto, di soffermarsi sul secondo punto: serrata contro chi?

«A Roma migliaia di commercianti hanno manifestato al Cinema Adriano, scandendo slogans contro i partiti (“Ce ne ricorderemo …”) e bruciando in un falò i giornali giudicati “ostili”» (8); «Alcuni cartelli recitavano: “Basta con la dittatura di sinistra”» (9); «Ce n’era uno molto curioso: “Non vogliamo il KGB in casa”» (10); «Assenti, ufficialmente le forze politiche. Alcuni hanno spiegato: “Non le abbiamo volute”» (11); «“Venduti”, gridano, a decine, forse a centinaia. Venduti ai partiti, a Benvenuto, a Visentini» (12); «Tra i cartelli inalberati […] “Lama, Carniti, Benvenuto: i tre cavalieri dell’Apocalisse”» (13).

Sono solo alcuni brani delle cronache, veramente illuminanti, dei giornali del 24 ottobre 1984. Bersaglio di commercianti e artigiani i partiti, i sindacati della «Triplice» CGIL-CISL-UIL, i giornali; a Roma sono state bruciate copie de la Repubblica, Il Messaggero, l’Unità, insieme ai settimanali l’Espresso e Panorama. Piuttosto che utilizzare la solita definizione di «qualunquismo», in funzione «esorcizzante», si deve riconoscere che i commercianti hanno visto, più chiaramente di quanto si potesse pensare, la sostanziale omogeneità dello schieramento partitico, la uniformità ideologica del «paese legale». Quest’ultimo concetto – che Charles Maurras, il suo autore, presenta in un rapporto di opposizione e, spesso, di dicotomia vera e propria rispetto a quello di «paese reale», costituito dalla nazione nelle sue comunità naturali, negli ordini professionali, nelle categorie (14) – designa l’insieme dei funzionari di partito, dei burocrati di Stato, degli apparatchik sindacali, dei «creatori» della opinione pubblica, in una parola indica l’establishment. Detto questo si può comprendere meglio come i commercianti abbiano visto bene. Non hanno messo «tutti nel sacco», senza distinzioni. Hanno colto un dato di fatto: al di là di contrasti artificiosi esiste una «ideologia del paese legale» che trova uniti, sulle questioni di fondo, tutti i suoi esponenti, e la osservazione secondo cui la nazione «è sostanzialmente retta da un regime in cui le differenze tra le forze politiche ufficialmente concorrenti sono semplicemente funzionali, di volta in volta, alla conquista del consenso oppure al disorientamento del dissenso» (15) appare puntuale. Dietro la piattezza del quadro politico vi e un pensare comune. Quanto agli «applausi per il MSI» a Milano (16) essi sembrano esprimere più una speranza di trovare una leadership politica che una convinzione.

 

Contro l’odio di classe e la dialettizzazione sociale: riannodare i fili della solidarietà

Sta di fatto che il 23 ottobre 1984 e le successive giornate di protesta di artigiani e di commercianti hanno fatto davvero «balzare alla ribalta un nuovo “soggetto sociale”» (17) «capace di qualche autonoma […] incidenza sul terreno stesso della politica» (18). Il giornale comunista aggiunge che si tratta di un tipo di incidenza «ricattatoria». Lasciamo perdere. Basta sostituire l’astratta e fittizia rappresentanza a base ideologica della democrazia liberale, centrata sul suffragio universale (19), con quella di interessi reali – cioè delle professioni, delle arti, del commercio – con mandato imperativo – per cui i rappresentanti devono rispondere direttamente agli elettori, ai quali sono vincolati, e non all’idea astratta, giacobina, di nazione – per rendersi conto che il fatto che i commercianti mettano sul banco degli accusati i partiti cui hanno accordato la loro fiducia in questi anni e chiedano un patto preciso a quanti ambiscono a sostituirli è solo una salutare manifestazione di realismo, da valutare positivamente (20).

Piuttosto, resta da dire della reazione del «paese legale» alla serrata che queste importanti categorie hanno fatto contro di esso e dei rischi che la protesta venga «recuperata» e annullata. La tattica ampiamente utilizzata finora è stata quella della dialettizzazione. Dividere e mettere gli uni contro gli altri i commercianti e gli operai, i commercianti e i consumatori, i lavoratori autonomi, che non pagherebbero le tasse, e quelli dipendenti, che le pagano. Due parole sulla «evasione» dei commercianti. La principale, macroscopica, ingiustizia non sta nel fatto che vi siano, all’interno di alcune e sempre più ridotte categorie, fenomeni di evasione (21) di parte – quella diretta – della imposizione fiscale, ma nel fatto che la grandissima maggioranza di cittadini paghi troppe tasse a uno Stato gestito in modo rapace e con spreco (22) che «succhia» quasi tutte le risorse della società, impoverendola sempre di più per intervenire da protagonista in settori come industria, banche, sanità, e realizzando progressivamente una vera e propria occupazione della società in tutte le sue articolazioni. Sfruttando un odio sociale seminato a piene mani in questi anni si orienta, però, tutta la protesta sociale contro bersagli di comodo. Come a proposito della «fame di case» non viene additato come responsabile di essa soprattutto chi ha vanificato il mercato degli appartamenti in affitto votando la legge sull’«equo» canone, ma piuttosto chi cerca di difendersi accantonando per uso proprio, o per venderla, la casa cosiddetta. «sfitta»; così per i commercianti si accredita la tesi che sarebbe la loro «evasione» a costringere gli altri a pagare di più (23). Non è necessario soffermarsi a lungo sull’assurdità di questa tesi, esplicitamente o implicitamente diffusa senza tregua dagli strumenti di manipolazione del consenso. Da un lato vi sono alcune migliaia di cittadini, esponenti di alcune professioni, esercitanti alcune attività, che, in qualche misura, evadono la imposizione fiscale diretta – e solo quella -; dall’altra il «pozzo di san Patrizio» costituito dal deficit dello Stato, una fornace che brucia risorse sempre maggiori: «Da gennaio ad agosto sono usciti dalle tasche degli italiani per finire nelle casse dello Stato 100 mila miliardi circa. Il prelievo fiscale si avvicina a record mai raggiunti prima» (24).

Nel 1984, secondo le previsioni del ministro delle Finanze, Bruno Visentini, le entrate del fisco avrebbero dovuto aumentare del 17%: «4600 miliardi verranno da nuovi provvedimenti d’imposta», affermava a inizio d’anno (25). Ebbene, contro i 4600 miliardi sottratti dallo Stato ai contribuenti basti citare il deficit 1983 della Finsider, finanziaria del gruppo IRI nel settore siderurgico, di 1919,7 miliardi (26); e dell’Efim, l’ente minerario di Stato, di 600 miliardi (27). Da sole, le finanziarie dell’IRI hanno accumulato, nel 1983, un passivo di 3059 miliardi (28). Una analisi anche superficiale delle cifre reali, dunque, rende evidente la falsità dello schema propagandistico che si continua ad accreditare, secondo cui dovremmo pagare tutti più tasse per stare meglio. Ma si fa leva sull’invidia sociale e si accentua la conflittualità tra le categorie per isolare e per intimidire la reazione di commercianti e di artigiani. «La risposta dei sindacati deve essere lo sciopero», aveva detto il numero due della CGIL, il socialista Ottaviano Del Turco (29): «chi vuole aiutare Visentini […] deve puntare alla mobilitazione dei lavoratori» (30). E a Milano la mobilitazione «categoria contro categoria» è stata avviata subito «con più di duemila lavoratori chiamati a raccolta da CGIL CISL UIL con un’ora di sciopero. Obbiettivo, il fisco» (31). «Davanti all’Unione commercianti c’è stata la sosta di un minuto mentre qualche voce urlava “ladri” e l’altoparlante invitava a rinunciare alla serrata dei negozi, definita in un volantino “una grave misura antisindacale e antipopolare”» (32).

Certo, si può osservare che gli attivisti sindacali erano 2 mila contro i «40 mila» (33) di Torino, alla marcia silenziosa dei commercianti. Ma bisogna misurare anche, dall’altra parte, la scarsa solidarietà, la incomprensione di tanti cittadini davanti alle saracinesche abbassate, il clima di contrapposizione, di odio e di delazione – si pensi alle denunce delle case cosiddette «sfitte» – che sta montando. «La lotta di classe è tornata di prepotenza sulla scena italiana», constatava, felice, il deputato della Sinistra «Indipendente» Massimo Riva, notando come «contro le posizioni dei commercianti sono scesi in campo i sindacati […] con una unità di intenti che fra loro non trovavano più da un pezzo» (34). È vero. E l’orientamento della stampa, delle «pluralistiche» testate della RAI della riforma, straordinariamente omogenee sull’argomento, lo conferma. Il «paese legale» fa blocco. E per portare avanti il proprio disegno ideologico agita le categorie l’una contro l’altra. Bisogna evitare di cadere ancora in questa trappola. Non lasciarsi dividere. Rispondere alla dialettizzazione della reazione sociale nel modo migliore, cioè creando e ricreando solidarietà, riannodando i legami di cultura, di religione, di interessi reali con le categorie e tra le categorie. E per farlo si può cominciare dai gesti più semplici: parlare con il commerciante che ha abbassato la saracinesca, ascoltare le sue ragioni, spiegargli a propria volta il proprio disagio. È il primo passo per ricostruire a tutti i livelli la unità del «paese reale» delle categorie, dei mestieri, delle professioni, delle comunità naturali.

Maurizio Dente

 

Note:

(1) Il 26 novembre 1984 si è svolta, in tutta Italia, la giornata nazionale di protesta degli artigiani contro il disegno di legge del ministro delle Finanze, Bruno Visentini. Anche in questo caso, nonostante la innaturale divisione tra commercianti e artigiani, altissime sono state le adesioni. «Artigianato bloccato», doveva ammettere l’Unità del 21 novembre 1984: «oltre un milione di laboratori e di botteghe sono rimasti chiusi». E il giornale del Partito Comunista doveva prendere atto anche di un’altra realtà particolarmente significativa: «molto vistoso il fenomeno anche nell’Emilia Romagna e in Toscana dove più alta è la concentrazione di piccole e piccolissime imprese a dimensione artigiana».

Anche il 13 dicembre 1984 la protesta di commercianti e artigiani, questa volta comune, ha incontrato il consenso della base: «una giornata di “coprifuoco” commerciale quasi ovunque», ammetteva la Repubblica del 14 dicembre 1984. Da aggiungere che, in alcune città – tra cui Roma, Imperia, Bari e Sassari -, le categorie hanno imposto alle organizzazioni di rappresentanza la chiusura per la intera giornata, rifiutando la indicazione di limitare la protesta a quattro ore. Sono fatti tanto più significativi se si pensa al clima di confusione e di autentica «intossicazione» propagandistica in cui le manifestazioni di protesta si sono svolte. Si va dai grandi mezzi d’informazione – televisione e radio in testa a tutti, che hanno martellato il concetto, rivelatosi palesemente falso, di una categoria «divisa», «spaccata a metà» fino a poche ore prima della protesta del 23 ottobre 1984 – alle organizzazioni di categoria di commercianti e di artigiani, trascinate «a rimorchio» dalla base, di cui hanno cercato in tutti i modi di imbrigliare e di attutire lo slancio, a comportamenti apertamente proditori. A Napoli e in Campania la Confesercenti – che aveva ufficialmente boicottato la manifestazione del 23 ottobre -, costretta ad allinearsi a una base da cui rischiava la totale sconfessione, è arrivata al punto di dare ai commercianti, per la giornata di protesta del 13 dicembre, la indicazione di abbassare le saracinesche «a metà» (cfr. Paese Sera, 14-12-1984, cronaca di Napoli). A proposito di questo organismo di categoria, notoriamente legato al Partito Comunista, è significativa l’ammissione fatta dal suo segretario nazionale, Giorgio Svicher, intervistato dal quotidiano comunistico: «il nostro slogan è “dalla bottega all’impresa”» (l’Unità, 17-11-1984). Lo slogan sintetizza bene una strategia: avviare anche nel commercio quel processo di concentrazione – che Svicher e il suo intervistatore definiscono «razionalizzazione» -, che dovrebbe riprodurre il passaggio dal regime di proprietà diffusa al capitalismo, e al supercapitalismo, tappa intermedia verso il monopolio.

(2) GIOVANNI CANTONI, L’Italia tra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, saggio introduttivo a PLINIO CORRÊA DE OLIVEIRA, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3ª ed. it. accresciuta, Cristianità, Piacenza 1973, p. 48.

(3) Immagini analoghe hanno offerto le città nelle due successive giornate di protesta di commercianti e di artigiani. In particolare, per questi ultimi – che si è tentato di isolare e di contrapporre ai commercianti -, in occasione della protesta comune del 13 dicembre, «la media delle adesioni», secondo le valutazioni di un organismo di categoria, la Confartigianato, «è stata superiore a quella della precedente manifestazione del 26 novembre e, a livello nazionale, si aggira intorno all’87 per cento con punte che superano il 90% in città come Milano, Genova, Firenze, Trento, Bari, Ancona, Alessandria, Modena, Messina» (Il Giornale d’Italia, 14-12-1984). Significativi e rivelatori di uno stato d’animo anche i tafferugli verificatisi a Roma tra commercianti aderenti al movimento «anti-tasse» MRN, Movimento Rinascita Nazionale, e la polizia, riferiti dallo stesso quotidiano e taciuti da quasi tutti gli altri.

(4) l’Unità, 24-10-1984. L’articolo di fondo non firmato è attribuibile al direttore, Emanuele Macaluso.

(5) la Repubblica, 24-10-1984.

(6) Paese Sera, 26-10-1984.

(7) l’Unità, 24-10-1984. Naturalmente il quotidiano del Partito Comunista non specifica che «indicazioni differenti» e «diversità d’impostazione» riguardavano i «vertici» e non la «base» di categorie che hanno saputo dimostrarsi straordinariamente compatte.

(8) la Repubblica, 24-10-1984.

(9) Ibidem: «Torino, 40 mila sfilano in silenzio».

(10) Ibidem.

(11) Ibidem.

(12) l’Unita, 24-10-1984, cronaca della manifestazione dei commercianti di Milano.

(13) Ibidem: «A Torino una marcia silenziosa per 20 mila».

(14) Cfr. per esempio, CHARLES MAURRAS, Enquête sur la Monarchie, Nouvelle Libraire Nationale, Parigi 1924, cap. VII, pp. LXXV ss. Cfr. IDEM, La Monarchia, trad. it., Volpe, Roma 1970, pp. 3-10.

(15) G. CANTONI, La via italiana all’«autogestione», in Cristianità, anno XII, n. 112-113, agosto-settembre 1984.

(16) la Repubblica, 24-10-1984.

(17) Paese Sera, 26-10-1984.

(18) Ibidem.

(19) È importante tenere distinti i due concetti diversi di «suffragio universale» e di «voto». Mentre quest’ultimo è una «tecnica di designazione», come ha fatto bene rilevare Gonzalo Fernández de la Mora, (La Partidocracia, Instituto de Estudios Politicos, Madrid 1977, p. 95), e, come tale, è «neutra», il «suffragio universale», perno della teoria liberale della rappresentanza, è un vero e proprio «sistema di pensiero», che vuole generalizzare a ogni ambito dell’attività umana una tecnica che può essere più o meno valida a seconda delle circostanze.

(20) Sulla rappresentanza a base «non ideologica», fondata su «interessi reali», cfr. JUAN VALLET DE GOYTISOLO, Representación politica, in IDEM, Tres Ensayos, Speiro, Madrid 1981, pp. 100 ss. Sulle contraddizioni delle teorie liberali della rappresentanza politica e sul «mandato imperativo», cfr. ENRIQUE GIL ROBLES, Tratado de derecho político según los principios de la filosofia y el derecho cristianos, 2 voll., 3ª ed., Afrodisio Aguado, Madrid 1961-1963, vol. II, cap. VIII, pp. 393 ss.

(21) Tale evasione va acquistando sempre più caratteristiche «difensive» nei confronti della rapacità dello Stato. Le entrate fiscali. nel nostro paese, sono pari al 39,90 per cento del prodotto interno lordo (cfr. la Repubblica, 9-12-1984) e l’Italia è in testa alla classifica della OCSE, la Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, in termini di aumento percentuale delle entrate fiscali negli ultimi anni. Il governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, ha documentato, alla commissione Bilancio della Camera, come «alla fine del 1983, il debito dello Stato è giunto a “mangiarsi” l’80% del reddito prodotto nello stesso anno nel nostro Paese. In cifre assolute significa che nel 1983 il reddito degli italiani è stato di 531 mila miliardi e che di questa cifra 418 mila miliardi sono andati allo Stato per finanziare la sua spesa» (la Repubblica, 1-4-1984). Sempre di più il contribuente intuisce che il meccanismo fiscale viene reso ancora più vessatorio e, addirittura, con il sistema degli accertamenti induttivi previsto dal disegno di legge Visentini art. 11, poi trasformato in decreto legge governativo, persecutorio, non per migliorare la qualità dei servizi che lo Stato offre, ma solo per reggere quella che Alberto Ronchey definisce la economia «più statizzata dell’Occidente» (Corriere della Sera, 2-12-1984). Da notare che il decreto – all’art. 4, comma 4 – prevede «un compenso incentivante la produttività collegato alla professionalità» per i funzionari del fisco.

(22) Il dato è apertamente riconosciuto da tutti gli «addetti ai lavori», operatori economici, imprenditori, ecc. Ecco quanto affermava di recente l’industriale siderurgico Giovanni Arvedi – peraltro notoriamente vicino al Partito Socialista – a proposito della Finsider: «Le perdite del gruppo statale in questi anni sono uno scandalo per tutti […] si è varato il pacchetto fiscale Visentini perché lo Stato possa disporre di almeno 6 mila miliardi per l’85: ebbene almeno 3 mila miliardi andranno all’acciaio statale» (la Repubblica, 22-12-1984).

(23) Su questa linea, il presidente socialista del Consiglio, on. Craxi, nella sua conferenza stampa di fine d’anno: gli è stato chiesto: «Non le pare che gli italiani paghino troppe tasse?», e ha risposto: «Se riuscissimo a far pagare le tasse a tutti, potremmo diminuirle». La inconsistenza della risposta può essere rilevata dai dati contenuti in questo stesso articolo.

(24) la Repubblica, 29-9-1984.

(25) Ibid., 12-1-1984.

(26) l’Unità, 31-3-1984.

(27) Ibidem.

(28) la Repubblica, 26-5-1984.

(29) Ibid., 24-10-1984.

(30) Ibidem.

(31) Corriere della Sera, 23-10-1984.

(32) Ibidem.

(33) la Repubblica, 24-10-1984.

(34) Panorama, 29-10-1984.

 

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