Coscienza del peccato, desiderio del perdono e pratica della confessione individuale

Alleanza Cattolica 38 anni fa
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Giovanni Paolo II, Cristianità n. 92 (1982)

 

Discorso ai vescovi francesi della Regione Ecclesiastica dell’Est in visita ad limina Apostolorum, dell’1-4-1982, in L’Osservatore Romano, 2-4-1982. Traduzione dal francese e titolo redazionali.

 

Coscienza del peccato, desiderio del perdono e pratica della confessione individuale

 

6. Per dei cristiani, una delle prove del senso morale è la coscienza del peccato, il desiderio del perdono, la pratica della penitenza. […] lo Spirito Santo è venuto a convincere il mondo del peccato, della giustizia, del giudizio; e la missione della Chiesa consiste nel farne prendere coscienza, insieme dando ai peccatori la possibilità di essere perdonati, liberati, reintegrati. […] Bisogna avere il coraggio di riconoscere le proprie colpe davanti a Dio, perché i peccati sono sempre offese a Dio, anche quando si tratta di torti fatti al prossimo; ci vuole il coraggio di renderne conto davanti alla Chiesa, che ha ricevuto il ministero del perdono; e quanti hanno un poco perso il senso del peccato e della Chiesa fanno evidentemente fatica ad accettare una tale pratica penitenziale. Ma questa è necessaria oggi come ieri, e porta frutti notevoli quando è compiuta bene. […]

7 […]

Ma bisogna […] riconoscere la esistenza di una crisi certa del sacramento della penitenza. Molti non vedono più in che cosa hanno peccato, e, ancora meno, eventualmente gravemente peccato; né, soprattutto, perché dovrebbero chiedere perdono davanti a un rappresentante della Chiesa; altri adducono il pretesto che le confessioni erano troppo inficiate da routine e da formalismo, ecc. Vi sono, per altro, serie ragioni per meravigliarsi e per temere, quando si vedono, in certe regioni, tanti fedeli ricevere la eucaristia, mentre un così piccolo numero ha fatto ricorso al sacramento della riconciliazione. Su questo punto una buona catechesi deve condurre i fedeli a conservare la coscienza del loro stato di peccatori, a comprendere la necessità e il senso di una pratica personale di riconciliazione prima di ricevere, con la eucaristia, tutti i suoi frutti di rinnovamento e di unità con Cristo e la sua Chiesa.

Si obietta talora che i preti, assorbiti da altri impegni e spesso poco numerosi, non sono disponibili per questo tipo di ministero. Ricordino l’esempio del santo curato d’Ars e di tanti pastori che, anche ai nostri giorni, grazie a Dio, praticano quella che si può chiamare «l’ascesi del confessionale». Infatti, siamo tutti al servizio dei membri del popolo di Dio affidati al nostro zelo, e, direi, di ciascuno di loro. 

8. Questo aspetto della confessione individuale davanti al prete mi porta a ricordare certi problemi di pastorale liturgica e sacramentale relativi alle celebrazioni penitenziali comunitarie.

[…] anche a questo proposito bisogna essere attenti: l’entusiasmo dei fedeli, e soprattutto dei giovani, per l’aspetto comunitario della vita cristiana, può inclinarli a trascurare le pratiche individuali che necessariamente si impongono. È il caso delle celebrazioni penitenziali con assoluzione generale. Come sapete, si può ricorrere a questa ultima soltanto in circostanze eccezionali, che derivano dalla impossibilità fisica o morale, in casi di grave necessità (cfr. Normae pastorales circa absolutionem generali modo impertinendam, n. III). Dunque, non vi si può ricorrere per rinnovare la pastorale ordinaria del sacramento della penitenza. Inoltre, la assoluzione collettiva non dispensa dalla confessione individuale e completa delle colpe. Questa deve intervenire anche ogni volta che siano stati rimessi peccati gravi con una assoluzione collettiva (cfr. ibid., n. VII). Il legame tra confessione e perdono, già inscritto nella natura delle cose, riguarda, infatti, l’elemento essenziale del sacramento. Non potrei, dunque, insistere sufficientemente sulla necessità di questa confessione personale delle colpe gravi, seguita dalla assoluzione individuale, che, pur essendo anzitutto una esigenza di ordine dogmatico, è anche una pratica che libera ed educa, perché permette a ciascuno di nuovamente orientare in concreto la propria vita verso Dio. Infatti, il cristiano non esiste soltanto come membro della comunità: è una persona individua, con le sue tendenze e i suoi problemi, il suo ambiente e il suo psichismo propri, le sue tentazioni e le sue cadute, la sua coscienza e la sua responsabilità davanti a Dio e davanti ai suoi fratelli. Il popolo di Dio non è un gregge uniforme: ciascuno dei suoi membri è un essere unico davanti a Dio; lo è anche davanti al suo pastore, che è, per ogni fedele, padre, maestro e giudice per conto di Dio.

Giovanni Paolo II

 

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