Crisi del Golfo, guerra, pace e “Tempesta nel deserto”

Alleanza Cattolica 29 anni fa
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GIOVANNI CANTONI, Cristianità n. 190 (1991)

Prospettive e considerazioni su problematiche di fatto e di principio inerenti o collegate all’apertura della gravissima crisi internazionale nel Golfo Persico e alla sua trasformazione in guerra.

 

1. Il conflitto

Dal 17 gennaio 1991 è in corso nel Golfo Persico un conflitto che trae spunto dall’invasione dell’Emirato del Kuwait, avvenuta il 2 agosto 1990, da parte delle truppe della Repubblica Democratica Popolare Irakena, di cui è presidente e capo del governo, dal 1979, Saddam Hussein.

I termini della questione in via di aspro e sanguinoso dibattimento sono generalmente noti, o almeno così si è indotti a pensare immaginando che essi coincidano con quelli ripetuti più di frequente dai mass media. Mi pare però lecito avanzare in proposito un radicale e fiero sospetto, semplicemente sulla base dell’uso di una parola, “pace”, che subisce, a causa della guerra, una straordinaria intensificazione.

Infatti, il modo in cui essa viene utilizzata ne fa termine assolutamente privo di contenuto e questo abuso, se non è certamente specifico dell’ora, viene accentuato appunto dalla presenza della guerra — meglio, di una guerra cui la pubblica opinione è massicciamente indotta a prestare attenzione —, che favorisce la sua semantizzazione semplicemente come “assenza di guerra”, quando non — grazie a un procedimento per dire il meno grottesco — come “sconfitta dell’avversario”.

 

2. Il problema della pace

Il frangente si presta a considerazioni di genere e di specie. Comincio con quelle di genere. Nella prospettiva cattolica, cioè naturale e cristiana, la pace è una situazione, cioè uno stato abituale, cui si perviene, un risultato, così come la castità è una virtù, cioè una “buona abitudine”, “di risultanza”: secondo la Rivelazione, nelle parole del profeta Isaia, “opus iustitiae pax” (1), la pace è opera della giustizia; secondo la Tradizione, ben espressa da una formula di sant’Agostino, la pace è “tranquillitas ordinis” (2), la tranquillità dell’ordine; in entrambi i casi — insisto — si tratta di un esito che, dopo il peccato originale, è anche un dono offerto a chi faccia, da parte sua, lo sforzo di propiziarlo e di accoglierlo, un dono il cui carattere è ininterrottamente ricordato dal Magistero. Così, il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II — nell’imminenza dello scoppio della guerra — afferma l’esistenza di “una correlazione fra la forza, il diritto e i valori” (3), e richiama “il diritto delle genti, antenato del diritto internazionale” (4): “Gli Stati riscoprono […] che il diritto internazionale non costituisce una sorta di prolungamento della loro sovranità illimitata, né una protezione dei loro soli interessi o anche delle loro imprese egemoniche. In verità è un codice di comportamento per la famiglia umana nel suo insieme.

“Il diritto delle genti […] ha preso forma nel corso dei secoli elaborando e codificando princìpi universali che sono anteriori e superiori al diritto interno degli Stati e che hanno raccolto il consenso degli attori della vita internazionale. La Santa Sede si compiace di vedere in questi princìpi un’espressione dell’ordine voluto dal Creatore” (5); fra questi princìpi ricorda, pro memoria, […] l’uguale dignità di tutti i popoli, il loro diritto all’esistenza culturale, la tutela giuridica della loro identità nazionale e religiosa, il rifiuto della guerra come mezzo normale di componimento dei conflitti, il dovere di contribuire al bene comune dell’umanità” (6); infine precisa che “il ricorso alla forza per una giusta causa sarebbe ammissibile soltanto se questo ricorso fosse proporzionale al risultato che si vuole ottenere, e se si pesassero le conseguenze che azioni militari, rese più devastatrici dalla tecnologia moderna, avrebbero per la sopravvivenza delle popolazioni e dello stesso pianeta” (7). Dimenticare questi elementi dottrinali e di fatto, cioè non porre la pace in rapporto con la morale, quindi con la pratica della verità, significa precludersi il suo raggiungimento; ricordarli significa riflettere sulle sue condizioni, cioè la giustizia che ne è premessa e l’ordine che ne deriva; perché, immediatamente, emerge il problema del diritto, cioè della giustizia, condizione di ordine e fattore di esso, e il suo rapporto con la verità di principio e con la verità di fatto.

 

3. La risoluzione dell’ONU

Poiché è altamente presumibile che qualcuno consideri — ingiustamente — astratto questo approccio alla pace e alla guerra mentre i missili inseguono i missili nei cieli mediorientali, passo immediatamente a considerazioni di specie. Dunque, il 2 agosto 1990 truppe straniere sono entrate in un piccolo Stato del Golfo Persico, violando così, come si ripete incessantemente, il diritto internazionale. Non ho nessuna difficoltà ad accettare questa descrizione del fatto, anche se avanzo una pesante riserva sulla sorpresa ostentata in proposito dai potenti, cioè da coloro che dispongono di sofisticati strumenti per avere informazioni dettagliate su quanto accade pure dove il loro occhio non arriva (8). Comunque, di fronte all’episodio rivelatore di un comportamento internazionale non certo edificante, l’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, attraverso una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, intima all’invasore irakeno il ritiro dal Kuwait, indicando — dietro insistenza dell’Unione Sovietica (9) — nel 15 gennaio 1991 la scadenza oltre la quale sarà lecito a forze multinazionali indurre manu militari al rispetto della risoluzione e procedere alla liberazione del territorio invaso. Il resto è cronaca, drammatica cronaca di una guerra annunciata, di cui si deve notare l’elevato tasso di incomprensibilità reale — dico anche e semplicemente quanto ai fatti — a dispetto di un’informazione debordante, nonché — talora — di una urtante parzialità.

 

4. Problemi di giustizia

I fatti, così descritti, non danno luogo a seri quesiti, che non siano quelli propri dell’area di responsabilità dei politici in genere e dei diplomatici in specie, cioè relativi all’aver essi esperito o meno tutte le modalità per conseguire il fine, la liberazione del paese invaso, con mezzi diversi da quello costituito dalla guerra.

Ma gli accadimenti non si producono in vitro, si situano piuttosto in un contesto, regionale e internazionale, e questo contesto dà corpo a interrogativi inquietanti. Quanto al contesto regionale, è noto — anche se, forse, non adeguatamente valutato — che la stessa ONU ha, nel tempo, emesso più risoluzioni intese — per esempio — a mutare le situazioni venutesi a creare in Libano dopo l’operazione dell’esercito israeliano detta Pace in Galilea, del 1982, e in Palestina dopo la Guerra dei Sei Giorni, del 1967. Perché tali risoluzioni non hanno trovato energico sollecito a rispetto, non oso dire fino alla guerra guerreggiata, ma neppure fino all’uso dell’embargo? Per non introdurre ulteriori variabili e complicazioni ipotizzo che i diritti dei kuwaitiani coincidano con quelli dello Stato che li organizza — anche se l’ipotesi è tutt’altro che pacifica — e chiedo se questi diritti sono meritevoli di maggiore difesa e di più tempestiva promozione di quelli dei libanesi o dei palestinesi. Mi rendo conto che i confronti sono sempre odiosi, anche se non dovrebbero essere sentiti come tali in un mondo che non perde occasione per richiamare una formula della “magia democratica”, l’”uguaglianza davanti alla legge”. Comunque, se le cose stanno così, sarebbe di indubbio interesse sapere in che cosa i diritti dei libanesi o dei palestinesi sono minori o meritevoli di minor tutela rispetto a quelli dei kuwaitiani; e, se l’unica ragione di diversità dovesse consistere nel rapporto stretto fra il Kuwait e i giacimenti petroliferi così utili all’Occidente e al mondo tutto, sulla base della sua attuale strutturazione economica, perché non dirlo, invece di travestire da difensore del debole, da incredibile e improbabile Robin Hood chi, nel caso, sarebbe, o è semplicemente, difensore di propri interessi vitali? È forse vergognoso averne? È sconveniente sostenerli? O non è piuttosto un segno inquietante il fatto di nasconderli sotto la copertura speciosa di gesti cavallereschi e dettati da idealismo, di cui il contesto regionale svela con tanta facilità l’assenza di animus adeguato, così autorizzando in qualche modo il prender corpo di ipotesi diverse?

Inoltre, il contesto internazionale porta un massiccio contributo allo svelamento della carenza di questo animus di giustizia: infatti, negli stessi giorni, anzi, nelle stesse ore in cui il diritto internazionale violato provoca l’intervento di una forza multinazionale nel Golfo Persico e distrae l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale da ogni altro accadimento, tre piccoli popoli, i popoli baltici, vedono duramente rimessa in questione la realizzazione della loro indipendenza, perduta nel 1940 in seguito al Patto Molotov-Ribbentrop e coraggiosamente affermata cinquant’anni dopo, nel 1990, e nuove vittime si aggiungono a un martirologio almeno pluridecennale. Ma anche in questo caso, come nel 1979 a proposito dell’Afghanistan, nessuna forza multinazionale si schiera, né si realizza il sia pur minimo embargo. Di nuovo: i diritti dei kuwaitiani hanno titolo maggiore a essere tutelati rispetto a quelli degli estoni, dei lettoni, dei lituani oggi, degli afgani ieri e, purtroppo, ancora oggi?

 

5. Il pacifismo

Stando così le cose, non è in qualche modo fondato l’atteggiamento di quanti propagandano posizioni pacifiste, giungendo fino a incitare alla diserzione?

Credo che queste sollecitazioni vadano respinte con vigore. Infatti, quanto alla guerra in genere, il suo rifiuto in tesi implica “la resa di fronte al male” (10) nella storia, precisamente per principio; inoltre tale rifiuto, […] in certi ambienti ideologizzati del cattolicesimo contemporaneo e presso certi maestri spirituali più volonterosi che illuminati, […] [comporta il] rischio di promuovere una generale smobilitazione dei credenti di fronte alle forze sempre attive del male” (11), facendo dimenticare che […] l’esegesi comune e, più ancora, la stessa costante azione della Chiesa Cattolica nella sua lunga storia convengono nel persuaderci che le regole del Discorso della montagna (circa l’altra guancia e circa il mantello e la tunica) sono evidentemente destinate a spegnere nel cuore dei singoli ogni sentimento di vendetta e di rivalsa verso il cattivo che lede i diritti altrui e a proporre l’ideale ascetico personale della mitezza e della rinuncia; ma non si offrono affatto come fonti ispiratrici del comportamento sociale del cristiano” (12), cioè non dichiarano implicitamente irrealizzabile il bene comune nazionale e internazionale, “un ordine futuro di convivenza umana assicurata dal rispetto dell’equità e del diritto” (13). Per evitare questo empasse, all’obiettore di coscienza si deve chiedere e, di fatto, si chiede di provare in qualche modo la sua socialità attiva, per esempio attraverso un servizio appunto sociale, senza per altro nascondere che questo contributo è e rimane un contributo mutilo, dal momento che, fra le necessità del prossimo da indossare, per principio ne rifiuta una, che è relativa a un bene enorme, cioè la vita, e/o alle sue ragioni e alle sue condizioni radicali, come, per esempio, la libertà: “È come la questione del pane. Quando si tratta della sua fame, Gesù risponde con l’astinenza: “Non di solo pane vive l’uomo”; ma quando si tratta della fame degli altri, risponde con l’intervento fattivo e moltiplica i pani. Perché, notava già Berdjev, la questione del pane per me è una questione materiale, ma la questione del pane per i miei fratelli è per me una questione spirituale. Analogamente, per il proposito ascetico io sopporterò, se ne sarò capace, l’ingiustizia perpetrata verso di me come individuo, ma non sono autorizzato a considerare un valore evangelico la mia rassegnazione all’ingiustizia inflitta agli altri e soprattutto alla collettività” (14). E il contributo dell’obiettore, per principio mutilo, induce a riflessioni su una cittadinanza ridotta, rilevazione giuridica di una socialità mutila, anche se non puramente passiva; nonché a considerazioni vocazionali, che richiamano, a loro volta, problematiche relative all’uguaglianza e alle differenze fra gli uomini, e alla loro rilevazione giuridica e politica e non solamente a una loro adeguata compensazione — per esempio ed eventualmente — economica.

Va ugualmente respinto con pari vigore un pacifismo che non obietta in tesi, ma soltanto in ipotesi, cioè contro “questa guerra”, e che, forse proprio perché occasionale, trascende in “ipotesi di diserzione” più del pacifismo animato da obiezione di tesi. La problematica precedentemente evocata si dilata a un punto di non minore rilevanza, che mette in questione la vita politica della società, abbandonando al giudizio individuale quanto è frutto di una decisione statuale. E, se le decisioni statuali non piacciono — cosa più che possibile — è certamente lecito operare per mutarle, magari proponendosi interventi radicali sullo stesso sistema decisionale, cioè mettendo in questione la struttura dello Stato, cioè — ancora — dell’organizzazione della società, ma non defraudando il governo occasionalmente e improvvisamente del proprio contributo, in questo modo provocando l’aggiungersi, con “l’infedeltà ad impegni liberamente presi” (15), di difficoltà a difficoltà. Infatti, “il cristiano […] di fronte alle leggi dello Stato non può assumere individualisticamente l’atteggiamento di chi ritiene di essere di fronte a qualcosa che è in se stesso arbitrario, oppressivo, immorale. Al contrario, la presunzione — a meno che risulti con chiarezza alla luce della divina Rivelazione e del giudizio della Chiesa la perversità di qualche disposizione — è che la legge sia espressione del divino volere, e perciò vada obbedita, “non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza” [Rom. 13, 5] (16).

Finalmente, […] dobbiamo respingere un pacifismo che si nutra di odio e scandisca minacce di violenza e di morte; […] non possiamo accogliere un pacifismo che nelle tensioni internazionali si schieri sempre, qualunque cosa capiti, contro la stessa parte” (17), quindi semplicemente ed evidentemente espressione — scoperta e raffinata insieme — di una forma di guerra, la guerra psicologica, non meno guerra di quella guerreggiata e non più dell’altra necessariamente intenzionata a una pace autentica.

 

6. Qualche risposta

 Dunque, che cosa rispondere a chi chiede sinceramente “perché la guerra?”. Poiché la domanda è di tesi, bisogna rispondere molto semplicemente ricordando oppure “rivelando” — visto il silenzio sul peccato, originale e non, che caratterizza tanta catechesi — la narrazione del peccato originale, rottura del rapporto di giustizia e di pace con Dio e, quindi, fonte di due guerre, diversamente fondate, quella che deriva dalla malizia del peccato e dalle sue conseguenze e quella condotta contro tale malizia e contro i suoi portatori non solo individuali, ma anche sociali (18).

Che cosa rispondere, poi, a chi chiede più circostanziatamente “perché questa guerra?”. In primo luogo, non si deve nascondere la problematica costituita da tutte le ingiustizie per dire il meno simili a quella che ne viene presentata come la causa, chiedendo una voce giustizia non solo per i kuwaitiani, ma anche per i libanesi, i palestinesi, gli estoni, i lettoni, i lituani, gli afgani e così via.

In secondo luogo, però, il discorso deve farsi più articolato, sia per quanto riguarda le cause autentiche della crisi e poi della guerra — cause autentiche in quanto proporzionate agli accadimenti —, sia per quanto ha relazione, come già dicevo, con le modalità decisionali e, ultimamente, politiche, caratteristiche dell’organizzazione appunto politica della società. Quanto alle cause autentiche, accanto alla disponibilità delle fonti energetiche e alla riparazione dell’ingiustizia commessa ai danni dello Stato kuwaitiano, si deve esaminare l’ipotesi che, attraverso l’apertura della crisi del Golfo, […] il presidente iracheno abbia voluto mettere in mora lo statu quo politico oltre che economico dell’intero Medio Oriente, preoccupato delle conseguenze che la massiccia immigrazione di ebrei sovietici avrà inevitabilmente sugli equilibri regionali” (19), e che, quindi, l’intervento della forza multinazionale — costituita principalmente dagli Stati Uniti d’America — abbia relazione con la necessità di far spazio ad almeno un milione di persone, cioè a un numero tale di immigrati ebrei da produrre un enorme incremento all’orizzonte — un orizzonte molto vicino — della popolazione dello Stato di Israele (20). Se il dato è vero, si dirà che non si può impedire a questi infelici di fuggire dall’Unione Sovietica, dal momento che “è un intero popolo che emigra, che fugge la fame, la miseria, il freddo e l’antisemitismo” (21). Si tratta di una considerazione da esaminare insieme al quesito secondo cui, qualora la popolazione ebraica dello Stato di Israele subisse un massiccio incremento, […] salterebbe definitivamente, in questo modo, la possibilità di proclamare in un futuro più o meno prossimo lo Stato palestinese nei territori arabi oggi occupati da Israele, Cisgiordania e striscia di Gaza” (22), cioè la possibilità di una soluzione seriamente ipotizzabile per il caso palestinese. Forse per questo le voci più potenti dello schieramento alleato non hanno voluto e non vogliono legare il problema kuwaitiano a quello palestinese, e non hanno voluto e non vogliono prendere nessun impegno definito in relazione alla convocazione di una conferenza internazionale sul contenzioso regionale nella sua globalità. Forse per questo nello schieramento contro la Repubblica Democratica Popolare Irakena si trova il governo siriano: infatti, unendosi alla coalizione di cui sono magna pars gli Stati Uniti d’America, proprio “secondo fonti siriane ad alto livello, […] [ha] avuto il benestare della Casa Bianca 48 ore prima di iniziare l’accerchiamento del ridotto cristiano di Beirut e di cacciare con la forza Aoun” (23), e nella dissociazione fra caso kuwaitiano e caso palestinese vede la possibilità di evitare “per meriti acquisiti sul campo” l’accorpamento del caso libanese nel contenzioso regionale, data la difficoltà oggettiva di […] giudicare la lunga occupazione siriana con un metro diverso dall’occupazione irachena del Kuwait, anche se i siriani sostengono di essere entrati in Libano solo per assicurare la pace” (24). Poiché i problemi, collegati o meno, rimangono, per la loro soluzione qualcuno ipotizza lo spostamento dei palestinesi in Libano, e dei libanesi altrove, magari insieme ai cristiani palestinesi? Fino a qualche anno fa si parlava di “popoli deportati” (25): in che cosa è “nuova” questa eventualità? Inoltre, anche se su un altro versante: se le condizioni dell’Unione Sovietica non solo sono state, ma sono ancora tali da indurre alla fuga in massa, che cosa è cambiato in essa? Quindi, il sostegno occidentale è andato a un cambiamento, a una “ristrutturazione”, che non è mai avvenuta — per esempio, quanto all’impegno in Afghanistan, […] 12.000 consiglieri sovietici sono sempre presenti, per metà travestiti da afgani, per metà operativi, alternando la copertura aerea e il rifornimento dei “collaborazionisti” di Kabul” (26) e nel luglio del 1990 Mikhail Gorbaciov […] ha stanziato 75 milioni di dollari per l’azione sovietica in Afghanistan” (27) — o che, almeno, è rivelata come radicalmente inadeguata anche da questo esodo, che con altri si profila (28).

 

7. Ipotesi storiche e metastoriche

Poiché, di nuovo, i quesiti enunciati potrebbero essere assunti da qualcuno come convalidanti, se non il pacifismo in tesi, almeno il pacifismo e perfino il “diserzionismo” occasionali, passo a esporre un altro ordine di quesiti, di non minore rilevanza, anche se in qualche modo estranei al casus belli. Con ogni evidenza, il mondo oltre la Cortina di Ferro sta passando attraverso trasformazioni a esito tutt’altro che definito, a meno di non trattare come realtà i propri desideri (29), e — inevitabilmente — le fratture chiedono le ingessature, cioè il caos chiama soluzioni forti, quindi mette in rilievo la funzione delle forze armate lato sensu considerate, l’elemento di maggiore consistenza fra le strutture dello Stato dove la società è stata distrutta o non si è mai adeguatamente articolata: di fronte a questa situazione non si può, e non si deve, dimenticare che quello della Repubblica Democratica Popolare Irakena “per gli esperti americani è quasi “un esercito del patto di Varsavia”, equipaggiato in gran parte con materiale sovietico e formato alla scuola dell’Armata Rossa” (30). Inoltre, i rapporti del governo irakeno con quello dell’Iran sono — per dire il meno — decisamente ambigui: infatti, “il giallo degli aerei fuggiti in Iran è decisivo per spiegare il vero atteggiamento di Teheran. Secondo l’Intelligence Usa alcuni aerei da trasporto iracheni che erano atterrati la scorsa settimana [cioè a fine gennaio 1991] starebbero già facendo la spola con Baghdad, carichi di rifornimenti.

“All’aeroporto di Teheran poi sono atterrati nei giorni scorsi diversi aerei da trasporto sovietici. Sempre secondo fonti dei servizi segreti, pezzi di ricambio e altre forniture di carattere tecnico possono benissimo prendere la via dell’Iraq: gran parte dell’armamento iracheno è infatti comprato sul mercato delle armi sovietico. […]

“Se l’Iran, magari non ufficialmente, diventasse la retrovia dell’Iraq, e se dal caos della perestrojka uscissero casse di aiuti per Saddam, significherebbe che Bush ha sbagliato i suoi con- ti” (31). E l’ipotesi del “corrispondente” è resa verosimile dal fatto che il collegamento con l’Unione Sovietica di entrambi gli Stati è tutt’altro che inesistente: per esempio, nelle ultime settimane del 1990 il governo di Mosca ha inviato in Irak, attraverso la ditta bulgara Klinex, di Sofia, pezzi di ricambio per attrezzature militari e una serie dei più recenti missili antiaerei, fra cui i modelli derivati dai Sam-7 e dai SA-13 (32); più di mille consiglieri ed esperti sovietici — secondo il ministero degli Esteri dell’URSS — “rifiutano di partire” (33) appunto dall’Irak; venerdì 4 gennaio 1991 le navi da guerra americane nel Mar Rosso hanno intercettato un cargo sovietico che trasportava armamenti venduti dall’Unione Sovietica al governo irakeno (34); e […] l’Iran, dal punto di vista delle infrastrutture, è ancor più in mano a Mosca di quanto non lo sia mai stato l’Irak. Settore energetico, telecomunicazioni, vie di comunicazione sono completamente controllati da più di 6.000 esperti sovietici e degli Stati satelli ti (35).

Perciò, quale che sia il giudizio sull’avventura alleata nel Golfo Persico, si impone un esame accurato del contendente visibile e dei suoi partner meno visibili, soprattutto dell’Armata Rossa, allo scopo di qualificare nel modo più adeguato il conflitto. Infatti, bisogna capire

a. se si tratta del primo episodio bellico del “ciclo” e dello scontro Nord-Sud nel dopoguerra della terza guerra mondiale (36) — cioè dopo la chiusura del “ciclo” e dello scontro Est-Ovest con l’emblematico crollo del Muro di Berlino il 9 novembre 1989 —, sulla base del coinvolgimento sovietico formale dalla parte dello schieramento occidentale;

b. o della prima operazione di polizia internazionale dell’instauranda Repubblica Universale, sulla base della partnership di Stati Uniti d’America e di Unione Sovietica nel quadro del mandato dell’ONU, che di tale Repubblica costituisce possibile “germe” (37);

c. oppure della grande coda “calda” della terza guerra mondiale “fredda”, sulla base del coinvolgimento sovietico sostanziale dalla parte dell’Irak.

Comincio dalla terza ipotesi, a sostegno della quale militano non solo gli elementi di fatto già richiamati, ma anche dichiarazioni d’intenti di uomini a diverso titolo significativi dell’Armata Rossa come il colonnello Victor Alksnis, secondo il quale l’Unione Sovietica dovrebbe combattere “dalla parte della Jihad [guerra santa, ndr.] contro l’Occidente, anziché affiancare l’Occidente contro l’Islam” (38), e come il generale Vladimir N. Lobov, per cui l’Armata Rossa […] rifiuta di ritirarsi per ora dalla Polonia, perché, come ha spiegato già ad agosto […], ogni ritiro di truppe dall’Europa consente l’invio di più truppe Usa nel Golfo” (39). A fronte di questa ipotesi ci si deve chiedere — in una prospettiva metastorica — se quanto accade non possa venire letto come la realizzazione di ciò che è stato annunciato a Fatima, cioè — fra l’altro — la punizione di un mondo empio e immorale e renitente alla conversione attraverso […] la Russia […] [che] diffonderà i suoi errori nel mondo, promuovendo guerre” (40), operata anche dalla “Russia” stessa ma con “la spada dell’Islam”!

Ma se questa ipotesi avesse a rivelarsi suffragata soltanto da fatti in qualche modo residuali rispetto alla situazione di guerra “fredda” — cioè sulla base di rapporti pregressi fra Unione Sovietica, Iran e Irak, ma in via di estinzione —, acquisterebbe rilievo la seconda, per la quale militano il già ricordato schieramento formale del governo di Mosca nonché la palese rigidità diplomatica manifestata dagli Stati Uniti di fronte alla crisi del Golfo. In questa prospettiva emergerebbe — accanto a motivazioni seconde, anche se non secondarie — l’intento statunitense di affermare immediatamente, dopo la fine del bipolarismo, la propria leadership mondiale, mentre l’ambiguità dell’Unione Sovietica, il suo giocare su due tavoli — quello del sostegno bellico all’Irak e quello dello schieramento politico con l’ONU, collegati dall’iniziativa diplomatica, introdotta da quella iraniana —, potrebbe essere interpretata come intesa a supportare una richiesta di maggiore influenza nel governo mondiale attraverso il gioco di vecchi “assi nella manica”. Inoltre, un esito diplomatico a guida sovietica svelerebbe non poco sulla “verità” del conflitto, posto che lo stesso Saddam Hussein — o chi per lui — ne ricaverebbe l’investitura a leader del Terzo Mondo, cioè del Sud del mondo. Comunque, apparirebbe almeno chiaro che:

— l’instaurazione della Repubblica Universale incontra ostacoli non solo in chi, con consapevolezza maggiore o minore, l’avversa, ma soprattutto in chi lotta per esserne magna pars, o almeno per accrescere in essa la consistenza del proprio potere, e si presenta così come fonte di un contenzioso di non facile soluzione;

— e che non era priva di verosimiglianza l’ipotesi, apparentemente fantapolitica, che immaginava un conflitto ampiamente previsto anche dal detonatore-vittima, cioè dal presidente irakeno: una cinica “guerra falsa” con “morti veri”.

Quanto alla prima constatazione, sempre in una prospettiva metastorica essa richiama inequivocabilmente la “promozione di guerre” annunciata a Fatima a partire dalla diffusione degli “errori” della “Russia” e dalla mancata ottemperanza alle richieste della Madonna, cioè — sostanzialmente — alla mancata conversione. Quanto alla seconda, il rimando è alla prima ipotesi — allo scontro fra Nord e Sud del mondo —, in qualche modo promosso e anticipato per poterne “manipolare” l’esito; e questo scontro dice relazione non soltanto alla “promozione di guerre”, ma anche di “persecuzioni alla Chiesa” (41), che oggi evocano sia la condizione anteriore al conflitto delle Chiese e delle comunità cristiane nel mondo mediorientale in specie e orientale in genere, sia quella ipotizzabile come strascico del conflitto stesso, indipendentemente dal suo esito.

 

8. Il Papa, Occidente e Cristianità

La constatazione della straordinaria difficoltà nel qualificare il conflitto in corso in modo univoco, dal momento che le stesse ipotesi maggiori si richiamano vicendevolmente non solo in una prospettiva metastorica, permette di cogliere in tutta la sua portata il significato della posizione tenuta dal Santo Padre Giovanni Paolo II di fronte prima alla crisi, poi alla guerra, una posizione che riconosce e inventaria con competenza le ingiustizie regionali, ricorda che la guerra non può risolvere completamente nessun problema — è anzi destinata a crearne di nuovi — e auspica una conferenza di pace che veda protagonisti non solo i potenti, ma anche le vittime (42).

Purtroppo, però, gli interventi pontifici vengono interpretati, nella migliore delle ipotesi, come espressione di una “pia retorica”, oppure sfacciatamente strumentalizzati, accreditando l’equazione fra un “operatore di pace” e un “pacifista”, e a essi viene esplicitamente o implicitamente contrapposta “la realtà”, cioè — molto semplicemente — il reale senza collegamento né di fatto né di principio con la morale e con la verità.

Prendo atto di questa situazione, che informa come poche sull’attenzione prestata al Magistero della Chiesa, sia all’interno che all’esterno di essa, e ritorno alla prospettiva politica, cioè storica in fieri. Prima di procedere, ricordo che con il termine Occidente si indica correntemente sia l’ambito definito dall’appartenenza alla civiltà e alla cultura cristiane romano-germaniche come si sono realizzate in Europa e quindi diffuse nelle Americhe e in Oceania, sia i paesi e i popoli dello stesso ambito dopo un plurisecolare processo, la Rivoluzione, che ha eroso in essi ogni sembiante di Cristianità, cioè di famiglia di nazioni cattoliche; quindi Occidente è anche — se non soprattutto — il nome della Cristianità, appunto in Europa, nelle Americhe e in Oceania, in stato morboso (43). Ma — molto rapidamente — il suo risanamento non può certamente essere realizzato e immaginato attraverso la morte del malato, auspicata e perseguita invece da quanti dovrebbero esercitare la funzione di storico cerusico, che non avversano l’Occidente, ma semplicemente lo invidiano e tentano di imitarlo. Infatti, se in e per l’”area rossa” qualcuno immagina il “vino analcolico”, cioè il capitalismo per produrre e il socialismo per distribuire (44), in e per l’”area verde” l’utopia dominante, di cui il presidente irakeno Saddam Hussein è espressione standard, punta all’islamizzazione della modernità — o alla modernizzazione dell’islam —, quindi a una sorta di “ordine e progresso” a base islamica, nella cui prospettiva campeggia l’avversione ultima e sostanziale alla Cristianità, Giuseppe Garibaldi viene […] considerato un “fedayn italiano”” (45), “Giuseppe Mazzini un altro modello da imitare” (46) e ci si ispira “a Cavour ed a Bismark” (47). Se, dunque, si devono avanzare fondatissime riserve sulle cause vere della crisi del Golfo e sull’inevitabilità di essa e della guerra che ne è nata, e proprio perciò, in primo luogo, si deve operare insistentemente — nella linea tracciata dal Sommo Pontefice — perché il conflitto cessi quanto prima, in subordine non si può ipotizzare come felice e favorire propagandisticamente qualunque esito, eventualmente aggiungendo all’errore di aver intrapreso il confronto militare senza aver esaurito le possibilità diplomatiche e senza aver valutato con la cura necessaria la proporzione fra il fine e i mezzi, l’errore di contribuire a perderlo: se ne deve piuttosto auspicare un esito rapido — non obbligatoriamente militare e di vittoria della forza multinazionale, ma obbligatoriamente non di umiliazione —, perché la sua durata è già, in un certo senso, una sconfitta e un elemento della mitologia della propaganda sovversiva del dopoguerra nel mondo arabo in specie e islamico in genere. Comunque, non è lecito farsi illusioni, dal momento che quanto si può immaginare espungendo dalla realtà la morale e la verità è soltanto la fine della guerra in corso, cioè la proclamazione di una tregua: infatti, non solo in hac lacrimarum valle e post peccatum ma soprattutto hic et nunc, si può chiamare pace solo una tregua lunga e ben fondata, e non è poco, anche perché già questa pace possibile abbisogna in qualche modo di operatori di pace, di pacifici, e necessita di giustizia e di verità, di principio e di fatto.

E con la verità di principio va confrontata una verità di fatto, quella costituita dalla leadership degli Stati Uniti d’America quanto all’Occidente e al mondo intero. Non nego certamente l’inevitabilità di una funzione di guida non solo nelle società ma pure fra le nazioni, anche se prescindo dalla modalità del suo esercizio e della sua istituzionalizzazione; mi limito a ricordare che […] una funzione di guida fra le Nazioni si può giustificare solo con la possibilità e la volontà di contribuire, in maniera ampia e generosa, al bene comune” (48). Se non si può certamente dire che la politica degli Stati Uniti dia prova di questa volontà, credo che non si possa ugualmente dire che esistano altre potenze, a parità di possibilità, con volontà migliore. Ergo, a fronte di questa situazione tutt’altro che ideale, ma che ha il carattere della verità di fatto, credo si debba valutare positivamente la presenza di Stati europei e di Stati arabi nella forza multinazionale, caparra, questi ultimi, di una possibile non totale incomprensione — attuale, ma soprattutto futura — di quanto sta accadendo da parte del mondo arabo in specie e musulmano in genere, i primi invece di un uso il meno partigiano e il più mite possibile della vittoria. Perciò, se la speranza ha un inizio, mi sembra debba applicarsi all’auspicio di una cessazione a breve termine del conflitto con una “non sconfitta” della forza multinazionale, e a lungo termine di una crescita al massimo grado autonoma e di una sempre maggiore rilevanza internazionale di una Comunità delle Nazioni d’Europa, nello stesso tempo sempre meno immemore delle sue radici umane e cristiane, grazie all’operosità spirituale non soltanto della gerarchia della Chiesa, ma pure a quella — anche culturale e sociale — del laicato cattolico.

 

9. Oriente, Rivoluzione e “Tempesta nel deserto

Ho fatto obbligatoriamente — anche se, di nuovo, rapidamente — riferimento all’islam e al mondo che informa, di etnia araba e non. Chiudo con una breve considerazione sul punto. Nel mondo occidentale, ci si preoccupa non poco, in quasi tutti gli ambienti, soprattutto in quelli religiosi, dell’impatto e delle conseguenze del conflitto in corso sulle masse del mondo arabo in specie e islamico in genere, nel timore che l’operare dell’Occidente venga, come si dice eufemisticamente, frainteso da tale mondo.

Si tratta di una preoccupazione assolutamente fondata e bisognosa di essere affrontata con serietà, ma — in attesa di spiegare in modo adeguato l’accaduto a questo mondo, opportunamente segmentato in base popolare, in classi dirigenti tradizionali sopravvissute e in parvenus occidentalizzati — credo valga la pena di cominciare a spiegare al mondo occidentale qualcosa di quello arabo e islamico, certo in sé — cioè in quanto arabo e islamico —, ma soprattutto dopo il contatto con l’Occidente. In primo luogo, si potrebbe e si dovrebbe affiancare all’elenco dei fornitori di materiale bellico all’Irak e alle altre potenze mediorientali, quello dei loro fornitori di errori e di follie culturali e politiche, a partire dalla “democrazia magica” del “one man, one vote”, con il suo corollario “one nation, one State”, in odio all’Impero Ottomano, almeno atto, grazie all’eredità culturale, economica e sociale bizantina, a organizzare in qualche modo moltitudini, soprattutto urbane, per lo più disarticolate.

Bisognerebbe poi — e solo per esempio — molto semplicemente diffondere una tesi appoggiata sul proverbio secondo cui “chi semina vento, raccoglie tempesta”: infatti, chi ha seminato vento “nel deserto”, oggi — sempre “nel deserto” — raccoglie tempesta; cioè, fuor di metafora, chi in Oriente — latissimo sensu — ha seminato Rivoluzione, cioè “antidecalogo” (49) promosso attraverso “un esercizio studiato della contraddizione” (50) e “una diabolica congiura contro la verità” (51) — anche se certamente non soltanto quello — raccoglie Rivoluzione (52); ma per seminare qualcosa di diverso e per non raccogliere — comunque finisca il caso — soltanto Tempesta nel deserto — come suona significativamente il nome dell’operazione della forza multinazionale intesa a costringere l’esercito irakeno a ritirarsi dal Kuwait —, bisogna che l’Europa, con le sue filiazioni culturali nelle Americhe e in Oceania, “dia il buon esempio”, ascolti la “voce di uno che grida nel deserto: / Preparate la via del Signore, / raddrizzate i suoi sentieri” (53), smetta di essere “madre delle Rivoluzioni” (54), e torni a essere Cristianità (55), cioè ottemperi a quanto richiesto dalla Madonna a Fatima, si converta e così divenga premessa e strumento dell’evangelizzazione e della conversione del mondo intero.

 

Giovanni Cantoni

 

Note:

(1) Is. 32, 17.

(2) Sant’Agostino, De civitate Dei, 19, 13.

(3) Giovanni Paolo II, Discorso ai membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, del 12-1-1991, n. 8, in L’Osservatore Romano, 13-1-1991.

(4) Ibidem.

(5) Ibidem.

(6) Ibidem.

(7) Ibidem.

(8) Cfr. Pierre Faillant de Villemarest, Il caso irakeno, i retroscena della crisi del Golfo e la manipolazione dell’opinione pubblica mondiale, in Cristianità, anno XVIII, n. 184-185, agosto-settembre 1990. A sostegno di questa riserva adduco la descrizione della raccolta di informazioni da parte della National Security Agency: “Questa agenzia, con budget ed effettivi ben maggiori di quelli di cui dispone la CIA, è il centro di raccolta dati più importante e più sofisticato del mondo. Con sede a Fort Meade, in un bosco non lontano da Washington, è divisa in due parti, come il cervello umano: l’emisfero destro battezzato “Carillon” e l’emisfero sinistro detto “Loadstone”. I suoi giganteschi elaboratori sono in grado di processare da 150 a 200 milioni di parole al secondo. Altri calcolatori possono trasmettere 320 milioni di parole al secondo, l’equivalente di 2500 libri di 300 pagine l’uno. Grazie a centri di ascolto sparsi in ogni angolo del mondo, la NSA riesce a captare le conversazioni più riservate, così come a rilevare il più insignificante movimento di truppe in qualsiasi punto della terra. I suoi analisti, i suoi matematici, i suoi esperti di informatica, usciti dalle migliori università americane, possono perfino raccogliere i dettagli delle conversazioni che si svolgono in ambienti chiusi misurando elettronicamente con l’aiuto di un raggio invisibile le vibrazioni dei vetri” (Pierre Salinger e Eric Laurent, Guerra del Golfo. Il dossier segreto, trad. it., Mursia, Milano 1991, p. 66).

(9) Cfr. The War. Road to War. Before the storm: Bush’s political endgame, in Newsweek, vol. CXVII, n. 4, 28-1-1991, p. 44.

(10) Card. Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, Discorso per la Giornata per la vita 1991, del 2-1-1991, in Avvenire, 3-1-1991.

(11) Idem, Saluto al Convegno di studi “Comunità di Fede e resistenza”, del 20-4-1990, in Bollettino dell’Arcidiocesi di Bologna. Organo Ufficiale della Curia Arcivescovile, anno LXXXI, n. 4, aprile 1990, p. 110.

(12) Ibid., p. 109.

(13) Idem, Discorso per la Giornata per la vita 1991, cit.

(14) Idem, Saluto al Convegno di studi “Comunità di Fede e resistenza”, cit., p. 109.

(15) Idem, Discorso per la Giornata per la vita 1991, cit.

(16) Idem, Omelia nella Messa per gli obiettori di coscienza, del 9-3-1986, in Bollettino dell’Arcidiocesi di Bologna. Organo Ufficiale della Curia Arcivescovile, anno LXXVII, n. 3, marzo 1986, p. 70.

(17) Idem, Discorso per la Giornata per la vita 1991, cit.

(18) Cfr. il mio Sulla pace, in Cristianità, anno XI, n. 101-104, novembre-dicembre 1983.

(19) Saad Kiwan e Riccardo Cristiano, Saddam Hussein. L’altro muro: l’Occidente e il mondo arabo, Edizioni Associate, Roma 1991, p. 36.

(20) […] 220.000 ebrei dell’URSS sono giunti in Israele; […] altri 400.000 vi sono attesi nel 1991, e un milione in totale da oggi al 1993″ (Dossier Israël/URSS, in la lettre d’information, anno XX, n. 1, 2-1-1991, p. I); “L’arrivo massiccio di ebrei sovietici in Israele è considerato l’avvenimento più importante dalla creazione dello Stato nel 1947 [ma proclamato nel 1948]. […] Si valuta che entro tre anni verranno a stabilirsi in Israele un milione e mezzo di ebrei e che rappresenteranno il 25% della popolazione, un’autentica fortuna inaspettata per Israele.

“Anche l’Etiopia ha aperto le sue frontiere e autorizza progressivamente i 15.000 ebrei che vi vivono a raggiungere le loro famiglie in Israele. Nel 1984 e nel 1985 25.000 ebrei etiopi vi si sono già installati e ben integrati.

“Un’attività febbrile regna ogni notte all’areoporto Ben Gurion di Tel Aviv. Il 12 dicembre scorso [1990], per esempio, sono sbarcati dai Boeing dell’EL AL e dagli aerei delle compagnie bulgara, rumena e polacca 2400 immigranti. Si tratta di un ponte aereo che rianima l’aeroporto in mancanza di turisti.

“Nel 1990, circa 200.000 olims (immigranti) sono affluiti nel paese. Nel 1991, ne sono attesi da quattro a seicentomila. […] Per la maggior parte si tratta di intellettuali che avrebbero preferito recarsi negli Stati Uniti oppure in Canada ma, poiché questi paesi sono loro chiusi, hanno optato per Israele” (Sari Rauber, Les juifs soviétiques. Una aubaine pour Israël, in L’Impact Suisse, n. 266, febbraio 1991, p. 30); “Dopo aver ricevuto nel corso del solo ’90 oltre centotrentamila ebrei sovietici, Israele si appresta ad ottenere il trasferimento nella “terra dei padri” di altri 3 milioni” (S. Kiwan e R. Cristiano, op. cit., ibidem).

(21) S. Rauber, art. cit., ibidem.

(22) S. Kiwan e R. Cristiano, op. cit., ibidem.

(23) P. Salinger e E. Laurent, op. cit., p. 189.

(24) Ibidem.

(25) Cfr. Aleksandr Nekric, Popoli deportati, con una nota di Mario Corti, trad. it., “La Casa di Matriona”, Milano 1978.

(26) Afghanistan. Le Comité de coordination politico-militaire des commandants de l’interieur, in la lettre d’information, anno XIX, n. 12, 6-11-1990, p. 9.

(27) Ibidem.

(28) Cfr. Special Immigration. Les risques de déstabilisation de la “maison commune européenne” par les biais de l’immigration soviétique, ibid., anno XIX, n. 13, 7-12-1990, pp. I-II.

(29) Cfr. P. Faillant de Villemarest, Le communisme est mort, ma son appareil survit, entretenue par l’aide à Gorbatchev, ibid., pp. 1-3; Idem, Roumanie: rivalité Iliescu-Roman. La Securitate arbitre, ibid., p. 5; Idem, Bulgarie: l’appareil militaire demeure lié au KGB, ibid., pp. 5-6; e, più in generale, i miei L’impero socialcomunista fra crisi e “ristrutturazione”, in Cristianità, anno XVIII, n. 177, gennaio 1990; Alexandre de Marenches: Mikhail Gorbaciov e gli “struzzi”, ibid., anno XVIII, n. 178, febbraio 1990; e Fra crisi e “ristrutturazione”: ipotesi sul futuro dell’impero socialcomunista, ibid., anno XVIII, n. 187-188, novembre-dicembre 1990.

(30) P. Salinger e E. Laurent, op. cit., p. 167. Solo insieme a questa constatazione, adeguatamente illustrata e quantificata, si possono presentare in modo non partigiano le informazioni contenute ne Il dossier segreto: i fornitori stranieri di Saddam Hussein, realizzato dal bollettino Mednews, diretto a Parigi da Kenneth Timmerman: cfr. ibid., pp. 209-217. L’indagine è stata anticipata dal Centre Européen d’Information sulla base dei propri dati d’archivio: cfr. Irak: l’armamento di provenienza sovietica e i fornitori del “mondo libero” nel corso degli ultimi due anni, in Cristianità, anno XVIII, n. 184-185, cit.

(31) Il doppio gioco di Teheran. Aiuti e armi a Baghdad?, in Avvenire, 2-2-1991.

(32) Cfr. P. Faillant de Villemarest, Les raisons réelles de la demission de Chevardnadze, in la lettre d’information, anno XX, n. 1, cit., pp. 2-3; e Captate comunicazioni in russo, in Corriere della Sera, 13-2-1991.

(33) Cfr. P. Faillant de Villemarest, Les raisons réelles de la demission de Chevardnadze, cit., p. 3.

(34) Cfr. supplemento settimanale de la lettre d’information, anno 13, n. 2, 13-1-1991.

(35) P. Faillant de Villemarest, Gorbatchev a roulé les liberaux americains dans la farine, in la lettre d’information, anno XX, n. 1, cit., p. 5.

(36) Cfr. Furio Colombo, Il terzo dopoguerra. Conversazioni sul post-comunismo, Rizzoli, Milano 1990, pp. 55-69.

(37) Cfr. Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3a ed. it. accresciuta, Cristianità, Piacenza 1977, parte II, cap. XI, 2, pp. 159-160; parte I, cap. VII, 3, A, k, p. 101; e cap. XI, 3, p. 117.

(38) Cfr. Maurizio Blondet, Sempre più ostili agli Usa i generali dell’Armata rossa, in Avvenire, 6-2-1991.

(39) Ibidem; anche se “i ministri degli Esteri e della Difesa del Patto di Varsavia si riuniranno a Budapest il 25 febbraio per mettere a punto un documento sullo scioglimento delle strutture militari dell’alleanza, che dovrà essere firmato entro il primo aprile”, “l’URSS ha chiesto alla Polonia di allungare i tempi del ritiro delle truppe iniziando l’operazione a maggio per completarla entro la metà del 1994” (Eutanasia del Patto di Varsavia, in Corriere della Sera, 13-2-1991).

(40) Cfr. Antonio Augusto Borelli Machado, Le apparizioni e il messaggio di Fatima secondo i manoscritti di suor Lucia, 4a ed. it., Cristianità, Piacenza 1982, pp. 36-41. Sulla problematica relativa a Fatima dopo la perestrojka, cfr. P. Corrêa de Oliveira e A. A. Borelli Machado, Fatima, “perestrojka” e TFP, intervista a 30 Giorni nella Chiesa e nel mondo, in Cristianità, anno XVIII, n. 180-181, aprile-maggio 1990; e A. A. Borelli Machado, Perestrojka y profecías de Fátima, intervista a cura di Luis Alberto Blanco, in Covadonga informa, anno XIII, n. 145, luglio-agosto 1990.

(41) A. A. Borelli Machado, Le apparizioni e il messaggio di Fatima secondo i manoscritti di suor Lucia, cit., p. 37.

(42) Per un’esposizione degl’interventi pontifici e una raccolta dei passi salienti di essi — fra cui le lettere indirizzate rispettivamente al presidente Saddam Hussein e al presidente George Bush — dall’esplosione della crisi del Golfo fino al 23 gennaio 1991, cfr. La Civiltà Cattolica, anno 141, n. 3368, 20-10-1990, pp. 191-195; e ibid., anno 142, n. 3375, 2-2-1991, pp. 285-294.

(43) Cfr. P. Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, cit., parte I, capitoli I, II, III, 1, 2, 3. 4 e 5, A, B, C e D, pp. 65-75; su “l’Europa, la civiltà della Rivoluzione; la Cristianità, la civiltà della Tradizione cristiana”, cfr. Francisco Elías de Tejada y Spínola, La monarchia tradizionale, ed. it., Edizioni dell’Albero, Torino 1966, pp. 29-37 e passim; sulla prospettiva di una totale secolarizzazione dell’Occidente, cfr. la mia Nota sulla tentazione tecnocratica, in Cristianità, anno XVII, n. 170, giugno 1989.

(44) Cfr. il mio La socialdemocrazia fabiana, “new look” dell’”opzione socialista”, in Cristianità, anno XVIII, n. 186, ottobre 1990.

(45) B. Al Kubeïssi, Storia del Movimento dei Nazionalisti Arabi, trad. it., Jaca Book, Milano 1977, p. 42.

(46) Ibid., pp. 42-43.

(47) Ibid., p. 43.

(48) Giovanni Paolo II, Enciclica Sollicitudo rei socialis, del 30-12-1987, n. 23. Per la problematica di genere, cfr. P. Corrêa de Oliveira, Per un ordine sociale cristiano nazionale e sovranazionale, in Cristianità, anno VII, n. 45, gennaio 1979, trad. it. di articoli del 1951; e Idem, Sulla tolleranza del male nell’ordine sociale nazionale e internazionale, ibid., anno IX, n. 70, febbraio 1981, trad. it. di articoli del 1954; sulla problematica di specie, cfr. Idem, La posizione delle nazioni cattoliche in una guerra tra comunisti e protestanti, ibid., anno VII, n. 47, marzo 1979, trad. it. di un articolo del 1951.

(49) Giovanni XXIII, Radiomessaggio Natalizio ai fedeli e ai popoli del mondo intero, del 22-12-1960, in Discorsi Messaggi Colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII, vol. III, p. 90.

(50) Ibidem.

(51) Ibidem.

(52) Cfr. P. Corrêa de Oliveira, Rivoluzione bolscevizzante nella “gentilità” orientale, in Cristianità, anno VII, n. 47, cit., trad. it. di un articolo del 1952. Per la problematica relativa ai rapporti “triangolari” fra cristianesimo, Rivoluzione e islam, costituiscono premesse indispensabili le prospettive sui rapporti “bilaterali”: a. fra cristianesimo e Rivoluzione, cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione su libertà cristiana e liberazione “Libertatis conscientia”, del 22-3-1986, n. 5, ove si afferma che […] i principali segni dei tempi nel mondo contemporaneo […] hanno la loro prima radice nell’eredità cristiana. Ciò resta vero anche là dove assumono forme aberranti e giungono ad opporsi alla visione cristiana dell’uomo e del suo destino. Senza questo riferimento al Vangelo, la storia dei secoli recenti in Occidente resta incomprensibile”; b. fra cristianesimo e islam, cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane Nostra Aetate, n. 3; Robert Caspar P.B., Traité de théologie musulmane, tomo I, Histoire de la pensée religieuse musulmane, Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica (P.I.S.A.I.), Roma 1987, pp. 75-116; nonché i capitoli intitolati Islâm eresia cristiana?, in Giuseppe Rizzardi, Islâm, processare o capire? Indicazioni bibliografico-metodologiche, Edizioni Coop. Casa del Giovane, Pavia 1988, pp. 11-80; e in Idem, Il fascino di Cristo nell’Islam, Istituto Propaganda Libraria, Milano 1989, pp. 98-105; ec. fra islam e Rivoluzione, cfr. R. Caspar P.B., op. cit., pp. 259-446; Roger Du Pasquier, L’Islam entre tradition et révolution, Tougui, Parigi 1987; Idem, Il risveglio dell’Islâm, trad. it., Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (Milano) 1990; e Albert Hourani, Arabic Thought in the Liberal Age (1798-1939), Cambridge University Press, Cambridge 1983.

(53) Is. 40, 3; cfr. Mt. 3, 3.

(54) Cfr. Friedrich Heer, Europa, madre delle rivoluzioni, trad. it., Il Saggiatore, Milano 1968.

(55) Cfr. i miei Cultura, Europa e “rieducazione”, in Cristianità, anno XVIII, n. 180-181, cit.; e L’”Anno della Dottrina sociale della Chiesa”, ibid., anno XIX, n. 189, gennaio 1991.

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