«Crollo del comunismo» e nazionalsocialismo fra elezioni, epurazioni, repressioni e la dea «velina»

Giovanni Cantoni 27 anni fa
Prima pagina  /  Articoli  /  «Crollo del comunismo» e nazionalsocialismo fra elezioni, epurazioni, repressioni e la dea «velina»

Giovanni Cantoni, Cristianità n. 222 (1993)

 

«Crollo del comunismo» e nazionalsocialismo fra elezioni, epurazioni, repressioni e la dea «velina»

 

Fra i temi del dibattito politico-culturale nell’autunno del 1993 ha avuto giustamente parte di rilievo quello re­lativo al co­siddetto «crollo del comunismo», un ar­­gomento alimentato giorno dopo giorno dalle notizie provenienti dai paesi già ol­tre la Cortina di Ferro. Tre accadimenti hanno non solo sol­lecitato, ma «eccitato» tale ri­­flessione: anzitutto, la tornata elettorale svoltasi in Polonia nel mese di settembre e il suo esito; quindi, la lezione ma­gistrale tenuta sempre in settembre da Aleksandr Isaevic Sol­­ze­nicyn a Schaan, nel principato del Liechtenstein, in oc­casione del conferimento allo scrittore russo della laurea ho­noris causa da parte dell’Accademia Internazionale di Fi­losofia di Vaduz (1); finalmente, la cosiddetta «battaglia di Mo­sca», nel mese di ottobre. Nella comune degli interventi è stato sottolineato come, nel 1989, si sia parlato troppo in fret­ta e troppo frettolosamente di tale crollo; e questa volta l’os­servazione sembra tardiva, ma vale la formula «meglio tar­di che mai».

Prima dei fatti moscoviti, delle diverse voci del di­battito ha tentato sintetica illustrazione il professor Luciano Can­fora, docente di Filologia Classica all’Università di Bari, nella rubrica La condizione umana, da lui tenuta sul Cor­riere della Sera. La nota è, a sua volta, sin­­tetizzata nella conclusione, espressivamente — ma solo espressivamente — felice: «Si blatera spesso della so­stanziale affinità nazismo/comunismo. A chi ancora propa­ga que­sta sciocchezza è utile ricordare che i fascismi dopo la scon­fitta non sono mai più ritornati al potere per via elettora­le» (2).

Prendo in esame l’ultima affermazione e osservo, anzitutto, che la «via elettorale», proprio in virtù del ri­­ferimento al na­zismo — rectius nazional­so­cia­li­smo — non può costituire «pro­va del nove» di nessuna legge storica socio-politica del ti­po di quella enunciata, dal momento che il na­zio­nal­­so­cia­lismo è andato al potere proprio per tale via, senza brogli e con ma­nipolazioni della pubblica opinione proprie di ogni informa­zio­ne partitica, comunque — certo non per autolimitazione dei nazional­so­cia­listi, ma per ragioni cronologiche — inferio­ri a quelle rea­lizzabili con le più sofisticate tecniche propagandi­sti­che — basti il riferimento allo strumento televisivo — mol­to più di mezzo secolo dopo.

Pur con questa riserva sia generica che specifica, bisogna riconoscere che, in qualche modo, l’esito elettora­le costituisce espressione ten­den­zia­le, per quanto grossa, dell’orientamento sociale. E poi il professor Luciano Canfora parla di «ritorno al potere», non di «andata». Allora, almeno quanto al «ritorno», è vero l’asserto da lui enunciato con aria di sfida? Cer­­­tamente il fatto appare in questi termini, ma la sua evidenza si attenua, per dire il meno, se non scompare, e la sua interpretazione si trasforma in falso quando la descrizione del fenomeno venga integrata da osservazioni ulteriori.

Anzitutto — e soprattutto — ci si deve chiedere se i diversi esiti elettorali da parte dei cosiddetti «fascismi» e del comunismo siano stati conseguiti nelle stesse condizioni, cioè coeteris paribus, diversamente l’asserto perde significato prima che forza probatoria.

Dunque, secondo la ricostruzione implicita nell’affermazione del professor Luciano Canfora, i cosiddetti «fascismi» e il comunismo vanno al potere, poi vengono sconfitti, quindi i fascismi non tornano al potere per via elettorale, il comunismo sì. Se la descrizione della sequenza fosse ade­­guata, l’as­serto potrebbe reggere. Ma — come ho detto — tale descrizione abbisogna di essere integrata almeno in un punto, in quanto amputata, quindi carente, di una fase non insignificante: infatti, fra l’abbattimento e la semplice ri­pro­po­si­zione elettorale — vittoriosa o meno che sia — si situa una fase ingiustamente trascu­ra­ta dal sofista so­cial­co­mu­nista, quella dell’epu­ra­zio­ne e del­la legisla­zio­ne re­pres­si­va. Non entro nel merito della liceità, dei caratteri e dei limiti delle due pratiche ricordate: l’epurazione come pratica di «puri­fi­ca­zio­ne ideologica» volta a quanto sopravvive del passato; la legislazione repressiva come pratica volta al pre­sente e al futuro. Molto semplicemente, chiedo se le due sequenze tollerano ancora di essere paragonate, cioè se sopravvive l’indispensabile coeteris paribus, qualora vengano descritte nei termini seguenti: «I cosiddetti “fascismi” e il comunismo vanno al potere, poi vengono sconfitti; quindi, nei paesi già soggetti a regime fascista si procede a più o meno radicali epurazioni nonché alla promulgazione di una legislazione repressiva della ricostituzione dei partiti fascisti, mentre nei paesi già soggetti a regime comunista non si procede a nessuna epurazione né alla promulgazione di una legislazione repressiva della ricostituzione dei partiti comunisti: i fascismi non tornano al potere per via elettorale e il comunismo sì». Infatti, in quale paese già oltre la Cortina di Ferro è stato celebrato un processo paragonabile a quello di No­rim­ber­ga? In quale paese già oltre la Cortina di Ferro vi è stata epurazione, non dico paragonabile a quanto praticato in Germania dopo la seconda guerra mon­diale e sulla scia di tale processo e — in minore rispetto a questo esempio — in Italia, sempre nello stesso periodo? In quale paese già oltre la Cortina di Ferro è stata introdotta una legislazione vietante la sostanziale rico­sti­tu­zio­ne del partito comunista?

Rebus sic stantibus, l’asserto del professor Luciano Canfora circa la diversità fra nazionalsocialismo e co­munismo, sulla base degli esiti elettorali seguenti la loro caduta, è falso. Ma, se tali esiti non possono essere addotti come prove della diversità, l’affermazione del­la loro affinità non è assolutamente una «sciocchezza», come vorrebbe far credere il sofista social­co­mu­ni­sta; comunque — ancora — gli esiti elettorali non possono essere addotti a prova del contrario.

Quindi, poiché gli esiti elettorali sono sotto gli occhi di tutti, dopo aver identificato la differenza nel­l’assenza di epurazione e di legislazione repressiva, l’esame va portato sulla veridicità del «crollo del comunismo», sulla sua natura e sulla sua portata, nonché sulla condizione dei paesi già oltre la Cortina di Ferro dopo il 1989.

È possibile immaginare una vera sconfitta senza epurazione e senza prevenzione? Se si produce una sconfitta senza epurazione e senza prevenzione, è malizioso sospettare che si tratti piuttosto di una metamorfosi, di una realtà che lo stesso professor Luciano Canfora evoca con il termine «camaleontismo» (3)?

In attesa di un esame adeguato relativamente ai paesi che sono stati soggetti a «socialismo reale», qualche segnale si può rilevare dall’osservazione dell’Italia, «[…] perché — mi sia consentita l’autocitazione — l’Italia, per chi volesse accorgersene, rappresenta il tipo del paese a regime socialcomunista gramsciano, cioè è un paese nel quale il marxismo non si è incarnato visibilmente in istituti, ma in cultura. Se, dove si sono prodotti istituti, vi sono Case del Popolo da abbattere e una classe politica da sostituire, dove si è perseguita, e realizzata, l’egemonia culturale, vi è poco di fisico da togliere di torno, e piuttosto si dovrebbe mandare a casa un’intera intellighenzia… […] Ma tant’è: questa intellighenzia continua a mietere vittime da tutte le cattedre di educazione permanente, da quelle universitarie e liceali […] alle poltrone editoriali e mass­me­dia­tiche» (4); quindi, l’Italia è — stata? — un paese sottoposto a regime socialcomunista, benché sui generis, cioè non a «socialismo reale», bensì a «gramscismo reale». E, relativamente all’Italia e all’assenza di epurazione e di prevenzione, non devo cercare lontano la prova di quanto asserisco, cioè l’assenza di epurazione e di prevenzione come spiegazione di «ritorni» elettorali. Infatti, giovedì 7 ottobre, lo stesso professor Luciano Canfora, sempre sul Corriere della Sera, commentando con durezza e con ironia i commenti a quanto accaduto a Mosca, notava: «[…] coloro cui è de­man­da­to, in “liberal-democrazia”, l’imbottimento dei crani non rispondono né all’imperativo morale, né alla elementare coerenza (che chiamasi anche salvataggio della rispettabilità della propria faccia): rispondono, dietro elevato compenso, alla dea “velina”» (5).

Se il docente sa che quanto scrive non viene pubblicato né da un foglio del samizdat e neppure da Liberazione, si può parlare di «crollo del comunismo», quando i suoi esponenti conservano la disponibilità dei pulpiti maggiori dei mass media? Non so se, a oriente, il «socialismo reale» sia crollato e, in caso affermativo, in che misura ciò si sia verificato; certo, a occidente, il «gramscismo reale» non è crollato: infatti, Luciano Canfora docet.

 

Note:

(1) Cfr. Aleksandr Isaevic Solzenicyn, Terzo millennio, trad. it., in Panorama, n. 1432, 26-9-1993, pp. 98-107.

(2) Luciano Canfora, Per chi soffia il vento dell’Est, in Corriere della Sera, 23-9-1993.

(3) Ibidem.

(4) Augusto Pinochet Ugarte «docet», e il gramscismo c’è e batte un colpo, in Cristianità, anno XX, n. 211, novembre 1992.

(5) L. Canfora, Gli albori della democrazia, in Corriere della Sera, 7-10-1993.

Categoria:
  Articoli
Autore

 Giovanni Cantoni

  (170 Articoli)