“Cum Petro”, “sub Petro”, verso la civiltà cristiana nel terzo millennio

Alleanza Cattolica 20 anni fa
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GIOVANNI CANTONI, Cristianità n. 300 (2000)

 

 

1. Il 23 novembre 1995, Papa Giovanni Paolo II, parlando a Palermo al III Convegno Ecclesiale della Conferenza Episcopale Italiana, affermava: “Ora però non è più possibile farsi illusioni, troppo evidenti essendo divenuti i segni della scristianizzazione nonché dello smarrimento dei valori umani e morali fondamentali. In realtà tali valori, che pur scaturiscono dalla legge morale inscritta nel cuore di ogni uomo, ben difficilmente si mantengono, nel vissuto quotidiano, nella cultura e nella società, quando vien meno o s’indebolisce la radice della fede in Dio e in Gesù Cristo” (1).

Dunque, le crisi e le febbri che si sono succedute negli ultimi cinque secoli in Occidente non erano segni di crescita, ma coerenti segnali di morte (2). Dunque, la civiltà cristiana romano-germanica è finita, e non con una catastrofe militare, ma con una catastrofe culturale, che comporta una “catastrofe antropologica” (3): però la vita continua, e con essa la vita sociale. Una parte di umanità, un mondo umano di rilevanza mondiale, perché autore di missione e di civilizzazione, d’imperialismo e di colonialismo nel mondo intero, conosce non la fine della storia (4), ma la fine della propria storia; è entrato in un “periodo vuoto” (5) — “epoca di torbidi” o “interregno” che sia (6) —, in una bagarre, il cui panorama è caratterizzato da rovine di istituzioni e da brandelli di costume, ma — soprattutto — da disomogeneità culturale (7). Questa comporta una conflittualità panica, non solo e certo non principalmente militare, esterna all’uomo, ma prossima all’uomo stesso singolarmente considerato, quando non addirittura a lui interna, quale — per esempio — quella che oppone nel divorzio i coniugi che pur si sono liberamente scelti, o la madre al figlio nell’aborto oppure l’uomo a sé stesso nell’uso della droga e nel suicidio.

 

2. È possibile, è lecito parlare di morte dopo l’apertura del Muro di Berlino il 9 dicembre 1989 e mentre è in corso lo sfascio del polo occidentale e originario del sistema imperiale socialcomunista? Papa Giovanni Paolo II afferma in proposito: “Sarebbe […] semplicistico dire che è stata la Divina Provvidenza a far cadere il comunismo. Il comunismo come sistema è, in un certo senso, caduto da solo. È caduto in conseguenza dei propri errori e abusi. Ha dimostrato di essere una medicina più pericolosa e, all’atto pratico, più dannosa della malattia stessa. Non ha attuato una vera riforma sociale, anche se era divenuto per il mondo una potente minaccia e una sfida. Ma è caduto da solo, per la propria immanente debolezza.

[…] La caduta del comunismo apre davanti a noi un panorama retrospettivo sul tipico modo di pensare e di agire della moderna civiltà, specialmente europea , che ha dato origine al comunismo” (8). Quindi, l’ultima fase di un morbo si è presentato come medicamento, il malato è morto e con lui è venuta meno anche la malattia.

 

3. Dunque, dopo un lungo autunno e dopo un inverno particolarmente rigido, è finito il cosiddetto Medioevo.

“Medioevo” è termine usato per descrivere l’”età oscura” fra Antichità e Modernità, fra due paganesimi, anche se di ben diversa qualità sono il paganesimo del precursore e quello dell’apostata (9); quindi, “Medioevo” è termine polemico per squalificare una cristianità egemone, una società divenuta cristiana e le sue scelte (10). Ma chi tale termine ha escogitato, non si è forse reso conto che si può dire in due modi: infatti, “Medioevo” non è solo il piccolo tempo storico in cui una società si richiama esplicitamente al mistero di Dio nel suo svelamento o Rivelazione cristiana, ma è anche il grande tempo storico, il “tempo della Chiesa” (11), il “tempo di mezzo” fra la prima e la seconda venuta del Signore Gesù.

Ebbene, se una civiltà cristiana è venuta meno, se un “piccolo Medioevo” è finito, il “grande Medioevo”, il tempo della Chiesa, dura: infatti, la Chiesa nel tempo opera — evangelizzando e amministrando i sacramenti — affinché ogni società umana accolga il Signore Gesù e il suo messaggio e li faccia giudice e parte della propria cultura, dando così inizio a nuove espressioni della sua regalità sociale, a nuovi “piccoli Medioevi”, “mortali”, cioè destinati a finire, come tutte le epoche storiche, benché, eventualmente, “produttori” di santi e di “santità sociale”, cioè di abbassamenti ai minimi storici, compatibili con la condizione umana post peccatum, della conflittualità esterna e interna all’essere umano.

 

4. In questo “periodo vuoto”, è inevitabile porsi un quesito e meditare sulla risposta che ne fornisce la storia: “Che cosa ha amato, voluto, cercato l’epoca della cristianità? La pace.

“Uscendo da un periodo vuoto che fu spesso un’agonia, questo tempo aveva la nostalgia della pace. I terrori dell’anno mille sono una leggenda, ma esprimono bene questa nostalgia!

“Tuttavia l’epoca della cristianità non aveva assolutamente dimenticato la definizione del suo maestro sant’Agostino: la pace è la tranquillità dell’ordine. Essa fu una ricostruzione nei fatti e una sintesi negli spiriti. Nessuna ricostruzione politica, economica o sociale è solida, duratura senza una tale sintesi: l’epoca della cristianità l’aveva compreso” (12).

Ergo, che cosa, se non la pace, deve “amare, volere, cercare” ogni cristianità, cioè ogni insieme di cristiani nella storia (13)? I caratteri della pace sono descritti dal Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965): “La pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi al solo rendere stabile l’equilibrio delle forze contrastanti, né è effetto di una dispotica dominazione, ma essa viene con tutta esattezza definita “opera della giustizia” (Is. 32, 7). È il frutto dell’ordine impresso nell’umana società dal suo Fondatore e che deve essere attuato dagli uomini che aspirano ardentemente a una giustizia sempre più perfetta. Poiché infatti il bene comune del genere umano è regolato, sì, nella sua sostanza, dalle legge eterna, ma è soggetto, con il passare del tempo, per quanto concerne le sue concrete esigenze, a continue variazioni, la pace non è stata mai stabilmente raggiunta, ma è da costruirsi continuamente. Poiché inoltre la volontà umana è labile e per di più ferita dal peccato, l’acquisto della pace esige il costante dominio delle passioni di ognuno e la vigilanza della legittima autorità” (14). Quindi, a questa pace vengono esortando tutti gli uomini i successori del principe degli Apostoli, Pietro, vicari di Gesù Cristo e romani Pontefici, con ritmo annuale, dal “fatale” 1968, di tale pace illuminando, di volta in volta, questo o quell’aspetto (15), in messaggi fra i quali primeggia, per il suo carattere fondativo, quello lanciato nel 1979 da Papa Giovanni Paolo II, La verità, forza della pace! (16), […] un documento — secondo Plinio Corrêa de Oliveira — che basterebbe da sé solo a caratterizzare tutto un pontificato” (17).

 

5. In questo “periodo vuoto”, […] l’Italia […], che ha un’insigne e in un certo senso unica eredità di fede, è attraversata da molto tempo, e oggi con speciale forza, da correnti culturali che mettono in pericolo il fondamento stesso di questa eredità cristiana: la fede nell’Incarnazione e nella Redenzione, la specificità del cristianesimo, la certezza che Dio attraverso il Figlio suo Gesù Cristo è venuto per amore in cerca dell’uomo. In luogo di tali certezze è subentrato in molti un sentimento religioso vago e poco impegnativo per la vita; o anche varie forme di agnosticismo e di ateismo pratico, che sfociano tutte in una vita personale e sociale condotta “etsi Deus non daretur”, come se Dio non esistesse”” (18).

Perciò, “è tempo […] di comprendere più profondamente che il nucleo generatore di ogni autentica cultura è costituito dal suo approccio al mistero di Dio, nel quale soltanto trova il suo fondamento incrollabile un ordine sociale incentrato sulla dignità e responsabilità personale. È a partire da qui che si deve costruire una nuova cultura” (19).

Ma, nonostante la consistente eredità, quindi la sopravvivenza di elementi positivi, […] il nostro non è il tempo della semplice conservazione dell’esistente, ma della missione (20).

 

6. In questo “periodo vuoto” — ancora —, alla disperazione per quanto è andato perduto, distrutto e/o dimenticato, va contrapposta la speranza di una nuova fioritura culturale cristiana, di una nuova civiltà cristiana, a partire dalla cristianità esistente. Però, poiché “la storia è meno evoluzione dell’umanità che dispiegamento di aspetti della natura umana” (21), “non sappiamo quali saranno le caratteristiche della civiltà cristiana nel terzo millennio. Ma questo non deve sorprenderci. Neppure i Santi Padri degli inizi avrebbero potuto prevedere la sintesi culturale realizzata nel Medio Evo. E i medievali, a loro volta, non avrebbero immaginato neppure lontanamente l’espansione missionaria dei secoli successivi. Nessuna meraviglia, dunque, che il futuro ci resti oscuro. Ciò che possiamo, tuttavia, dare per certo è che l’avvenire offrirà anche a noi l’epifania di un nuovo aspetto della pienezza di Cristo” (22).

 

7. La difesa di quanto sopravvive della civiltà cristiana e l’indispensabile missione nei paesi di antica cristianità, missione che Papa Giovanni Paolo II qualifica come Nuova Evangelizzazione, impongono, più che mai, “l’esigenza di un cristianesimo integrale, che non faccia sconti quando si tratta della verità e sappia al tempo stesso misurarsi con la storia e la modernità, [esigenza che] ha segnato l’intero secolo passato ed è emersa con forza nel Concilio Ecumenico Vaticano II.

“La Chiesa ha compreso sempre più chiaramente, nello scorrere degli eventi talora drammatici dei passati decenni, che suo compito è la cura e la responsabilità per l’uomo non “astratto”, ma reale, “concreto” e “storico”, al quale offrire incessantemente Cristo, unico suo Redentore” (23).

 

8. Il riferimento pontificio al Concilio Ecumenico Vaticano II rendono indispensabili non solo il rimando dottrinale ai documenti promulgati dall’assise ecumenica (24) e alla loro organizzazione catechistica nel Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992, ma il riesame, in una prospettiva provvidenziale, del fatto stesso della sua celebrazione.

Di tale prospettiva fornisce i termini essenziali Papa Paolo VI (1963-1978) nel discorso di chiusura dell’assise ecumenica, quando ne suggerisce la chiave di lettura spirituale, quindi per relazione a Dio, e, trattandosi di un fatto storico, all’azione di Dio nella storia, cioè alla Provvidenza. “L’antica storia del Samaritano — afferma il Pontefice — è stata il paradigma della spiritualità del Concilio” (25).

Dunque, secondo l’interpretazione autorevolmente proposta, nel piano di Dio e nella lettura autentica del suo vicario il Concilio Ecumenico Vaticano II non è stato un inginocchiarsi della Chiesa davanti al mondo moderno, ma il piegarsi, persino l’inginocchiarsi della Chiesa — questo sì — al capezzale di un mondo morente per accompagnarne l’agonia, a esso però sopravvivendo per continuare la propria missione. Non questo, però, hanno di volta in volta suggerito e insinuato, durante il suo svolgimento e — soprattutto — nel tragico periodo postconciliare (26), e continuano a suggerire e a insinuare lettori maliziosi o tanto ingenui quanto superficiali, il cui trionfo contingente ma pluriennale non ha mancato di provare duramente, di far soffrire dolorosamente e di amareggiare profondamente tanti, fra i quali rubrico me stesso e, sotto mia responsabilità, i miei maestri, nonché di disorientare molti — evidentemente i “più fedeli” fra i fedeli — e, purtroppo, d’indurre anche taluni, per certo inopportunamente, a mettere in questione “il bambino” a fronte del lerciume dell’”acqua del bagno” (27).

 

9. La speranza, la certezza suggerita da Papa Giovanni Paolo II circa l’eventualità e la possibilità di una nuova civiltà cristiana trova suggello non trascurabile nell’atto di affidamento del terzo millennio alla Madonna di Fatima, la cui statua sarà per l’occasione pellegrina a Roma. Tale atto il Sommo Pontefice si appresta a celebrare l’8 ottobre 2000, il giorno seguente la festa della Beata Vergine Maria del Rosario. Da esso si può legittimamente ricavare che l’integralmente svelato “segreto” di Fatima non dice assolutamente riferimento a un ciclo chiuso, che ha trovato il suo epilogo il 13 maggio 1981, in piazza San Pietro, con il miracoloso fallimento dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II, o con l’apertura del Muro di Berlino, ma apre al futuro di una nuova civiltà cristiana, a tenore della condizione: “Penitenza, Penitenza, Penitenza!” (28) e della promessa: “Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà” (29).

Giovanni Cantoni

 

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(1) Giovanni Paolo II, Discorso in occasione del III Convegno Ecclesiale della Conferenza Episcopale Italiana, Palermo 23-11-1995, n. 4, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. XVIII, 2, pp. 1195-1206 (p. 1199).

(2) Cfr. la descrizione del morbo e del suo decorso, in Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3a ed. it. accresciuta, con lettere di encomio di mons. Romolo Carboni (1911-1999) e con un mio saggio introduttivo su L’Italia tra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Cristianità, Piacenza 1977, parti I e III, pp. 63-120 e 167-195.

(3) Cfr. la puntuale espressione di mons. Justo Mullor García, arcivescovo titolare di Bolsena, nunzio apostolico in Lituania, Estonia e Lettonia, in Luigi Accattoli, E finalmente il Pontefice vola in Lituania, in Corriere della Sera, 4-9-1993; e il concetto corrispondente, in Giovanni Paolo II, Enciclica “Centesimus annus” nel centesimo anniversario della “Rerum Novarum”, del 1°-5-1991, n. 27.

(4) Cfr. Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, trad. it., Rizzoli, Milano 1996.

(5) Cfr., per esempio, Gonzague de Reynold (1880-1970), Qu’est-ce que l’Europe?, vol. I di Formation de l’Europe, Egloff. Librairie de l’Université de Fribourg, Friborgo 1944, pp. 33-34; “vuoto” è nel senso di “povero di idee”, quindi di “senza significato”, come in “parole vuote”, non assolutamente di “senza avvenimenti”, ché anzi vi abbondano.

(6) Cfr. Arnold Joseph Toynbee (1889-1977), Le civiltà nella storia, compendio di David Churchill Somervell (1885-1965), trad. it., Einaudi Torino 1950, pp. 35-36.

(7) Sulla disomogeneità culturale, cfr. la mia Nota sulla libertà religiosa, in Giovanni Cantoni e Massimo Introvigne, Libertà religiosa, “sette” e diritto di persecuzione. Con appendici, Cristianità, Piacenza 1996, pp. 7-58 (pp. 10-12).

(8) Giovanni Paolo II con Vittorio Messori, Varcare la soglia della speranza, Mondadori, Milano 1995, p. 159.

(9) Cfr. Nicolás Gómez Dávila (1912-1994), Escolios a un texto implícito, Instituto Colombiano de Cultura, Santa Fe de Bogotá 1977, vol. I, p. 278.

(10) Cfr. Giorgio Falco (1888-1966), La polemica sul medioevo, con introduzione di Fulvio Tessitore, Guida, Napoli 1977.

(11) Cfr. Jacques Le Goff, Tempo della Chiesa e tempo del mercante, e altri saggi sul lavoro e la cultura nel Medioevo, trad. it., Einaudi, Torino 2000.

(12) G. de Reynold, Le toit chrétien, vol. VII de La formation de l’Europe, Plon, Parigi 1957, pp. 500-501.

(13) Sulla nozione di cristianità, cfr. card. Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, Cultura, cultura cristiana e cristianità, in Cristianità, anno XVIII, n. 298, marzo-aprile 2000, pp. 3-6.

(14) Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo “Gaudium et spes”, del 7-12-1965, n. 78.

(15) Cfr. una raccolta, fino al 1992, in I Papi per la Pace. Venticinque messaggi di Paolo VI e Giovanni Paolo II per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace. 1° gennaio 1968-1° gennaio 1992, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992; vedi pure alcuni di tali messaggi in questo stesso fascicolo di Cristianità, pp. 5-29, che intende così celebrare il proprio n. 300.

(16) Cfr. Giovanni Paolo II, Messaggio per la XIII Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 1980 “La verità, forza della pace!”, dell’8-12-1979, in questo stesso fascicolo di Cristianità, pp. 5-8.

(17) P. Corrêa de Oliveira, “Dizei uma só Palavra…”, in Folha de S. Paulo, 1-7-1980.

(18) Giovanni Paolo II, Discorso in occasione del III Convegno Ecclesiale della Conferenza Episcopale Italiana, Palermo 23-11-1995, cit., n. 2, p. 1196.

(19) Ibid., n. 4, p. 1199.

(20) Ibid., n. 2, p. 1196.

(21) N. Gómez Dávila, Nuevos escolios a un texto implícito, vol. I, Procultura, Santa Fe de Bogotá 1986, p. 83.

(22) Giovanni Paolo II, Discorso ai Presuli della Conferenza Episcopale Ungherese nella Sede Arcivescovile di Budapest, del 20-8-1991, nn. 7-8, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. XIV, 2, pp. 398-399.

(23) Idem, Angelus, Castel Gandolfo (Roma), 30 luglio 2000, in L’Osservatore Romano, 31-7/1-8-2000.

(24) Cfr. il mio Il Concilio “integrale”, in Cristianità, anno VII, n. 56, dicembre 1979, pp. 10-12.

(25) Paolo VI (1963-1978), Allocuzione nell’ultima sessione pubblica del Concilio Ecumenico Vaticano II, del 7-12-1965, in Insegnamenti di Paolo VI, vol. III, pp. 725-732 (p. 729).

(26) Cfr. il mio Dal Concilio Ecumenico Vaticano II al secondo Sinodo straordinario, in Cristianità, anno XIII, n. 126, ottobre 1985, pp. 3-4.

(27) Cfr. il mio “Tu es Petrus”, in Cristianità, anno XVI, n. 158-160, giugno-luglio-agosto 1988, pp. 3-6 e 19.

(28) Il “segreto” di Fatima, in Congregazione per la Dottrina della Fede, Il messaggio di Fatima, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2000, pp. 11-21 (p. 21).

(29) Ibid., p. 16.

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