Mentre l’estenuante “diplomazia del bazar” sembra uscire vincente dal confronto con il Presidente Trump, dal recente accordo resta insoluto soprattutto il problema di Israele e di Hezbollah. Che per Gerusalemme è di vitale importanza, come riportato in un saggio pubblicato sull’ultimo numero di Limes
di Roberto Cavallo
Il numero 5/2026 della rivista di geopolitica Limes – tutto dedicato al difficile momento che Israele sta vivendo – riporta come titolo La solitudine di Israele, con riferimento all’isolamento internazionale del Paese, soprattutto a seguito alle sue operazioni militari a Gaza, in Libano, nella guerra con l’Iran.
Fra i vari interventi e i molteplici approcci critici, non trascurabile è la testimonianza di Sabina Messegcon il suo articolo A dodici chilometri dal Libano.
Sabina Messeg è scrittrice e poetessa israeliana, e ha fra l’altro pubblicato 12 libri per bambini. Artista sensibile e amante della natura, trascorre la propria vita nel nord del Paese in una fattoria ecologica a pochi chilometri dal confine libanese: una distanza percorribile in appena dieci minuti di macchina. Da qui – testimonia – si odono forti le esplosioni provenienti da oltre confine: «(…) Informandomi ho scoperto che è stato bombardato il principale tunnel del Libano meridionale. Era attrezzato per ospitare e far dormire i miliziani di Hizbullah che si preparavano a invadere la mia casa nel villaggio ecologico di Klil, a dodici chilometri dal confine».
Così esordisce con il suo intervento su Limes e già dalle prime battute si comprende lo stato di angoscia che afferra chi ha la ventura di abitare da quelle parti, nonostante la presenza di Unifil, dell’esercito regolare libanese, delle promesse – più volte infrante – dello stesso Hezbollah.
La faccenda dei tunnel, da quelli di Gaza costruiti da Hamas a quelli del Libano meridionale realizzati da Hezbollah, è stata di fatto trascurata e minimizzata dai media e dai governi occidentali, come qualcosa di secondaria importanza se non proprio legato alla propaganda di Benjamin Netanyahu e delle Forze di difesa israeliane. Ma non così è per la gente del Paese, e a maggior ragione per coloro che vivono a ridosso dei confini. E’ almeno dal 2018 – dunque molto prima dei fatti del 7 ottobre e della conseguente reazione israeliana – che l’esercito studia il problema, avendo scoperto almeno sette gallerie sotterranee che, partendo dal Libano, in barba ad Unifil, penetravano fin sotto il territorio israeliano. Ovviamente – riferisce Sabina Messeg – quei tunnel ora distrutti dall’esercito erano funzionali a invadere la Galilea: «Dopotutto, l’intera rete di tunnel è stata scavata in un’area che secondo le decisioni dell’ONU avrebbe dovuto essere smilitarizzata. A persone ottimiste come me resta il sogno che il governo libanese riesca un giorno a liberarsi dai terroristi e a costruire con noi una pace duratura».
Con il recente intervento delle forze armate israeliane in Libano sono state scoperte case private nelle quali erano nascosti centinaia di kit da combattimento delle forze Radwan, pronti all’uso per l’invasione. Case private che in teoria sarebbero strutture civili e dunque, di conseguenza, obiettivi civili non attaccabili; di fatto – come già per Gaza – basi logistiche dei terroristi. D’altronde l’impiego sistematico di strutture civili (comprese scuole e ospedali) per fini militari rientra nel più generale concetto di taqijja, che è l’arte coranica della dissimulazione.
Come Sabina Messeg scrive, l’incubo nasce dal sottosuolo, ma anche dal cielo, dai missili che piovono con cadenza impressionante. Ecco perché la gente ha bisogno di accendere un mutuo – se necessario – pur di edificare in ogni casa almeno una stanza blindata in cemento, che chiamano “mamad”. Oggi in Israele non si costruisce senza prevedere almeno una stanza “mamad”. Particolarmente grave è stata la condizione della cittadina di Shlomi, posta sul confine libanese, obbligata a convivere costantemente con le sirene e con i missili e con la speranza che il sistema di difesa Iron Dome funzioni sempre a dovere. Ma anche quando intercettati, i missili restano pericolosi, perché i frammenti sono causa di incendi. Per tutti questi motivi nei mesi scorsi almeno 80.000 persone, abitanti sul confine nord, sono state evacuate dalle loro case e alloggiate in alberghi e ricoveri di fortuna, lontani dal Libano.
Da sottolineare come in questo saggio, all’interno di Limes, Sabina Messeg ricordi la diversa provenienza dell’immigrazione israeliana: non solo dall’Europa e dall’Occidente, ma anche dai tanti Paesi arabi che, dal 1948 in poi, hanno messo a repentaglio la vita e la sicurezza degli Ebrei, costringendoli alla fuga. Ecco allora perché un Paese grande più o meno quanto la nostra Puglia, insomma un fazzoletto di terra immerso in un mare musulmano, sia spesso costretto a prendere iniziative drastiche, sia pure, talora, discutibili.
Venerdì, 19 giugno 2026
