Dal “governo dei tecnici” al “partito dei tecnici” e oltre

Alleanza Cattolica 24 anni fa
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GIOVANNI CANTONI, Cristianità n. 250-251 (1996)

1. Dal 17 gennaio 1995 la Repubblica Italiana è stata retta da un Governo costituito da tecnici, guidato dal dottor Lamberto Dini e sostenuto dal fronte progressista — il “polo progressista” —, che ormai si conviene chiamare Ulivo.

Dopo che il presidente del Consiglio dei Ministri ha presentato le dimissioni il 30 dicembre 1995 e le ha confermate l’11 gennaio 1996, è seguito il tentativo di varare un nuovo governo da parte del sen. Antonio Maccanico, tentativo che si è sviluppato dal 1° al 13 febbraio ed è fallito. Quindi, il 16 febbraio, dopo lunghe e reiterate consultazioni, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro ha firmato il decreto di scioglimento della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica e ha indetto le elezioni politiche per il 21 aprile 1996, indicando nel 9 maggio la data della prima convocazione del nuovo Parlamento.

Dunque, si è finalmente prodotto quanto poteva — e sostanzialmente doveva — accadere nella primavera del 1995, cioè a seguito della caduta del Governo Berlusconi, per il venir meno del sostegno all’esecutivo da parte di una delle componenti della coalizione di governo, la Lega Nord.

 

 2. Da quando è stata indetta la consultazione elettorale, l’attenzione degli osservatori — e, a cascata, della pubblica opinione — si è concentrata su un avvenimento, cioè sulla cosiddetta “scesa in campo” del presidente del Consiglio in carica che, dopo aver fondato un proprio partito, Lista Dini-Rinnovamento Italiano, ha annunciato di schierarsi con l’Ulivo. Quindi, la formula con cui, nel gergo massmediatico, viene descritto l’accaduto suona appunto: “Dini scende in campo e si schiera con l’Ulivo”.

Ritengo ozioso, in quanto inesistente, il problema relativo alla liceità del comportamento tenuto dal dottor Lamberto Dini e da quanti lo seguono, mentre mi astengo dal valutare il bon ton di tale comportamento da parte di un presidente del Consiglio in carica perché decisamente conforme al costume politico vigente. Mi limito a rilevare che l’espressione “Dini scende in campo e si schiera con l’Ulivo” ha una sua felicità, che ne conferma la sostanziale validità a descrivere quanto è accaduto, dal momento che esplicita più fatti.

 

a. In primo luogo, rende palese che i cosiddetti “tecnici”, se tali sono formalmente, cioè soggetti caratterizzati da una tecnicalità extra-partitica — quindi, nella comune percezione, extra-politica —, sono però, nello stesso tempo e nella sostanza, politici travestiti, tanto che si schierano appunto come politici, sì che “tecnico” non sta più a indicare chi sostituisce temporaneamente ed eccezionalmente — benché misteriosamente, cioè senza adeguate ragioni — l’uomo politico e, tanto meno, il semplice e indispensabile consulente di settore dell’uomo politico, ma è ormai nome proprio di “parte”, o almeno tale aspira a essere o si espone a divenire.

 

b. In secondo luogo, se la semplice “scesa in campo” dei tecnici produce l’effetto descritto, la loro collocazione elettorale fa sì che appaia chiaro, di una chiarezza meridiana, che la “parte tecnica” non è stata sostenuta occasionalmente dall’area progressista nel corso della spirata legislatura, ma è “parte del mondo progressista”, quindi non solo tutt’altro che neutra rispetto alla politica, bensì collocata in modo molto preciso nella politica.

 

c. Finalmente, e in subordine rispetto a quanto appena osservato, la collocazione di Lista Dini-Rinnovamento Italiano nell’area progressista pone almeno il problema, non certo trascurabile, del rapporto fra la nuova compagine politica e la forza che oggettivamente egemonizza l’Ulivo, cioè il PDS, un problema di gran lunga più rilevante di quello relativo alla leadership personale nell’area in questione, cioè alla palese alternativa, quindi all’inevitabile scontro — oltre l’eventuale salvataggio delle forme — fra il dottor Lamberto Dini e il professor Romano Prodi.

 

 

3. Come si vede, quanto ho ricordato sinteticamente dice già ampiamente sul presente e illumina, quindi orienta, non poco sul prossimo futuro, elettorale e post-elettorale. Ma la formula ricordata — “Dini scende in campo e si schiera con l’Ulivo” — esaurisce la portata dell’avvenimento? Oppure questo tollera di essere indicato anche diversamente, con un’altra espressione, che non sia alternativa ma che integri quella corrente?

Credo indispensabile, allo scopo, richiamare il fatto che, se per un significativo periodo di tempo “governi tecnici” hanno guidato la vita politica italiana, la presenza di tecnici nelle ultime compagini governative ha una traiettoria degna di attenzione. Allo scopo trascrivo un’accurata e autorevole descrizione di tale presenza: “Un’analisi dei curricula dei componenti delle ultime quattro compagini governative nazionali evidenzia, infatti, come numerosi siano i ministri con origini e “carriere” costruite totalmente in ambito politico, diventati protagonisti nella nuova fase politico-istituzionale perché appartenenti a formazioni escluse dalle responsabilità di governo oppure per aver ricoperto ruoli secondari in passato.

“Il maggior numero di ministri politici si ritrova nel governo Amato (16 su 25) e in quello Berlusconi (12 su 26). Una presenza significativa si registra anche nel governo Ciampi (8 su 25), mentre è solo con il governo Dini che il numero dei ministri politici scende ad uno.

“Nella categoria dei tecnico-politici rientrano, invece, quei soggetti che associano una competenza maturata nella propria attività lavorativa, nel campo imprenditoriale, delle professioni o dell’Università, ad una partecipazione diretta nelle competizioni elettorali oppure ad un coinvolgimento, in qualità di esperti, per conto delle formazioni politiche e negli organi di gestione della cosa pubblica (Ministeri, imprese e istituti di credito sotto controllo pubblico, etc.). Una quota significativa di tali soggetti è presente in tutti i quattro governi considerati (7 su 25 in quello Amato, 12 su 26 in quello Berlusconi, 8 su 20 in quello Dini), ma soprattutto in quello Ciampi (su 25 ministri, 10 possono essere considerati “tecnico-politici”).

“Restano, infine, coloro che vantano una competenza esclusivamente professionale maturata in ambito universitario, oppure in alcuni organi dello Stato, senza alcuna dimestichezza politica significativa. Tali soggetti possono essere definiti tecnici, ed il loro numero risulta essere particolarmente consistente nella compagine del governo Ciampi (su 25 ministri, 6 possono essere considerati “tecnici”), ma soprattutto in quello Dini (su 20 ministri, 11 possono essere considerati “tecnici”), mentre minoritaria rimane nei governi Amato (2 su 25) e Berlusconi (2 su 26)” (1).

Davanti a questo quadro, che illustra un autentico crescendo, si fa inconsistente ogni ipotesi di casualità e d’improvvisazione, e acquista credito quella di una sequenza promossa; e, ancora, la stessa sequenza degli avvenimenti assume il tratto, molto verosimilmente, di un processo caratterizzato dal passaggio, in sede governativa, dalla “presenza di tecnici accanto ai politici” al “primato dei tecnici sui politici”, perciò all’avvio di un esperimento tecnocratico.

Ma, poiché tale esperimento è stato bloccato dalla crisi di governo, il primato governativo futuro viene predisposto attraverso la costituzione di un “partito dei tecnici”, che tende a egemonizzare una coalizione politica, quella con cui i tecnici — organizzati o meno in partito politico — hanno avuto e hanno maggiore solidarietà nella storia e nella cronaca nonché contiguità ideologica, cioè l’Ulivo.

A questo punto ritorno alla domanda da cui sono partito, e rispondo suggerendo di affiancare a “Dini scende in campo e si schiera con l’Ulivo” anche la formula “Dini scende in campo per egemonizzare l’Ulivo”, che mi pare descriva processi di ben maggiore portata di una gara di furbizia fra il dottor Lamberto Dini e l’on. Massimo D’Alema.

 

 

4. Dal 1991 Papa Giovanni Paolo II viene reiteratamente denunciando, con precisione e con puntualità, il pericolo totalitario dell’ora presente, cioè l’intronizzazione del relativismo etico attraverso i suoi sponsali con la democrazia. Il relativismo etico è una morale, cioè la trascrizione comportamentale di diverse “metafisiche”, “costellazioni di princìpi”, di cui sono più o meno correttamente note e più o meno adeguatamente denunciate quella massonica, quella neomarxista — esito soprattutto della lettura romantica di Karl Marx — e quella esistenzialistica, rappresentata dal “pensiero debole”, ma accanto a esse si situa — con un tasso di pericolosità proporzionato al tasso di credibilità dei suoi mentori — anche quella tecnocratica, lato sensu neopositivistica.

A questo proposito, credo utile ricordare che nel 1971 Papa Paolo VI, nella lettera apostolica Octogesima adveniens, scriveva: “Se oggi si è potuto parlare di regresso delle ideologie, ciò può indicare che è venuto un tempo favorevole ad una apertura verso la trascendenza concreta del cristianesimo; ma può indicare anche uno slittamento più accentuato verso un nuovo positivismo: la tecnica generalizzata come forma dominante di attività, come modo assorbente di esistere e magari come linguaggio, senza che la questione del significato sia realmente posta” (2).

Giovanni Cantoni

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(1) CENSIS. Centro Studi Investimenti Sociali, con il patrocinio del CNEL. Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, 29° Rapporto sulla situazione sociale del Paese. 1995, Fondazione CENSIS-Francoangeli, Roma 1995, p. 41.

(2) Paolo VI, Lettera apostolica Octogesima adveniens, del 14-5-1971, n. 29.

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