“Dal PCI al PDS”: le tappe e i contenuti di una metamorfosi rivoluzionaria

Marco Invernizzi 26 anni fa
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MARCO INVERNIZZI, Cristianità n. 225-226 (1994)

Il “treno dei progressisti” è partito verso le elezioni politiche indette per la primavera del 1994, candidandosi alla guida del governo della Repubblica Italiana (1). Saldamente guidato dalla “locomotiva” costituita dal PDS, il Partito Democratico della Sinistra, tale “treno” è composto da numerosi e variegati vagoni: da AD, Alleanza Democratica, al Partito della Rifondazione Comunista, dalla Federazione dei Verdi a una parte del Partito Repubblicano Italiano, con il sen. Bruno Visentini e on. Giorgio Bogi, da una componente del PSI, il Partito Socialista Italiano, denominata Area Socialista, con Ottaviano Del Turco e Giorgio Benvenuto, a una componente detta Costituente della Strada, per finire con frange del mondo cattolico, cioè il Movimento per la Democrazia-La Rete del sindaco di Palermo, on. Leoluca Orlando, e i Cristiano-Sociali dell’on. Ermanno Gorrieri, uno dei fondatori della Democrazia Cristiana, e del sen. Pierre Carniti, già segretario della CISL, la Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori.

L’Alleanza progressista o, più semplicemente, la Sinistra, è tenuta insieme dall’abile mediazione del segretario del PDS, on. Achille Occhetto, che deve far restare sugli stessi binari, almeno fino alle elezioni, soprattutto i comunisti del Partito della Rifondazione Comunista e i liberali di AD; ma il peso del PDS nell’Alleanza deriva in modo particolare dal suo apparato organizzativo, certo inferiore a quello di un tempo, ma — sommato all’apparato del Partito della Rifondazione Comunista — comunque in grado di garantire una presenza capillare, sia sul territorio che nel corpo sociale, su cui nessun altro partito può contare.

Di fronte alla Sinistra che si candida al governo, nell’opinione pubblica sorgono immediate e giustificate domande sull’identità delle sedicenti forze progressiste, particolarmente in quella metà di italiani profondamente contrari alla Sinistra in generale e a ogni forma di socialismo in particolare; naturalmente queste domande riguardano anzitutto l’elemento trainante del “treno dei progressisti”, cioè il PDS.

Che cos’è il PDS, la nuova “cosa” nata dal PCI, il Partito Comunista Italiano, dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989? Si tratta di comunisti rimasti tali, ma costretti a cambiare il nome e il programma per mantenere un consenso eroso dal fallimento del socialismo reale? O è il frutto di un mutamento reale, cioè di un ritorno ai princìpi della Rivoluzione francese, che non si sarebbero inverati in quella d’Ottobre, e quindi della ripresa del tentativo di coniugare libertà e uguaglianza senza sacrificare nessuna delle due? O, ancora — e sempre nell’ipotesi del mutamento reale —, si tratta della conseguenza politica della vittoria culturale del “pensiero debole”, e quindi della nascita del partito relativista, del “partito radicale di massa”, del partito del “pensiero debole” organizzato? Oppure, più semplicemente — come veniva spiegato nei Seminari di Formazione Anti-Comunista promossi da Alleanza Cattolica negli anni Settanta e Ottanta —, poiché il comunismo non esaurisce la Rivoluzione, dopo il fallimento ideologico e pratico del socialcomunismo, il processo di opposizione nella storia al piano di Dio sull’uomo e sulle nazioni, cioé appunto la Rivoluzione, continua attraverso altre tappe?

Per rispondere adeguatamente a queste domande bisogna anzitutto ripercorrere le fasi principali che hanno visto nascere il PDS: allo scopo, mi servo ampiamente uno studio di Piero Ignazi, ricercatore nel Dipartimento di Politica, Istituzioni, Storia dell’Università di Bologna (2).

 

Dal PCI al PDS: la nascita della “cosa”

Il 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del Muro di Berlino, il segretario generale del PCI, on. Achille Occhetto, nel corso di una manifestazione partigiana in un quartiere di Bologna, enuncia il progetto di trasformare radicalmente il partito in una nuova “cosa”. Il Comitato Centrale del PCI approva il progetto del segretario nella riunione tenuta del 20 al 24 novembre con 219 voti favorevoli, 73 contrari e 34 astenuti. La trasformazione verrà confermata con la maggioranza dei due terzi dei delegati nel corso del Congresso straordinario nel marzo del 1990, il XIX del PCI, mentre il successivo XX Congresso sancirà ufficialmente la nascita del nuovo soggetto politico, il Partito Democratico della Sinistra.

Secondo Piero Ignazi, il processo di cambiamento del PCI avviene in due fasi:

1. la prima va dalla sconfitta elettorale del 1987 alla caduta del Muro di Berlino nel 1989, ed è caratterizzata dall’“articolazione dei fini”, cioé da un parziale mutamento delle finalità del PCI e da un graduale abbandono della sua “diversità” organizzativa, cioé del “centralismo democratico”;

2. la seconda fase comincia nel 1989 con l’annuncio, da parte dell’on. Achille Occhetto, della radicale trasformazione del PCI e si conclude due anni dopo, nel 1991, con l’avvenuta “sostituzione dei fini”, cioé con la nascita di un soggetto politico che abbandona esplicitamente il progetto di instaurare una società comunista attraverso la lotta di classe e che rinuncia al centralismo democratico, permettendo ufficialmente la nascita di correnti all’interno del partito (3).

 

Il PCI dopo il fallimento del “compromesso storico”

La storia del PCI ha conosciuto numerose e significative mutazioni tattiche e strategiche dopo il ritorno di Palmiro Togliatti in Italia, alla fine della seconda guerra mondiale: dalla svolta “democratica” e anti-insurrezionale di Salerno, nel 1944, alla destalinizzazione dopo il 1956; dalla strategia di “compromesso storico”, con il conseguente ingresso del PCI nei governi detti di “solidarietà nazionale”, dal 1976 al 1979, fino all’abbandono di questa strategia in seguito alla sconfitta elettorale del 1979 e alla scelta dell’”alternativa democratica” nel 1980; e, ancora, con lo “strappo” dall’URSS, voluto dall’on. Enrico Berlinguer e progressivamente realizzatosi nel corso degli anni Ottanta.

Comunque, nel corso di questi decenni, il PCI aveva sempre mantenuto, come obiettivo della propria azione politica, la trasformazione socialista del paese, una meta che nessuno che volesse rimanere nel partito aveva mai messo in discussione, anche perché la politica del partito stesso veniva costantemente premiata dai risultati elettorali, che vedevano il PCI in continua ascesa.

Ma il logorio dovuto al rimanere in “mezzo al guado”, cioé al voler governare senza riuscirvi, rimanendo a metà strada fra il potere e l’opposizione — come avvenne durante i governi di “solidarietà nazionale”, quando il PCI venne coinvolto nella politica di austerità promossa dall’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti, senza peraltro beneficiare ancora del potere legale —, costò al PCI il primo regresso elettorale, nel 1979, che bastò per far cessare la politica di “compromesso storico” (4).

Erano gli anni in cui l’utopia della Rivoluzione del Sessantotto sfociava nel terrorismo e nell’incremento della diffusione della droga mentre, a livello culturale, le “forti” ideologie rivoluzionarie lasciavano il posto al “pensiero debole”, al trionfo del relativismo e del nichilismo, e al “tutto è politica” subentrava il “ritorno al privato”.

Cominciava l’era craxiana — il tempo di cui è stato indubbio protagonista il segretario del PSI on. Bettino Craxi —, fra l’altro caratterizzata da una dura lotta per l’egemonia nella Sinistra, nella quale appunto il PSI sceglieva il riformismo socialista come referente storico e ideologico per liberarsi dalla sudditanza politica verso il PCI, mentre quest’ultimo conosceva uno dei periodi certamente più difficili della sua storia, messo in difficoltà dal venir meno della capacità seduttiva della mitologia comunista fra i giovani, dalla progressiva diminuzione quantitativa della classe operaia, cioé del soggetto rivoluzionario per eccellenza, e — soprattutto — dal venire alla luce in modo sempre più palese dello sfacelo morale e materiale nei paesi del socialismo reale.

Così, le sorti della Repubblica Italiana si giocavano soprattutto all’estero, in modo particolare nell’URSS, dove avvenivano i grandi mutamenti politici e istituzionali, che avrebbero poi avuto ripercussioni negli altri Stati comunisti dell’Europa Orientale e, quindi, anche in Italia, dove esisteva il maggior partito comunista del mondo non comunista. Infatti, i mutamenti epocali avvenuti con Juri Vladimirovic Andropov e poi, principalmente, durante la presidenza di Mikhail Serghevic Gorbaciov, interessano l’evoluzione del PCI in Italia oltre che per il progressivo venir meno del PCUS come punto di riferimento e come fonte di finanziamento, anche per le analoghe modalità di attuazione del mutamento stesso. Infatti, in entrambi i casi, i cambiamenti avvengono per iniziativa del vertice, sollecitati da pressioni esercitate da situazioni specifiche: in specie, “suggeriti” nell’URSS dal fallimento del progetto di mantenere il potere e, in Italia, dal fallimento del progetto di conquistarlo.

 

1987: la sconfitta elettorale

La lieve flessione nelle elezioni del 1983 — solamente – 0,5% — viene fatta dimenticare dalle elezioni europee del 1984, nelle quali il PCI trionfa e, con il 33,3% dei voti espressi, diventa il primo partito italiano. Naturalmente, il successo fa sì che i comunisti non riflettano — almeno in apparenza — sulla loro crisi e sul fatto che la vittoria elettorale, conseguita sull’onda dell’effetto emotivo provocato dalla morte del segretario del partito, on. Enrico Berlinguer, è stata ottenuta soprattutto grazie alla confluenza dei voti precedentemente riversatisi sul PDUP, il Partito Democratico di Unità Proletaria, quindi va valutata tenendo presente l’altissimo numero di astensioni, di schede bianche e di schede nulle: insomma, il PCI aumenta soltanto dell’1,4% rispetto alle precedenti elezioni politiche del 1983 (5).

Poi vengono le sconfitte nelle elezioni amministrative del 1985 e, soprattutto, nel referendum promosso dallo stesso PCI sulla “scala mobile”, sempre nello stesso anno, ma la vera crisi esplode dopo la grave flessione elettorale nelle elezioni politiche del 1987, quando il partito raccoglie il 26,6% dei voti espressi e ritorna al di sotto del risultato del 1968.

Tutti conoscono l’enorme importanza che, nella prospettiva marxista, ha la verifica nella storia della propria azione politica: perciò, tornare al di sotto del risultato elettorale conseguito nel 1968 significava che, dopo vent’anni di lotta rivoluzionaria — che pur aveva profondamente cambiato cultura e costume degli italiani, grazie alla pratica della rivoluzione culturale gramsciana — il comunismo aveva raggiunto il suo massimo di capacità di convincimento, che non avrebbe potuto andare oltre e che, quindi, era necessario rinunciare a quell’apparato ideologico e politico che ormai rappresentava un ostacolo per la conquista del potere: cioè, era necessaria un’altra “cosa”.

Non so se sia stato questo il ragionamento — che peraltro mi sembra molto marxista — che ha inizialmente provocato la decisione di promuovere il cambiamento del PCI, ma certamente il mutamento si mette in moto e comporta l’insediamento dell’on. Achille Occhetto alla vicesegreteria quindi, a causa delle cattive condizioni di salute del segretario, l’on. Alessandro Natta, alla segreteria nel maggio del 1988.

L’elezione dell’on. Achille Occhetto avviene in un periodo di crisi non abituale nel partito, con gli organi dirigenti costretti a subire le domande e le discussioni della base militante, ormai apertamente relative all’identità dell’essere comunisti, e non più soltanto alla linea politica o alla strategia del partito. La sua stessa elezione non avviene all’unanimità e la direzione del partito si spacca.

L’on. Achille Occhetto è sostenuto dal centro berlingueriano e dalla sinistra dell’on. Pietro Ingrao, nelle cui file lo stesso neosegretario aveva militato. Fino al 1989 la sua azione sul partito opera alcuni cambiamenti anche importanti, ma si ferma o retrocede ogniqualvolta sembri rinnegare i fondamenti dell’identità comunista, in particolare il legame con la Rivoluzione d’Ottobre e i momenti “mitologici” della storia del PCI. Significativa è la grande reazione dei massimi esponenti del partito dopo l’insinuazione — avanzata nell’estate del 1989 da un intellettuale vicino all’on. Achille Occhetto, Biagio de Giovanni — sul coinvolgimento di Palmiro Togliatti nei delitti provocati dalla politica cominformista (6).

A mio avviso, i due principali cambiamenti nel periodo dell’“articolazione dei fini”, cioè dal 1987 al 1989, riguardano l’ancoraggio ideologico del nuovo PCI ai princìpi della Rivoluzione francese e il progressivo venir meno, all’interno del partito, del centralismo democratico, con il manifestarsi di dissensi pubblici e il formarsi delle correnti.

 

La seconda fase: la “sostituzione dei fini”

La stessa azione riformatrice di Mikhail S. Gorbaciov nell’URSS — la perestrojka — viene letta dai comunisti italiani come testimonianza della sostanziale bontà del sistema uscito dalla Rivoluzione d’Ottobre, proprio in quanto sistema riformabile. Dal 1987 al 1989 l’azione riformatrice dell’on. Achille Occhetto sembra muoversi in perfetta sintonia con quella di Mikhail S. Gorbaciov: cambiare certamente e anche molto, ma nell’ambito della prospettiva socialcomunista, secondo l’ottica berlingueriana dell’immissione di elementi di socialismo nella società italiana.

Soltanto con il 1989 e con il crollo dei regimi comunisti nei paesi dell’Europa Orientale avverrà il distacco radicale e la fuoriuscita del PCI dal solco tracciato a partire dalla Rivoluzione guidata da Vladimir Ilic Lenin.

Con l’avvento dell’on. Achille Occhetto alla guida del partito si verificano importanti mutamenti anche nella composizione delle strutture direttive: per esempio, fra i membri della segreteria, cioé dell’esecutivo ristretto, del PCI nel 1983 e quelli del 1989, l’on. Achille Occhetto è l’unico elemento di continuità, così come è radicale il cambiamento nella composizione della Direzione del partito — il “cuore del gruppo dirigente”, come lo definisce Piero Ignazi (7) — con ventidue nuovi ingressi — il 42,3% —, eletti dal XVIII Congresso nel 1989.

La seconda fase del cambiamento si compie fra la fine del 1989 e il febbraio del 1991 e consiste nel contemporaneo mutamento del nome e dell’identità ideologica del partito. I principali artefici e sostenitori del cambiamento sono, naturalmente oltre al segretario del partito, gli esponenti della nuova classe dirigente, entrata nelle strutture direttive con l’on. Achille Occhetto, gli uomini della “destra” riformista guidata dall’on. Giorgio Napolitano, mentre il centro berlingueriano e la sinistra dell’on. Pietro Ingrao si dividono nel sostegno al segretario, e dalla corrente dello stesso on. Pietro Ingrao entrano nell’orbita del segretario personaggi come l’on. Antonio Bassolino e dell’on. Bruno Trentin.

La linea politica dell’on. Achille Occhetto viene appoggiata soprattutto dai funzionari e dai dirigenti locali e, in particolare, dai rappresentanti dell’Emilia-Romagna, che costituiscono il 30% del partito. Essi sosterranno la mozione congressuale a favore del cambiamento nel corso del XX Congresso del PCI — svoltosi dal 31 gennaio al 4 febbraio 1991 —, dove la tesi dell’on. Achille Occhetto otterrà il 64,1% dei voti favorevoli, con 807 delegati a favore su 1.259.

 

L’ancoraggio ai princìpi della Rivoluzione francese

L’aspetto relativo al rapporto fra la “nuova sinistra” e le due rivoluzioni, quella francese del 1789 e quella russa del 1917, è stato trattato, fra gli altri, da Biagio de Giovanni, in un convegno promosso dall’Area Politiche Culturali del PDS, a Roma, nei giorni 26 e 27 febbraio 1992 (8). Nel suo intervento, Biagio de Giovanni sostiene che la caduta del comunismo deve essere accettata dalla Sinistra e deve costituire l’occasione perché quest’ultima ritorni ai princìpi dei diritti dell’uomo sanciti dalla Rivoluzione francese e violati invece da quella comunista del 1917; così facendo, la Sinistra impedirà che tali princìpi rimangano patrimonio soltanto della tradizione liberaldemocratica, purché sappia rinunciare al legame con la rivoluzione intesa come processo per instaurare una nuova società. La tesi di Biagio de Giovanni viene ripresa dall’on. Achille Occhetto, che si richiama pure ai princìpi del 1789 e ai diritti dell’uomo: la “nuova cosa”, secondo questa prospettiva, sarebbe una specie di partito radicale di massa, il partito dei diritti dei diversi in tutti i campi, il partito che esalta la libertà senza alcun limite e la democrazia come mito trainante della propria azione politica. A quest’ultimo riguardo, concludendo i lavori del convegno, l’on. Achille Occhetto dirà: “Dobbiamo ripensare la democrazia, come democratizzazione integrale della società, come frontiera in continuo movimento verso la conquista di nuovi territori” (9), assumendo la democrazia non soltanto come metodo con cui si prendono le decisioni politiche. Infatti, com’era stato detto nell’introduzione allo stesso convegno dall’on. Claudia Mancina, […] la democrazia non è semplicemente un metodo, perché proprio nelle sue procedure c’è un aspetto sostantivo, che la rende desiderabile, la rende anche un fine e un valore, anzi il valore-base della politica, senza il quale gli altri non possono essere perseguiti. Cioé: il processo democratico non ci assicura che verranno prese delle decisioni buone, ma è comunque un bene che le decisioni vengano prese attraverso il processo democratico” (10).

Chiudendo lo stesso convegno, l’on. Achille Occhetto spiegherà il passaggio dal PCI al PDS in questi termini: “Nell’87 noi cogliemmo che una lunga stagione politica del nostro paese si era ormai conclusa. Quella del consociativismo, quella — come dicemmo — legata all’idea che l’incontro tra le grandi forze politiche popolari fosse necessario e sufficiente a produrre rinnovamento.

“Nell’89 ci siamo misurati con il collasso dei regimi autoritari dell’Est europeo e con la fine dell’epoca della guerra fredda; con la fine dell’ordine internazionale — e anche interno — che aveva come quadro di riferimento ineludibile una certa configurazione, quella della contrapposizione tra blocchi.

[…]

“Il Pci, nessuno può discuterlo, ha fatto la sua parte. Ma, appunto, tra l’87 e l’89 abbiamo preso consapevolezza che tutto ciò, una grande eredità, era alle nostre spalle. Che tutti dovevamo ricominciare” (11).

Lo stesso uomo politico concludeva: “Perché democratici e di sinistra?

“Siamo voluti tornare alle fonti. Alle fonti della modernità politica. Alla fonte comune che ha dato alimento ideale, per due secoli, a tutti i movimenti democratici e di sinistra in Occidente” (12).

 

Quale partito?

Secondo Piero Ignazi, l’identità della “nuova cosa” potrebbe assomigliare a tre modelli diversi: il partito della socialdemocrazia o laburista, voluto soprattutto dalla “destra” riformista dell’on. Giorgio Napolitano, che si ispira alle socialdemocrazie europee; il partito antagonista-movimentista, rappresentato dalla sinistra dell’on. Pietro Ingrao e dell’on. Antonio Bassolino, oppure il partito radicale di massa, che sostituirebbe la classe operaia come referente privilegiato dell’azione politica con il “cittadino” e con i suoi diritti, in questo seguendo la scelta per i princìpi della Rivoluzione francese fatta dall’on. Achille Occhetto.

Quest’ultimo difficilmente accetterà di ingabbiare il PDS in una sola di queste definizioni ma, anche se ha rifiutato l’ipotesi del partito radicale di massa, è indubbio che il PDS sembra realizzare sempre più un modello di questo genere, che — fra l’altro — gli permette di essere il perno delle alleanze elettorali con le quali si candida a governare, guidando appunto tutte le altre forze progressiste come una locomotiva traina i vagoni.

L’alleanza elettorale guidata dal PDS appare come l’espressione politica di molteplici posizioni ideologiche, tutte però riconducibili sul piano culturale a quell’unica che, in certo modo, non ne esclude nessuna, il “pensiero debole” (13), cioé l’affermazione che nega l’esistenza di qualsiasi “verità delle cose” (14) e riduce la convivenza civile a un semplice convenzionalismo, per cui i diritti civili dell’uomo — quelli a cui l’on. Achille Occhetto si richiama come fonte della propria azione politica — vengono determinati dagli interessi temporanei dei singoli uomini e dei diversi gruppi umani, ma non sono assolutamente valori perenni e metastorici. La conclusione spiega le contraddizioni dell’ideologia politica del fronte progressista: il sostegno ai diritti del cittadino, ma non a quelli del bambino non nato, le campagne contro l’estinzione di alcune specie animali e il favore all’eutanasia, la solidarietà ai “diversi” anche contro natura e il silenzio sulle necessità della famiglia, soprattutto quando numerosa, vessata dalla persecuzione fiscale, minacciata dal pervertimento del costume ed emarginata nella vita sociale e politica, e — ancora — la mancanza di solidarietà con la scuola libera, che aspetta da cinquant’anni l’equiparazione a quella di Stato. Troppo spesso la polemica contro il fronte progressista si limita all’aspetto economico e alla richiesta rivolta al PDS di rinunciare al collettivismo e all’assistenzialismo, mentre sorvola su questi punti fondamentali, quando non li trascura.

 

Le elezioni politiche del 27 e 28 marzo 1994

Superate le grandi difficoltà che hanno accompagnato il cambiamento, il PDS si candida alla guida del governo della Repubblica Italiana dopo le elezioni politiche del 27 e 28 marzo 1994. Per opporsi a questo tentativo è necessario non limitarsi a un impegno che derivi dalla paura che il PDS nasconda una posizione comunista mai veramente abbandonata — paura del resto legittima, conoscendo il trasformismo strutturale dell’ideologia comunista —, ma bisogna descrivere e combattere il PDS anche per quello che è e dice di essere oggi. Tanto meglio se questa opposizione favorirà una riflessione e un accostamento a quei princìpi naturali e cristiani che il fronte progressista, direttamente o indirettamente, contrasta radicalmente.

Marco Invernizzi

***

(1) Per la dizione e la descrizione anche grafica, cfr. l’Unità, 18-12-1993.

(2) Cfr. Piero Ignazi, Dal PCI al PDS, il Mulino, Bologna 1992.

(3) Cfr. ibid., p. 20.

(4) Su questo periodo, cfr. Giovanni Cantoni, La “lezione italiana”. Premesse, manovre e riflessi della politica di “compromesso storico” sulla soglia dell’Italia rossa, Cristianità, Piacenza 1980.

(5) Cfr. Idem, Il “sorpasso” millantato e il nuovo “miracolo italiano”, in Cristianità, anno XII, n. 112-113, agosto-settembre 1984.

(6) Cfr. P. Ignazi, op. cit., p. 66.

(7) Ibid., p. 112.

(8) Cfr. Biagio de Giovanni, Libertà ed emancipazione, in Le idee della sinistra. Atti del convegno nazionale del Pds. Roma, 26-27 febbraio 1992, Editori Riuniti, Roma 1992, pp. 131-140.

(9) Achille Occhetto, Perché democratici e di sinistra, ibid., p. 274.

(10) Claudia Mancina, Le idee della sinistra. Introduzione, ibid., p. 18.

(11) A. Occhetto, intervento cit., ibid., pp. 271-272.

(12) Ibid., p. 273.

(13) Per un accostamento critico al “pensiero debole”, cfr. il numero speciale del mensile di orientamento bibliografico Cultura e libri, anno VI, n. 48-49, luglio-agosto 1989, su Il nichilismo. Da Heidegger al “pensiero debole”, a cura di don Antonio Livi, e in particolare il saggio di Francesco Botturi, Dal nichilismo all’ateismo, pp. 43-53. Per valutare gli effetti della diffusione del “pensiero debole” e, soprattutto, per impostare una riconquista intellettuale ed esistenziale dei valori minacciati da questa forma di pensiero, cfr. don A. Livi, Il senso comune tra razionalismo e scetticismo (Vico, Reid, Jacobi, Moore). In Appendice: Dizionario critico dei termini filosofici, Massimo, Milano 1992; e Idem, Filosofia del senso comune. Logica della scienza & della fede, Ares, Milano 1990. Le due opere affrontano il tema della filosofia del senso comune come riconquista di un corretto rapporto con il reale evitando gli errori razionalistici e scettici, fra cui appunto il “pensiero debole”: la prima tratta l’aspetto storico e la seconda quello teoretico del tema. Sullo stesso argomento, cfr. anche di G. Cantoni, Introduzione a Massimo Introvigne, Il ritorno dello gnosticismo, SugarCo, Carnago (Varese) 1993, pp. I-X.

(14) Sul punto, cfr. Josef Pieper, Verità delle cose. Un’indagine sull’antropologia del Medio Evo, trad. it., Massimo, Milano 1981.

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 Marco Invernizzi

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Marco Invernizzi nasce a Milano nel 1952. Nel 1977 si laurea in filosofia all'Università Cattolica del Sacro Cuore con una tesi su Il periodico "Fede e Ragione" nell'ambito della storia del Movimento Cattolico italiano dal 1919 al 1929, relatore il professor Luigi Prosdocimi. Dopo gli studi universitari continua ad approfondire, in modo non puramente intellettualistico - dal 1972 milita in Alleanza Cattolica, della quale è stato responsabile per la Lombardia e per il Veneto fino al 2016-, le vicende del movimento cattolico in Italia. Ha pubblicato, fra l'altro, L'Unione Elettorale Cattolica Italiana. 1906-1919. Un modello di impegno politico unitario dei cattolici(Cristianità, Piacenza 1993); La Chiesa, la politica, il potere attraverso i secoli (contributo a Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia, a cura di Franco Cardini, Piemme, Casale Monferrato 1994); e, con altri, I Papi del nostro secolo, parte prima Da Leone XIII a Pio XII (Italica Libri/Editoriale del Drago, Milano 1991); e Guida introduttiva alla storia della Chiesa cattolica (Mimep-Docete, Pessano [Milano]). Collabora a Cristianità e ad altre riviste e quotidiani. Dal 1989 conduce a Radio Maria la trasmissione settimanale La voce del Magistero. Nella linea di quanto già edito si pone Il movimento cattolico in Italia dalla fondazione dell'Opera dei Congressi all'inizio della seconda guerra mondiale (1874-1939), un'opera di sintesi in cui viene ripercorsa la storia del movimento cattolico, con particolare attenzione alle sue espressioni politiche, dalla Breccia di Porta Pia alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Dal 28 maggio 2016 è Reggente Generale di Alleanza Cattolica. Facebook - Instagram - Cathopedia