Dalla tradizione degli anni giubilari alla dottrina sociale della Chiesa

Alleanza Cattolica 25 anni fa
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Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Tertio millennio adveniente circa la preparazione del Giubileo dell’anno 2000, del 10-11-1994, nn. 12-13. Titolo redazionale.
Cristianità, 239 (1995)

 

Le parole e le opere di Gesù costituiscono […] il compimento dell’intera tradizione dei Giubilei dell’Antico Testamento. È noto che il Giubileo era un tempo dedicato in modo particolare a Dio. Esso cadeva ogni settimo anno, secondo la Legge di Mosè: era l’”anno sabbatico”, durante il quale si lasciava riposare la terra e venivano liberati gli schiavi. L’obbligo della liberazione degli schiavi veniva regolato da prescrizioni dettagliate contenute […], praticamente, in tutta la legislazione biblica, […]. Nell’anno sabbatico, oltre alla liberazione degli schiavi, la Legge prevedeva il condono di tutti i debiti, secondo precise prescrizioni. E tutto ciò doveva essere fatto in onore di Dio. Quanto riguardava l’anno sabbatico valeva anche per quello “giubilare”, che cadeva ogni cinquant’anni.

Anche se i precetti dell’anno giubilare restarono in gran parte una prospettiva ideale — più una speranza che una realizzazione concreta, divenendo peraltro una prophetia futuri in quanto preannuncio della vera liberazione che sarebbe stata operata dal Messia venturo — sulla base della normativa giuridica in essi contenuta si venne delineando una certa dottrina sociale, che si sviluppò poi più chiaramente a partire dal Nuovo Testamento. L’anno giubilare doveva restituire l’uguaglianza tra tutti i figli d’Israele, schiudendo nuove possibilità alle famiglie che avevano perso le loro proprietà e perfino la libertà personale. Ai ricchi invece l’anno giubilare ricordava che sarebbe venuto il tempo in cui gli schiavi israeliti, divenuti nuovamente uguali a loro, avrebbero potuto rivendicare i loro diritti. Si doveva proclamare, nel tempo previsto dalla Legge, un anno giubilare, venendo in aiuto ad ogni bisognoso. Questo esigeva un governo giusto. La giustizia secondo la Legge di Israele, consisteva soprattutto nella protezione dei deboli ed un re doveva distinguersi in questo, come afferma il Salmista: “Egli libererà il povero che invoca e il misero che non trova aiuto, avrà pietà del debole e del povero e salverà la vita dei suoi miseri” (Sal 72 [71], 12-13). Le premesse di simile tradizione erano strettamente teologiche, collegate prima di tutto con la teologia della creazione e con quella della divina Provvidenza. Era convinzione comune, infatti, che solo a Dio, come Creatore, spettasse il “dominium altum”, cioè la signoria su tutto il creato e in particolare sulla terra (cf. Lv 25, 23). Se nella sua Provvidenza Dio aveva donato la terra agli uomini, ciò stava a significare che l’aveva donata a tutti. Perciò le ricchezze della creazione erano da considerarsi come un bene comune dell’intera umanità. Chi possedeva questi beni come sua proprietà, ne era in verità soltanto un amministratore, cioè un ministro tenuto ad operare in nome di Dio, unico proprietario in senso pieno, essendo volontà di Dio che i beni creati servissero a tutti in modo giusto. L’anno giubilare doveva servire proprio al ripristino anche di questa giustizia sociale. Nella tradizione dell’anno giubilare ha così una delle sue radici la dottrina sociale della Chiesa, che ha avuto sempre un suo posto nell’insegnamento ecclesiale e si è particolarmente sviluppata nell’ultimo secolo, soprattutto a partire dell’Enciclica Rerum novarum.

Giovanni Paolo II

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  Cristianità, Magistero pontificio
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